Braille News

Utilità

SPETTACOLO

TOTTI, UN RIENTRO CHE NON VA AFFRETTATO- Braille News 20.2.10

Calma e gesso! Ranieri continui sulla sua linea e non si faccia influenzare né dall’ambiente, né dalla voglia sfrenata dei suoi di andare in campo: sempre. Una delle carte vincenti, finora, è stata proprio la gestione degli infortuni, la determinazione a non rischiare mai nessuno che, dopo un infortunio o uno stop, non abbia raggiunto una condizione fisica ottimale. Posizione diametralmente opposta a quella del suo predecessore: che fu poi una delle cause dello scontro storico con l’ex medico giallorosso Mario Brozzi.

Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola!

SANREMO, L’INTERVENTO CANTO L’ITALIA DELLA SOLIDARIETÀ- Braille News 20.2.10

È passato un anno, ma dentro di me è stato impegnativo come un secolo. Sono tornata a Sanremo, da dove ero partita con "Sincerità", la canzone che (anche se ormai quasi non ne posso più) ha cambiato la mia vita, ed è entrata, io credo, nel cuore degli italiani. Un giorno una signora mi ha detto: «Se l’avessi cantata a mio marito, forse non ci saremmo lasciati». Vorrei che la stessa leggerezza fosse avvertita anche in questa "Malamoreno": mi chiedono spesso dell’effetto nostalgia che c’è dentro il suo swing. Ebbene, è la nostalgia che io provo per i tempi in cui l’Italia era meno individualista, in cui ci si dava una mano volentieri, anche dopo tragedie immense. Da bambina ascoltavo spesso i racconti di mio nonno, quel dopoguerra che vedeva tutto un popolo unito nella voglia di ripartire.

Io posso dirmi fortunata, dodici mesi fa ero un’estetista e ora posso tentare di fare per tutta la vita il lavoro che più mi piace. Penso a tutti quei giovani ai quali questa opportunità viene negata, e vorrei dedicarla a loro, la mia nuova canzone. Io di piani ne ho molti: magari presto, una casa tutta mia dove vivere con il mio Peppino e sfornare un pargoletto, un piccolo "Arisino" al quale insegnerò valori come la gentilezza, il rispetto verso gli altri, l’educazione. E la sfumatura di ogni sentimento, perché come dico nel testo del brano, "può scoppiare in un attimo il sole, tutto quanto potrebbe finire, ma l’amore no". Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola!

