| REDTV, MAX SCONFITTA- Braille News 27.2.10 | |
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Redtv, la televisione voluta da Massimo D’Alema è a un passo dalla chiusura. Un fallimento personale, prima di tutto, per l’ex ministro degli Esteri, ma anche la prima vittima del taglio ai contributi pubblici agli organi di informazione politica. Nella stessa condizione ci sono 96 testate (comprese L’Unità e Il Secolo d’Italia) ma la tv via web è la prima ad annunciare che, senza quei soldi, non resta altro da fare che chiudere tutto. Se il decreto Milleproroghe, che contiene il taglio, non verrà modificato entro la prossima settimana, da lunedì primo marzo potrebbe partire la cassa integrazione per i 14 redattori. E, di lì a poco anche le trasmissioni potrebbero definitivamente cessare. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 27.2.10 in edicola! | |
| L’ANALISI-IL RUOLO DI SILVIO SU LIBIA E TURCHIA- Braille News 27.2.10 | |
Tutti i ministri degli esteri dell\'Ue, riuniti a Bruxelles, hanno ringraziato Silvio Berlusconi per il suo intervento su Gheddafi che ha disinnescato una gravissima crisi con la Libia, che in mattinata aveva addirittura fatto circondare l\'ambasciata svizzera a Tripoli dai gendarmi. Con una telefonata a Gheddafi, Berlusconi è infatti riuscito a incanalare una gravissima crisi diplomatica - innescata dall\'avventurismo del governo svizzero - verso una soluzione concordata. Ancora una volta, dopo la crisi tra Georgia e Russia dell’estate 2008 (là dove la moderazione di Berlusconi ha bloccato un Ue sbilanciata sulle posizioni avventuriste di Tiblisi), dopo il G8 dell'Aquila (straordinario successo italiano), dopo la normalizzazione dei rapporti con la Libia (che ha permesso di risolvere la crisi con la Svizzera), dopo il viaggio in Israele e Palestina (apprezzato enormemente sia da Netanyhau che da Abu Mazen), l'Europa deve prendere atto che Berlusconi ha sviluppato una politica estera lungimirante, che colloca l'Italia in una posizione chiave per risolvere le crisi che via via deflagrano. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 27.2.10 in edicola! | |
| L’EDITORIALE - PRONTO? MANETTE IN LINEA- Braille News 27.2.10 | |
Piange il telefono. E piangono le migliaia di risparmiatori che hanno investito i loro capitali in titoli azionari delle aziende di telecomunicazione. Ma piange soprattutto la classe dirigente di un Paese che diciotto anni dopo Mani Pulite sembra avviarsi a vivere con rassegnazione un’altra stagione della rivoluzione giudiziaria permanente. Dalla mazzetta di Mario Chiesa del 1992 ai conti telefonici taroccati del 2010, passando per una miriade di indagini, processi e rivelazioni che non sembrano aver scosso il sistema della corruzione. Ieri si rubava per il partito, oggi si arraffa per arricchirsi. Siamo garantisti, non ci piace la giustizia-spettacolo, ma bisogna avere il salame sugli occhi per non vedere che nel Paese non si è mai rimarginata la ferita della questione morale. Non siamo di fronte a una nuova Tangentopoli e abbiamo già spiegato perché: è diverso il sistema politico (dal pentapartito al quasi bipartitismo), non paragonabile la forza di quei partiti del passato rispetto alla incosistenza di quelli di oggi, impossibile fare parallelismi tra i leader di ieri e quelli che calcano la scena attualmente. Per le condanne dovremo aspettare processi e prove. Ma il quadro è devastante. MARIO SECHI Leggi tutto l’articolo su Braille News del 27.2.10 in edicola! | |
| I VERBALI DELL’INCHIESTA MINACCE E FAVORI COSÌ VIVEVA LA CRICCA- Braille News 20.2.10 | |
| I tentacoli della cricca non si limitavano agli appalti per i lavori alla Maddalena, ma si estendevano anche alle raccomandazioni per superare gli esami d’ammissione per i corsi di laurea. E a gestire il giro di «favori» era sempre l’ingegnere Angelo Balducci, in carcere per corruzione. Accuse contenute in una informativa del Ros, nella quale gli investigatori spiegano qual era la complicità tra gli indagati e tre professori della facoltà di Architettura. Le accuse sono contenute nell’informativa del 9 ottobre del 2009, nella quale gli investigatori fanno riferimento al «solito sistema gelatinoso» per far superare esami all’università «La Sapienza» grazie alla complicità di tre professori della facoltà di Architettura. Docenti che nel tempo si sono occupati proprio di progettare lavori che poi sono finiti nel mirino della magistratura fiorentina. Nel documento del Ros sono infatti coinvolti Giampaolo Imbrighi, professore di Tecnologia dell’architettura, autore del progetto architettonico della piscina di Valco San Paolo (Mondiali di nuoto Roma 2009) e interressato dall’ingegner De Santis (anche lui in carcere) «per la questione degli Uffizi a Firenze». Il secondo è invece Orazio Carpenzano, professore associato di Progettazione architettonica e Urbana, collaudatore per i lavori del G8 alla Maddalena e coinvolto da De Santis nella «redazione della variante strutturale per la Scuola marescialli di Firenze». E infine, il professor Livio De Santoli, ordinario presso la facoltà di Architettura presso Valle Giulia, autore della progettazione dell’impiantistica della «piscina di Valco San Paolo». Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola!
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| PROCESSO A BERTOLASO- Braille News 20.2.10 | |
Il suo rammarico principale, spiegano i più stretti collaboratori, è quello di non potersi presentare davanti ai magistrati per difendersi. Infatti, nonostante da giorni i quotidiani pubblichino notizie relative all’indagine che lo ha colpito, non è ancora chiaro quale sia la procura competente (alla fine dovrebbe essere Perugia). Guido Bertolaso lo dice apertamente, parlando in rappresentanza del governo, ai deputati della commissione Ambiente che stanno discutendo il decreto sulle emergenze. Un rammarico che il numero uno della Protezione trasforma in azione. E così, dopo aver risposto alle 10 domande che Eugenio Scalfari gli ha rivolto sulle pagine di Repubblica (ha lasciato passare meno di 24 ore) va in televisione a raccontare la sua versione dei fatti. E sceglie la platea di Ballarò. Per l’occasione Giovanni Floris prepara un’accoglienza con i fiocchi. Tra gli ospiti, oltre al ministro Raffaele Fitto, ci sono Antonio Di Pietro che, come un disco rotto, continua a chiedere le dimissioni di Bertolaso (ha anche presentato una mozione di sfiducia personale), la direttrice dell’Unità Concita De Gregorio e il senatore Pdl Mario Baldassarri che, per primo, ha reso pubblico il proprio malumore per la creazione della Protezione civile spa voluta dal governo. Il Pd, invece, si concede un giro di valzer. In un primo momento viene annunciata la «pasionaria» Rosy Bindi poi, a metà pomeriggio, tocca all’ex magistrato Luciano Violante, ma in serata, in studio, fa la sua apparizione il vicecapogruppo democratico a Palazzo Madama Luigi Zanda. A metà trasmissione c’è anche una telefonata di Eugenio Scalfari. Insomma, non proprio un consesso di amici. Guido non si spaventa. Toglie la giacca blu e la cravatta con cui si è presentato alla Camera, incassa il sostegno compatto del governo e del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che incontra per circa un’ora a Palazzo Grazioli, indossa il maglioncino con le bande tricolori e il simbolo della Protezione civile e va in trincea. Anche perché è subito chiaro che i presenti colpiscono lui ma il vero obiettivo, in fondo, è un altro: Silvio Berlusconi. Il «processo», infatti, si apre con l’interrogatorio del principale accusato cui vengono rinfacciate le mancate dimissioni. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola! | |
| USCIRNE BENE E A TESTA ALTA- Braille News 20.2.10 | |
Guido Bertolaso resta al suo posto, gli arrestati restano in cella, i magistrati indagano, il Paese si interroga e la politica non sa ancora che pesci pigliare. È questa la plastica rappresentazione dei pezzi che si muovono sulla scacchiera dell’inchiesta che sta scuotendo il Paese. Fin dal primo momento Il Tempo ha preso una posizione netta: abbiamo difeso la figura del capo della Protezione civile e su questo punto non cediamo di un millimetro. Abbiamo ottime ragioni per farlo con serenità e fermezza. Bertolaso non è un volgare mazzettaro, è un eroe positivo di cui la coscienza collettiva del Paese ha bisogno per non sentirsi perduta e smarrita. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola! | |
| IRAN, «MORTE A BERLUSCONI» GLI AYATOLLAH MANDANO IN CAMPO GLI SQUADRISTI- Braille News 13.2.10 | |
Gli squadristi degli ayatollah all’assalto dell’ambasciata d’Italia. Uova, pietre e slogan. «Morte a Berlusconi e all’Italia», scanditi da un centinaio di basiji, la milizia giovanile dei pasdaran. Una manifestazione inscenata alla vigilia dell’anniversario della rivoluzione khomeinista e nel giorno dell’avvio dell'arricchimento dell’uranio. Una sfida all’Europa, assaltate anche le rappresentanze di Francia e Olanda, ma soprattutto un messaggio interno. La situazione in Iran resta problematica. La crisi economica da anni grava pesantemente sul popolo. Gli avvenimenti drammatici seguiti dopo le ultime elezioni presidenziali, continuano a tenere alta la tensione. L’«Onda Verde» è ormai una minaccia per il regime di Ahmadinejad e gli equilibri nel clero sciita sono ormai rotti. Da una parte la Guida suprema Ali Khamenei dall’altra Rafsanjani e i teologi della città santa di Qom. Il regime per sopravvivere agita lo spauracchio dei nemici esterni. Vecchio refrain di tante dittature. L’altro giorno Khamenei ha acceso gli ardori dei cadetti dell’Accademia aeronautica con la promessa di «un pugno in faccia all’Occidente». Sono stati mandati in piazza i basiji con le bandiere della repubblica islamica a minacciare l’Italia: paese ostile che ha osato sostenere, per bocca del suo premier e, ulteriore affronto, al parlamento degli ebrei, la necessità di «imporre dure sanzioni all’Iran». Le minacce e lo stemma d’Italia preso a bersaglio dagli squadristi basjij non faranno cambiare linea al nostro governo. Tutt’altro. Il ministro Frattini, appena venuto a conoscenza dell’attacco, ha convenuto con gli altri ministri europei, di far disertare dagli ambasciatori, le manifestazioni per l’anniversario della rivoluzione khomeinista. Il regime rispolvera vecchi schemi, l’assalto alle ambasciate, per intimidire. Ma resta sempre più isolato. L\'Iran, come preannunciato, ha avviato le operazioni per l’arricchimento dell’uranio al 20% nell\'ambito del suo programma nucleare, nonostante le proteste dell\'Occidente e la preoccupazione espressa dall\'Agenzia internazionale per l\'energia atomica (Aiea). Una prova di forza che è stata condannata anche dalla Russia. Anche Mosca, finora contraria a severe misure contro Teheran, ha reagito duramente all\'avvio dell\'arricchimento, affermando che ciò «accresce i dubbi sulla sincerità delle intenzioni» della Repubblica islamica di giungere ad una soluzione del contenzioso sul suo programma nucleare. A parlare è stato Nikolaj Patruschev, segretario del Consiglio per la sicurezza della Federazione russa ed ex direttore dell’Fsb, l’erede del Kgb. «Siamo naturalmente delusi - ha detto Patruschev - che Teheran abbia rinunciato alla strada della diplomazia. La minaccia di una guerra contro l\'Iran è diventata una teoria più realistica». Tra i possibili partecipanti all\'ipotetica azione militare contro Teheran, Patruschev ha ricordato in particolare Israele. Il dirigente delle strutture di intelligence russe, ha sottolineato che Mosca continua a vedere con favore «la soluzione pacifica del problema iraniano", senza negare però che la «situazione si sta surriscaldando». Il regime degli ayatollah può contare solo sul veto della Cina in Consiglio di sicurezza per evitare altre sanzioni che gli Usa vorrebbero applicare entro pochi giorni. E da Israele arriva la richiesta di applicarle anche senza l’imprimatur del Palazzo di vetro. E nel pressing diplomatico scende in campo la Turchia per cercare una mediazione. MAURIZIO PICCIRILLI(Il Tempo) | |
| ADDIO AL BOLLO AUTO- Braille News 13.2.10 | |
LA TENTAZIONE DEL PDL PER FAR VINCERE RENATA L’idea sarebbe stata lanciata da alcuni esponenti di area Forza Italia, che puntano a «saldare» la campagna elettorale laziale col premier. Del resto l’addio alla tassa su auto e moto era stato proposto proprio da Berlusconi nella primavera del 2008. Allora il Cavaliere parlò di una diminuzione della tassa da attuare «gradualmente e compatibilmente con le possibilità di bilancio, dopo aver riavviato la crescita economica e rimesso in ordine i conti dello Stato». Un provvedimento da realizzare, precisò il presidente del Consiglio, «nella seconda parte della legislatura». Dunque perché non pianificare un’azione coordinata e giocare tra un paio di settimane, nel pieno della campagna elettorale, l’asso nella manica? Ci sono anche ragioni politiche. La campagna elettorale del Lazio è stata guidata finora dai big romani di Alleanza Nazionale. Forza Italia, già emarginata in Campidoglio (ha soltanto due poltrone nelle società partecipate dal Comune), è stata messa all’angolo anche nell’elaborazione del programma. Una strategia Berlusconi-Polverini sull’abolizione (o almeno diminuzione) del bollo su auto e moto sarebbe l’occasione per tornare in primo piano. Per dimostrare che senza Berlusconi (cioè senza Forza Italia) non si va lontano. Non sarebbero tutti d’accordo. Il sindaco Alemanno e il senatore Augello, responsabile della campagna elettorale, avrebbero già espresso la loro contrarietà al provvedimento. Ma i conti «azzurri» lo renderebbero possibile. Il bollo su auto, moto e motorini vale 650 milioni di euro all’anno. È la principale entrata della Regione. Ma «gradualmente», «riducendo le Asl a una soltanto, le comunità montane e tutti gli altri sprechi» e «con l’aiuto del governo», si può tagliare. «C’erano perplessità anche sull’Ici. Si diceva che i Comuni sarebbero andati a gambe all’aria, non è stato così». E mentre i big locali fanno i conti, si attende il via libera di Berlusconi. Allora sì che il coniglio potrà uscire dal cilindro. ALBERTO DI MAJO(Il Tempo) | |
| È IL TEMPO DI DIRE DUE O TRE COSE- Braille News 13.2.10 | |
Prima di cominciare questa mia avventura a Il Tempo ho ripreso in mano un libro di Giampaolo Pansa, «Carte False». Lo acquistai nel 1987, poco prima della maturità. Ero un ragazzino che sognava di fare il giornalista e quelle pagine contribuirono in maniera decisiva a indicarmi la strada futura, il mio lavoro. Allora non potevo immaginare di diventare collega di un mostro sacro come Pansa né poteva passarmi per l’anticamera del cervello l’idea di dirigere un giornale. Ventitrè anni dopo eccomi qua a scrivere il mio primo editoriale per un giornale carico di storia come Il Tempo. Guidare un quotidiano... per fare cosa? Credo che la risposta più sincera sia quella più semplice, già chiara in quelle pagine ingiallite ma sempre vive: fare buon giornalismo, «serio, onesto, coraggioso, rispettoso dei lettori». È questo il mio programma di lavoro da direttore de Il Tempo, non altro. Questa testata è nel cuore di Roma (in tutti i sensi) e in quello dei suoi lettori fedeli. Ora puntiamo a conquistare la fiducia e l’affetto dei nuovi che verranno. I fatti da raccontare non mancano. Roma è l’unica vera metropoli italiana, centro di tutte le decisioni che contano, città che conserva attrazione e respiro internazionale. Lasciate perdere i luoghi comuni che si sono sparsi a piene mani in questi anni: senza la Capitale, l’Italia sarebbe un Paese dannatamente più piccolo e provinciale. Senza i suoi tesori, la sua arte, la sua cultura, la nostra storia sarebbe ridotta a ben poca cosa. Partiamo da qui, non abbiamo bisogno di inventarci una nuova strada da seguire, perché Il Tempo rappresenta un mix ideale di identità e territorio. L’identità di un giornale moderato ma non conformista, vicino alle idee della maggioranza silenziosa di italiani che non ci sta a farsi sopraffare dalle minoranze rumorose che affollano le piazze ma non riempiono le urne. L’identità di un quotidiano che sta fisicamente accanto al Palazzo ma non è del Palazzo: lo racconta, lo osserva, lo critica quando sbaglia e lo loda quando fa bene. È il compito di qualsiasi buon giornale che voglia farsi rispettare e abbia a cuore i suoi lettori, vero patrimonio di ogni testata. Il territorio è quello immenso della Capitale, delle province del Lazio, dell’Abruzzo e del Molise, popolato di gente che lavora e contribuisce in maniera importante all’economia nazionale. Si sono scritti saggi voluminosi sul Nord che produce, forse bisognerebbe aggiornare la biblioteca ricordando che nella produzione di valore aggiunto il Lazio è secondo solo alla Lombardia e che la crisi ha colpito la regione in misura minore rispetto al resto d’Italia. Non ci sembra il quadro di una società immobile, intenta a consumare le risorse create da altri. Una delle missioni de Il Tempo, sarà proprio quella di demolire l’immagine di una Capitale e del suo territorio che non corrispondono alla realtà. Roma ha solo un grande bisogno di raccogliere le sfide che offre la contemporaneità. Sfide che richiedono risposte, progetti, decisioni, rapidità. La Capitale presto dovrà affrontarne due e saranno decisive: la candidatura per le Olimpiadi e i progetti legati al Gran Premio di Formula Uno. Qualcuno penserà che con il giavellotto e gli alettoni non si spicca il volo nella competizione internazionale. Povero ingenuo. In realtà è su questi due punti dell’agenda che Roma si gioca parte del suo futuro, della sua capacità di attrarre idee, investimenti, lavoro. Il Gran Premio all’Eur sembra avere tutte le carte in regola per diventare un perfetto circuito cittadino, affascinante quanto quello di Montecarlo. E se Monza strilla, pazienza. Forse in Lombardia hanno dimenticato che fino a pochi anni fa le auto sfrecciavano anche sull’asfalto di Imola? Perché farsi venire il travaso di bile per la bandiera a scacchi che sventola all’Eur? Vogliamo sentir rombare i motori. E vedere Roma tornare ai fasti degli anni Sessanta, quando i giochi olimpici consegnarono ai cittadini una città più bella e moderna. L’organizzazione fu perfetta, la televisione per la prima volta programmò massicciamente la manifestazione con 106 ore di trasmissione. Abebe Bikila vinse la sua prima maratona a piedi nudi, un uomo solo al comando per le vie della Città Eterna. Entro il 5 marzo il Comune di Roma presenterà il piano per agganciare il treno dei giochi olimpici. È in competizione con Venezia, candidatura che appare in acqua alta. Non vorremmo che la «retorica del Nord» mandi a carte quarantotto le aspirazioni dell’unica città che può competere a livello internazionale. Il Comitato Olimpico è popolato da vecchi volponi e per questo Roma ha bisogno del sostegno pieno e totale di tutte le istituzioni, non di lotte fratricide. Presentarsi divisi alla meta potrebbe aggiungere oltre al danno, anche il sapore amaro della beffa. E Il Tempo non starà a guardare. MARIO SECHI(Il Tempo) | |
| BERLUSCONI PRONTO AL RIBALTONE- Braille News 6.2.10 | |
Le Regionali non saranno solo un test sulla forza del Pdl in alcune aree chiave del Paese ma saranno soprattutto il momento della verifica degli assetti interni al partito e dell’efficacia della struttura che si è data. Berlusconi è pronto a fare la pagella soprattutto se il risultato elettorale dovesse essere poco entusiasmante. Il premier, dopo essersi scontrato un paio di volte con alcuni esponenti del partito su alcune candidature, ha deciso la linea di lasciare la regia di questa tornata elettorale interamente nelle mani della nomenklatura del partito. Salvo poi, a urne chiuse, chieder conto dei risultati. Non è un caso che nella sua agenda, al momento ci sia solo l’intervento a una cena per il 10 febbraio a favore di Renata Polverini. Nessuna sortita invece a fianco di Rocco Palese, tormentata candidatura in Puglia. Come pure non è casuale che vada ripetendo spesso di volersi dedicare esclusivamente alle «cose di governo». Ma questo non vuol dire che non segua da vicino le vicende interne al Pdl che continua a considerare uno strumento smontabile se per caso non dovesse funzionare. E qualcosa in effetti nel partito sta cambiando e non nella direzione che il premier si era prefissata. Ancora non si può parlare di correnti ma gruppi di potere si stanno coagulando e stanno condizionando le scelte del Pdl. Alessandro Campi, direttore di FareFuturo, la Fondazione di Fini, ha osservato che «si è creato una specie di correntone attorno a La Russa e Gasparri e si stanno rafforzando delle componenti di provenienza An ma non finiane». E di queste componenti, sostiene Campi, «gli ex forzisti hanno più paura». Questo deriva dal fatto che la componente forzista ha una «strutturale debolezza territoriale». E gli equilibri di forza tra ex An e ex FI si stanno giocando sulle Regioni. Di qui la scelta di candidati anche deboli ma che possano rafforzare questa o quella componente. Nel «correntone» di Gasparri e La Russa sarebbero confluiti ex socialisti e ex Dc; quindi da Sacconi a Fitto. A questa logica si oppone Sandro Bondi, che più di una volta ha polemizzato contro le nomenklature. Attorno al ministro dei beni Culturali si sono ritrovati oltre a Giro, il ministro Gelmini, Quagliariello, Stracquadanio e Valducci. C’è poi il nucleo che fa capo a Bocchino che riunisce i finiani. Questa nomenklatura, stando agli scenari delineati da alcune fonti del partito, si starebbero spartendo il territorio. Così La Russa sta tentando un asse con Formigoni in Lombardia, Bocchino ha messo fuori gioco Cosentino in Campania, Sacconi in Veneto fa squadra con gli ex socialisti e gli ex An, Fitto con Palese controlla la Puglia, Gasparri è dominus in Calabria. Ma fino a che punto questa strategia è vincente lo dirà l’esito elettorale. Quagliariello richiama all’ortodossia berlusconiana: «L’unica ricetta possibile - dice - è di dar vita a una classe dirigente politica coesa. Se prendessero il sopravvento i particolarismi degli ex An ci divideremmo in tante piccole scialuppe». Dopo le Regionali potrebbe esserci la verifica interna e non sono esclusi ribaltoni. Se Bondi dovesse lasciare il ministero al quale tiene molto, il sacrificio verrebbe ricompensato con la nomina a coordinatore unico del Pdl. Accanto a lui un vice, che non sarebbe La Russa (scattando l’incompatibilità con l’incarico di governo, opterebbe per il ministero) ma il finiano Italo Bocchino. Per Verdini un ruolo nell’organizzazione del partito. Sarebbe quindi ridiscusso il meccanismo delle quote in modo più paritario tra ex An e ex FI. Soprattutto verrebbe data più sostanza ai Dipartimenti che finora non hanno prodotto nessun documento. La cartina tornasole che qualcosa nel partito si è inceppato è nell’andamento del tesseramento, finora deludente. Il vicepresidente della Camera Lupi ha incontrato La Russa e Fontana e avrebbero fatto il punto proprio sul tesseramento e sui problemi interni al partito. Dandosi appuntamento al dopo-Regionali. LAURA DELLA PASQUA (Il Tempo) | |
| LA SINISTRA ANNIENTATA DA TROPPO SESSO E BUGIE- Braille News 30.1.10 | |
| La frottola che per un uomo politico le dimissioni sono l’ultima cosa a cui pensare, la carta da giocare prima del suicidio, è una storia che ha le gambe corte. Qualche volta le dimissioni sono una scappatoia per sfuggire ai riflettori, imboscarsi nel comodo anonimato, sottrarsi allo scrutinio scassaballe dei giornalisti. Detto questo, la piccola catena di dimissioni che ultimamente lega le storie meno edificanti degli amministratori di razza democrat ci pone di fronte al rischio che la dimissione dei singoli sia l’anticamera della dismissione di un intero partito. Allora, l’abbiamo detto mille volte e adesso sono mille e una: è finito il comunismo, Marx è morto e nemmeno i postcomunisti si sentono benissimo. Ma da un piccolo malanno stagionale, anche se la stagione politica è lunga, a una malattia che sta devastando il corpo di ciò che fu la grande tradizione della sinistra italiana, il passo è lungo, accidentato e pericoloso. La catena di dimissioni-dismissioni che da Piero Marrazzo arriva a Flavio Delbono, mettendoci a cavacecio la storiaccia del Bianchini Luca dirigente democratico e stupratore meno democratico, segnala molte, troppe cose. Segnala che il vanto della diversità morale è ricordo antico di un’era che, retrospettivamente, forse non è mai esistita. E segnala che il sesso, nella sua versione morbosa, nel caso Marrazzo, omicida, nel caso Bianchini, e ridicola, nel caso Delbono, sta diventando il tormento del Partito democratico più e peggio delle turbe adolescenziali di un giovane seminarista. Il silenzio pressoché totale delle femministe, eccezion fatta – mi pare – per Ritanna Armeni, di fronte al Cinzia-gate, che sarà ridicolo e patetico quanto ci pare ma sempre storia è di amanti, di borse e vestiti regalati alla fidanzatina come sostitutivo di coccole e sicurezza di coppia, mostra l’immagine (al di là degli eventuali profili penali, che non mi interessano) di un uomo che pare uscito da una commediola italiana degli anni Cinquanta, quelle commediole un poco morbose dove c’è l’amante che si sente tradita e, vista la mala parata, decide di sputtanare il “di lui” in pubblica piazza per la serie: tu m’hai lasciato, e io ti fotto la carriera. Che strazio. E che salto indietro nel tempo, che deviazione rispetto all’immagine di diversità etica che il Pd ha cercato di opporre di fronte alla goliardia berlusconiana in nome del rispetto della dignità della donna. Su Marrazzo c’è poco da aggiungere, se non che, in questo caso come il quello di Delbono, le istituzioni, le amministrazioni paiono diventare luoghi utilizzati strumentalmente per soddisfare i propri desideri, le voluttà di uomini politici che non riescono a reggere il peso della doverosa distinzione tra la sfera pubblica e la sfera privata. Non è necessario essere moralisti o guardoni per restare perplessi, tristemente perplessi, di fronte allo spettacolo di un partito che intima a un sindaco (e prima a un presidente di Regione) di abbandonare la scena pubblica per limitare i danni. Qui non si tratta di un gesto doveroso, ma del mero tentativo di non sputtanarsi troppo, in questa gigantesca puttanopoli della coscienza e della vita politica. Di questo passo, per salvare il salvabile, il Pd si costringerà alla trasformazione in un partito sessuofobico, come il vecchio Pci al tempo dell’amore Togliatti-Iotti.