DOLCE VITA MORTA E SEPOLTA - Braille News 13.2.10

Non siamo mai riusciti a capire cosa ci dicesse. Quando la giovanissima Valeria Ciangottini urla qualcosa a Marcello, nella scena finale della "Dolce Vita", verrebbe voglia di tendere l’orecchio, di avvicinarsi a quell’innocenza, di aderirvi. Dopo l’ennesima notte brava, il reporter Mastroianni è sulla spiaggia di Passo Scuro, assieme ad altri gaudenti. Intontiti dai bagordi, sono lì per assistere al recupero di una sorta di mostro marino. La ragazzina invita il giornalista ad andare da lei, a raggiungerla, per salvarsi in qualche modo dalla sua personale dannazione. Lui invece fa una smorfia malinconica e prosegue. Tirandosi dietro tutti noi, due o tre generazioni di un Paese che è andato assorbendo nella propria coscienza collettiva l’autocompiacimento della decadenza: senza più contentarsi del sottile veleno di un capolavoro cinematografico, mai intuendo che quella non era realtà né arte neorealista, ma fantasia onirica pervasa di una luce oscura, inquieta, liberatoria quanto si vuole, ma accesa sull’orlo di un abisso. Nel quale, quasi con voluttà, non è precipitata solo Roma, ma tutta l’Italia stracafonal delle feste svippate e sniffate. Che non riesce più neppure a ridefinire il concetto di amoralità, né trova un fondo da toccare sotto i piedi. Secondo la storica americana Karen Pinkus, il mostro marino della pellicola è il simbolo cifrato dello scandalo Montesi, quello della ragazza trovata morta a Ostia nel 1953, e che per la prima volta legò in nodi inestricabili sesso, droga e politica. Il riferimento, transitato nell’opera di Fellini, è sopravvissuto nel nostro inconscio, come l’unica vera tristissima eredità di un’epoca che il regista aveva magnificamente rivestito dei panni del sogno, del desiderio struggente di vivere oltre i limiti, del mito che denuda e ricopre ogni miseria umana. La "dolce vita", con o senza virgolette, non esisteva nella realtà. Era l’invenzione cinematografica che rievocava un’altra invenzione, di stampo imprenditorial-giornalistico. Era già tutto finito quando, il 6 febbraio 1960, Federico fu inondato da sputi alla prima milanese del film, Mastroianni venne etichettato come "frocio e comunista" da qualche esagitato spettatore, e il Vaticano minacciò la scomunica per i cinefili cattolici che avessero ceduto alla visione di quel presunto "immondezzaio". La Hollywood sul Tevere, che aveva prosperato con i kolossal americani a Cinecittà, era in crisi. I ristoratori e i proprietari di night non sapevano più che trucco escogitare per accaparrarsi i divi a tavola. I paparazzi avevano scattato tutte le foto, e le flashate sulle nuove risse con l’attore sapevano di parodia, ed erano come sempre artefatte. Paradossalmente ma non troppo, Fellini aveva dovuto ricostruire intere porzioni di Via Veneto al leggendario Teatro 5. Per comodità, certo, ma anche perché, al di fuori del limitato coté di osservatori privilegiati, cronisti di costume, nobilastri perditempo e sparuti nottambuli, i cittadini avevano altro da fare. Quando arrivò il momento di girare la sequenza con Mastroianni e Anouk Aimée a casa della prostituta, i romani di Tor De Schiavi non ebbero peli sulla lingua: «A Fellini, quer mucchio d’ossa de donna mannala ar Verano». Altro che la femme fatale a piedi scalzi che ha abbagliato milioni di ammiratori, da cinquant’anni. Erano gli anni del boom, ma quasi tutti andavano a letto presto, perché figurarsi se ti giocavi l’agognato posto fisso per troppe zingarate etiliche: come pagavi poi le cambiali per la Seicento e il frigo? Ecco, Roma era serenamente estranea alle inquietudini notturne, agli spogliarelli a suon di rumba, ai coca party nelle residenze aristocratiche, alle orgette sul limitare dell’alba. Di sicuro la Ekberg era irresistibile, matronale e lussuriosa nella Fontana, e Marcello (pur infreddolito sul set al punto di indossare una muta da sub sotto lo smoking) aveva facile gioco nel dire: "ma sì, ci vengo anch’io nell’acqua, perché stiamo sbagliando tutti". Ma non era vero: sbagliava, nel caso, solo il club degli insonni e degli spostati d’alto bordo, quelli che non trovavano mai pace, come il personaggio dello scrittore Steiner, che con un colpo di pistola fa cadere il velo sulla sua imperturbata quiete familiare. E non era una questione morale, ma solo la scelta tra rimboccarsi le maniche e credere che tutto fosse a portata di mano, inferno compreso. Mezzo secolo più tardi, il miraggio della "Dolce Vita" (che ben meritò trionfi e palmares) continua a produrre guasti. Da subito, al Nord pensarono la Capitale come infetta, corrotta e - figurarsi - ladrona. Poi, gradino dopo gradino, siamo scesi nel pozzo. Sono aumentate le dosi di coca, i trans passeggiano, qualcuna si spoglia, i paparazzi devono pur mangiare. Certo, allora almeno c’erano le leggende di Hollywood, tra decappottabili e cognac. Oggi abbiamo qualche salotto demi-monde, buffet per gole profonde e insaziabili, tatuati, depilati, rifatte, politicuzzi in cachemire, ambasciatori del poco o nulla, escortine e ricattatori. Tutti intruppati bene in vista, al centro di ogni obiettivo possibile. Non è più il tempo in cui Flaiano scrisse del marziano sbarcato a Roma, che dopo un po’ non faceva più notizia e si sentiva dire dai fotografi: «E spòstate!». Magari ci fosse oggi, un marziano, in questo circo trash.

STEFANO MANNUCCI(Il Tempo)



L’INTERVISTA A NINO D’ANGELO IL MIO SUD E LA SINISTRA SPARITA- Braille News 6.2.10

È sempre stato di sinistra. Ma oggi, dice Nino D’Angelo, «non so più cosa pensare». E allora prova a cantargliele. «Di Pietro è populista quanto i leghisti. Induce la gente che non arriva alla fine del mese a credere che lui abbia la soluzione per tutto. Bersani? Non ho elementi per decifrarne la strategia, però la vittoria di Vendola in Puglia è una mezza sconfitta per il suo Pd. Quanto a Bassolino, l’ho sempre sostenuto, ma in Campania c’è bisogno di cambiare». Per Sanremo, l’ex ragazzo con il caschetto biondo ha scritto "Jammo Ja’", un pezzo di sapore etno-reggae, vibrante di rabbia e passione civile, l’unico tra quelli in gara che sarà eseguito in dialetto. Anche se», rivela, «mi hanno chiesto di sottotitolarlo, e la cosa mi lascia perplesso». Nella sera dei duetti, oltre all’ospite fissa Maria Nazionale e all’organetto di Ambrogio Sparagna, D’Angelo avrà al suo fianco altri cantanti popolari, che ne intoneranno i versi in siciliano, pugliese, lucano e calabrese. «Il mio è un inno al Sud senza vittimismo, con la voglia di rimboccarsi le maniche tutti insieme per risolverne in problemi. Ho cercato di non sfiorare la politica, io canto per tutti, anche perché non capisco più quali siano la destra e la sinistra. A volte mi riconosco più in quel che dice Fini che non in chi ho sempre votato. Ora sono senza idee. Alle regionali campane si candida De Luca? Non lo conosco, ma non mi pare un grande leader». Impossibile evitare il discorso sulla politica, però. «E allora, da italiano obiettivo, voglio riflettere su come nella mia terra sia così difficile combattere camorra, mafia e ’ndrangheta. Il problema è ci sono due stati, e di combattere quello illegale non glie n’è mai fregato troppo, a quello ufficiale. La criminalità si può battere, piano piano, se i clan non hanno uomini di riferimento nel potere di Roma, di qualunque partito siano. E se le banche mi prestano soldi, senza costringermi a ricorrere all’uomo della malavita che garantisce finanziamenti alternativi. Purtroppo la camorra funziona come ammortizzatore sociale, colmando la disoccupazione creata da chi ci governa. Perciò, si smetta di scherzare sulla giustizia: servono pene certe per tutti. Presidenti, artisti, calciatori. Non è degno di un Paese civile che uno scippatore ragazzino finisca dietro le sbarre per tre anni, mentre quelli della Parmalat non vengono condannati con la massima severità dopo aver ridotto in povertà migliaia di risparmiatori». A Nino, nato 52 anni fa a San Pietro a Patierno, nella periferia partenopea più insidiosa, ovviamente duole vedere Napoli rappresentata come l’incarnazione di ogni male. «Penso: perché hanno fatto circolare con tanta leggerezza le immagini di quel killer fuori del bar? Bisogna vedere il contesto in cui sono state girate. Tutti saremmo scappati, è inevitabile avere paura in quella situazione. La stessa cosa è accaduta con l’emergenza dell’immondizia: si è esagerato con il messaggio mediatico, il mondo ha visto, e da Napoli sono scomparsi i turisti. Avremmo dovuto difendere meglio il nostro patrimonio, senza mandare in crisi altre risorse e posti di lavoro. Ho il sospetto che ci sia stata strumentalizzazione».

Quanto agli scontri di Rosarno, «mi hanno fatto male. Dovremmo sempre guardare alle persone, non al colore della loro pelle. Noi siamo stati emigranti, e non abbiamo mica esportato solo rose e fiori. Non possiamo sfruttare i disperati e poi prenderli a calci in culo». Peggio: «Il razzismo di certi dirigenti della Lega è figlio di chi mi chiamava terrone quando cantavo a Milano. Vogliono cannoneggiare i clandestini che arrivano dal mare, o farli morire affogati senza soccorsi: come se da lì ne arrivassero più di quelli che entrano via terra. Ma i barchini stracarichi da bloccare fanno notizia, anzi propaganda». "Jammo ja’" sarà l’unico inedito di una compilation che D’Angelo farà uscire nei giorni del Festival, con i pezzi forti della seconda parte della sua carriera, quella più impegnata. «Ma ho un grande rispetto per il Nino di "’nu jeans e ’na maglietta". Lui si è preso i cazzotti, io tutti i meriti. Ma la vita è così, bisogna saperne accettare le dinamiche. Come quella», ride sornione, «di vedermi a Sanremo, dopo 35 anni di carriera, sullo stesso palco di un principe esordiente».