ANGELO MELLONE (Il Tempo)
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| E PIER LUIGI TORNA DA DI PIETRO- Braille News 30.1.10 | |
Non ha avuto certamente un esordio felice il terzo forno aperto in Puglia dall’Udc di Pier Ferdinando Casini per togliere voti al centrodestra con la candidatura di Adriana Poli Bortone alla presidenza della Regione, e rendere più facile, o meno difficile, la conferma dello schieramento di cosiddetto centrosinistra nuovamente guidato da Nichi Vendola, di cultura e formazione orgogliosamente comunista. Anziché ringraziare l’ex presidente della Camera, magari restandosene zitto per qualche giorno, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si è affrettato ad annunciare, con aria visibilmente compiaciuta, la conferma della pur controversa alleanza del suo partito con Antonio Di Pietro in ben undici delle tredici Regioni in cui si voterà il 28 marzo, compresa naturalmente la Puglia. Dove l’ex magistrato, in verità, non aveva nascosto le sue riserve, anzi la sua ostilità a Vendola, specie quando sembrò coinvolto nelle indagini giudiziarie su brutti affari sanitari, scoprendone però disinvoltamente le qualità quando si è accorto che nel Pd tifavano per il governatore uscente tutti coloro che a livello nazionale difendono la validità dell’apparentamento con l’Italia dei Valori. Eppure, è a questo Pd ancora legato mani e piedi alla componente più dura dell’opposizione, feroce anche quando parla dei morti, com’è accaduto nella recente celebrazione del decimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, che Casini ha voluto tendere la mano alleandosi in alcune Regioni del Nord, formalmente in odio alla Lega, ed evitando di farlo con il centrodestra in Puglia, dove la Lega non c’è, pur di scongiurare la vittoria dello schieramento berlusconiano. Essa sarebbe in effetti uno smacco durissimo per il Pd, rovinosamente spaccatosi nelle primarie proprio sulla proposta, rappresentata dalla fallita candidatura del dalemiano Francesco Boccia, di costruire il prototipo di un rapporto sostanzialmente privilegiato con l’Udc. Se l’intenzione di Casini, nell’aprire il suo terzo forno a Bari, era di tenere caldi i rapporti con Bersani e con Massimo D’Alema per meglio coltivarli dopo le elezioni regionali, aiutando per il momento l’uno e l’altro a non perdere una Regione così importante e a non farsi per questo stritolare da un’opposizione interna contraria a rompere con Di Pietro per spostare il partito verso il centro, il segretario del Pd l’ha clamorosamente contraddetta. È come avere opposto uno schiaffo ad un sorriso o ad una mano tesa, sotto lo sguardo divertito di un Di Pietro che non si è risparmiato il gusto di dire che il partito di Casini non è «né maschio né femmina». Resta solo da capire se l’iniziativa di Bersani, con tanto di conferenza stampa congiunta con l’ingombrante alleato, è stata condivisa da D’Alema, tentato forse di defilarsi un po’ dal marasma del suo partito grazie al ruolo istituzionale appena assunto di presidente del Comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti. Ma era stato proprio lui, secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali e sinora non smentite, a telefonare a Casini, dopo avere perduto con Boccia le primarie di domenica, per chiedergli e ottenere soccorso con l’apertura del terzo forno. Si sa tuttavia che non tutti i mali vengono per nuocere. La valorizzazione così imprudente dell’alleanza con Di Pietro da parte di Bersani potrebbe indurre gli elettori moderati della Puglia ad aprire di più gli occhi, a sfuggire alla trappola di Casini, a compattarsi attorno al centrodestra, per quanto debole possa apparire a prima vista la candidatura del capogruppo regionale uscente del Pdl Rocco Palese, e a non risparmiare al Pd, dopo l’umiliazione infertagli nelle primarie da Vendola con la bocciatura di Boccia, la meritata perdita di una Regione così importante, miracolosamente conquistata cinque anni fa dalla sinistra. Ad un gruppo dirigente troppo incerto e contraddittorio, quale si rivela ogni tanto quello del Pd, una terapia d’urto potrebbe far meglio delle brioches di Casini. FRANCESCO DAMATO(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE - NO AL BURQA ANCHE IN ITALIA- Braille News 30.1.10 | |
Una volta tanto dobbiamo prendere l’esempio dai cugini francesi e introdurre al più presto nel nostro ordinamento il divieto al burqa nei luoghi pubblici. I francesi ci stanno pensando e c’è un primo orientamento favorevole di un gruppo di lavoro parlamentare. Potremmo allora cogliere l’occasione e battere sul tempo i «galletti» d’oltralpe, magari dando retta al ministro Carfagna che da mesi insiste su questo tema. Potremmo cioè mettere subito al lavoro il Parlamento, approvando una norma nel giro di pochi mesi. Pdl e Lega sembrano infatti concordi, mentre da sinistra iniziano, tanto per cambiare, a levarsi voci in dissenso. Qual è il punto che ci fa essere tanto convinti della bontà della norma? Il punto è molto semplice: tra le grandi conquiste di libertà del nostro tempo c’è il fatto che si gira per strada solo mostrando il volto, che non può essere coperto per nessuna ragione: militare, politica, religiosa o altro. A questo principio non sono ammesse deroghe proprio per il fatto che la riconoscibilità è parte integrante della persona e dell’essere cittadino. In poche parole: noi siamo la nostra faccia. Il principio è tanto più vero se declinato al femminile, poiché è di tutta evidenza che il burqa (che nulla ha a che fare con i sacri precetti dell’Islam) è uno strumento di prova della sottomissione della donna all’uomo, un certificato pubblico di inferiorità, una patente di dipendenza dal «sesso forte» che in realtà è solo arrogante e vigliacco. Questo nostro Occidente invecchiato e timoroso non può così facilmente accettare l’idea di un declino totale. Possiamo accettare quello demografico e economico, anche perché con India, Cina e grandi nazioni islamiche (Pakistan e Egitto ad esempio) non possiamo competere su questi terreni. Ma non possiamo accettare anche il declino delle idee, di quelle idee di progresso e libertà che proprio in Europa hanno trovato spazio per crescere e trionfare. Per quelle idee milioni di persone hanno perso la vita, per quelle idee vale la pena di non transigere, di non accettare compromessi. Su un punto occorre essere inflessibili: non c’è libertà collettiva che lascia da parte le libertà individuali. Per questo dobbiamo riconoscerci per strada, perché così fanno le persone libere da ogni condizionamento. Il punto centrale è nel volto, come risulta chiaro dal copricapo indossato da molte religiose cattoliche. Quel volto scoperto, soprattutto se femminile, è bandiera vivente di libertà. Rispettiamolo e difendiamolo, ricordando che nulla è meno scontato della libertà. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| LE NUOVE BR: BOMBE E CYBERTERRORISMO– Braille News 23.1.10 | |
Irriducibili. Giovani leve e veterani uniti per far risorgere la stella a cinque punte e rilanciare la lotta armata. A suon di bombe - loro l’attentato alla caserma dei parà a Livorno e il progetto di far saltare in aria il G8 - «per il comunismo». Antichi slogan per una stessa utopia trasmessa con il Dna. In carcere, infatti, è finito Manolo Morlacchi figlio di Piero, morto nel 1999, tra i fondatori con Curcio e Franceschini del gruppo terroristico Brigate Rosse.Le manette sono scattate anche per un’altra giovane leva Costantino Virgilio. Entrambi fermati a Milano sono impiegati presso un’agenzia di gestione archivio, il primo con funzioni manageriali, l’altro semplice dipendente, erano già stati indagati e avevano subìto una perquisizione domiciliare il 10 giugno scorso, quando la Digos di Roma aveva arrestato tra Roma e Genova un gruppo di presunti brigatisti. I reati contestati vanno dall’associazione eversiva alla banda armata, alla detenzione di armi. Nell’ordinanza figurano altri due indagati, Francesco Paladino e Maurizio Calia. E, come negli anni di piombo, si manifesta la solidarietà militante. Una trentina di manifestanti, tra giovani dei centri sociali di Milano ed esponenti dei gruppi anarchici, si sono radunati davanti al carcere milanese di San Vittore per esprimere solidarietà nei confronti di Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio. La svolta nelle indagini era arrivata grazie a una chiamata, partita da una cabina telefonica, intercettata a febbraio del 2007 e attribuita a Luigi Fallico. Il «corniciaio» è l’anello di congiunzione con il gruppo di Nadia Desdemona Lioce. In particolare, in una delle telefonate Fallico parlava di un attentato alla Maddalena nei giorni del G8. Oltre a Fallico, arrestato nella capitale e considerato il capo del gruppo, a giugno finirono in carcere anche Bruno Bellomonte, rappresentante di spicco dell’indipendentismo sardo, e Bernardino Vincenzi. A Genova invece a finire in manette furono Riccardo Porcile e Gianfranco Zoja. Tra gli indagati anche il fratello di Manolo, Ernesto Morlacchi. Gli uomini arrestati, secondo gli investigatori risultano legati all’organizzazione e hanno partecipato a «incontri strategici». A incastrarli, telefonate in codice per fissare appuntamenti con gli altri compagni. Nell’ordinanza firmata dal gip di Roma si sottolinea come i due arrestati avessero più volte incontrato i presunti capi dell’associazione con finalità di terrorismo già finiti in manette a giugno. Incontri documentati con telecamere e intercettazioni ambientali che hanno portato il gip a chiedere l’arresto. Entrambi, poi, erano incappati anche in alcune intercettazioni sul gruppo sgominato con l’Operazione Tramonto nel febbraio 2008. «Manolo Morlacchi - ha spiegato il dirigente della Digos di Roma, Lamberto Giannini - è entrato in contatto con Luigi Fallico. Le nostre indagini non sono partite dall\'ambiente milanese ma da quello romano. Poi abbiamo documentato la presenza di rapporti che noi e l\'autorità giudiziaria riteniamo diversi da quelli di amicizia o da contatto di tipo politico» Costantino è risultato in possesso di materiale informatico che espone i criteri e le modalità di criptazione dei documenti per «finalità eversive», una sorta di manuale di istruzioni destinato agli esponenti del gruppo, che riporta le indicazioni per l’utilizzo del pc: «una specie di codice di condotta che consigliamo ai militanti rivoluzionari», con una serie di «consigli» finalizzati a evitare controlli da parte delle forze dell’ordine. MAURIZIO PICCIRILLI(Il Tempo) | |
| BR E KAMIKAZE ALLARME TERRORISMO– Braille News 23.1.10 | |
Torna l’allarme attentato kamikaze in Italia. E stavolta è donna. La segnalazione degli investigatori parla di una «azione suicidiaria da parte di una fondamentalista islamica che potrebbe aver luogo sul territorio nazionale». Allertate forze di polizia e soprattutto presidi militari. L’obiettivo infatti potrebbe essere proprio una caserma, come lo fu la mattina del 12 ottobre, quando il libico Mohamed Game, 34 anni, regolare in Italia, fece saltare in aria un ordigno rudimentale con circa 5 chili di nitrato d’ammonio (buona parte inesploso) contro la caserma Santa Barbara di Milano. Rimase lievemente ferito un militare raggiunto da una scheggia, e seriamente colpito l’attentatore: ha perso una mano e la vista. La segnalazione è partita dalla Questura di Torino il 14 gennaio. Si parla di «ipotesi del compimento di una azione suicidiaria da parte di una fondamentalista islamica che potrebbe aver luogo sul territorio nazionale contro strutture e mezzi militari e anche contro appartenenti alle forze di polizia». La nota è circolata negli uffici come un tam tam. Probabilmente non è il primo. Dopo il fattaccio di Milano, considerato il primo attentato kamikaze in Italia, la barriera dei controlli si è alzata, fatta più fitta. Le forze di polizia passano a un setaccio più stretto gli immigrati in arrivo nel Paese. Talvolta con risultati inaspettati. Nel giugno scorso nell’area partenze internazionali dell’aeroporto di Fiumicino, per un imbarco per la Tunisia, la Digos della Questura di Roma ha fermato Essid Sami Ben Kemais, detto Saber, poi allontanato dall’Italia. Pesante il curriculum: ritenuto personaggio di spicco dell’estremismo islamico, e finito in un procedimento penale davanti al gup di Milano Clementina Forleo per un’inchiesta per associazione a delinquere con l’aggravante delle finalità di terrorismo. Gli investigatori moltiplicano l’attenzione pure sui luoghi di preghiera della Mezzaluna, badando soprattutto a quelli che spuntano come funghi in negozi e scantinati sotto il nome di centri culturali o perfino del tutto clandestini, ma che potrebbero ospitare integralisti in cerca di adepti da dirottare nei luoghi delle «guerre sante» contro l’Occidente - dall’Afghanistan all’Iraq, fino a obiettivi più ambiti Oltreoceano - o colpire nel cuore delle società «infedeli», come è avvenuto a Londra, in Spagna e a ottobre anche in Italia. E poi ci sono gli obiettivi ancora più difficili da monitorare: le cellule terroristiche fai-da-te, come per quella rappresentata dal libico Game coi suoi due complici, Mahmoud Abdelaziz Kol, idraulico, 52 anni, che lo avrebbe indottrinato, e Mohamaed Israfel, 33 anni e qualche lavoro saltuario). Una difficoltà denunciata anche dal ministro dell’interno Roberto Maroni che le ha definite «difficilmente controllabili». FABIO DI CHIO(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE -TROPPA IPOCRISIA SU CRAXI – Braille News 23.1.10 | |
Dieci anni fa moriva Bettino Craxi e oggi il giudizio su di lui è molto diverso da quello di allora. Si fa strada anche a sinistra una certa serenità d’analisi, che consente di smussare le durissime contrapposizioni degli anni ’80 e ’90. Il fenomeno sarebbe di per sé positivo, se non fosse che è inquinato dal modo tutto italiano di crocifiggere i vivi e santificare i morti. Dopo averlo venerato come un Dio in terra, inseguendolo con codazzi di "clientes" sempre più imbarazzanti, gli italiani (magari non tutti, ma certo moltissimi) lo hanno eletto tra il 1992 e il 2000 a colpevole morale e materiale di tutti i mali della Repubblica, finendo per andare oltre il segno nella direzione opposta. In realtà Craxi è stato, con pregi e difetti, uno dei protagonisti veri della politica italiana. Robusto sostenitore di una idea moderna e concreta dell’essere di sinistra, ha difeso come ha potuto la sua famiglia politica, quella socialista, in una nazione dove i comunisti sono sempre stati i cugini più numerosi, più ricchi, più potenti. Il Craxi degli anni da premier è un italiano di cui andare orgogliosi nel mondo. Il Craxi del Caf, tra l\'87 e il ’92, è un leader che troppo indulge nella corte attorno a sé e finge di non vedere l’andazzo non proprio commendevole dei finanziamenti al suo partito (in tutto uguali a quelli degli altri). I processi che lo hanno visto condannato non bastano a spiegarne la personalità. Sarebbe una scorciatoia politica e intellettuale. Craxi merita oggi quel rispetto che gli è stato negato negli ultimi anni della sua vita. Rispetto, naturalmente, non significa acritica adesione. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| A DIECI ANNI DALLA MORTE DI CRAXI MODERNIZZÒ L’ITALIA MA LA SINISTRA NON GLIELO PERDONÒ Braille News 16.1.2010 | |
Chi ha oggi venti anni troverà difficoltà a seguire quanto si scrive rievocando la scomparsa di Bettino Craxi, morto ad Hammameth, in Tunisia, alle 17 del 19 gennaio 2000. Eppure i ventenni d'oggi, ma anche quelli di domani, dovranno parlare di Craxi, perché la sua figura rappresenta un drammatico passaggio tra la fine di un secolo, il '900, e l'inizio di un altro; perché sul suo nome si sviluppa oramai da diciotto anni un'irrisolta questione di poteri all'interno delle istituzioni; perché in pochi anni la sua leadership socialista e di governo confuse prima e mise in crisi poi il più grande, influente e autorevole Partito Comunista dell'Occidente, il PCI, aprendo la strada a cambiamenti storici. La Storia, poiché è figlia della verità, è un fiume carsico che, scorrendo nascosto nelle viscere della terra, crea l'illusione dell'oblio e infine, apparendo alla luce, con gagliardia spazza via falsità, menzogne. Craxi era un figlio del Risorgimento italiano, si professava garibaldino e come tale aveva un amore senza limiti per la patria, era convintamente repubblicano, socialista e internazionalista. Non era massone, ma dei massoni si professava protettore contro chi intendeva limitarne le libertà, nello stesso tempo riuscì a firmare il nuovo Concordato con il Vaticano. Il nuovo Concordato, introducendo l'otto per mille, ha reso la Chiesa cattolica italiana non solo economicamente autosufficiente, ma soprattutto libera di esprimersi sui temi sociali e politici. Il socialismo di Bettino Craxi fu riformista, democratico, libertario. Un pugno nello stomaco della sinistra italiana conservatrice e gramsciana, culturalmente «diversa» e pubblicamente pronta a rivendicare, grazie alla sua diversità, una superiorità di governo ed etica. Accompagnando Craxi a Ginevra dal 23 al 27 novembre del 1976 assistetti al congresso di Rifondazione della Internazionale Socialista, durante il quale fu eletto presidente Willy Brandt e tra i vicepresidenti, Bettino Craxi. Craxi era stato eletto segretario del Psi soltanto il 14 luglio dello stesso anno. Un famoso corsivista dell'Unità dell'epoca, Fortebraccio, lo definiva «il signor Nulla», la Repubblica di Eugenio Scalfari, lo accusava della terribile colpa d'essere un «socialdemocratico tedesco». A Ginevra il giovane segretario, che già aveva avuto un ruolo nella vecchia Internazionale, impressionò i partiti presenti per la concreta indicazione di una strada socialista ed occidentale per uscire dalle contraddizioni imposte dalla Guerra Fredda, nell'ambito dell'alleanza occidentale basata sul rispetto dei partner. Ricordo che la sera del 26 novembre l'ex presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ospite dell'ambasciatore d'Italia e in procinto d'essere nominato — grazie allo stesso Craxi — Presidente Onorario dell'Internazionale, assieme a Nenni, ebbe parole di sincero compiacimento per il giovane segretario socialista. Compiacimento e ringraziamento per l'atteggiamento che i socialisti avevano assunto nei confronti dello scandalo Lockeed, che da scandalo democristiano divenne colpa socialdemocratica con la condanna dell'uomo forte del Psdi, Mario Tanassi. In pochi anni, passando attraverso la difesa appassionata di una scelta che assicurasse la vita all'onorevole Aldo Moro, Bettino Craxi sconfisse la politica di Compromesso Storico ideata dal segretario comunista Berlinguer e costrinse i comunisti ad affrontare il mare malmestoso della competizione alternativa di una democrazia conflittuale e non consociativa. Dopo aver impedito all\'onorevole Andreotti di rieditare un esecutivo appoggiato dai comunisti, Craxi fu incaricato il 10 luglio 1979 di formare il Governo. Sull'aereo militare che ci accompagnava a Strasburgo per la solenne inaugurazione del nuovo Parlamento europeo, per la prima volta eletto a scrutinio universale, chiesi a Craxi cosa ci aspettava. Mi rispose che l'incarico non sarebbe sfociato in un suo governo, ma che grazie alle consultazioni si poteva lasciare un progetto un po' più solido al suo successore, in attesa di una nuova occasione. E così accadde, perché alla fine delle consultazioni apparve chiaro che l'onorevole Cossiga avrebbe potuto guidare un governo Dc, Psdi, Pli, appoggiato dall'esterno dai repubblicani e dai socialisti. Il governo Cossiga durò fino ad aprile del 1980, per rinascere con una formula diversa (Dc, Psi, Pri) fino all'ottobre del 1980. L'8 maggio del 1980 morì il potente presidente della Federazione Iugoslava Tito. Il 9 maggio una delegazione nazionale presieduta da Pertini e composta fra gli altri da Craxi e Berlinguer si ritrovò all'aeroporto di Ciampino per partire e partecipare ai funerali dell'illustre capo di stato. Giunti a Ciampino trovammo Cossiga che attendeva tutti i delegati per salutarli. Dopo qualche convenevole Craxi si accorse che stava entrando nel salone Berlinguer, lo salutò e inventandosi al momento qualcosa di molto importante da dirmi, cominciò a entrare e uscire dalla sala parlandomi velocemente e impedendo a Cossiga di aprire «per caso» un incontro informale con Berlinguer, che sarebbe stato disposto a diminuire le ostilità verso il governo in cambio di un\'apertura nei confronti del suo partito. Craxi non lo permise e il secondo governo Cossiga cadde il 18 ottobre del 1980. Si è molto favoleggiato su rapporti conflittuali tra Craxi e Pertini. Craxi, invece, mi ha sempre detto che senza Pertini al Quirinale forse non sarebbe stato nominato Presidente del Consiglio, sicuramente non sarebbe restato al suo posto per quattro anni consecutivi, e, in effetti, nel 1987, dopo che da poco Cossiga era stato nominato Presidente della Repubblica, Craxi fu costretto alle dimissioni, gli fu impedito di andare alle elezioni e fu incaricato di formare un governo elettorale il senatore Fanfani. Craxi governò brillantemente. In politica estera, allargò l'Europa a Spagna, Grecia e Portogallo; fece entrare l'Italia nel G5; riaffermò con Sigonella l'importanza di un'alleanza con gli Stati Uniti basata sulla lealtà e il rispetto tra pari e riaffermò i principi collegati all'installazione degli Euro-missili, necessaria per lo schieramento missilistico