STEFANO MANNUCCI(Il Tempo)



IN PASSERELLA C’È ALBERTONE LE FOTO DI SCENA SU 20 ABITI- Braille News 30.1.10
Per una serata glam metti il faccione di Albertone sull’abito da sera: la scena, ça va sans dire, sarà soltanto tua! Il grande Alberto Sordi, scomparso il 24 febbraio di 7 anni fa, ma sempre nel cuore di tutti, rivive su dei particolari vestiti che solo poche fortunate, di tanto in tanto, potranno indossare. L’idea di trasformare in pezzi unici di couture le foto di scena dei film di Albertone è venuta a Tiziana Appetito, 49 anni, che gestisce l’immenso patrimonio fotografico (oltre 50mila scatti) del padre Enrico, dagli anni ‘50 il click di scena preferito di Sordi. Per capirci, una su tutte: sua è la storica immagine di Albertone che ingoia avidamente gli spaghetti in «Un americano a Roma». Appetito è scomparso all’improvviso, a settembre del 2003, 7 mesi dopo il suo grande amico Sordi, mentre lavorava sul set di «L’amore è eterno finché dura» di Carlo Verdone, che dal suo maestro aveva ereditato anche il bravo fotografo. «Per ora ho realizzato solo 20 abiti: ho fatto tutto io da sola, con l’aiuto di mia madre Anna Derio. Ho stampato su stoffa le foto più belle di mio padre, scattate sui set di \"Il marchese del grillo\", \"Il malato immaginario\", \"In viaggio con papà\", e poi ho cucito e tagliato cotone, satin e garza. Ne son venuti fuori dei vestiti lungi da sera o al ginocchio da cocktail, con le immagini di Albertone sulle gonne, sui corpetti, sulle sciarpe da avvolgere al collo. Negli scatti sono immortalati anche Laura Antonelli, Carlo Verdone, una diciottenne Giuliana De Sio e l’Alessandro Gassman de \"I crociati\"», spiega Tiziana Appetito. Che aggiunge: «Questa è la mia prima collezione dedicata a Sordi e a mio padre. Non è in vendita. I vestiti li mostrerò nelle mostre e negli eventi che voglio organizzare a scadenza quindicinale. Ma posso prestare qualche abito alle mie amiche dello spettacolo per serata speciali e supermondane». La prima ad indossare le sue creazioni è stata Francesca Rettondini, scelta come testimonial per un servizio fotografico di presentazione della collezione. Sere fa a Roma, al locale «Dadaumpa», sono state delle modelle a far sfilare i capi dinanzi ad un parterre di «svippati»: da Serena Grandi a Daniela Martani, da Milly D’Abbraccio a Demetra Hampton, da Saverio Vallone a Davide Ricci. GABRIELLA SASSONE(Il Tempo)

CRISTICCHI E POVIA SANREMO SHOCK- Braille News 30.1.10
Prepariamoci a un incidente diplomatico, e al richiamo in patria dell’ambasciatore francese a Roma. Perché a Sanremo scoppierà, in tutta la sua virulenza, il caso Cristicchi. Che in un brano di presa immediata - il classico tormentone dance-pop intelligente, un po’ alla "Salirò" di Silvestri - si farà apertamente beffe della première dame dell’Eliseo. Recita infatti il testo di "Meno male" (scritto dal cantautore romano insieme a quell’altro ribaldo di Frankie Hi-Nrg): "Che bella Carla Bruni se si parla di te problema non c’è". E poi, irriverente, "siamo fatti così, Sarkonò-Sarkosì". Materiale sufficiente per la rottura delle relazioni e mandare in crisi la struttura portante dell’Unione Europea. Non bastasse, l’astuto Simone, lontanissimo dall’elegiaca denuncia sociale di "Ti regalerò una rosa" (che gli valse la vittoria al Festival 2007), offrirà altro materiale sapido agli osservatori di costume e di politica: ecco altri versi sull’Italia paese di "pochi idraulici e tante badanti", tra "video ricatti e nonne coi seni rifatti", dove "vissero tutti felici e contenti ma disinformati sui fatti", e dove "i terremotati sono ancora in vacanza", e qualcuno canta "ambarabàciccicoccò, soldi e coca sul comò". Poi l’affondo finale, quello in grado di compromettere i rapporti privilegiati con Usa e Vaticano: "Osama è ancora latitante l’ho visto ieri al ristorante so che non mi crederete se sbaglio mi corigerete". Citare Wojtyla due righe dopo il superterrorista del secolo suonerà certo azzardato alle orecchie di parte della sterminata platea mediatica di Raiuno. Naturalmente, Cristicchi non sarà il solo a sollevare polemiche in una gara dove, ancora una volta, abbondano le canzoni a tema sentimentale. Ma se "Italia amore mio" di Pupo ed Emanuele Filiberto è da considerarsi una sorta di satira involontaria del nazionalismo più spiccio, e se - al contrario - lo "Jamme ja" di Nino D’Angelo si rivelerà un vibrante, efficacissimo pamphlet anticamorra, la trovata di Povia su Eluana si rivelerà per quel che è. Come sottolinea monsignor Ersilio Tonini, la canzone «è una vera e propria profanazione», o quantomeno «una trovata di pessimo gusto». Secondo l’ex arcivescovo di Ravenna «i parenti della ragazza di Lecco dovrebbero protestare». Povia si difende in un’intervista a "Sorrisi e Canzoni": «Se Beppino Englaro mi avesse chiesto di lasciar perdere, l’avrei fatto. Mi ha detto "io non blocco gli artisti, vai pure avanti". Mi è sembrata una persona corretta, rispettosa del lavoro degli altri». La sua ballata "La verità" non cita mai nel testo il nome di Eluana. Si tratta di una lettera scritta da una ragazza morta ai propri genitori: "mamma, papà, un giorno ci riincontreremo e ci stringeremo forte", e finisce con "la vostra bambina per sempre". «Furbo io? E quelli che scrivono canzoni d’amore per andare in classifica?», nota l’ineffabile Povia, che dopo una carriera da paladino dei valori cattolici si è sbilanciato a favore della morte assistita. Sul versante degli ospiti, all’Ariston pare assicurata per la serata finale Rania di Giordania, alla quale aveva rivolto un appello Antonella Clerici a "Porta a porta". Più che probabile l’intervista con Costanzo alla bella regina. Quanto ai divi stranieri, sempre quel sabato arriveranno sul palco i ballerini che avrebbero dovuto prendere parte al tour di Michael Jackson. Martedì 16 ci sarà Susan Boyle, mercoledì 17 Robbie Williams e venerdì 19 i Tokio Hotel, con prevedibile assalto di lolite alle giovani stelle tedesche del pop-rock. Lo svecchiamento di Sanremo passa anche da lì. A proposito: il pezzo di Marco Mengoni ha tutte le carte in regola per vincere. Se avete un euro da scommettere, fateci un pensierino. STEFANO MANNUCCI(Il Tempo)

APPUNTI DI STILE– Braille News 23.1.10
Quando lo vidi dal vivo a Milano, per la prima volta, rimasi folgorata dal suo carisma. Impossibile per chiunque rimanere insensibile al suo fascino. Il suo nome, ai tempi, diceva qualcosa solo agli addetti al settore: era il direttore creativo di Gucci (cognome assai più conosciuto del suo). Ma a Tom Ford, che portò lo storico marchio fiorentino alla rinascita, la moda stava stretta. E quando lasciò Gucci, mentre iniziava il totonomina per la direzione di chissà quale altra maison (si parlò anche di Valentino), candidamente rivelò che per lui si apriva un futuro nel mondo del cinema. E tutti a pensare che si sarebbe messo a fare l’attore, bello com’è. Manco per sogno. In cinque anni ha lanciato la sua nuova linea maschile, una di occhiali unisex e un profumo col suo nome. E, soprattutto, nel mondo del cinema ci è entrato davvero, ma dalla porta principale. In questi giorni è uscita la sua opera prima (da produttore, sceneggiatore e regista) «A single man» che è già candidata nientemeno che all’Oscar. Chissà se il percorso inverso di John Malkovich, da attore e regista a fresco designer di moda maschile, porterà gli stessi frutti. KATIA PERRINI(Il Tempo)

ADDIO ROHMER GENIO DEL CINEMA Braille News 16.1.2010

Era uno dei Grandi del cinema francese. Perderlo significa perdere molte delle possibilità poetiche che avevano tenute alte le sue sorti migliori.

L’ho incontrato poco, era schivo, riservato, esitava molto perfino a seguire i suoi film quando venivano presentati ai festival, ma dagli anni Sessanta in poi, dall’inizio cioè dei momenti più pieni, fulgidi e gloriosi della sua carriera, non mi sono perso un suo solo film e qui, su queste colonne, non gli ho mai lesinato quelle lodi che, così prive di riserve, mi era raramente accaduto di tributare a molti altri autori della Settima Arte. E scrivo "Settima Arte" anziché "cinema" perché ogni sua opera è stata solo e sempre illuminata dalla grande luce dell’arte, onorando quel cinema cui finiva per allinearsi.

Le sue celebri "serie", veri pilastri di una creatività che ad ogni tappa splendidamente si imponeva. I «racconti morali», in meditatissimo, rigoroso equilibrio fra la letteratura e il cinema: «La fornaia di Monceau» che, pur durando solo 26 minuti, narrativamente e drammaticamente era già di una meravigliosa compiutezza. Poi «La carriera di Susanna», «La collezionista», «La mia notte con Maud», «Il ginocchio di Claire», ciascuno ravvivato da dialoghi preziosi (tra i più belli di tutto il cinema francese) e sempre aperto ad echi in cui, con armonia perfetta, si coniugavano insieme l’amore, la filosofia, la morale e perfino, mai astratti, anche la religione.