antieuropeo dell'Urss; nella politica economica abbassò drasticamente l'inflazione; superò in termini macroeconomici la Gran Bretagna, portando l'Italia per la prima volta al quinto posto tra i paesi industrializzati del mondo, rilanciò il made in Italy, modernizzò l'impresa italiana; in politica interna sbaragliò definitivamente il terrorismo di sinistra, ristabilì il buon vivere nelle città e stroncò l'industria dei rapimenti. A partire dal 1989 Consigliere speciale, con rango di vice segretario generale, del segretario delle Nazioni Unite, riuscì in quella che era diventata una chimera, mettere d'accordo l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che unanimemente si espresse a favore, su un documento assai complesso che indicava diverse e modulate soluzioni all'aggravamento della crisi economica mondiale, provocata dal Debito. Ancora oggi quel pacchetto di soluzioni è di volta in volta adottato. Come Consigliere dell'Onu provvide fra l'altro alla ricostruzione del Libano (1991) a mirati interventi per la pace e lo sviluppo nei Balcani, in Medio Oriente, nel Corno d'Africa. Questo leader italiano è morto, avendo vicino solo i suoi cari, a Hammameth, essendogli stato rifiutato persino un salvacondotto per curarsi dalla malattia che lo uccise e che l'onorevole Di Pietro definì «un foruncolone». Questa «brava persona», come l'ha recentemente definito l'onorevole De Mita, è stato accusato e condannato come se fosse un ladro, essendo invece parte integrante di un sistema generale che prevedeva forme irregolari di finanziamento dei partiti. A quest'uomo che ha modernizzato l'Italia, è stato impedito di riformarla istituzionalmente. Ricordo gli incontri delle delegazioni del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, quando oramai era chiaro il fallimento del comunismo a Oriente e Occidente. Occhetto e Fassino chiedevano di non agevolare l'uscita dal partito dei miglioristi, che avevano come leader Napolitano, di non provocare le elezioni anticipate, promettevano in cambio un comune lavoro per la riedificazione di una sinistra democratica all'interno di un comune contenitore internazionale, l'Internazionale Socialista. Tornando da Berlino a bordo di un aereo privato sul quale erano ospitati Occhetto e Napolitano, Craxi mi chiese di parlare con Napolitano per convincere Occhetto a discutere con lui. Dopo qualche reticenza Occhetto si sedette vicino a Craxi, che iniziò a parlare. Occhetto guardava davanti a sé e non proferì parola. Fino a Roma. La storia dell'aggressione anche fisica e non solo giudiziaria a Craxi è nota e stranota. I comunisti pensarono davvero che una spallata giudiziaria, il cambio di nome e il silenzio sugli orrori del comunismo sarebbero stati dimenticati grazie alla supposta diversità, alla superiorità etica che faceva di Greganti un ladro in proprio e dei socialisti dei ladri professionisti. Pensarono davvero che svendere l\'Italia alla migliore finanza angloamericana sarebbe stato un salvacondotto per l'eternità. I fatti ci dicono invece che con Craxi si è amputata la democrazia in Italia e che il segretario socialista l'aveva vista lunga nel 1978 quando partendo da Proudhon e arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, aveva tracciato il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista e i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana. La modernità della sinistra, il tentativo di riformare l'Italia, sono valse per Craxi l'esilio e la morte. L\'Italia sta, però, iniziando a capire. Dopo la scomparsa del Partito Socialista, convinto che in un futuro lontano ( dieci anni) i socialisti avrebbero ripreso il loro ruolo, nei miei soggiorni a Hammameth, Bettino mi invogliava a tenere accesa «la fiammella», come quelli del Movimento Sociale, mi diceva - proprio lui che per primo aveva sdoganato nel 1983 Almirante e il suo partito. Fiducia nei giovani e tutti gli altri a casa o a far da consiglieri, suggeriva. Così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di vuol vedere. Una sola nota personale vorrei aggiungere. Io non riesco ad andare in Tunisia, perché mi si stringe il cuore. Aspetto il momento nel quale ciascuno, illuminato, incontrerà i risorti e potrò allora dire: Ciao, Bettino. GIUSEPPE SCANNI(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE- CHI HA VINTO DAVVERO A ROSARNO? Braille News 16.1.2010 | |
Le parole del presidente Napolitano sono condivisibili in tutto e per tutto: nella brutta storia di Rosarno sono venute meno legalità e solidarietà. Occorre però evitare il rischio più grosso, quello cioè di cadere vittime di una bolsa e pavida retorica buona solo per un titolo sui giornali o una frase detta al tg. È un rischio che corriamo tutti, mentre dobbiamo fare un’analisi spietata di quanto è accaduto. A nostro avviso i fatti sono più o meno andati così: la malavita locale si è stufata di avere in zona quel migliaio di immigrati pronti a tutto e ha deciso di attaccarli per far esplodere la situazione. Non a caso personaggi di spicco della ’ndrangheta sono stati autori di aggressioni agli stranieri. Perché è accaduto tutto ciò? Bisognerà cercare di scoprirlo, magari indagando sugli effetti della fine dei contributi europei alla raccolta degli agrumi. La Calabria non è terra di rivolte spontanee e popolari, men che meno se indirizzate contro una comunità violenta e disperata. La Calabria è terra di ferreo controllo da parte della malavita di tutto e tutti: chi lo nega mente o è un cretino. Ecco quindi il nocciolo della questione. Lo Stato è intervenuto con prontezza e determinazione riuscendo a disinnescare una situazione potenzialmente esplosiva. Ne va merito a tutti, a cominciare dal ministro Maroni e dalle forze dell’ordine. Ma vogliamo capire se non abbiamo finito per fare un favore alla ’ndrangheta. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| BERLUSCONI PERDONA TARTAGLIA MA C’È CHI VUOLE COLPIRLO ANCORA- Braille News 26.12.09 | |
Parole incomprensibili. Pronunciate davanti a centinaia di persone. E questo mentre da più parti, destra e sinistra, arriva la condanna piena all’aggressione a Silvio Berlusconi, mentre il premier dichiara di «aver perdonato» Massimo Tartaglia, ecco l’ennesima provocazione choc del deputato Idv Francesco Barbato: «Per ogni operaio Fiat licenziato la tiro io la statuetta in faccia a Berlusconi». Stavolta la provocazione del deputato Idv suona più come una cosa di cattivo gusto, come l’ennesimo gesto scenico di un parlamentare, Francesco Barbato, ancora sul piede di guerra verso il governo. «Per ogni operaio della Fiat buttato fuori, la tiro io in faccia la statuetta a Berlusconi». Parole chiare, nette. Dichiarazioni che stonano con il coro di condanna al gesto di Tartaglia. Nel Pd si crea subito imbarazzo, pur essendo abituati alle sortite di Barbato. Persino Antonio Di Pietro prende le distanze, dicendo «Barbato si scusi». Nel Pdl, la condanna è unanime. Barbato si è precipitato subito a correggere il tiro e in una nota ha spiegato di essere stato frainteso: «Ai lavoratori della Fiat in piazza ho detto che per ogni lavoratore licenziato criticherò duramente in Aula Berlusconi ed il governo e proseguirò nelle sede istituzionali e nelle piazze questa battaglia per la difesa del lavoro». Ma ormai la frittata era fatta e il ministro Ignazio La Russa è intervenuto definendo «pietosa» la «marcia indietro di Barbato che prima lancia il sasso (o la statuetta?) e poi nasconde la mano». Quindi l’invito a tacere «per un po’, almeno per Natale». Le parole del parlamentare Idv arrivano proprio nel giorno in cui Berlusconi, parlando a più riprese con i suoi, dice sì di aver «perdonato l’aggressore» ma sottolinea la gravità del gesto. «Avrei potuto perdere un occhio o anche peggio». Berlusconi, chiuso tra le mura di Arcore, ha davanti il rapporto della Digos: legge e rilegge quelle pagine su Tartaglia, sugli oggetti ritrovati nella sua macchina, tanto che sin dall’inizio il ministro dell’Interno ha parlato di un gesto premeditato. «Mi poteva ammazzare», ripete il premier ai suoi. Ecco perché, in una conference call con i tre coordinatori del partito (l’occasione è il rituale scambio di auguri natalizi in via dell’Umiltà) il capo del governo sottolinea l’importanza che il gesto di Tartaglia non venga sottovalutato: non deve passare il messaggio che si può andare in giro e colpire liberamente il presidente del Consiglio che rappresenta un’istituzione; il rischio è che altrimenti parta un tiro al bersaglio. Erano circa le 19 quando arriva la telefonata. Nella sala grande del partito c’erano tutti i dipendenti pidielle, il triumvirato di guida (Verdini, La Russa e Bondi), il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, alcuni responsabili di settore (tra loro Maurizio Lupi, Gregorio Fontana, Mario Valducci e Ignazio Abrignani). Berlusconi parla dell’aggressione come di «un gesto frutto del clima d’odio» di queste ultime settimane. «Io l’ho già perdonato, non porto rancore. Ma un segnale va dato: la magistratura non lasci passare il messaggio che si può colpire liberamente il premier». Stando a quanto avrebbe raccontato il premier ad alcuni fedelissimi, il segnale più giusto sarebbe quello di tenere dentro più possibile Tartaglia. La voce del premier non è ancora la stessa. Racconta chi era presente alla telefonata che ancora traspare la sua sofferenza. Alla domanda dei coordinatori di quali siano le sue condizioni il premier spiega di avere ancora «qualche problema al labbro mi da fastidio, devo aspettare che si cicatrizzi la ferita, ma - aggiunge - mi sento fortunato». Detto ciò, proprio quel gesto, sembra aver riportato lui e il Pdl sulla cresta dell’onda. Almeno stando ai sondaggi che cita: ho un gradimento personale che va oltre il 65% e il partito sfiora il 40%. Intanto, il perdono è accolto con sollievo dal padre di Tartaglia: «Sono grato al premier». GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo) | |
| D’ALEMA, UN UOMO PER TUTTE LE POLTRONE - Braille News 26.12.09 | |
Stavolta dovrebbe farcela. Il condizionale è d’obbligo, visto che Massimo D’Alema, suo malgrado, è diventato in questi quindici anni l’eterno candidato della politica italiana. Un uomo per tutte le poltrone. Forse anche per questo lunedì sera, intervistato dal Tg3, Pier Luigi Bersani alla domanda se Baffino potesse o meno diventare il presidente del Copasir (il Comitato parlamentare che «controlla» i servizi segreti) ha risposto secco: «Beh, il curriculm ce l’ha. Non c’è dubbio». E che curriculum. D’Alema è stato in corsa per qualsiasi posto dello scacchiere politico-istituzionale. E qualche volta ha perfino centrato l’obiettivo. Nel 1994, ad esempio, riuscì a diventare segretario del Pds. La «gioiosa macchina da guerra» che Achille Occhetto aveva abbandonato dopo la sconfitta shock contro Silvio Berlusconi. In realtà un referendum tra i 19.000 dirigenti centrali e locali del partito aveva consegnato le «chiavi di casa» a Walter Veltroni. Ma il Consiglio Nazionale rimise le cose a posto e Massimo diventò il lìder Maximo. Tre anni di successi (sotto la sua guida il Pds diventa, nel 1996, il primo partito nazionale) ed ecco che D’Alema viene chiamato a guidare la Bicamerale. Il flop di quell’esperienza non lo condiziona anzi, nel 1998, grazie ad Oscar Luigi Scalfaro che gli affida l’incarico e gli evita il problema di doversi confrontare con il verdetto delle urne, diventa il primo presidente del Consiglio ex comunista della storia d’Italia. L’ebbrezza di Palazzo Chigi dura fino al 25 aprile del 2000. E Baffino fa in tempo a collezionare la sua prima poltrona sfumata. Anche se solo ufficiosamente. Nel maggio del 1999, infatti, Il Foglio di Giuliano Ferrara parla di una sua possibile salita al Colle. Ma lui smentisce: «Ho un altro lavoro». Da questo momento, però, il lìder Maximo diventa il «candidato ideale». Si parla di lui, ad esempio, come leader ideale del centrosinistra in vista delle Politiche del 2001. Non se ne fa niente. Al suo posto corre Francesco Rutelli che, sfiora l’impresa, ma non riesce a fermare Berlusconi. D’Alema, dopo aver schivato una disonorevole sconfitta, si rifugia in Europa. Il 2006 è, indubbiamente, il suo annus horribilis. Il centrosinistra torna al governo con Romano Prodi e Baffino non può rimanere in un angolo, deve giocare in prima linea. Il Professore ha in mente per lui una poltrona prestigiosa: presidente della Camera. «Il candidato unico alla presidenza della Camera è Massimo D’Alema, se Prodi scegliesse Bertinotti non saremo contenti» dice il 19 aprile il deputato della Quercia Peppino Caldarola. Qualcuno si ricorda come è andata a finire? Ma il Professore è politico avveduto. Non può permettersi una maggioranza in cui il principale partito che lo sostiene è scontento. Così alza la posta in gioco. Sfumata la Camera il lìder Maximo si trova, con la benedizione di Silvio Berlusconi, in corsa per il Quirinale. «Se si riesce a trovare un’intesa - spiega il 7 maggio il numero uno dell’Udeur Clemente Mastella -, certamente auspicabile, al primo turno ci può essere un candidato. Viceversa, laddove ciò non si verificasse, evidentemente il candidato più probabile mi appare D’Alema». Il 10 maggio 2006, alla quarta votazione, Giorgio Napolitano diventa presidente della Repubblica. Massimo se la cava con una poltrona da vicepremier e una da ministro della Difesa. Un po’ come la pubblicità del Dash, due al prezzo di uno. E siamo ai giorni nostri. Il governo Prodi cade e Walter Veltroni, diventato segretario del Pd, sfida Berlusconi. La sconfitta è cocente e per l’ex sindaco di Roma inizia un calvario che lo porta, nel febbraio di quest’anno, alle dimissioni. Pier Luigi Bersani è già in corsa per la successione, ma qualcuno pensa bene di gettare nella mischia il «candidato ideale». Lui non si tira subito indietro, anzi. L’11 giugno, intervistato dalla «sua» Red Tv, spiega: «Siccome sono favorevole al ricambio della classe dirigente, il ritorno di una persona che ha già ricoperto certi ruoli va considerato come un’extrema ratio». Per fortuna non ce n’è bisogno. Così D’Alema, liberato dall’incombenza di dover guidare un partito allo sbando, può dedicarsi ad un obiettivo all’altezza della sua levatura: guidare la politica estera della Comunità europea. Mr Pesc non può che essere lui. Lo pensa il governo, lo pensa Silvio Berlusconi in persona, lo pensa il Pse che è pur sempre la «famiglia» europea del Pd. Non lo pensano Gordon Brown e un altro po’ di leader socialisti che gli preferiscono Catherine Ashton. Un inglese che, per dirla con le parole di Bersani, il curriculum sembra proprio non avercelo. Poco male. Dopo le polemiche infinite sulla sua bocciatura (con rimbalzo di responsabilità tra Bruxelles e Roma) finalmente D’Alema ha davanti a sé l’occasione del riscatto. A meno di clamorose sorprese, infatti, Baffino dovrebbe prendere il posto di Rutelli alla presidenza del Copasir. I malumori non mancano ma alcuni fedelissimi raccontano che già domenica a Cortona, in occasione della convention di «Area Democratica» (la «corrente» di Dario Franceschini), Veltroni assicurasse che la cosa andrà in porto. Il che non è certo garanzia di successo, ma visto che si tratta del «principale leader dello schieramente avverso a Baffino», è comunque un segnale. E poi D’Alema su quella poltrona conviene anche alla maggioranza. In un periodo in cui si parla di confronto e dialogo, chi potrebbe contestare un «incontro riservato» tra il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, che ha la delega ai servizi segreti, e il presidente del comitato che li controlla? Un inciucio? Forse. Ma come dice Baffino, ci sono «certi inciuci che farebbero bene al Paese». NICOLA IMBERTI(Il Tempo) | |
| CON FINI IL GIORNO DELLA PACE– Braille News 19.12.09 | |
A sera i finiani frenano: «I nodi politici restano». Anche se è assai improbabile che sarà così. L’incontro tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi non è stato un faccia a faccia qualunque. Anzi. È mattino quando Gianfranco Fini decide di cambiare programma. È atteso vicino Rovigo per un convegno. Decide di dirottarsi su Milano, ospedale San Raffaele. Va a trovare Silvio Berlusconi, l’amico Silvio. La prima immagine è quello che lo impressiona di più. Fini non si aspettava di trovare il Cavaliere così. Gonfio, choccato, giù di morale. Berlusconi lo accoglie con un «Gianfrancooo!» di sorpresa. Ma non è il solito Silvio. Ripete sempre le stessa frasi. Si danna l’anima: «Ma perché? Perché quest’odio? Perché ce l’hanno con me?». Ribadisce: «Andiamo avanti, andiamo avanti». Poi torna sull’accaduto: «Me l’aspettavo. Quando si incita all’odio è ovvio che poi qualcuno prende sul serio le parole e fa quello che ha fatto quest’uomo». Fini ascolta impietrito. Cerca di rincuorare l’amico innanzitutto. «Silvio, riposati. Devi riposare adesso». Ma il premier è scosso. Il presidente della Camera prova a tirarlo su di morale: «Silvio, ora ci sono le elezioni. Dovrai tornare a girare l’Italia». Non è il solito Berlusconi. È un Berlusconi ancora piuttosto abbattuto, come sempre capita a chi è vittima di un’aggressione. Il giorno dopo è sempre quello più brutto. C’è anche chi fa a fatica a parlare. È un Berlusconi con il labbro bendato, ha perso molto sangue la sera prima. È senza trucco e sembra anche con più anni di quelli che dimostra. Si evita di parlare di politica. È un incontro personale. Tanto personale che ad un certo punto il presidente del Consiglio e il presidente della Camera rimangono da soli. Una ventina di minuti, non ci sono testimoni. Regna il massimo riserbo. E sebbene le rispettive fonti ufficiali declassino il faccia a faccia a un incontro privato e personale è ben difficile non rendersi conto che la sua sfera non può che essere politica. I segnali di riavvicinamento tra i due nelle ultime settimane, soprattutto negli ultimi giorni, erano stati chiari. Un finiano doc come Amedeo Laboccetta era andato a trovare il Cavaliere la settimana scorsa per cercare di spiegare le ragioni del presidente della Camera. Ma forse il passo più importante è stata la visita appena mercoledì scorso di Marcello Dell’Utri all’uomo che siede sullo scranno più alto di Montecitorio e gli ha portato un libro, «L’elogio di Nerone», di cui il senatore berlusconiano aveva scritto la prefazione. Un regalo non a caso visto che Nerone è stato l’imperatore nel cui periodo di regno non vi furono guerre. Un messaggio di pace. Non a caso mentre Fini varca l’ingresso del San Raffaele, proprio Laboccetta dirama una nota: «Non ci faremo trascinare nella spirale di una nuova guerra civile, scientificamente voluta e costruita in questi ultimi 18 mesi da Di Pietro, Travaglio, Grillo, Santoro e compagni, per far saltare il Governo Berlusconi che gli italiani hanno liberamente e democraticamente scelto». Quindi aggiunge: «La nostra maturità di oggi, il nostro senso di responsabilità, il nostro amore per la civiltà del dialogo, vorrei dire la nostra saggezza, fermeranno la spirale dell’odio. E gli alfieri di questa nobile battaglia, politica e morale, di pacificazione nazionale, dovranno essere, ancora una volta, soprattutto Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini». Più tardi anche l’ultimo finiano che ancora non aveva speso una parola Berlusconi depone le armi. Spiega Fabio Granata: «Il presidente Berlusconi ha la solidarietà affettuosa di tutto il Pdl per il folle gesto subito. Alcuni commenti di esponenti dell’opposizione sono gravissimi e irresponsabili, poiché anche se il gesto di Milano è quello di un folle, nessuno può permettersi di parlare di istigazione senza determinare il rischio di emulazioni». Italo Bocchino, forse l’uomo più vicino a Berlusconi, prova a tirare le somme: «Quanto è accaduto a piazza Duomo è un fatto molto più grave rispetto alle conseguenze e dovrebbe indurre la politica tutta a cambiare atteggiamento per ritrovare quel confronto civile senza il quale si rischia il corto circuito», dichiara il vicepresidente dei deputati del Pdl in un comunicato. «Le parole di Di Pietro e Bindi sono inaccettabili in una democrazia come la nostra e questi atteggiamenti che si aggiungono al clima di odio che da mesi è stato alimentato dalla sinistra politica, giudiziaria e mediatica contro Berlusconi finiscono per armare la mano di squilibrati ed utili idioti», conclude. FABRIZIO DELL’OREFICE(IlTempo) | |
| L’INTERVENTO- ROSY CATTOLICA E VENDICATIVA– Braille News 19.12.09 | |