Con una pausa stupenda fra le "serie", quell’incontro diretto con la grande letteratura che doveva essere «la marchesa von...», da Kleist, in cui quasi miracolosamente riusciva ad assimilare anche la pittura, sublimandola nel cinema con un esperimento che avrebbe anche più approfondito con «Perceval», da Chrétien de Troyes, in cui la poesia e la cavalleria quasi magicamente si fondevano in un unico tutto.

Quindi un’altra "serie", «Comédies et proverbs», in cui la commedia accettava l’eredità di Marivaux con modernissima ironia. Sei titoli, tra questi due che ho avuto la fortuna di festeggiare a Venezia quando dirigevo la Mostra, «Le notti della luna piena», premiato per la sua protagonista Pascale Ogier, e «Il raggio verde», premiato con il Leone d’oro.

Arrivati ai Novanta, un’altra "serie", «Contes de quattre saisons», con quattro film uno più delizioso dell’altro, «Racconto di primavera», «Racconto d’inverno», «L’albero, il sindaco e la mediateca», «Racconto d’autunno». Con una carriera pronta limpidamente a concludersi nel Duemila, con «La nobildonna e il duca», «Triple agent» e «Gli amori di Astrea e Celadon», esempio felicissimo di una giovinezza artistica cui l’età non aveva segnato alcuna ruga.

GIAN LUIGI RONDI(Il Tempo)



L’INTERVISTA- COSTANZO: COSÌ DEBUTTO A SANREMO- Braille News 26.12.09

«Una volta Tognazzi mi disse: "Prova a guardare Sanremo togliendo l’audio della tv. È uno spettacolo straordinario". E aveva ragione».

Caro Costanzo, stavolta non potrà farlo. La Rai e Antonella Clerici l’hanno ingaggiata per condurre il question time del Festival, e per partecipare alla serata finale.

«Per quanto appaia incredibile, in cinquant’anni di carriera è la mia prima volta all’Ariston. Ci andai una volta per realizzare il Costanzo Show in trasferta. Era l’87: vinsero Tozzi, Morandi e Ruggeri con "Si può dare di più". Non ci diedero il permesso di entrare in teatro».

Ma lei si industriò.

«Realizzai il programma dalla hall di un albergo: portavo il cappuccino ai cantanti, svegliandoli nelle loro stanze. Li intervistavo andando in giro con loro in una limousine».

Potrebbe essere un’idea ancora valida.

«In effetti, ora che ci penso...».

Ha già deciso cosa farà sul palco con la Clerici?

«Assolutamente no. Farò quel che mi verrà chiesto. Antonella non ama una co-conduzione: vuole ospiti, trovate. Con me può stare tranquilla: tra noi c’è un rapporto di amicizia sin da quando ero direttore di Canale 5».

Saltato Greggio, la signora preme ancora per Bonolis e Fiorello.

«Fa bene. La vedo più semplice con Paolo».

Parentesi gossip. Sa cosa ha confessato Antonella in un’intervista?

«Mi devo preoccupare?».

Che il suo modello di riferimento erotico è la Sandrelli della "Chiave".

«Ecco».

Maurizio, il suo nuovo libro si intitola "La strategia della tartaruga". Appropriatamente, vista la storia di Sanremo.

«Perché?».

Perché approda al Festival un anno dopo Maria De Filippi.

«Già, è bizzarro. Maria era molto emozionata, all’idea di scendere quella scala. Ci sentimmo spesso, durante la diretta. Io andrò a fare il mio mestiere, me la caverò davanti alle vostre domande».

Di sua moglie ha detto: "Maria in Rai? Perché no? È ancora giovane. Mai dire mai e Maria non dice mai mai".

«Lo confermo. Può fare bene ovunque. Ora è legata a Mediaset. Se si ferma lei, rischiano di mandare in onda il monoscopio».

Però intanto a Viale Mazzini è tornato lei, Costanzo. Con due format per Raiuno come autore.

«Uno è in corso d’opera. Si chiama "Non c’è futuro senza passato", lo condurrà Enrico Vaime. È un programma con materiale raro d’archivio, pescato nelle teche Rai. E di interviste ai protagonisti della tv degli anni migliori. Una, per dire, è ad Antonello Falqui».

L’altro format?

«Una sorta di talent show che dovrebbe vedere la luce alla fine del 2010».

Che dovrebbe essere legato al mondo delle eccellenze artistiche: i conservatori, le accademie di danza, il teatro.