Suvvia Bindi, non dire così. Dire a uno che certe cose se le cerca, che in fondo è colpa anche sua, mentre ogni italiano vede lo sfregio del viso e immagina il dolore del naso e della bocca spaccate, non è fine. Non solo è poco cristiano - non ci va di fare l’omelia a nessuno tanto meno a Rosy Bindi, da sempre integerrima - ma è poco umano. Va bene, che fosti trattata non proprio da gran signore dal Berlusca all\'apice di uno scontro televisivo, ma un conto è fare o ricevere battute o battutacce, un altro è ricevere in pieno volto un affare che ti può cavare un occhio e ti spacca naso e labbra. In questi casi dire: Il clima lo crea pure lui, lui se l\'è cercata, è come dire «bravo, finalmente» a chi ha lanciato il colpo. Il fatto che il Premier non sia campione di asciuttezza o di trattenimento nelle sue esternazioni non giustifica per nulla la violenza verbale, tanto più esplosiva proprio perché più rara, di questo bindiano «se l\'è cercata». Quando uno spaccone fa di continuo lo spaccone quasi non fa più effetto. Gli si prende le misure. Invece, quando una signorina sempre nei ranghi dice una carognata allora c\'è da preoccuparsi. Perché sotto il fair-play cova un\'ira sorda. Perché sotto il tailleur morigerato cova una smodata voglia di annullare l\'avversario. La Bindi avrà pure dei buoni motivi per vedere in Berlusconi il contrario non solo di quello che lei è, ma anche di tutto quello che lei pensa a riguardo dell\'Italia, della politica, della morale etc etc. Ma la politica serve apposta perché non ci sia bisogno di dire: se lo menano è pure colpa sua, se l\'è cercata. La politica, quella con la maiuscola che la Bindi vorrebbe incarnare e predica, esiste apposta perché non escano frasi del genere, volgari, violente e imbastardite d\'odio. Frasi di guerra. Che è il contrario della politica. Che non può esser la risorsa a cui attingere dal fondo della mente poiché in politica e in democrazia si è sconfitti. Del resto, i politici dovrebbero essere attenti alle loro frasi, specie in certi momenti. E questo è uno di quei momenti. Assecondare anche solo d\'un pelo o per ira di rivincita un gesto del genere è da irresponsabili. Il gesto di un folle, dicono, non ha nessun valore politico. Può essere. Ma queste dichiarazioni velenose ce l\'hanno, eccome. Ed è un valore sinistro. Che aumenta la spirale d\'odio e di vigliaccheria nei confronti dell\'avversario politico. Che poi la Bindi, presidente di un partito, del più folto partito d\'opposizione, dica che un po\' se l\'è cercato fa persino tristemente sorridere. Perché se è solo il gesto di un pazzo, allora politicamente non significa nulla, non si è cercato un bel nulla. Se è un folle ad aver dato corpo a ciò che secondo la Bindi il nostro premier si cerca e si merita, allora cosa vuol dire, Signora, che l\'unica opposizione possibile è follia? Oppure significa che Berlusconi è stato colpito, che so, come fu per John Lennon, per una pazzia che mette a repentaglio la vita delle star. E allora Berlsuconi è come John Lennon. La sua frase, signora Bindi, logicamente non vuol dire niente. E politicamente vuol dire che lei è in confusione. Insomma, un capolavoro. A furia di capolavori del genere, la opposizione, che pure servirebbe in una grande democrazia come la nostra, può realizzare il suo capolavoro assoluto: non riuscire ad andare mai al governo. Nell\'odio all\'avversario alligna infatti una logica da opposizione assoluta e permanente. Tipica di chi magari si sente paladino morale contro il potere - che son gli altri a gestire male, mai lei - che non sa cosa significa governare, politicamente e per via di dibattito, un paese difficile. DAVIDE RONDONI(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE- DI PIETRO FA FINTA DI NON CAPIRE– Braille News 19.12.09 | |
Antonio Di Pietro in una breve dichiarazione al Tg3 ha detto così: «C’è un clima di allarme sociale. Di gente che sta sui campanili, sui tetti, dentro le fabbriche e nelle piazze. E io ho sempre detto che le colpe di questa disperazione sociale sono di questo governo». Ecco un esempio di affermazione brutale e senza possibilità di replica, di quelle che fanno a coriandoli la verità e l’onestà intellettuale. Le scelte del governo sono spesso criticabili e giustamente lo fa con forza chi sta all’opposizione. Ma aver perso le elezioni non significa buttare il cervello a mare, lasciando la lingua libera di esprimersi senza guida. La politica economica del governo può non essere apprezzata, ma è impossibile negare lo sforzo di Tremonti di tenere i conti in ordine, l’ampio finanziamento della cassa integrazione, l’origine tutta internazionale della crisi dell’ultimo biennio. Quando il Presidente Napolitano richiama tutti a cambiare toni coglie perfettamente nel segno. Molti dovrebbero ascoltarlo e mettere in pratica le sue parole. Anche Antonio Di Pietro dovrebbe farlo. Accadrà? Ne dubitiamo. Ma la speranza è l’ultima a morire. (IlTempo) | |
| IL FATTO - BERLUSCONI POTEVA MORIRE– Braille News 19.12.09 | |
«Ha rischiato di essere ucciso». Roberto Maroni, ministro dell’Interno, non ha dubbi: Silvio Berlusconi è vivo per miracolo. Un miracolo grazie al cielo, ma certamente non grazie ai responsabili dell’ordine pubblico. L’aggressore infatti poteva essere fermato. Il ministro dell’Interno in Prefettura a Milano ha assolto la gestione della piazza da parte delle forze dell’ordine, ma ecco arrivare due testimonianze che gettano ombre pesanti sul grave episodio di cui è rimasto vittima il premier. Striscia la Notizia ha mandato in onda il racconto di due fratelli che domenica sera si trovavano casualmente in Piazza Duomo a Milano dove si stava svolgendo il comizio per il tesseramento del Pdl, presenziato da Berlusconi. Tra la folla avrebbero sentito i commenti di Massimo Tartaglia che minacciava un’aggressione. «Abbiamo notato una persona che era in piedi vicino allo stand del Pdl», affermano ai microfoni di Striscia gli intervistati, «la quale, agitata, parlava di Berlusconi dicendo che lo stava aspettando. Era una frase palesemente minacciosa e lasciava intendere che era uno squilibrato mentale. La sera poi lo abbiamo riconosciuto nelle riprese delle notizie in televisione». I fratelli, insospettiti, avrebbero raggiunto una pattuglia nelle vicinanze: «Abbiamo deciso di informare una pattuglia della Polizia che sostava davanti alla Galleria di Piazza Duomo». Il poliziotto, però, impegnato in una conversazione telefonica, li avrebbe liquidati dicendo: «Chiamate il 113». I due testimoni aggiungono: «Ci saremmo aspettati per lo meno un controllo e probabilmente quello che è accaduto si sarebbe potuto evitare». E sull’apparente negligenza la questura di Milano sta procedendo a tutti gli accertamenti necessari per identificare i due cittadini intervistati e riferire all’autorità giudiziaria anche l’identità del poliziotto con cui i due avrebbero parlato. Quanto accaduto ci è valso anche l’ironia del ministro degli Esteri iracheno, Hoshyar Zebari, che dopo aver espresso ferma condanna per l’atto criminale e odioso che ha colpito il presidente del Consiglio ha commentato: «Abbiamo visto che neppure a Milano o a Roma gli apparati riescono a garantire una sicurezza totale». Non si è evitato quello che i servizi di intelligence avevano tra l’altro comunicato in una loro informativa. «Il Presidente del Consiglio, in ragione della sua esposizione mediatica, avrebbe potuto essere oggetto di contestazioni in occasione di eventi pubblici con il rischio di azioni violente da parte di mitomani isolati difficilmente individuabili in sede preventiva», spiegavano con accuratezza i nostri 007. Un rapporto che fotografava un clima di contrapposizione che, prima o poi, avrebbe spinto un disgraziato a compiere un gesto sconsiderato. Ma ci si è preoccupati più dei rischi connessi con le minacce terroristiche: i servizi segreti però non hanno stilato nessun rapporto particolare sui rischi di questo tipo. Certamente la questione sicurezza del premier sarà affrontata al massimo livello. La prima misura è di un maggior controllo dei «movimenti» del premier troppo spesso sottratti ai «motivi di sicurezza» dallo stesso Berlusconi. Riviste le estemporanee passeggiate, soprattutto nel modus operandi che dovrà vedere una maggiore presenza della scorta personale affiancata da un cordone di agenti e carabinieri che devono fare muro verso la folla. Massimo Tartaglia ha preso la mira come si vede dalle immagini televisive, un sguardo esperto lo avrebbe dovuto individuare. Così non è stato con le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. L’aggressione mette a fuoco un altro rischio che è già sotto la lente degli investigatori. Il prendere forza di quel sentimento di odio contro Berlusconi che dalle parole è passato ai fatti. Le scritte di Livorno: «Berlusconi io non un ceffone, ti uccidevo» e le frasi di minaccia sul web rischiano di reclutare un esercito di cecchini pronti a colpire. Improvvisati ma sempre pericolosi.
MAURIZIO PICCIRILLI(Il Tempo) | |
| LA PARTITA TRUCCATA DEL PD- Braille News 12.12.09 | |
Il governo non è il solo beneficiario della piazza viola di San Giovanni a Roma, frettolosamente scambiata sabato scorso da Pier Luigi Bersani per "l’orizzonte del tramonto" di Silvio Berlusconi. A trarne benefici e insperati vantaggi saranno anche Pier Ferdinando Casini e Francesco Rutelli con il partito destinato probabilmente a nascere da una fusione tra l’Udc dell’ex presidente della Camera e la neonata Alleanza per l’Italia dell’ex sindaco di Roma. All’una e all’altra infatti si sono affrettati a guardare, per confluirvi o per predisporsi a farlo, parlamentari ed altri esponenti del Pd delusi del mancato coraggio del nuovo segretario di sottrarsi sino in fondo all’assedio di Antonio Di Pietro e delle altre componenti del massimalismo giustizialista. Dopo avere coltivato l’illusione di potersi in qualche modo collegare ai malumori e alle insofferenze di Gianfranco Fini per togliere in prospettiva uomini e voti al maggiore partito di governo, Casini e Rutelli possono ora nutrire più realisticamente la speranza di crescere ai danni del maggiore partito d’opposizione. Che è condannato dalle contraddizioni e dalle incertezze del suo nuovo segretario a perdere voti e truppe a destra in misura maggiore di quanto potrà mai recuperarne a sinistra, dove Di Pietro è cresciuto come un giunco grazie all’acqua fornitagli in poco più di un anno e mezzo proprio dal Pd. Bersani si è messo nella imbarazzante situazione di non poter seriamente spiegare a Di Pietro, e al direttore della Repubblica, il rifiuto di un’adesione formale e di una sua partecipazione diretta al triviale raduno antiberlusconiano di sabato scorso, e di non poter seriamente spiegare agli avversari di Di Pietro l’adesione sostanziale avvenuta con la presenza di non pochi dirigenti del partito. Fra i quali c’erano addirittura la presidente Rosy Bindi, decisasi a mescolarsi ai manifestanti dopo essersi consultata con Bersani, e il capogruppo della Camera Franceschini: sì, proprio lui, che lo aveva sfidato nella corsa alla segreteria e ne era stato nettamente sconfitto sia nelle votazioni fra gli iscritti sia nelle elezioni primarie del 25 ottobre. Con una ingenuità che non fa francamente onore alla sua non improvvisata né breve militanza politica Bersani ha avuto il coraggio di rivendicare il merito di non aver fatto "come in Cecoslovacchia negli anni Cinquanta", quelli cioè dello stalinismo, mandando per le strade di Roma, con Di Pietro e compagni, "una delegazione" del suo partito. Che invece c’era, eccome, ben visibile e riconoscibile, per le persone e le cariche che abbiamo già ricordate. Alle quali ora Bersani vorrebbe far credere ch’egli non dà alcun peso, come se avesse distribuito ruoli e gradi per gioco: una cosa peraltro offensiva anche per gli interessati. Che curiosamente avrebbero ora il diritto di reclamare le scuse. Ma naturalmente non lo faranno perché partecipi anch’essi di una partita miseramente truccata. FRANCESCO DAMATO(IL Tempo) | |
| IL MONDO CATTOLICO CHE NON C’È- Braille News 12.12.09 | |
Quella se ne va, l’altro resta, o forse no. potrebbe sembrare una puntata del Grande fratello con quelli che restano o no nella casa di vetro. E invece è la situazione dei cattolici nel Pd o via dal Pd. O forse nemmeno. Ecco, caro Bersani, se mi ascolti, prova a pensare a questo, se ancora non l’hai fatto. Probabilmente i termini della presenza dei cattolici (e del loro voto) nel Pd non sono molto legati a questo andirivieni di persone con su l’etichetta di "esponente cattolico". Non solo perché tale etichetta a volte non indica se non una magari valorosissima ma isolata caratteristica e non molti di tali esponenti rappresentano poco più che se stessi. Il fatto è che probabilmente i cattolici che guardano alla politica sono per così dire più evoluti del dibattito che li riguarderebbe. Certo, ci sono questioni attinenti alla concezione antropologica a cui sono sensibili e che nelle discussioni su pillola, biotestamento etc entrano in gioco. Ma su tali questioni ormai si è capito benissimo che le convinzioni sono trasversali agli schieramenti, e la chiesa da tempo non dà cambiali in bianco a nessun partito o coalizione. E non sarà dunque appellandosi a tali questioni che si potrà giustificare a priori l’appartenenza a uno schieramento. Semmai sono altre questioni, apparentemente meno roboanti, ma certo decisive per la presenza sociale e culturale dei cattolici e dunque per il Paese, visto il contributo che essi hanno dato e daranno. Caro Bersani, le conosci, ti sei trovato da politico e da amministratore a conoscerle e ad affrontarle. Faccende come il riconoscimento del valore pubblico della scuola non statale e di tante attività solidali e caritative, la sussidiarietà finalmente applicata in molti dei campi in cui anche il governo dei centrodestra s’è fatto di nebbia. Sono faccende che interessano molta parte del cosiddetto mondo cattolico almeno quanto i dibattiti utili a formarsi una decisione di coscienza su problemi etici. L’espressione mondo cattolico è da bandire. Non esiste il cristianesimo, esistono i cristiani, diceva un grande pensatore. È comodo (ma sbagliato) pensare ai cattolici come a una vaga, gassosa e informe galassia di cui intercettare i voti. Non esiste il mondo cattolico, esistono i cattolici, uniti sulle verità di fede e sulla speranza. Poi una buona parte dei questi impegnati in associazioni, opere, parrocchie, in realtà anche di grande rilevanza si aspetta non posti di potere per qualcuno, ma un Pd più attento al loro contributo sociale. DAVIDE RONDONI(IL Tempo) | |
| I PENTITI, LA MAFIA E BERLUSCONI- Braille News 5.12.09 | |
Chi si aspettava clamorose novità dalla deposizione che il "pentito" Gaspare Spatuzza è stato chiamato a fare al processo d\'appello contro il senatore Marcello Dell\'Utri è rimasto deluso. Nonostante la sfrenata fantasia di questi "pentiti", Spatuzza non sa molto di più di quanto ha già detto e risulta da centinaia di pagine di verbali di interrogatori, ha aspettato quindici anni a dirlo e ci ha messo più di un anno prima di dettarlo a verbale: e cioè che un giorno di gennaio del '94 avrebbe saputo da uno dei fratelli Graviano, mentre bivaccavano a un tavolo del caffè Doney a via Veneto a Roma e preparavano l'ultima strage (poi fallita), si sarebbe concluso "l\'accordo" con "quello di Canale 5" (che sarebbe Silvio Berlusconi) e mercè i buoni uffici del "paesano vivente a Milano" (che sarebbe Marcello Dell'Utri). E da quel momento, gli avrebbe detto Graviano, Cosa Nostra "aveva l'Italia nelle mani". E se Spatuzza, dopo averci pensato quindici anni e averci messo un anno a dettarlo a verbale, non ha trovato niente altro da dire ai magistrati di quattro procure, sarebbe stato molto difficile che inventasse quaqlcosa di nuovo e di eclatante. E quello che ha detto sinora, nonostante il fracasso mediatico che se ne è fatto, è un po' poco per spedire un avviso di garanzia come mandanti delle stragi a Berlusconi e a Dell'Utri, anche perché nel processo a Marcello Dell'Utri, nel corso di questi tredici anni che sono passati dalla richiesta di rinvio a giudizio (22 ottobre 1996), se proprio fosse servito un pretesto per incriminare Berlusconi e Dell'Utri per strage, si è accumulato ben altro della chiacchierata tra Graviano e Spatuzza nel corso della loro dolce vita stragista a via Veneto. Sarebbe bastato un "pentito" di ben altro spessore mafioso(nel senso gerarchico) di Spatuzza, quel Salvatore Cancemi, il cui pentimento era come "una vite arrugginita che si svita lentamente" (come disse per giustificare i ritardi dei suoi ricordi) e che il 18 febbraio del 1994, ben quindici anni fa e sette mesi dopo essersi "consegnato" spontaneamente ai carabinieri della caserma Carini di Palermo, rivelò alla dottoressa Ilda Boccassini, il sostituto distaccato da Milano a Caltanissetta per indagare sulla strage di Capaci, di aver saputo da Raffaele Ganci che "Salvatore Riina aveva avuto un incontro con persone importanti prima che venisse ucciso il giudice Falcone". Sul momento Cancemi, incalzato dalla Boccassini, ribadì più volte che Ganci non gli aveva fatto il nome delle "persone importanti" che avevano incontrato Riina e di "non averne saputo né in quella occasione né successivamente i nominativi". Non senza però anticipare, nello stesso interrogatorio, una sua "intuizione" a proposito del "pizzo" che la Fininvest avrebbe pagato alla mafia per proteggere le antenne che trasmettevano i programmi delle sue televisioni in Sicilia: "Non credo che il pagamento di quella somma annuale di 200 milioni costituiva una specie di pizzo- detta a verbale Cancemi - c\'era qualcosa in più, lo avevo intuito perfettamente... e ci fu una consegna di danaro anche due mesi prima dell\'attentato al giudice Falcone a Capaci". Esibito per anni dai pm in tutti i più importanti processi di mafia, Cancemi a ogni processo ha fatto un piccolo passo in avanti fino al processo "Borsellino ter" per la strage di via D'Amelio del 1999, dove quella lontana "intuizione" partecipata alla Boccassini diventa una "deduzione logica": posto che in quella specie di pizzo c'era qualcosa di più di un'estorsione per le antenne della televisione, e che la consegna del denaro era avvenuta anche prima della strage di Falcone (ma anche dopo, tra la strage di Falcone e quella di Borsellino) e che ormai Riina andava dicendo che aveva 'nte manu", nelle mani, Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi, e che prima della strage di Capaci aveva incontrato 'persone importanti', queste persone - dichiara Cancemi - non potevano che essere state che Dell'Utri e Berlusconi", i quali evidentemente oltre che dargli il denaro, gli avevano detto anche che farne, magari comprare il tritolo per far saltare in aria Giovanni Falcone. È già molto più delle chiacchiere al Caffè Doney tra Graviano e Spatuzza, e siamo a dieci anni fa, e i magistrati ci credono (il pm del processo Borsellino ter dirà nella sua requisitoria che ciò che racconta Cancemi "è sufficientemente provato"), e magari di un avviso di reato per strage a Berlusconi e Dell\'Utri si sarebbe potuto cominciare a parlare con più fondamento che non le chiacchiere di Spatuzza, ma il botto finale esploderà nell'udienza del 14 giugno 2000, quando la "vite arrugginita"del pentimento di Cancemi fa l'ultimo giro e Cancemi si ricorda, a sei anni di distanza da quella mattina in cui aveva bussato alla porta della caserma Carini, che prima della strage di Capaci c\'era stata una riunione della Cupola e che lui era presente e aveva sentito con le proprie orecchie Totò Riina fare i nomi: Dell'Utri e Berlusconi, aveva detto proprio così il capo di Cosa Nostra, dobbiamo fare qualcosa per loro,fare scendere da cavallo questi che hanno comandato finora a Roma e al loro posto far salire Berlusconi. Fu quel giorno che, contemporaneamente alla notizia dell'ultima rivelazione di Cancemi, diventato ormai "testimone oculare" (e non chiacchierando a via Veneto a Roma,al caffè Doney,ma a Palermo,e chiacchierando con Riina), batterono anche la notizia di Marcello Dell'Utri e Silvio Berlusconi iscritti nel registro degli indagati per il reato di strage (e l'iscrizione risaliva al 1998). Sono passati quasi dieci anni. L'avviso di reato a Berlusconi e a Dell'Utri per strage non è mai arrivato, e l'inchiesta per strage contro Berlusconi e Dell'Utri è stata archiviata già sette anni fa. Nel decreto di archiviazione il gip scrive che le dichiarazioni di Cancemi, tutte le sue dichiarazioni, l'intuizione, la deduzione, la testimonianza oculare, la vite prima arruginita e poi svitata sono "anguillose". Perché "anguilloso",così ha scritto il gip,si è rivelato il "pentito" Salvatore Cancemi, dal movimento simile a quello delle anguille: cioè tortuoso, viscido, inafferrabile. A Cancemi molti tribunali, nei processi a cui l'hanno accreditato tanti pm creduloni,non hanno nemmeno riconosciuto gli sconti di pena previsti dalla legge sui collaboratori di giustizia,e anzi è l'unico tra centinaia di "pentiti"che in un processo è stato persino condannato all\'ergastolo. E con questa motivazione: "Salvatore Cancemi è assolutamente inattendibile per la sua verosimile attitudine al mendacio e al calcolo utilitaristico nel rivelare ciò che più può essere conveniente per accreditarsi dinanzi all'autorità giudiziaria". E dopo sette anni dall'archiviazione delle menzogne di Cancemi è comparso questo Spatuzza, l'imbianchino pentito e redento, anguilloso, tortuoso,inafferrabile più ancora di Cancemi, che almeno non raccontava di chiacchiere al Caffè di via Veneto su accordi misteriosi per consegnare l'Italia nelle mani di Cosa Nostra ma spiava e orecchiava il capo di Cosa Nostra nel covo della mafia a Palermo e riferiva di finanziamenti e di incontri ad alto livello. Come è possibile aver archiviato con quelle sprezzanti motivazioni le sia pure apparentemente circostanziate rivelazioni di Cancemi, uomo vicinissimo a Riina, e accreditare, sette anni dopo quella archiviazione, fino a far riaprire il processo a Dell'Utri le vaghe chiacchiere da bar dell'imbianchino dei Graviano?E stimolare tutto questo fracasso mediatico nell'attesa della deposizione del 4 dicembre? E questo lo chiamano riaprire le indagini sulle stragi?Questo solo si preannuncia per il 4 dicembre,un altro clamoroso,forse definitivo fallimento dei professionisti dell\'Antimafia. LINO JANNUZZI(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE- SVIZZERA CHIAMA ITALIA - Braille News 5.12.09 | |
Il voto svizzero sui minareti esprime perfettamente l’inquietudine che attraversa l’Europa intera. Viviamo in un continente vecchio, ricco ed impaurito, che si confronta ogni giorno con milioni d’immigrati ormai indispensabili nella vita di ogni giorno ma anche innegabile fonte di attriti e ansie. In realtà il processo d’integrazione sta andando molto meglio di quanto appare, finendo per riuscire anche nell’impresa di creare nuove generazioni di islamici europei pienamente coinvolti nel sistema democratico e liberale. Proprio per questo possiamo dire che il voto svizzero non ha senso. E proprio per questo diciamo che non va esaltato politicamente, come invece tende a fare la Lega. Se però contestiamo chi si esprime come gli svizzeri sui minareti dobbiamo evitare di finire preda di un approccio «salottiero» alle questioni d’immigrazione. Occorre infatti un’abilissima gestione politica del fenomeno per rassicurare la tanta gente preoccupata. C’è chi perde lavoro, c’è chi vede cambiare la composizione delle classi scolastiche, c’è chi osserva con ansia i mutamenti nel quartiere o nel condominio. Queste inquietudini non possono restare senza risposta per due ottimi motivi. Il primo è che sono ansie comprensibili e spesso giustificate. Il secondo è che non ci possiamo permettere la nascita di un vero partito xenofobo, il cui radicamento potenziale è tutt’altro che impensabile. Meglio prevenire che curare. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| BERSANI RIPARTE DELL’USATO SICURO- Braille News 28.11.09 | |
Il suo motto è «nel partito c’è bisogno di tutti». Naturale quindi che Pier Luigi Bersani, nel dar vita all’organigramma del Pd, abbia cercato di non escludere nessuno. Ma proprio nessuno. Anche a costo di «riesumare» nomi che fanno già bella mostra di sé nei libri di storia. Certo nella segreteria, composta da 6 uomini e 6 donne, l’età media è di 41 anni, ma quando si dà uno sguardo ai presidenti dei forum (i vecchi dipartimenti ndr), la musica cambia decisamente. E comunque anche i «giovani» non sono proprio delle novità assolute visto che, tra gli altri, spiccano i più stretti collaboratori di Massimo D’Alema (Matteo Orfini), Enrico Letta (Marco Meloni) e Vincenzo Visco (Stefano Fassina). Il tutto senza dimenticare la ferrea lottizzazione degli organigrammi tra le varie correnti e il fatto che il coordinatore della segreteria sarà Maurizio Migliavacca. Uno che nella vita ha fatto il coordinatore della segreteria dei Democratici di Sinistra, nonché il responsabile organizzazione dei Ds e del Pd. Non è un caso, quindi, che Bersani parli di «giovani sperimentati» sottolineando come, attorno a loro, «c’è l’aiuto, se volete la protezione, di persone più esperte, perché c’è bisogno di tutti, ma la ruota deve girare». La domanda a questo punto sorge spontanea: da che parte? Già perché a scorrere l’elenco presentato dal segretario sembra proprio che la ruota sia girata, ma all’indietro. Qualche esempio? Anzitutto la carica dei soliti noti. Piero Fassino si occuperà di Esteri, Paolo Gentiloni di Informazione e Tecnologia, Livia Turco di Immigrazione (Giorgio Napolitano, che con lei firmò una legge sul tema nel lontano 1998, era un po’ impegnato a fare il presidente della Repubblica), Giuseppe Fioroni di Welfare. Due ex «giovani promesse» si occuperanno invece di Giustizia (Andrea Orlando già portavoce del Pd di Walter Veltroni e Dario Franceschini) e del Centro Studi (Gianni Cuperlo già segretario della Fgci nel 1988). Mai veri pezzi da novanta scendono in campo su Lavoro, Riforma del sistema radiotelevisivo, Riforma dello Stato. Di quest’ultimo aspetto si occuperà Luciano Violante «tornato di moda» dopo che la maggioranza ha detto di voler partire dalla bozza che porta il suo nome per riformare le istituzioni. La tv, invece, toccherà a Carlo Rognoni, classe 1942, ed ex membro del Cda Rai tra il 2005 e il 2008. Mentre per il Lavoro Bersani si è affidato all’usato sicuro puntando su Emilio Gabaglio. Ai troppo giovani che non sapessero chi è basterà citare un dato: è stato presidente delle Acli dal 1969 al 1972. Troppo vecchio? Tranquilli con lui collaborerà Pierre Carniti, classe 1936, segretario generale della Cisl dal 1979 al 1985. Il nuovo che avanza. (Il Tempo) | |
| FINI E IL SECOLO DELL’UNITÀ- Braille News 28.11.09 | |
Sulla carta non potrebbero esserci due giornali più distanti come "Il Secolo", quotidiano che si dichiara "nel Pdl", già organo ufficiale prima del Movimento Sociale e poi di Alleanza Nazionale, e "l’Unità", che ricorda orgogliosamente ogni giorno sotto la sua testata ai lettori comunisti, post-comunisti o come diavolo vogliono sentirsi definire, di essere stata "fondata da Antonio Gramsci nel 1924". Da qualche tempo due giornali storicamente, direi geneticamente così diversi non condividono solo la circostanza di essere diretti da due donne: Concita De Gregorio all’Unità, proveniente da "la Repubblica", e Flavia Perina al Secolo, deputata prima di Alleanza Nazionale e ora del Popolo della Libertà. In comune adesso essi anche una dichiarata simpatia per il presidente della Camera Gianfranco Fini: un sentimento non certamente nuovo per la Perina, che l’ostenta ogni volta che può, inedito per l’altra, che nell’esprimerlo si fa aiutare ogni tanto da qualche firma, diciamo così, più corposa e accreditata della sua nell’ambiente di riferimento del Pci e sigle successive. Venerdì scorso, 20 novembre, è uscito sull’Unità, in terza pagina, sotto il titolo "Fascino sottile" un elogio di Fini scritto, anzi composto, da Lidia Ravera, famosa per "I porci con le ali" e per tanti altri libri dei quali va giustamente orgogliosa. Eccone il testo integrale: "Se Gianfranco Fini fosse una donna, sarebbe una che "devi guardarla due volte". Non una "ficona", non una bellezza classica, di quelle che "ti si smoscia per l’ansia". Ma neppure "una che piuttosto me lo taglio". Guardata due o più volte, Fini sarebbe "una che quasi quasi, sai che ti dico, una bottarella gliela darei. Perché ha un suo fascinaccio longilineo. E una misteriosa serietà. Nel disordine estetico del Parlamento, fra pancette sedentarie e bocche sguaiate, la sua compostezza pensosa è elegante. Il naso, importante, non deve il suo sviluppo al caso. È lo sbocco, per così dire, esterno di un’attitudine esercitata con maestria: fiutare l’aria. Analizzarne le componenti, regolarsi di conseguenza. Se fosse una donna, Fini sarebbe una "casalinga ispirata". Di quelle che quando c’è da fare un po’ di pulizia, lo capiscono prima degli altri. E buttano tutto per aria". La Ravera ha probabilmente trovato di "compostezza pensosa" ed "elegante" anche lo sdoganamento di parole come "paraculo" e "stronzo" fatto il giorno dopo da Fini in un incontro pubblico che ha giustamente fatto rumore. La scrittrice deciderà, magari, di mandargli anche in regalo con una bella dedica uno dei suoi libri forse meno conosciuti ma più adatto all’ammirata esplorazione che sta facendo del presidente della Camera. Il suo titolo è: "In fondo a sinistra". Dove si potrebbe anche trovare la paradossale fusione di due testate in una chiamata "Il Secolo dell’Unità", o viceversa. FRANCESCO DAMATO(Il Tempo) | |
| BRACCIO DI FERRO SULLA GIUSTIZIA- Braille News 28.11.09 | |
L’iter parlamentare del disegno di legge per i processi brevi è iniziato. In un clima ancora pieno di polemiche e tensioni. Schifani e Mancino invitano i due schieramenti ad «abbassare i toni» in modo da rendere la discussione costruttiva. Contemporaneamente, il Csm mette in guardia dall’impatto «rischioso» del ddl sui processi, e Berlusconi continua a pensare se intervenire pubblicamente. Il clima resta teso. Da qui l’invito di Renato Schifani, presidente del Senato, e Nicola Mancino, numero due del Csm, ad «abbassare i toni», e pensare seriamente ad un confronto tra gli schieramenti. Giustizia, nel Pdl, «ora è questa la priorità», tutto il resto può attendere. Si aspettano così le decisioni del partito, su come si intenda procedere con il ddl sul «processo breve». Intanto, il ddl Gasparri-Quagliariello è incardinato a Palazzo Madama. Il tutto avviene in commissione Giustizia in modo rapido e veloce. Il senatore Giuseppe Valentino (Pdl) legge in meno di un quarto d’ora la relazione e poi si decide di rinviare per la discussione generale alla prossima settimana. Berselli aveva anticipato in un’intervista che sul ddl che fissa a sei anni la durata massima di un processo le audizioni non sarebbero state necessarie. «Ma i passaggi formali vanno rispettati - incalza D’Alia - e a decidere come andare avanti con l’esame del provvedimento di solito non è il presidente della commissione, bensì l’intero ufficio di presidenza». Ma Pdl e Lega non hanno nessuna intenzione di perdere tempo. In via dell’Umiltà si continua a lavorare. Si pensa a un testo da portare al vaglio dell’ufficio di presidenza, compreso alcune modifiche eventualmente necessarie per superare il vaglio di costituzionalità ed evitare malumori nella maggioranza. L’input che arriva in primis dal presidente del Consiglio continua ad essere sempre lo stesso, «non perdere tempo». Come si intuisce dalla previsione di Berselli: «Il Senato voterà il testo entro Natale», assicura. Così la Consulta Giustizia del Pdl si riunisce con gli alleati del Carroccio per fare il punto sugli emendamenti da presentare, che non saranno tanti, assicura Berselli, ma ci saranno. Il baillamme continua e le polemiche aumentano. Il Csm mette in guardia sull’impatto del ddl sul processo breve sui procedimenti penali, calcolabile secondo le toghe in un numero «sopra il 10% e fino al 40% nelle realtà più difficili», come Palermo o Reggio Calabria. Nella discussione generale, il primo ad inserirsi chiedendo ai due schieramenti di placare gli animi è Mancino, sottolineando come il confronto c’è solo se vi sono proposte precise. Un appello rilanciato subito dopo dal presidente del Senato, pur «non volendo entrare nel merito» di un provvedimento presentato in Senato, ma occorre «abbassare i toni» e «fare delle proposte costruttive». Berlusconi, rientrato dal suo tour in Arabia continua a meditare sulla possibilità di intervenire pubblicamente per spiegare al Paese le ragioni del governo. I tempi e i modi, spiega chi ha parlato con lui, sono ancora incerti. Una delle ipotesi continua ad essere quella di un intervento al Senato. Possibilità condizionata dall’atteggiamento che il Pd deciderà di assumere sul testo. Se il clima dovesse essere incandescente, il presidente del Consiglio potrebbe attendere il via libera del Senato entro dicembre e poi illustrare in tv il provvedimento. GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo) | |
| IL COMPUTER DI BRENDA COMINCIA A PARLARE- Braille News 28.11.09 | |
Credeva di aver acquistato la «solita» cocaina. Quella che consumava e vendeva ai transessuali della Cassia. Invece l’ultima volta gli avrebbero venduto cocaina mischiata a eroina. Ecco cosa è emerso dai nuovi esami tossicologici eseguiti dalla procura di Roma che vuole far luce sulla morte del pusher Gianguarino Cafasso, deceduto lo scorso 12 settembre nell’hotel «Romulus» sulla via Salaria mentre era in compagnia della trans Jennifer. «Ero lì con lui quando ha cominciato a sniffare cocaina. L’abbiamo assaggiata, ma io ho sentito subito che era amara e non l’ho più voluta. Non mi piaceva», ha detto il transessuale che frequentava lo spacciatore deceduto. Si sarebbe trattato, dunque, di «speedball», un mix di cocaina ed eroina, e forse anche sostanze anestetiche, a uccidere Cafasso in appena tre minuti. Il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, titolare dell’inchiesta sullo scandalo Marrazzo e sull’incendio in casa di Brenda in via Due Ponti 180, crede quindi che dietro la cessione di droga a «Rino» ci posssa essere stata la volontà di uccidere un testimone, o un attore chiave, dell’affaire Marrazzo. Lo «spedball» è una droga subdola, che inizialmente provoca l’eccitazione della cocaina, ma che in seguito viene soppiantata dall’oppiaceo che porta a crisi respiratorie e, anche, al soffocamento nel sonno. Quella droga, comunque, Cafasso l’ha acquistata da un nordafricano, secondo quanto riferito da Jennifer, che in realtà si chiama Adriano Da Motta. Prima però di poter parlare di una regia «occulta» dietro la morta del pusher, la magistratura romana vuole attendere i risultati definitivi degli accertamenti sul computer sequestrato nell’abitazione di Brenda. In base ai primi esami, è emerso che il trans Brenda aveva cancellato centinaia di file che aveva nel pc, ma gli esperti della procura sono riusciti a ritrovare ugualmente nell’hard disk gli stessi file. Potrebbero essere fotografie che Brenda ha cancellato perché aveva paura, come ha dichiarato alcuni giorni prima di morire. Oppure filmati che ritraevano personaggi famosi, come Piero Marrazzo: potrebbe contenere anche il secondo video del governatore del Lazio con il trans Michelly, che ora si troverebbe a Parigi. Ora tutti questi file, estrapolati dal disco rigido del computer trovato in casa di Brenda, saranno trasferiti dagli esperti su un cd e poi saranno esaminati e valutati dai magistrati romani. Elementi di novità sono attesi anche dall’esito degli esami tossicologici sul corpo del trans e dai test della Scientifica sul borsone di abiti che si trovava accanto al letto, dietro al quale è partito l’incendio nella casa che si è trasformato in una camera a gas. Questi sono accertamenti utili per verificare con certezza se si sia trattato di incidente o di omicidio. «Lavoreremo per restituire a Brenda dignità e giustizia, quella che spetta a ogni persona indipendentemente dal suo status», hanno dichiarato gli avvocati Nicodemo Gentile e Valter Biscotti, i legali del transessuale trovato morto il 20 novembre scorso in via Due Ponti. «Penso che mio figlio sia stato ricattato e messo in mezzo», ha detto la madre del pusher, Laura Cafasso. E ancora: «Penso che mio figlio sia finito in una vicenda più grande di lui, non credo sia stato capace di architettare queste cose, non aveva così tante amicizie. Solo da pochi mesi era a Roma. Qualcuno può essersi servito di lui, ma non ho alcun sospetto». AUGUSTO PARBONI(Il Tempo) | |
| L’INTERVENTO I FALCHI VOLANO ANCHE ATTORNO AL QUIRINALE– 21.11.09 Braille News | |
Falchi e colombe non volteggiano solo nei partiti ma ora anche al Quirinale, dove Giorgio Napolitano ci aveva invece abituati a immaginare solo colombe con i suoi lodevoli e ripetuti appelli, rivolti in tutte le direzioni, a smorzare i toni, a dialogare, a confrontarsi costruttivamente, a pensare all’interesse generale e non alle momentanee convenienze di parte. Ho intravisto falchi anche attorno al presidente della Repubblica leggendo il 10 novembre scorso sul Corriere della Sera, sotto il titolo "I dubbi del Colle e una firma non scontata", un articolo di Marzio Breda dedicato alle prospettive del disegno di legge poi presentato al Senato dai capigruppo della maggioranza per fissare finalmente un termine vincolante ai troppo lunghi processi italiani. Dai quali sono già derivate tante condanne e multe europee. Breda, che segue da anni per il maggiore giornale italiano eventi ed umori del Quirinale, anticipando spesso i sì e i no del capo dello Stato, prospettava quel giorno una forma inedita, e francamente inquietante, di rifiuto di promulgazione di una legge da parte di Napolitano. Che pure aveva tenuto personalmente a spiegare qualche settimana prima ad un cittadino che gli aveva contestato per strada la firma apposta al cosiddetto scudo fiscale: "Avrei dovuto promulgarlo per forza se lo avessi rimandato alle Camere e queste lo avessero nuovamente approvato". Qualche falchetto deve avere poi sussurrato qualcosa di diverso all’orecchio del capo dello Stato se il quirinalista del Corriere, adeguatamente informato sulla possibilità di "uno scontro tra poteri senza precedenti", ha così scritto della nuova legge che tanto indigna l’opposizione: "In dottrina si discute se il presidente della Repubblica non potrebbe - e si ritiene appunto che potrebbe - rifiutare la controfirma e sollevare un conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta", cioè davanti alla Corte Costituzionale. Dove certo non si muore dalla voglia di assecondare le scelte legislative di questa maggioranza. Per quanto il quadro minacciato nell’articolo di Breda fosse riferito, in particolare, all’ipotesi in cui la nuova legge finisse anche per contemplare il diritto delle quattro maggiori cariche istituzionali, sinora assente dal testo all’esame del Senato, di fare svolgere solo a Roma "per competenza funzionale" i processi a loro carico, vista la sospensione preclusa di recente dai giudici costituzionali, sarebbe bene che i falchi e i falchetti in volo anche sul Colle si leggessero meglio l’articolo 74 della Costituzione. Esso dice: "Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione. Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata". Deve, quindi, senza possibilità di trovare altri ostacoli al Quirinale. FRANCESCO DAMATO(Il Tempo) | |
| STOP AI FALCHI SERVONO LE COLOMBE – 21.11.09 Braille News | |
Dopo la sentenza negativa sul Lodo Alfano la maggioranza di governo è entrata in una palese crisi di nervi, mentre cento voci e mille timori si accavallano nel Piccolo Mondo Antico che popola i palazzi del potere. Fermo restando che è facile parlare col senno di poi, occorre dire che la strategia sin qui seguita è sbagliata che più sbagliata non si può. Ciò va precisato sotto tre profili almeno, che qui proponiamo. In primo luogo è sbagliato affrontare (vale anche per il ddl appena presentato) le questioni di giustizia con provvedimenti concepiti per risolvere i problemi del premier. Essi infatti si rivelano inefficaci da anni, per il semplice fatto che nel match delle «regolette» saranno sempre i giudici a vincere. Ciò che serve è ben altro, cioè una robusta (e costituzionale) riforma che ripristini, magari in forma rivista e corretta, i giusti equilibri tra politica e giustizia, saltati nella convulsa stagione di Tangentopoli. Su questo punto ha detto parole giuste Casini e lo stesso ha fatto Fini. Su questo punto il Pd di Bersani potrebbe essere portato ad un serio tavolo di confronto. Il secondo grave errore è quello di drammatizzare il dibattito interno ed in particolare l’atteggiamento di Fini. Tra bordate giornalistiche (Feltri e Il Giornale) e accuse varie si butta sul personale una vicenda che invece deve essere lasciata sul piano della politica, dove la fedeltà non si misura come nelle storie d’amore. In terzo luogo si continua da mesi a trascurare la vera (ed unica) via d’uscita da questa situazione, che è quella di mettere al centro del dibattito un’agenda di governo capace di sfornare una novità «forte» alla settimana, imponendo così a tutti (giornali compresi) di inseguire anziché anticipare. Fisco, Grandi Opere, Federalismo, Lavoro, Istruzione, Cultura. Ci sono potenti riforme a costo zero che darebbero al governo la forza di cacciare in un angolo le questioni di giustizia, lasciandole ad un confronto parlamentare da rendere, questo sì, celere e non lento. Si dirà: come può tutto questo conciliarsi con il pericolo di una condanna (di primo grado) in arrivo per il premier? La risposta non è semplice, ma di certo la strategia sin qui seguita non ha prodotto risultati buoni, quindi occorre cambiare. Quanto poi all’ipotesi delle elezioni anticipate, diciamo sinceramente che una maggioranza tanto ampia e votata da nemmeno due anni deve pensarci mille volte prima di «implodere», poiché non sarebbe affatto semplice da spiegare agli italiani. Si troverebbe in difficoltà lo stesso Berlusconi, ben oltre la comprensibile ostilità del capo dello Stato. Egli infatti dovrebbe chiedere elezioni per causa interna alla maggioranza, finendo così per certificarne la crisi. Ma dovrebbe poi riproporre agli elettori la stessa coalizione, magari senza Fini, chiedendo un voto (di fatto) contro i magistrati. Azzardato? Certamente sì. Risolutivo? Quasi certamente no. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| VENT’ANNI DOPO LA CADUTA DEL MURO BERLINO CUORE D’EUROPA– 14.11.09 Braille News | |