«Se lo dice lei, sarà così».

Poi c’è un progetto Magnolia che la vedrebbe in video.

«Però non sto premendo per affrettare i tempi. Di sicuro non sarà un programma di cucina né un talk show».

Non la lasceranno in panchina per un anno.

«Quando e come non lo so, ma mi piacerebbe condurre un "Bontà loro 2"».

Torniamo a Sanremo. Via i vecchi big.

«Ricambio generazionale. Giusto. Ma se lo dico mi frego da solo».

Il cast dei cantanti?

«Sono anziano: parecchi non ne conosco, giuro».

Ma conoscerà Emanuele Filiberto.

«Dai, apriamo gli occhi. Al Festival c’è sempre stato bisogno di due ingredienti: una polemica e una proposta eccentrica. È la liturgia televisiva che lo impone».

Il principe dice: "l’umiltà sarà la mia bussola in questa avventura, so di non essere un cantante".

«Umile e astuto. Cascasse il mondo, io il rampollo e Pupo che fanno un inno all’Italia non me li perdo».

Povia con il pezzo su Eluana?

«Dissentivo dalla sua teoria dell’anno scorso, con il gay che si redime. L’omosessualità non è una malattia dalla quale guarire. Quanto alla Englaro, io ho avuto spesso ospite al Parioli il padre Beppino. Ho grande rispetto per lui. Su un tema lacerante come l’eutanasia il Paese può discutere, dividersi, ma senza innalzare barricate».

Ma se ne deve proprio parlare a Sanremo?

«Non dico che le canzoni debbano avere doveri sociali, ma anche "Vola colomba" celebrava Trento e Trieste. Temi che sono nel dna del Festival».

La sua canzone favorita in 60 anni di Sanremo?

«Quelle del tempo in cui lo seguivo. "Papaveri e papere", "Vecchio scarpone". Ho scritto canzoni, ma come autore non ho mai partecipato. Ho sempre difeso Sanremo: se lo guardano 18 milioni di italiani qualcosa di buono ci sarà. Anche ad alto volume».

STEFANO MANNUCCI(Il Tempo)



APPUNTI DI STILE- Braille News 26.12.09

Diavolo di un Federico Moccia! Non gli è bastato l’enorme successo dei suoi libri dedicati ai giovani, poi proseguito con i film omonimi. Dopo aver trasformato i lucchetti di Ponte Milvio in una tendenza che ha già superato Alpi e Pirenei, ora si lancia anche nella moda, nella gioielleria e nella cioccolateria. Tutto con un unico marchio: «Amori». E mentre la linea di abbigliamento abbraccia tutti gli stili, dal romantico al tecnologico, dal casual al tribale, i gioielli, lanciati dal film «Amore 14», sono una novità assoluta nel campo. Nella giocosa collezione «Muffins» (nella foto) tutti i simboli cari ai giovani, come il cuore, ragazzi che si baciano, gli animaletti più teneri e il lucchetto, icona per eccellenza dei fan di Moccia, chiamato «sempre per sempre». Il mondo globale mocciano sarà presentato proprio alle porte del Natale, il 19 dicembre prossimo, nel primo store «Amori» a Roma in via Caio Mario. Tante idee-regalo tra libri, abiti, ciondoli, cioccolatini e uno spazio dedicato al «sogno d'amore», per sentirsi attori di sé stessi per un giorno. Davanti a un pozzo e a un lampione, in perfetto stile Moccia. (Il Tempo)



MORETTI CI RIPENSA MEGLIO IL PAPA- Braille News 12.12.09

Una lunga preparazione, qualche discreta ripresa in piazza San Pietro, e un titolo: «Habemus Papam»: così comincia la storia del nuovo film di Nanni Moretti che (per questa volta) non parlerà di Berlusconi, ma di un pontefice che non vuole fare il pontefice. Un film del quale, come quasi tutti i film di Moretti prima dell’uscita in sala, si sa poco, ma che sembra aver già incassato il favore del Vaticano.