Dieci anni fa Berlino era la città che aspirava a diventare la capitale d’Europa. Si accingeva a celebrare il decennale della caduta del muro di Berlino in una crescita tumultuosa. Travolta nel sogno irrefrenabile di diventare al più presto la locomotiva del Continente, la capitale della Germania riunificata fece della festa del 9 novembre ’99 qualcosa di più di una semplice festa. Fu una esibizione di forza. Il Reichstag appena restaurato per mano di sir Norman Foster, i più grandi architetti chiamati a concorrere a rifare la Postdamer platz, la grande vittima urbanistica del muro. La piazza era il luogo dei caffè letterari degli anni ’20, il Muro la tagliò a metà portandola alla depressione, quindi all’abbandono. Infine il segno della nuova era, della rinascita. Il decennale dunque fu un piccolo Expo. Una sfida aperta alle altre capitali europee. Si pensava di trasferire la sede della Borsa tedesca da Francoforte a Berlino perché questa voleva scippare a Londra la leadership delle capitali finanziarie. Le porte aperte agli artisti per prendere a Parigi la corona della città della pittura e della scultura, il versante turistico per far concorrenza a Roma. Due lustri dopo, tutto è cambiato. Le celebrazioni del ventennale sono in un circolo chiuso. Un piccolo spazio della città quello attorno alla porta di Brandeburgo è interessato dalla «festa». Il resto assiste sonnacchioso. Con distacco germanico, forse anche infastidita dal traffico provocato tutto intorno al zentrum. «Quella lì? È la celebrazione delle autorità», dice Claudia Bomke, del pub Holzburm, in Osnabrukerstasse. Girando nel quartiere a ovest, non si vede un poster celebrativo. Non un gadget. Non un souvenir. Niente di niente. Se venti anni fa l’Europa fece a gara per arrivare fin qui per venire a vedere quel momento storico, per picconare il simbolo della divisione e per riportare a casa un pezzo di Muro, un brandello, una scheggia oggi è tutto diverso. Non c’è nemmeno una maglietta celebrativa. Niente. Niente di niente. E anche Mark, il tassista, anche lui era a Ovest quel giorno di venti anni fa, non fa salti di gioia: «Chissà quanto la nostra vita è cambiata». Fa freddo a Berlino. Una pioggerellina gelata accompagna questo 9 novembre. Gruppi di scolaresche dalla mattina affollano il grande domino che corre lungo il percorso dell’allora muro e che sarà fatto «crollare» in serata. Tutto è molto sobrio. Tutto è prussianamente sobrio. Una celebrazione non collettiva ma intimista. Ognuno ricorda il suo muro, la sua riunificazione. Ognuno porta fin qui il suo personale ricordo. Non c’è un momento cumulativo, unificante. È più unificante l’hot dog, il grande wurstel venduto in mezzo al pane a cui nessun tedesco riesce a dire di no. I chioschetti addossati lungo il muro fatto di domino che vengono presi d’assalto. A sera la celebrazione assomiglia più a una festa di paese. La musica tipica, i panini, l’immancabile birra. Non mancano i dolci, il grande pane nero tedesco, le patate fritte e l’odore di grasso che viene fuori da questi piccoli chalet messi apposta per sfamare i tanti che arrivano. E proprio davanti alla stazione di Postdamer è stata costruita una mini pista da sci, come si volesse esorcizzare la retorica del palco eretto poco più avanti, alla porta di Brandeburgo. «È stato il risultato di una lunga storia di oppressione e della lotta contro questa oppressione», dice Angela Merkel, la cancelliera venuta dall’Est. Prendono la parola i rappresentanti delle Nazioni che liberarono Berlino dal Nazismo: il russo Medvedev, il francese Sarkozy, l’americana Clinton (ma non è voluto mancare Obama che ha mandato un video), l’inglese Brown. Ma è la stessa Merkel a ricordare come la stessa riunificazione resti «incompiuta», a sottolineare come ad Est ci sia ancora un tasso di disoccupazione doppio rispetto all’Ovest. È uno squarcio alle solite frasi di circostanza alle quali un po’ tutti di lasciano andare. In fin dei conti è una festa. Una festa della libertà. Che ha i suoi momenti irrinunciabili come quando i tasselli del finto muro cominciano a venire giù, uno dopo l’altro, tra i festeggiamenti dei ragazzi che sono voluti rimanere qui nonostante il tempaccio. E furono proprio i ragazzi, i ventenni, a scalare il Muro, a violare il Muro quella sera dell’89. È una festa popolare. Forse è la prima vera festa popolare europea visto che a ciondolare tra il pubblico ci sono tante parlate, tante lingue diverse che si intrecciano, tanti italiani. E forse Berlino non ha più questa necessità di battersi per dimostrare di poter essere la capitale d’Europa perché in un certo qual modo già lo è, ha acquisito quel ruolo o sente di averlo già acquisito. FABRIZIO DELL’OREFICE(Il Tempo) | |
| IL FATTO - DOPO 19 ANNI UN PROCESSO PER VIA POMA– 14.11.09 Braille News | |
La svolta. A diciannove anni di distanza l’inchiesta giudiziaria sull’omicidio di Simonetta Cesaroni scrive sul fascicolo di rinvio a giudizio il nome di un presunto assassino. Raniero Busco, 44 anni, una moglie e due figli, in quel 1990 era il fidanzato di Simonetta. A incastrare l’uomo le tracce di Dna trovate sul reggiseno della vittima. Una prova che i carabinieri e i magistrati ritengono inconfutabile ma un po’ fragile nel contesto di quell’omicidio. Via Poma 2, 7 agosto 1990. In un ufficio al secondo piano un ragazza di 21 anni Simonetta Cesaroni viene trovata uccisa: sul corpo seminudo numerose tracce di ferite inferte con uno stiletto. Fu, in quell’estate di una Roma semideserta, un delitto subito sotto i riflettori. Indagini mediatiche di cronisti sulle tracce dell’omicida. «Giallo» e «mistero» erano i sostantivi più gettonati nelle cronache del tempo. Ma subito apparve chiaro che qualcosa in quella storia non quadrava. Troppe reticenze, da parte della famiglia della vittima e dal suo datore di lavoro. Da parte del portiere dello stabile di Via Poma: Pietrino Vanacore, con il suo viso enigmatico, i suoi precedenti oscuri. I condomini così sfuggenti: assillati da un’altra morte rimasta oscura, quella della pensionata Renata Moscatelli, avvenuta in quello stesso palazzo, alla scala «E» sei anni prima. Delitto insoluto e con qualche «analogia» con l’omicidio di Simonetta. La scena del crimine non fu «congelata» come si usa fare oggi che le regole investigative sono dettate dalla scienza. Troppa gente passeggiò in quell’ufficio distaccato dell’Associazione degli alberghi della gioventù. E qualche dato importante probabilmente fu «inquinato». Quel corpo senza vita di Simonetta così innaturalmente disteso a gambe e braccia divaricate destò subito non pochi dubbi negli investigatori: tutto troppo studiato. E ancora. Il pantacollant sparito. Gli slip scomparsi. Solo un top e il reggiseno che oggi «inchioda» Busco. Ma il ragazzo rintracciato quella notte dalla squadra mobile ammise subito un rapporto intimo la sera prima, il 6 agosto, che giustificherebbe quelle tracce sul reggiseno, e anche i litigi degli ultimi tempi tra lui e Simonetta. Brusco fu subito messo nella lista nera e scandagliata la sua vita nelle ultime ventiquattr’ore. Non fu trovato nulla che lo collocasse sul luogo del delitto. Simonetta morì per un colpo alla nuca: l’assassino le ha sbattuto la testa sul pavimento e più volte colpita con schiaffi e pugni. Non subì violenza carnale. L’assassino ha infierito con 29 stilettate in parte inferte al pube e sui seni quando la giovane era già morta. Se fossero state inferte quando era ancora viva gli schizzi avrebbero inondato la stanza. Quella stanza così linda. Le tracce di sangue sparite anche sotto il corpo di Simonetta. Lavate con cura e gli stracci anch’essi detersi e immacolati nel bagno dell’ufficio. Un lavoro accurato come solo una persona che lo fa d’abitudine sa fare. Tutto lindo, tranne qualche piccolissima traccia che però non svelerà elementi utili a individuare l’assassino. Il sangue era quello della vittima. La pulizia della stanza, le reticenze, il fatto che avesse la chiave dell’ufficio, mise nel mirino degli investigatori il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore. Ma il suo alibi, quello scontrino del ferramenta, potrebbe dare una chiave di lettura diversa. Vanacore infatti quel pomeriggio, quando al secondo piano nell’ufficio dell’Aig, viene uccisa Simonetta, compra un seghetto circolare. È il suo alibi quello che lo farà uscire prima di prigione, poi dall’inchiesta. Un seghetto circolare come quello usato dagli anatomopatologi. Gli strani intrecci con i servizi segreti che tirano dentro l’inchiesta Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle che in quel palazzo abitava. Ma anche lui verrà prosciolto nel corso delle indagini. Poi spariscono le prove. Ma è solo il disordine che regna nel Palazzo di Giustizia e gli indumenti di Simonetta Cesaroni vengono recuperati all’istituto di Medicina legale di Roma in tempo perché consentano di repertare una traccia di Dna. Nel frattempo, siamo nel 2004, Salvatore Volponi, il datore di lavoro di Simonetta, che però ignorava in quale ufficio lavorasse la ragazza, affida a un libro la sua verità e rivela che Simonetta aveva confidato a una sua nipote che «aveva conosciuto un nuovo ragazzo». Un dettaglio non da poco ma rivelato dopo 14 anni. Tanto per aggiungere mistero a mistero. MAURIZIO PICCIRILLI(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE - IL CARDINALE BAGNASCO HA RAGIONE – 14.11.09 Braille News | |
Se il cardinale Bagnasco chiede "disarmo" ai partiti avvitati in polemiche senza fine vuole dire che siamo vicini al punto di non ritorno. Stiamo ai fatti e dimentichiamo le chiacchiere. La sinistra ha come collante da quindici anni a questa parte l’avversità feroce a Silvio Berlusconi, spesso classificabile come odio. La destra oggi al governo mostra ogni giorno mille litigiose crepe. E ci fermiamo qui per carità di patria. A tutto questo andazzo occorre mettere uno stop definitivo. L’orribile 2009, l’anno delle lenzuola e delle fotografie nei bagni di casa del premier spacciate come scoop giornalistico, l’anno del caso Marrazzo e dell’"utilizzatore finale", deve essere archiviato, aprendo una stagione finalmente virtuosa. Bersani può essere una risorsa in questo senso, così come un buon segnale sarebbe D’Alema ministro degli Esteri dell’Ue sostenuto da Berlusconi. Il Pdl però deve prendere l’iniziativa. Deve essere un grande partito, non una caserma (ha ragione Fini) capace di sereno e leale consenso verso Berlusconi, per consentirgli di mettere mano al rilancio forte dell\'agenda di governo. Ora serve una soluzione dignitosa per evitare il corto circuito giudiziario e poi si passi all’azione. Veleni, gossip e polemiche da quattro soldi fanno sicuramente vendere qualche copia in più a questo o quel giornale, ma fanno danni incalcolabili alla nazione. Chi non lo capisce (o fa finta di non capire) è un irresponsabile. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE - GIUSTIZIA, L’AMBIGUO SCONTRO– Braille News 7.11.09 | |
È un peccato che l\'ottimo articolo di Panebianco sul tema delle riforme sia viziato dal pessimismo dovuto alla sua conoscenza del mondo politico italiano e della quasi insormontabile difficoltà di collegamento tra i due poli. Oggi non si deve essere remissivi; occorre, piuttosto, contribuire a trovare la strada per avviare un effettivo processo di riforme condivise, sia riguardo alla giustizia, sia riguardo alla forma di governo. Ciò tanto più per quanto concerne la giustizia la cui riforma è oggi ineludibile. Non è più accettabile, infatti, che il sistema dei rapporti tra i poteri dello Stato ed in particolare la piena autonomia dei due poteri -parlamento e governo-, la cui rappresentatività deriva dalle scelte del corpo elettorale, continuino ad essere condizionati dall\'irruzione sulla scena politica del potere giudiziario. Un potere che non doveva esistere avendo la Costituzione precisato che la magistratura è solo un "ordine" composto da giudici dotati di piena indipendenza e non strutturati in maniera piramidale. Né è più accettabile che la totale indipendenza garantita al P.M. si sia trasformata in uno spazio di assoluto arbitrio sulla scelta delle iniziative cui dare priorità spesso nei confronti di componenti dei due poteri rappresentativi. Tanto più che questi ultimi sono letteralmente indifesi dopo che sono state quasi del tutto eliminate le prerogative parlamentari e dopo che sono stati annullati dalla Corte i Lodi Schifani ed Alfano diretti a tutelare, almeno, le più alte cariche dello Stato. D\'altronde, la riforma dovrebbe essere facilitata dal fatto che le rotture del sistema della giustizia possono essere corrette senza ricorrere a leggi costituzionali. Infatti quello che occorre non è modificare la Costituzione bensì fare tornare la giustizia nell\'alveo della Costituzione stessa. Il che significa che il nodo da affrontare riguarda l\'interpretazione della Costituzione in quanto è attraverso un\'interpretazione abnorme delle disposizioni costituzionali sulla giustizia che si è pervenuti oggi alla rottura del disegno voluto dai Costituenti. Ed è proprio perché si tratta di un problema di interpretazione che ha ragione Panebianco quando afferma che uno degli attori principali è quella maggioranza di costituzionalisti di sinistra che difendono e pretendono conservare la scorretta interpretazione della Costituzione che ha fatto deragliare la giustizia italiana. Sarebbe importante tuttavia che il noto editorialista valorizzasse quella consistente minoranza di costituzionalisti che si oppone a questo malandato status quo. Sarebbe bene fare sapere che vi sono iniziative importanti, come quelle della rivista "Percorsi costituzionali", nata nell\'ambito della Fondazione Magna Charta. Una rivista di alta qualificazione scientifica sulla quale scrivono i tanti costituzionalisti che parlano fuori dal coro e il cui ultimo numero è tutto incentrato sui problemi della giustizia e sulle ragioni della riforma. Un numero ricco di prospettive alle quali ha voluto partecipare anche Violante. Ma la colpa è anche della politica. Infatti, è vero che il PD, difficilmente vorrà accordarsi col governo per una riforma della giustizia che non abbia l\'assenso dell\'Associazione Nazionale Magistrati. Ma questa è una grave responsabilità che esso si assume. Dovrebbe, infatti, tenere presente che anche se il centrodestra smetterà di proporre riforme pensate dagli avvocati di Berlusconi e presenterà una riforma esclusivamente mirata a tornare alla Costituzione e a garantire le istituzioni democratiche contro gli interventi del potere giudiziario, i magistrati si opporranno comunque, come è sempre avvenuto in precedenza. Ma non è l\'opposizione preconcetta della magistratura che può vincolare un partito che si vuole proporre per la governabilità. Ciò in quanto una siffatta riforma non è contro la magistratura ma è per la Costituzione; ciò in quanto una siffatta riforma non è contro la magistratura ma è una riforma contro la quale si schiera la Magistratura; ciò in quanto una riforma che vuole restaurare la Costituzione dovrebbe essere voluta dall\'intera classe politica. ACHILLE CHIAPPETTI(Il Tempo) | |
| IL FATTO - L’EUROPA CACCIA IL CROCIFISSO DALLE AULE – Braille News 7.11.09 | |
Ma sì togliamolo di mezzo Cristo. Diamo ragione a quesi palloni gonfiati della Corte che per prima cosa nel dover sentenziare di queste materie colpiscono ancora lui, il più debole, il più villaneggiato, il più sputacchiato e martoriato tra le divinità (e tra gli uomini). Diamo ragione a quel giudice italiano che colà siede rimpinzato dal pubblico stipendio, mister Z, propagatore di cinismo intellettuale superpagato, e togliamolo di mezzo Cristo. Da fastidio. Ha sempre dato fastidio. E per carità, sì per la carità che diceva bruciare Paolo, per la carità d\'amare Lui, non difendiamolo come se fosse un soprammobile caro, un ricordo della zia, un cimelio di stato. Come se fosse più o meno come il ritratto di Napoletano. Caviamolo, il crocefisso. Estirpiamolo ancora dalle nostre mura, da davanti ai nostri occhi. E\' scandaloso, fa impressione. E\' diseducativo. Un dio che non sta al suo posto, che sarebbe in cielo e così sia, un dio che viene a morire come un cane per amore degli uomini, di me, del mio sacco di difetti o peccati o impotenze d\'amare o per amore dei miei desideri, sì, da scandalo. L\'ha sempre dato agli scribi e farisei di un tribunalicchio di provincia come era a Gerusalemme duemila anni fa, figurati se non fa lo stesso con \'sti soloni togati e pagati della Corte dei Diritti dell\'Uomo (uh quante maiuscole!) del fantasma chiamato Europa. Caviamo lo scandalo d\'esser paese cristiano -con poca, tanta fede, o fede così così- paese segnato dall\'aver abbracciato la croce, d\'aver pianto con Lui per ogni nostro dolore e gioito con Lui per ogni nostra resurrezione. Caviamo questo scandalo italiano da davanti agli occhiali di tartaruga e d\'oro dei signori giurati europei, dei nuovi Caifa e Anna, dei nuovi nulla seduti sui loro ben pagati scranni. Per difendere i diritti, dicono. Certo, i diritti di chi gli pare a loro. Mica di quelli che magari senza crocefisso non voglion vivere. Che i diritti non sono mica uguali, lo san bene i signori furbi della Corte. Per difendere uno cosa importa se si offendono in milioni ? Loro, mandati lì da nessuna elezione ma dall\'amicizia con questo o quel potentùcolo di turno, decidono. Sulla base dell\'astrazione, non del diritto. Perché certo nel loro diritto non pesa niente il fatto secolare di una storia, di una cultura, di riti, di linguaggi. No, conta solo l\'astrazione dell\'individuo da opporre o anteporre ad altri individui. saranno soddisfatti mister Z e i suoi eleganti colleghi. Hanno sferrato un bello sputo in viso ancora a Lui, che da sempre li fa arrabbiare. Gli hanno ricordato che da fastidio. E allora dico sì, leviamolo. Cominciamo di nuovo a segnarlo a graffiarlo sui muri il crocefisso, a disegnarlo in forma di pesce, di altro perché non lo riconoscano gli occhialuti signori della corte. Io, cristiano, dico leviamolo il crocefisso. Facciamo come fece Cristo di fronte al Sinedrio. Non rispose, non stette a perder tempo con chi voleva già condannarlo. Si fece levare di torno, per splendere sanguinante e bellissimo d\'amore per sempre davanti agli occhi di tutti. I giudici si illuderanno di aver salvato la convivenza, che invece di fronte al nulla che stanno creando finirà per strappare via rabbiosamente tutti i simboli, tutti i parlamenti, tutte le corti e tutte le loro stesse panciute sicurezze di diritto. Lasciamo che mister Z dorma il suo sonno beato di ideologo travestito da giudice vincitore. Il suo sonno della ragione. DAVIDE RONDONI(Il Tempo) | |
| RIECCO GIANFRANCO IL PDL SCOPRE CHE FINI AVEVA RAGIONE- Braille News 31.10.09 | |
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I l Pdl riscopre Fini. All'improvviso. Dopo averlo attaccato, criticato, anche denigrato e sotto sotto un po' insultato e deriso. Al presidente della Camera sono arrivate anche telefonate inaspettate, anche da parte di big del partito che pubblicamente avevano espresso riserve nei suoi confronti.
Che succede? Sono impazziti nel Pdl? È rinsavito Fini? Niente di tutto ciò, o forse un po' di tutto. L'estate è trascorsa con un Fini su di giri, che sembrava aver preso di mira essenzialmente il suo partito, il partito di cui è cofondatore. E Il Tempo è stato tra i primi giornali a stigmatizzare questo comportamento soprattutto perchè i toni sono apparsi, e per certi versi lo erano, eccessivi. Persino un comico come Maurizio Crozza è arrivato a candidarlo alla guida del Pd. Di sicuro Silvio Berlusconi s'è convinto, o peggio è stato convinto, a credere che il suo ex vicepresidente del Consiglio avesse un disegno preciso: aspettare la sua caduta, magari agevolarla, e aspettare poi un incarico per formare un governo tecnico, governissimo o qualcosa di simile con l\'appoggio anche di fuoriusciti del Pdl, Udc e Pd. Il tutto agevolato dalla bocciatura del lodo Alfano che, di tutte le indiscrezioni, s\'è rivelata l\'unica ad avere un fondamento. Il festival del complottismo è finito solo quando Fini ha chiarito in modo inequivocabile che lui si muove dentro il Pdl e che comunque non pensa a una successione di Berlusconi se non con il suo accordo. La sua era piuttosto aspirazione a porre temi nel dibattito, desiderio di vedere regole all\'interno del partito, sogno di costruire un\'anima, un\'identità al Pdl. Depurate le asprezze e le incertezze e le incomprensioni di settembre è rimasta la politica. E la politica è essenzialmente una richiesta forte: non si può avere un partito fermo, immobile, imbolsito. Peggio, un Pdl che va a traino. A chi gli ha parlato il presidente della Camera ha spiegato: «Bisogna che la nave recuperi una sua rotta». E la nave ovviamente è il governo, che negli ultimi mesi sembra non avere più un\'agenda, sembra aver dimenticato il programma. Fini aveva posto anche un\'altra questione che è stata sottovalutata. E cioè che in una coalizione non è pensabile che il partito che ne rappresenta l\'80percento vada a rimorchio della forza che ne costituisce appena il 20. Insomma, non è pensabile che il Pdl se si muove è solo per andare a traino della Lega.
FABRIZIO DELL\'OREFICE(Il Tempo)
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| NIENTE VICEPREMIER ORA TREMONTI VACILLA- Braille News 31.10.09 | |
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Per la prima volta il premier non ha voluto portare da solo il peso della scelta di dire no ad una richiesta politica del titolare di via XX settembre, sostenuto dalla Lega. Il coordinamento del Pdl lo ha appoggiato nel dire che la politica economica deve coniugare rigore e sviluppo come prevede il programma di governo e che non è questo il momento delle fughe in avanti. Il tutto dopo una serie di incontri, faccia a faccia, pranzi e riunioni. Da quando è tornato dalla Russia praticamente Berlusconi non ha fatto altro, nel tentativo di trovare la quadra. Ma stavolta, è chiaro, il premier non cede. Neanche davanti alla possibiltà di dimissioni da parte del titolare di via XX settembre. «Ora sbrigatevela voi - avrebbe detto il Cavaliere ai tre coordinatori del Pdl incontrati ier ad Arcore -. E se Giulio dovesse andare avanti con la storia delle dimissioni un altro da mettere al suo posto lo troviamo». Tremonti torna così in bilico: è arrabbiato per come si sono messe le cose. Pensa a quale possa essere a questo punto la contromossa politica, ma ci pensa Bossi a frenarlo dal fare qualsiasi gesto di protesta. In questo momento, secondo il senatur, c\'è solo da stare fermi.
La riunione con Verdini, La Russa e Bondi è stata convocata da Berlusconi per dare forma plastica ad una nuova fase di gestione collegiale delle scelte, di coinvolgimento pieno del Pdl e dei suoi organismi dirigenti nelle politiche del governo, a partire da quelle economiche. Un incontro durato oltre tre ore, in cui a quanto pare si è voluto slegare le tensioni di questi giorni da ogni personalismo. A una nota ufficiale del triumvirato di guida il premier ha affidato il compito di ribadire la linea \"condivisa\" del governo: politica di rigore nei conti pubblici, come vuole Tremonti, ma al tempo stesso sostegno alla ripresa economica attraverso il rispetto del programma elettorale, e dunque con la riduzione delle tasse a cominciare dall\'Irap. E per questo nei prossimi giorni la «collegialità» tanto invocata nel Pdl, a cominciare da Gianfranco Fini che ha sempre messo in guardia Berlusconi dal rapporto troppo stretto con la Lega fino a concedergli la \"golden share\" dell\'alleanza, diventerà realtà: si riunirà l\'ufficio di presidenza (forse giovedì prossimo) e verranno consultati i gruppi parlamentari, per discutere delle scelte politiche, della linea economica e anche delle Regionali. Con la convinzione che a nessuno convenga tirare la corda fino al punto di far saltare il banco. Prima del vertice il leader della Lega aveva apertamente appoggiato la \"promozione\" di Tremonti a vice premier, rassicurando al tempo stesso che questo non significherebbe il \"commissariamento\" di Berlusconi. Ma in realtà, è il ragionamento che si svolge a via dell\'Umiltà, è per l\'accoppiata Veneto-Piemonte che il Carroccio sta giocando la vera partita. Alzando la posta su Tremonti per poi ottenere la seconda regione. D\'altronde, che il ministro dell\'Economia possa assurgere al rango di vice premier è ipotesi esclusa da tutti nel Pdl: negli ultimi giorni, non c\'è ministro pidiellino che non abbia rilasciato una dichiarazione in questo senso. Così come non è poi detto che Tremonti abbia in mente il vice premierato, tantomeno che - non ottenendo la promozione - scattino automaticamente le dimissioni.
GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo)
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| VOGLIAMO PARTITI FORTI E GRANDI- Braille News 31.10.09 | |
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Le fibrillazioni che attraversano Pdl e Pd sono fisiologiche e riguardano due partiti che hanno meno di 24 mesi di vita ciascuno. In verità sono assai più devastanti quelle a sinistra, come testimoniato dalle parole di Francesco Rutelli diffuse quando ancora non erano disponibili i risultati finali del voto nei gazebo. Vogliamo qui dire con chiarezza che il nostro sistema ha bisogno di tutto meno che di veder rinascere la moltitudine di formazioni del recente passato. Abbiamo invece bisogno dell'esatto contrario, cioè di una sorta di «educazione» politica, volta a far passare un concetto semplice e decisivo: ci servono pochissimi partiti, da contare sulle dita di una mano, capaci di ospitare al proprio interno anime diverse. Frammentazione e legge elettorale proporzionale sono i veri artefici del nostro debito pubblico abnorme e sono i tutori di una partitocrazia francamente eccessiva. Quello schema è fallito e non deve più ghermire la nazione. L\'intuizione di Veltroni e la pronta risposta di Berlusconi ci hanno portato ad una legislatura con cinque partiti in Parlamento. È una conquista, a patto di saperla riempire di contenuti (aspetto trascurato negli ultimi mesi). La sfida è battagliare «dentro» i partiti, non cercando ogni buona occasione per scomporli. Ecco perchè chiediamo a Berlusconi e Bersani di rilanciare la politica, quella con la P maiuscola. Nelle due case c\'è ampio spazio per il dissenso, che non vuole dire confusione.
ROBERTO ARDITTI(Il Tempo)
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| LA SINISTRA INCOLLATA ALLE POLTRONE - Braille News 31.10.09 | 2009-11-02 5:16:27 PM |
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Nel Lazio non si andrà subito al voto. Si concluderà la legislatura: marzo 2010. Lo stabilisce il governo con intervento ad hoc per evitare sprechi e giorni di assenza aggiuntivi per i ragazzi che seguono le lezioni nelle scuole sedi di seggio. Alle 7 e 30 di lunedì Piero Marrazzo si è presentato al pronto soccorso del policlinico Gemelli. È stato visitato e i medici hanno riscontrato un «forte stato di stress psicofisico». Marrazzo ha rimesso anche il mandato di commissario di governo per la Sanità. L\'ha fatto con una lettera al premier Berlusconi mentre il vice Montino ha telefonato al sottosegretario Letta. Poi il governatore è tornato a casa, insieme con la moglie Roberta che in questi giorni non l\'ha mai lasciato. Nonostante alcuni abbiano raccontato storie diverse. Chi l\'ha visto o ci ha parlato al telefono ha mostrato preoccupazione: «Lo trovo molto e seriamente provato - ha detto Montino - Le sue condizioni mi preoccupano. Spero che possa riprendere a lavorare e lo sforzo che dobbiamo fare tutti è lasciare a lui la gestione di questo momento. Non c\'è più necessità di accanimento per una persona che ormai, di fatto, è un cittadino come un altro».
Sempre lunedì c\'è stata anche la prima Giunta senza presidente. Montino ha teso la mano all\'opposizione: «Siamo disponibili a un percorso di condivisione - ha detto - trovando la giusta soluzione che ci permetterà di dare tutte le garanzie del percorso che porta alle Regionali e una condivisione degli atti che devono essere fatti».
ALBERTO DI MAJO(Il Tempo)
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| LA VERITA\' DI PIERO E I CARABINIERI- Braille News 31.10.09 | 2009-11-02 5:15:56 PM |
| Un rapporto sessuale a pagamento, le minacce dei quattro carabinieri, il video girato nell\'appartamento del transessuale in via Gradoli e la cocaina che si vede nel filmato che ritrae anche l\'ex presidente della Regione Lazio che si è dimesso martedì scorso. Questi i punti fondamentali che sono sotto la lente d\'ingrandimento degli inquirenti romani nella ricostruzione dell\'affaire Marrazzo. Soprattutto il giro di cocaina nel mondo dei transessuali, chi li riforniva e chi riforniva gli spaccitori degli stessi trans. I carabinieri del Ros, lavorano per identificare i pusher e accertare chi ha fatto entrare nell\'abitazione in via Gradoli 96 la sostanza stupefacente. Fin dal giorno dell\'arresto dei quattro carabinieri, Luciano Simeone, Carlo Tagliente, Antonio Tamburrino e Nicola Testini, è subito scoppiato un giallo su chi ha introdotto la cocaina lo scorso luglio nella casa del transessuale Natalie. Secondo la versione dell\'ex governatore del Lazio una settimana fa, quando è entrano nell\'appartamento del transessuale ha posato le banconote su un tavolino, vicino ha messo il suo portafogli, contenenti duemila euro: con il transessuale avevano pattuito cinquemila euro per la prestazione sessaule. Poco dopo hanno fatto irruzione due carabinieri, che secondo Piero Marrazzo avrebbero avuto subito un atteggiamento arrogante. Presero poi il portafogli dell\'ex governatore e prelevarono duemila euro e portarono in un\'altra stanza Natalie. In questi momenti di tensione, Marrazzo si sarebbe accorto della presenza di cocaina sul tavolino, non notata in precedenza. L\'ex numero uno della Regione ha dunque collegato la presenza della droga con l\'ingresso dei carabinieri. Tanto da affermare che quando stava uscendo dall\'abitazione, la sostanza stupefacente non c\'era più. Una versione che contrasta totalmente con quanto riferito invece dagli indagati. In base alle loro dichiarazioni, quando entrarono nella casa di via Gradoli, hanno riconosciuto Piero Marrazzo e hanno notato la droga sul tavolino e che, prima di andare via, sarebbero stati loro a gettarla nel water. Non solo. I militari hanno detto che quel giorno in casa c\'era anche Gianguarino Cafasso, morto a settembre in un albergo sulla Salaria, e che è stato lui a girare il filmato a loro insaputa e che in un secondo momento, a fine luglio, glielo avrebbe consegnato. Sempre in base al racconto dei militari accusati, a seconda delle posizioni processuali, di rapina, estorsione, violazione di domicilio e della privacy, Marrazzo, una volta qualificatisi come carabinieri, li avrebbe pregati di non fare nulla per non comprometterlo e che li avrebbe ricompensati.
AUGUSTO PARBONI(Il Tempo)
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| IL PERICOLO DI FARE CONFUSIONE- Braille News 24.10.09 | |
Il prossimo che da sinistra si azzarda a dire che il Pdl è un partito monolitico che vive nel culto di Berlusconi lo accompagniamo direttamente dal medico, per evidenti disturbi neurologici. Dopo i numerosi dissensi di Gianfranco Fini su temi etici e politici, arriva ora anche una originale presa di posizione di Giulio Tremonti, che lancia un messaggio «di sinistra» pur facendo il ministro dell’Economia di un governo di destra. Il tema scelto da Tremonti è quello del posto fisso, che tocca una corda certamente scoperta in questo difficile periodo di crisi economica mondiale. Come spiegano gli esperti, se il 2008 è stato l’anno della crisi nella finanza e nelle borse e il 2009 quello degli effetti sul sistema bancario e sulle imprese, sarà il 2010 l’anno delle ripercussioni sull’occupazione, poiché molte imprese dovranno arrendersi alla necessità di ridurre i posti di lavoro in modo strutturale e non momentaneo. Su questo delicato passaggio si inserisce la riflessione di Tremonti, certo interessante ma anche assai innovativa rispetto alla piattaforma programmatica di una coalizione che si è sempre retta (anche) sul popolo delle partite Iva, contrastando un’idea del lavoro, per così dire, «assistenziale». Discutere è buona cosa, così come cambiare idea. Governare è arte difficile e richiede grande duttilità. Quello che però non può passare è un messaggio di confusione che finisce per disorientare gli elettori e i militanti. Ricordo che fra pochi mesi si vota. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| MAFIA-APPALTI IL DOSSIER CHE SCOTTA- Braille News 24.10.09 | |
Il «papello» e la trattativa: che c’è di vero? Il «papello» è una bufala, lo dice persino Luciano Violante. E l’unica trattativa sicura è quella in corso da più di un anno tra la Procura di Palermo e Massimo Ciancimino, il figlio di Vito. Una trattativa condotta dalla Procura nella speranza di poter ottenere quel «papello», prova determinante per stabilire che il generale Mori e il capitano De Donno trattavano con Vito Ciancimino e che su di loro ricadrebbe la colpa dell’uccisione di Paolo Borsellino, contrario alla trattativa. Massimo Ciancimino, che è (ingiustamente?) sotto processo per riciclaggio, in questa estenuante trattativa, si è rivelato più abile dei pm di Palermo. Infatti mentre loro dopo un anno di discussioni non hanno in mano che la fotocopia della bufala e rischiano di uscire dalla vicenda sputtanati, lui è in libertà, è diventato un divo della carta stampata e della tv e trascorre il week-end a Parigi. Ma il papello, la trattativa, il generale Mori e il capitano De Donno, gli ex ministri Mancino e Rognoni, Paolo Borsellino che sapeva e che si opponeva, non c’entrano nulla. Paolo Borsellino è rimasto vittima della sua ostinata convinzione che il suo amico Giovanni Falcone fosse stato ucciso per l’inchiesta sulla mafia e gli appalti, ed è convinto che sia stata affossata dalla Procura di Palermo. Proprio per la sua disperata determinazione, dopo la strage di Capaci, nonostante fosse stato ufficialmente escluso dalle indagini, riaprì quell’inchiesta, chiamando segretamente a collaborare i carabinieri che l’avevano gestita per incarico di Falcone. È il 25 giugno del 1992: questa è la data che conta. Non lo sono né il 1° luglio né il 15 luglio ovvero quando il «pentito» Gaspare Mutolo viene interrogato la prima e l’ultima volta da Borsellino. Al primo interrogatorio Mutolo gli preannuncia le «rivelazioni», ma si rifiuta di verbalizzare, e Borsellino non insiste più di tanto; all’ultimo interrogatorio, due settimane dopo, è Mutolo che chiede di verbalizzare ed è Borsellino che chiude il verbale e rinvia al lunedì successivo. Troppo tardi però. La domenica sarà ucciso. Per conto di quelli cui lui stava pensando e che non erano quelli accusati da Mutolo. Per Borsellino quindi non conta più di tanto la presunta «trattativa» di Mori e di De Donno con Vito Ciancimino. Ammesso che De Donno, che lo nega, ne avesse veramente parlato con la signora Liliana Ferraro (che aveva preso il posto di Falcone alla direzione degli Affari penali del ministero della Giustizia). E ammesso che la signora Ferraro ne abbia informato Borsellino il 23 giugno (lei stessa dava tanta importanza alla cosa che ne avrebbe parlato con il giudice solo quando lo ha incontrato per caso nella sala vip dell’aeroporto di Fiumicino). Borsellino ne è tanto preoccupato e ne è tanto contrariato che due giorni dopo, il 25 giugno, chiama a Palermo proprio Mori e De Donno e si riunisce con loro segretamente alla caserma Carini e gli chiede di organizzare un gruppo speciale di carabinieri per riaprire sotto la sua direzione l’affaire mafia-appalti. Borsellino è tanto contrariato di quello che starebbero facendo Mori e De Donno, che chiama solo loro, si fida solo di loro, si fida più di loro che dei suoi colleghi della Procura, si riunisce solo con loro e solo nella caserma dei carabinieri, e con loro solo parla del suo pensiero fisso, l’inchiesta mafia-appalti, ed è ancora più che convinto che Falcone è stato ucciso per questo, e si propone di indagare con loro per scoprire gli assassini. Perché? Perché Paolo Borsellino pensa più al dossier mafia-appalti che alle «rivelazioni» di Mutolo su Contrada e alla visita al Viminale e alle notizie che gli avrebbe passato la signora Ferraro sulla presunta trattativa? Perché la data che conta tra la strage di Capaci e la strage di via D’Amelio è quella del 25 giugno 1992 e non quelle più o meno controverse degli incontri di Mori e di De Donno con Vito Ciancimino? Perché tutto questo casino sul papello e sulla trattativa sembra sempre di più fatto per far dimenticare la data del 25 giugno 1992 e per depistare le nuove indagini sulle stragi. Il 25 giugno del 1992 sono passati sedici mesi dal 16 febbraio del 1991 quando il capitano Giuseppe De Donno consegna, all’allora sostituto procuratore Giovanni Falcone, le conclusioni della sua indagini sulla mafia e gli appalti. De Donno, che Falcone chiamava affettuosamente Peppino e che era uno dei pochi investigatori che si permetteva di dare al giudice del «tu», aveva fatto un ottimo lavoro e, valendosi delle confidenze di un geometra, Giuseppe Li Pera, che lavorava in Sicilia per una grossa azienda del Nord, la Rizzani De Eccher, aveva ricostruito la mappa del malaffare tangentizio siciliano. Falcone era in partenza per Roma, dove assunse l’incarico di direttore degli Affari penali al ministero della Giustizia, e il dossier di De Donno rimase nelle mani dei sostituti procuratori Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone. Doveva scoppiare la Santabarbara, nel dossier erano elencati 44 nomi di imprenditori e uomini politici di tutti i partiti, ma nessuno di loro fu disturbato. Anzi, come racconterà lo stesso Li Pera quando diventerà ufficialmente «pentito» e comincerà a parlare direttamente con i magistrati della Procura, già il 22 febbraio, solo sei giorni dopo, i coinvolti nell’inchiesta, gli imprenditori, i politici e i mafiosi, vengono avvertiti e messi in guardia da un certo Angelo Siino, che allora non era ancora diventato famoso come «il ministro dei Lavori pubblici di Cosa Nostra». «Stai in guardia», dice Siino a Li Pera e ai dirigenti della sua azienda, e passa loro l’elenco degli appalti e dei nomi citati nel dossier. Chi ha dato a Siino i nomi e le cifre? Non lo si saprà mai. Ma intanto il dossier di Falcone e De Donno è stato scremato e sterilizzato, sono usciti di scena gli imprenditori e i politici, sono rimasti in trappola gli stracci, vengono arrestati solo Li Pera e Siino, che «si pentono». Li Pera conferma dinanzi ai magistrati di Caltanissettra le sue accuse contro la procura di Palermo, e il capitano De Donno consegna agli stessi magistrati le bobine con le registrazioni dei suoi colloqui con Siino, in cui è lo stesso Siino a parlare dei magistrati di Palermo come dei suoi informatori. Ma Siino, una volta che da «pentito» parla solo con gli stessi magistrati, dichiara che sono stati i carabinieri a indurlo ad accusare i magistrati. Qualcuno dei magistrati tirati in ballo da Siino querela per calunnia De Donno, e il procuratore Caselli interroga l’allora Colonnello Mori, capo dei Ros e superiore di De Donno e quasi lo incrimina assieme al suo ufficiale. Ma non se ne farà di niente, Mori e De Donno non verranno incriminati e parallelamente la procura di Caltanissetta archivia le bobine con le accuse di Siino. E nessuno si occuperà più del dossier mafia-appalti. Nessuno tranne Paolo Borsellino che, dopo la strage di Capaci è più convinto che mai che bisogna risalire a quella inchiesta e a quel dossier per scoprire gli assassini di Falcone. Paolo Borsellino non ce l’ha fatta, non è riuscito a riaprire l’inchiesta mafia e appalti con Mori e De Donno. Tre settimane dopo il 25 giugno Paolo Borsellino è stato ucciso. Da quello stesso giorno Mori e De Donno e con loro i principali collaboratori, il colonnello Mauro Obinu, che si era recato negli Stati Uniti e aveva convinto Gaetano Badalamenti a venire in Italia a deporre al processo contro Giulio Andreotti per smentire Tommaso Buscetta, e il capitano Sergio De Caprio, che aveva catturato Totò Riina nonostante che Vito Ciancimino fosse stato improvvisamente arrestato mentre si accingeva a fornire a Mori e a De Donno la pianta del covo di Riina, vengono incriminati e processati dalla procura di Palermo con le accuse più assurde. «Non tutti vogliono sapere la verità - ha dichiarato il procuratore Antonio Ingroia, che è stato il pm dei processi a Mori e a De Donno e a Obinu e a De Caprio ed è quello che oggi interroga il figlio di Vito Ciancimino chiedendogli del papello e indaga sulla "trattativa" -. Colgo punti di contatto tra il clima del ’96-’97 e oggi. Anche allora eravamo nell’anticamera di verità importanti. Quello che è unico in questi mesi è che per una serie di coincidenze un fascio di luce ha fatto sì che tra i protagonisti istituzionali ciascuno ha messo a fuoco ricordi evidentemente messi da parte». Possibile che questo fascio di luce non consenta ancora a chi di dovere di mettere a fuoco quel 25 giugno del 1992? LINO JANNUZZI(Il Tempo) | |
| MINISTRO PER L’ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA L’INTERVENTO LA RECESSIONE E L’UTILE AMBIGUITÀ- Braille News 17.10.09 | |
| Parecchi lettori attenti alle notizie economiche per capire dove il mondo e loro stessi si trovano in relazione alla crisi segnalano di essere sconcertati. Non trovano notizie coerenti sullo stato corrente dell’economia e sulle prospettive. Un giorno fonti istituzionali autorevoli - organismi internazionali, Banche centrali, ecc. - dicono che la recessione globale è finita, quello dopo che la ripresa sarà lenta, quello dopo ancora che c’è un’accelerazione e l’indomani che bisogna stare molto attenti a fare previsioni perché c\'è troppa incertezza. Pare servizio prioritario spiegare questo fenomeno. La comunicazione istituzionale in materia economica, poi mediata da giornali e televisione, ha tre requisiti: (a) dire la verità per difendere la credibilità della fonte perché si rivolge ad attori di mercato che hanno i mezzi tecnici per scoprire, poi, le bugie; (b) produrre fiducia, cioè dare l’immagine che si è in grado di sempre controllare le situazioni anche se sono negative; (c) regolare con i giusti messaggi la psicologia del mercato affinché non entri in euforia o eccessi di pessimismo. Infatti la governance dei mercati sempre più avviene attraverso comunicazione. Se poi si considera che lo specifico mercato finanziario, centrale per tutti gli altri, è in sostanza un meccanismo di sconto che trasforma le previsioni future in decisioni di movimentazione di capitale nel presente, allora si potrebbe dire che gestire un mercato significa "governare le profezia". Come le istituzioni stanno facendo questo lavoro in fase di crisi? In primavera ci fu la priorità di pompare ottimismo per frenare la caduta dell’economia e la ricerca del giusto mix tra verità e lancio di simboli ottimistici produsse il messaggio: la recessione rallenta, prima, è finita, poi. Ciò spinse in alto il mercato borsistico che tipicamente anticipa di sei mesi le tendenze di economia reale facendogli prevedere una ripresa robusta (a "V") a fine anno. Ma i dati di settembre ed ottobre mostrano una ripresa molto lenta e con ancora una lunga coda di disoccupazione. Ora tale eccesso di ottimismo va corretto. Come? Comunicando ambiguità, cioè mettendo insieme i dati positivi dello scampato pericolo e della buona probabilità della ripresa futura, ma avvertendo che c’è ancora molta incertezza. Questo serve ad evitare che il mercato finanziario corra troppo in anticipo e, senza il sostegno dell’economia reale, poi crolli nuovamente con un botto devastante, nel mentre producendo inflazione pur in una fase di generale deflazione. L’ambiguità, perfino indecifrabilità, delle comunicazioni di Banche centrali ed organizzazioni internazionali è disegnata per tenere il mercato globale in configurazione ottimistica, ma cauta. Lo scenario di ripresa lenta è il più difficile da comunicare perché basta un errore di gestione simbolica per riportare il mercato nel pessimismo recessivo o in bolla. In particolare, una comunicazione ambigua si fa leggere in senso ottimistico dagli ottimisti e pessimistico dai prudenti e così si ottiene una varietà di opinioni nel mercato stesso che lo bilancia, evitandone eccessi in una direzione o nell’altra. Pertanto va aggiunto un quarto requisito comunicativo: (e) in casi di ripresa lenta a "U" o "L" (stagnazione postcrisi prolungata) va immessa nel sistema comunicativo ambiguità e non precisione. Quindi i lettori non si sentano sconcertati da una comunicazione imprecisa perché è utile nel momento. CARLO PELANDA( Il Tempo)
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| LA SVOLTA È RISPETTARE IL PROGRAMMA- Braille News 17.10.09 | |