«Habemus Papam», nel quale probabilmente avrà un piccolo ruolo anche "Il Tempo" (la testata del nostro quotidiano, durante lo svolgersi della storia, apparirà tra i media che seguono le vicende di questo singolare pontefice), è un film scritto da Nanni Moretti con Francesco Piccolo, collaboratore ormai consolidato del regista, che con lui ha messo mano alla sceneggiatura di «Caos calmo», del «Caimano» e di molti altri film. La storia ricorda molto quella del frate eremita Pietro Angeleri, eletto papa con il nome di Celestino V il 5 luglio 1294 che, in un primo momento, non volle accettare l’evento. Così il papa raccontato da Moretti non vuole presentarsi ai fedeli e al mondo dopo l’elezione (tra i media che annunceranno la notizia si vedrà anche la testata de "Il Tempo"). Il cardinale che, eletto papa, sembra non essere in grado di affrontare il peso di questa responsabilità, sarà interpretato da Michel Piccoli e nel film avrà una parte anche lo stesso Moretti. Ma non si tratterà di una pellicola in contrasto con il Vaticano e la Chiesa Cattolica, come sembrano aver frainteso alcuni. La Sacher Film di Moretti non ha avuto il permesso di girare a San Pietro, tranne brevi riprese durante l’Angelus, che comunque possono effettuare tutti, ma questo non vuol dire che il film non piaccia in Vaticano, anzi. Viene guardato con favore e interesse.

Il permesso di girare varcato il Colonnato del Bernini arriva dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni, presieduto da monsignor Celli. Questo dicastero, perché di un dicastero si tratta, il cui responsabile viene indicato dal Pontefice come i ministri del governo italiano sono scelti dal presidente del Consiglio, ha scelto di non far girare film o fiction all’interno di San Pietro. E questa legge non è stata infranta nemmeno per fiction come «Pio XII», della LuxVide. Insomma il «no» a Moretti non è stato per i contenuti del film che, invece, sono stati esaminati con favore. Monsignor Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, secondo indiscrezioni, avrebbe letto la sceneggiatura del film, trovandola valida e interessante. E Ravasi è noto per essere una persona molto attenta. Avrebbe anche incontrato personalmente Moretti per esprimergli la sua approvazione e il suo appoggio per il progetto. Un film, insomma, che probabilmente piacerà al papa.

Non è la prima volta che Moretti si occupa di religione e non è nemmeno la prima volta che viene guardato con ammirazione dal mondo cattolico, come accadde per «La Messa è finita», del 1985.

ANTONIO ANGELI(IL Tempo)



VOGLIA DI RIDERE IL NATALE SI FESTEGGIA IN COMMEDIA- Braille News 12.12.09

Il clima natalizio invita alla spensieratezza della commedia con una settimana di debutti teatrali all’insegna dell’allegria, della risata e del gioco scenico. Appositamente concepito per questo periodo dell’anno è «Natale a Capracotta», scritto, diretto e interpretato da Francesca Nunzi ai Satiri fino al 10 gennaio e ispirato al film «Il conte Max» con Sordi e De Sica. Mentre fuori nevica, la permanenza in casa scatena lo scoperchiamento del vaso di Pandora di una serie di esperienze e rapporti. Nel nuovo Teatro San Paolo, appena aperto sulla via Ostiense, si può assistere fino al 20 dicembre a «Un po’ per caso», elaborato da Giuseppe Renzo ed Ester Cantoni a partire da Marivaux, con la Compagnia dei Borghi impegnata nella storia di una promessa sposa ereditiera che si traveste da governante per poter spiare il futuro marito. Anche l’uomo, però, utilizza il medesimo espediente con conseguenti pasticci.

È satira del quotidiano fra un ex stuntman, costretto a sbarcare il lunario come centurione per i turisti del Colosseo, e un clandestino bielorusso con velleità imprenditoriali che animano lo spettacolo «Ben Hur» di Gianni Clementi con Paolo Triestino, Nicola Pistoia ed Elisabetta De Vito, al Nino Manfredi di Ostia fino al 13 dicembre.

Un cult della comicità romana è «Il mistero del calzino bucato», scritto, diretto e interpretato da Marco Zadra, in scena al Ghione fino al 20 dicembre. Un mistery play ambientato in Inghilterra vede l’ispettore Pendleton alle prese con uno dei casi più intricati della sua carriera.

Gag da Totò a Peppino arricchiscono il repertorio personale di Bruno Colella e Alvaro Vitali, al Teatro Dei Comici fino al 31 dicembre con «Teatro a pezzi». Vecchi costumi, cimeli di rappresentazioni ormai passate, attrezzeria di scena costituiscono l’habitat di un divertissement goliardico.

A Francesca Draghetti si deve, infine, «Natale rosso Sherlock» che coinvolge la compagnia Eras, fino al 20 dicembre all’Anfitrione, nella ricerca di un serial killer. Da non dimenticare anche «L’importante è vincere senza partecipare», all’Italia fino al 13 dicembre, con Paola Minaccioni e Barbara Folchitto alle prese con copione e regia di Lillo Petrolo.

TIBERIA DE MATTESI(IL Tempo)