| Qual è la rivoluzione che ha in serbo il presidente del Consiglio? Presto detto; è ciò che in un passaggio del suo editoriale il direttore Roberto Arditti sintetizza in rilanciare il prima possibile l’azione riformatrice del governo. È in questa frase la chiave di volta di un governo che tanto, ma davvero tanto, ha fatto in questi mesi e che ancora vuole fare per spingere l\'Italia fuori dalle secche, facendola rimanere tra i paesi protagonisti nel panorama internazionale. Sembra che la bocciatura, contraddittoria per la verità, del Lodo Alfano da parte dei giudici della Consulta abbia spinto Berlusconi a dare un\'accelerata sul pedale delle riforme. Diciamola tutta: la vera rivoluzione berlusconiana è mantenere fede all\'impegno assunto con gli elettori con un programma elettorale ampio, in parte già realizzato, e articolato. Il governo finora va forte come un treno. In un anno abbiamo risolto tutte le emergenze e avviato riforme strutturali: federalismo, giustizia, scuola. Se penso ai rifiuti di Napoli, all\'Alitalia, al terremoto dell\'Aquila o all\'alluvione di Messina, alla crisi economica, dico che le emergenze sono state affrontate e superate brillantemente. Certo, la crisi economica ha spostato in là qualche obiettivo come il quoziente familiare, ma tutti siamo impegnati su questo fronte nella battaglia fiscale: la sua realizzazione riguarderà la parte finale della legislatura. Nessun esecutivo, ad esempio, è mai stato così- Braille News 17.10.09 in sintonia con le esigenze dell\'industria. Siamo il governo del lavoro ma anche dei lavoratori. Continueremo ad aiutare chi produce ricchezza e, quindi, assume. Senza dimenticare il Sud, la vera scommessa di Berlusconi. Abbiamo in cantiere precise opere per il Mezzogiorno: il Ponte sullo Stretto, l\'adeguamento delle autostrade, la Salerno-Reggio Calabria, passando per la Banca del Sud. Il federalismo fiscale per il Meridione è più una opportunità che un rischio. Negli ultimi quaranta anni il Sud ha avuto assistenza, contributi straordinari, cassa per il Mezzogiorno, leggi speciali. Nonostante tutto ciò è indietro di venti anni rispetto al sistema produttivo del Nord. Di qui la proposta seria della Banca del Sud che sarà in grado di accompagnare le istanze dei territori anche in momenti particolarmente difficili e complessi.Capitolo giustizia. Si pensa erroneamente che questo governo sia contro i giudici. In realtà, il sistema di contrappesi voluto dal costituente ad opera dei giudici costituzionali di sinistra è divenuto un sistema di lesione della volontà parlamentare e popolare. Tale patologia si aggiunge all\'insediamento, ormai solo in due procure, di giudici militanti. L\'una e l\'altra patologia mostrano come il costituente fu avveduto a prevedere l\'immunità parlamentare a presidio dell\'autonomia e libertà dei rappresentanti del popolo. Il Lodo Alfano recuperava in minima parte l\'istituto dell\'immunità voluto dai costituenti. A proposito della riduzione del numero dei parlamentari, dell\'abolizione delle provincie, la semplificazione e l\'ammodernamento della seconda parte della Costituzione: sono tutti temi che fanno parte del programma di governo del Pdl e che verranno approvati a fine legislatura. Farlo ora suonerebbe come una perdita di legittimità da parte del Parlamento in carica: deputati e senatori non ci seguirebbero su questa strada. È più saggio riservare questa attività all\'ultimo periodo della legislatura. Tra l\'altro, intorno alle questioni di valenza costituzionale ed istituzionale sarebbe opportuno che le forze di maggioranza e di opposizione riuscissero a trovare una sintesi possibile. Con la speranza che l\'opposizione non continui ad essere avvitata su se stessa, perserverando l\'antiberlusconismo come bandiera.GIANFRANCO ROTONDI( Il Tempo)
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| GUARDIAMO IL BICCHIERE MEZZO PIENO- Braille News 17.10.09 | |
| Ricucire nella chiarezza. Vorremmo sintetizzare così le difficili ore che i più importanti palazzi della Repubblica stanno vivendo. Furibondo il capo del governo, che giudica ingiusta e «politica» la sentenza sul lodo Alfano. Ammaccato il capo dello Stato, che ricorre ad una nota per replicare a Vittorio Feltri, dopo una decisione della Corte costituzionale che, ad essere garbati nel linguaggio, si discosta non poco dalle valutazioni sulla medesima norma compiute al Quirinale. Colpita la medesima Corte, che in modo assai irrituale si è prodotta in spiegazioni ufficiose sulla decisione presa e sui prossimi (eventuali) passaggi politici e parlamentari. Insomma una gran confusione, che ci saremmo risparmiati semplicemente con una più saggia decisione sul lodo Alfano, la cui conformità alla Carta Fondamentale poteva tranquillamente essere dichiarata, magari con qualche osservazione. Comunque ora bisogna andare avanti, con l’impegno di tutti quelli che hanno l’Italia nel cuore. Vediamo il lato positivo allora, che potremmo riassumere in due punti. Berlusconi deve ripartire con una formidabile azione di governo e di riforma: non ci sono più alibi e non c’è tempo da perdere. Il Pd la deve smettere di starnazzare sull’assenza di democrazia, visto che negli ultimi tempi il premier prende botte da tutte le parti. Forse è la volta buona che si combina qualcosa.ROBERTO ARDITTI( Il Tempo)
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| LA STORIA -MONDADORI, QUELLO SFOGO DEL CAV CONTRO ANDREOTTI E CRAXI- Braille News 10.10.09 | |
Conservo ancora nitido il ricordo di quella lunga telefonata di Silvio Berlusconi fattami il 26 aprile del 1991. Era quasi mezzanotte. Volle sfogarsi con me, che allora dirigevo Il Giorno, contro la pur metaforica «pistola alla tempia» che lo stava obbligando ad accettare l’accordo con Carlo De Benedetti per chiudere la lunga vertenza della Mondadori. Mancavano solo quattro giorni all’annuncio dell’intesa, fatto il 30 aprile in un albergo di Milano da Giuseppe Ciarrapico, che per circa due mesi aveva mediato per risolvere la partita in sede extragiudiziaria. La Corte d’Appello di Roma aveva da poco riconosciuto il diritto di Berlusconi, contestato invece dal tribunale di Milano in prima istanza, di possedere la Mondadori avendone acquistato nel 1989 le azioni della famiglia Formenton. Sulle quali invece De Benedetti aveva vantato un diritto di prelazione. Il quadro dell’accordo anticipatomi per sommi capi quella notte da Berlusconi, che chiamerei "lodo Ciarrapico" anziché "lodo Mondadori", come viene invece definito comunemente, non corrisponde per niente a quello che emerge dalla sentenza emessa in questi giorni da un giudice civile di Milano per condannare Berlusconi ad un maxi-risarcimento di 750 milioni di euro a un De Benedetti costretto più di diciotto anni fa, poverino, ad un’intesa capestro con il suo rivale. A sentirsi il cappio, o la canna, al collo quella notte era Berlusconi, non De Benedetti, che avrebbe potuto sottrarsi a qualsiasi intesa con il suo concorrente se veramente avesse pensato di avere ragione e di poterla spuntare in un grado di giustizia successivo a quello d’appello. Che gli aveva dato appena torto solo a causa — sostiene lui — della corruzione successivamente accertata e sanzionata del magistrato estensore dell’atto a favore di Berlusconi, condiviso dagli altri giudici della sezione per la sua obbiettiva fondatezza, non certo per incompetenza o perché corrotti anche loro dall’avvocato Cesare Previti. «Mi tocca subire una prepotenza della politica», mi disse quella notte un Berlusconi furente, prima di usare l’immagine della «pistola alla tempia». Ma chi, in particolare, gli aveva puntato quell’arma obbligandolo ad accettare la mediazione di Ciarrapico, curiosamente destinato peraltro a diventare dopo 17 anni un senatore eletto nelle liste di un partito ch’egli allora non immaginava nemmeno di creare? Berlusconi fu esplicito e immediato nella risposta: Andreotti, che era in quel momento presidente del Consiglio, e di cui erano non noti ma arcinoti i rapporti di amicizia e di simpatia con quello che tutti chiamavano il Ciarra. Del quale francamente stento ad accettare la versione che dà oggi dell’origine dell’incarico svolto allora per chiudere la vertenza Mondadori. «Si sono scritte — ha dichiarato in questi giorni Ciarrapico — molte balle. Ad Andreotti e a Craxi non fregava nulla della vicenda. L’idea nacque a pranzo con il mio fraterno amico Carlo Caracciolo», l’ex presidente del gruppo Espresso morto l’anno scorso. Anche di Bettino Craxi mi parlò invece quella notte Berlusconi, deluso di non esserselo trovato a fianco in quel passaggio cruciale. Ne eravamo entrambi molto amici, per cui gli costò una certa fatica sfogarsi con me pure contro di lui, che non molti anni prima, quando era presidente del Consiglio, gli aveva salvato con ben due decreti legge le televisioni minacciate con l’oscuramento dai pretori d’assalto, sostenitori dell’arcaico e odioso monopolio pubblico della Rai-Tv. Nell’occasione del lodo Ciarrapico invece Berlusconi si sentì abbandonato «pure da Bettino». Ed ebbi l’impressione, non so se a torto o a ragione, francamente, ch’egli gradisse che io glielo riferissi. Cosa che feci alla prima occasione che mi capitò di incontrarlo ricevendo un «liscia e busso» che non ebbi il coraggio, in verità, di riportare poi a Berlusconi, temendo di dargli un ulteriore dispiacere. Ma che ora voglio riferire, pur nella sua durezza, anche per contestare l’infamante rappresentazione dei rapporti tra Berlusconi e Craxi fatta lunedì scorso sulla solita Repubblica dall’altrettanto solito Giuseppe D’Avanzo ricostruendo così la storia del Cavaliere: «La politica gli consente di tenere a battesimo, fuori della legge, il primo network televisivo nazionale. La collusione con la politica — la corruzione d’un capo di governo e il controllo di ottanta parlamentari — gli permette di ottenere dal presidente del Consiglio corrotto due decreti d’urgenza e dal Parlamento una legge che impone il duopolio Rai-Fininvest", la legge cioè approvata nell’agosto del 1990, che porta il nome dell’allora ministro delle Poste Oscar Mammì, del Pri. Ebbene, sentite che cosa mi disse Craxi quando gli raccontai dello sfogo di Berlusconi contro il lodo Ciarrapico: «Ma che cazzo vuole ancora Silvio? Si accontenti di quello che porta a casa e non rompa i coglioni. Mi aveva parlato dell’operazione Mondadori come di una cosa a tenuta stagna. Gli avevo chiesto con un certo scetticismo, poi confermato dai fatti, se ne fosse proprio sicuro. La legge ora gli toglie peraltro la possibilità di possedere insieme televisioni e giornali quotidiani. Porti a casa quello che può, lasci perdere Repubblica e giornali locali del gruppo e la chiuda qui». FRANCESCO DAMATO( IL Tempo) | |
| L’INTERVISTA IL PD NON SI ILLUDA SE IL GOVERNO CADE SI TORNA ALLE ELEZIONI»- Braille News 10.10.09 | |
BARI La sovranità popolare contro le derive tecnocratiche. Se le sirene della sinistra giustizialista soffiano sul fuoco delle polemiche tra la sentenza sul Lodo Mondadori e la vigilia del pronunciamento da parte della Suprema Corte sul Lodo Alfano, il ministro degli Affari Regionali Raffaele Fitto rivendica la legittimazione democratica del governo Berlusconi e indica l\'unica possibile rotta alternativa a questo esecutivo: il ritorno alle urne. Questo stesso approccio muscolare è stato espresso all\'unisono dall\'intera classe dirigente del Popolo della Libertà, riunita a Bari per un seminario sulla «Questione Meridionale», insieme alle parti sociali (da Lady Confindustria Emma Marcegaglia ai leader sindacali Renata Polverini, Luigi Angeletti e Raffaele Bonanni). Una opposizione finora silente sui grandi temi del paese sembra rinvigorita dai boatos giudiziari seguiti alla sentenza sul Lodo Mondadori e prefigura una bocciatura della legge in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato. Sullo sfondo c\'è chi delinea nei prossimi scenari la caduta dell\'esecutivo. Qual è la sua fotografia del momento politico? «Alle polemiche di questi giorni non si può che dare una risposta decisa ed adeguata. Come ha fatto intendere il premier Berlusconi se qualcuno pensa di far cadere questo governo per immaginare altre strade, sbaglia di grosso. In caso di possibile caduta di questo esecutivo, l\'unica alternativa è quella del ricorso democratico alle elezioni». Proprio all\'inaugurazione del ricostruito Teatro Petruzzelli il sottosegretario Gianni Letta ha fatto proprio l\'appello alla concordia tra le forze politiche lanciato dal Capo dello Stato. In questo clima, però, tutto diventa più difficile. «Le parole del presidente della Repubblica volte alla unità sono assolutamente condivisibili. Rispetto e dialogo sono prerogative essenziali, ma devono valere sia per la maggioranza sia per l\'opposizione. Un clima così avvelenato, nel quale il presidente del Consiglio puntualmente e quotidianamente viene aggredito, rende più complicata la realizzazione di questo auspicio». Nel 1994 il governo Berlusconi registrò forti resistenze da parte dei poteri forti, come testimoniato dall\'intervista rilasciata nell\'agosto dal vice presidente del Consiglio Giuseppe Tatarella al quotidiano "La Stampa". Adesso il clima nel Paese è completamente differente. «Resta una parte della sinistra che non riconosce il responso delle urne — e il mandato a governare per questa maggioranza — e si appella ad altre soluzioni». Eppure il largo consenso registrato nel seminario barese sulle politiche per il Sud indica che l\'operato del governo viene accompagnato da attenzione e dialogo costruttivo da parte di tutte le parti sociali. «I gruppi parlamentari del Pdl hanno dato vita a questi incontri e promosso la realizzazione di un documento discusso con sindacati e Confindustria. Dopo Napoli, la tappa pugliese evidenzia il metodo partecipativo con cui l\'esecutivo ed il Pdl costruiscono le politiche per il Mezzogiorno». Infine c\'è la sfida del federalismo... «Noi abbiamo accettato il confronto su un tema così delicato. E da un modello lombardo, abbiamo favorito una interpretazione solidale di questa riforma. In passato troppe volte si è ragionato su interventi di carattere specifico, settoriale e locale che non hanno prodotto gli effetti sperati. Noi la "questione meridionale" la vogliamo affrontare con concretezza e pragmatismo, favorendo un accesso al credito adeguato e dando vita ad una efficace semplificazione burocratica. Questa è la nostra via maestra per lo sviluppo del Sud». MICHELE DE FEUDIS( IL Tempo) | |
| IL FATTO- SE SI VOTA RIVINCE BERLUSCONI- Braille News 10.10.09 | |
Se si dovesse tornare alle urne l’esito sarebbe scontato. I consensi per Berlusconi continuano a crescere nonostante le campagne mediatiche sulle escort, le accuse di minare la libertà di informazione e la tagliola del lodo Alfano e del lodo Mondadori. Secondo un sondaggio dell’istituto Crespi Ricerche il Pdl è al 39% e la Lega al 10% mentre il Pd è al 27%. L’istituto Crespi Ricerche, ha disegnato uno scenario di quelle che ora sono le intenzioni di voto intervistando telefonicamente, il 1° e il 2 ottobre, un campione di mille soggetti. Il sondaggio di Crespi accende i riflettori soprattutto sugli attuali equilibri politici. Emerge quindi che la competizione non si pone tra il centrodestra e il centrosinistra giacché la superiorità in termini di consensi della maggioranza è netta. Piuttosto si pone all’interno dei due schieramenti. In particolare dentro le opposizioni. Dice Luigi Crespi: «Siamo di fronte a una maggioranza elettoralmente compatta e coerente e a una opposizione minoritaria e divisa. Pertanto la proposta politica di Berlusconi appare più credibile». Questo significa che la scommessa sarebbe sulla quantità di punti che la maggioranza prenderebbe in più rispetto all’opposizione. Vediamo la situazione dei due schieramenti. Il Pdl avanza di un punto, dal 38% al 39%, togliendolo presumibilmente alla Lega che passa dall’11% al 10%. Il centrosinistra è frammentato con il Pd che acquista un punto ma non tale da far pensare a una svolta. «Il dato eclatante - osserva Crespi - è il crollo di Di Pietro. L’Idv perde due punti. È il segnale che la politica delle urla non paga. Soprattutto non pagano gli attacchi al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ottiene il massimo della fiducia (il 64%) ed è in crescita costante». A creare ulteriore scompiglio a sinistra c’è Grillo. «Il 3% è un buon avvio» fa notare Crespi che avverte: «Va a togliere consensi all’Idv, a Rifondazione e a Sinistra e Libertà». Quindi secondo Crespi è proprio Di Pietro ad essere più in difficoltà «minacciato all’interno da De Magistris e all’esterno da Grillo». L’elettorato non premia nemmeno Casini; l’Udc è altalenante: in crescita rispetto a maggio scorso (6%) ma in calo rispetto a settembre (dal 6,5% al 6,3%). La polemica sulle escort e la manifestazione sulla libertà dell’informazione non hanno tolto consensi né al premier né al governo. Berlusconi è salito di un punto (dal 59% al 60%) e rispetto a gennaio scorso di ben 4 punti. Il governo è saldo al 55% (a gennaio era al 53%). «La manifestazione non ha fatto presa - spiega Crespi - perché è lontana dalla percezione della maggioranza degli italiani che ci sia davvero un pericolo per la libertà di informazione». Il presidente della Camera Gianfranco Fini continua in una ascesa graduale e costante. Dal 54% di gennaio è arrivato al 58% con un incremento di circa un punto al mese. La squadra dei ministri mostra una solida tenuta. Al top si conferma Renato Brunetta con il 58%. Segue il ministro degli Interni con il 55%. Il responsabile dell’Economia Giulio Tremonti riesce nella difficile impresa per un ministro economico, di guadagnare terreno nei consensi (dal 50% al 51%). In salita il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna che dal 49% di maggio è ora al 50%. Ben posizionata è il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo salda al 50%; così pure il responsabile della Farnesina Franco Frattini. LAURA DELLA PASQUA( IL Tempo) | |
| L’EDITORIALE- USCIRE DALLA LOGICA DEL BUNKER- Braille News 10.10.09 | |
I risultati della rilevazione pubblicata da Il Tempo mostrano ancora una volta che i partiti del centrodestra, e il governo, mantengono un amplissimo margine di vantaggio sulle opposizioni. Questo è ciò che conta davvero: in democrazia governa chi ha la maggioranza dei consensi. Berlusconi ha vinto le elezioni lo scorso anno. I sondaggi ci dicono che, votando domani, otterrebbe un consenso ancora più vasto. La conferma arriva a cavallo dei mesi infernali che sta trascorrendo il premier, alle prese con la crisi economica, i terremoti e le alluvioni, gli attacchi della stampa internazionale, l’affare escort, fino alla sentenza-Mondadori e al giudizio costituzionale sul Lodo Alfano, che pare un giudizio universale. Il consenso popolare è un indicatore di stabilità, e difatti Berlusconi dice che intende governare fino alla fine della legislatura. Eppure un’atmosfera cupa e crepuscolare si è impadronita di una parte del centrodestra, che si è schierata al fronte in attesa della battaglia finale – che, non si sa quando, ma certamente arriverà - contro le forze dell’eversione. Si è anche arrivati a prospettare lo scenario "golpista" di un governo tecnico, senza chiedersi dove e da chi dovrebbe ottenere la fiducia. Quest’ansia generalizzata produce il paradosso di un governo e una maggioranza che dovrebbero essere fortissimi, confortati quotidianamente dagli indici di popolarità, e invece si percepiscono come un fortino in perenne stato di assedio. Tornare a parlare ai cittadini delle politiche del governo è la terapia migliore. ANGELO MELLONE( IL Tempo) | |
| TUTTO BELLO MA ALL’OGGI CHI CI PENSA? – Braille News 3.10.09 | |
È ancora un sogno, uno studio in fase embrionale fatto di plastici metafisici e brochure di rappresentanza: eppure già lo chiamano la «casa della Roma». Viene da domandarsi come mai i Sensi, almeno quelli dell\'era post-Franco, in genere non consoni a slanci futuristici ma semmai più predisposti ad agire di conserva, abbiano sentito il bisogno di presentare un progetto distante anni luce da qualcosa che sia anche lontanamente realizzabile. Il progetto è bello, lo stadio fantastico così impacchettato nello zinco, nell\'alluminio e nei mille materiali futuristici che dovrebbero assembrarlo e renderlo autonomo ed eco-sostenibile. Brilla di luce propria e illumina facilmente le fantasie dei tifosi gisallorossi che già respirano a pieni polmoni quell\'aria molto english che ha fatto degli impianti anglosassoni un punto di riferimento. Ma sotto al vestito non c\'è ancora nulla. Oltre al materiale mostrato saggiamente in una presentazione modello millenium, che ha toccato l\'animo dei romanisti in sala più per le immagini del passato che non per la grottesca coreografia o lo speakeraggio stile gladitore, non c\'è granchè. Ah, sì l\'ok delle istituzioni c’è (Comune e Regione) che però hanno messo bene in chiaro le cose: per noi va bene, ma solo se ci sarà un «sì», sulla fattibilità da parte degli organi competenti (cosa, tra l\'altro, ancora lontana anni luce dal poter essere cosiderata visto che il «tavolo tecnico» si è appena aperto). Come dire che c\'è un «sì» sul nulla... Così, fatto il salvo il nostro appoggio morale sulla possibilità che Roma e Lazio abbiano uno stadio di proprietà in grado di consentire ai due club una patrimonializzazione più che legittima, viene da pensare se piuttosto quella dei Sensi non sia una vera e propria mossa della disperazione. Il colpo di coda di una proprietà con l\'acqua alla gola che farebbe forse meglio a preoccuparsi dell\'oggi piuttosto che sognare improbabili voli pindarici in un domani molto, troppo, lontano. Senza ali o si sale su un aereo o non si vola: e l\'aeromobile giallorosso assomiglia sempre più a un piper che non a un jet in grado di trasportare i colori di Roma in giro per il mondo. Sarebbe un paradosso avere, magari tra dieci anni, uno stadio di livello mondiale e una squadra da bassa classifica. Quindi, cara Rosella, gli investimenti andrebbero fatti sulla Roma: adesso e non tra dieci anni e vedrà che con una squadra stellare al popolo romanista andrà benissimo anche il vetusto Olimpico. TIZIANO CARMELLINI(Il Tempo) | |
| ROMA - LO STADIO DEI SOGNI– Braille News 3.10.09 | |
Eccolo. Lo stadio «Franco Sensi» ha finalmente una forma per i tifosi della Roma. Bello, con una capienza di 55.000 posti, innovativo, senza barriere e con gli spalti vicini al campo. Un sogno. O un’illusione? Questo si scoprirà in seguito. Intanto il progetto è stato svelato nei dettagli. La presidentessa Rosella Sensi fa gli onori di casa, il sindaco di Roma Gianni Alemanno e il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo la ascoltano e la appoggiano. Nella sala stampa speciale allestita per l’occasione a Trigoria ci sono anche i vertici dello sport, da Pancalli ad Abete, tutta la squadra giallorossa, politici e altri esponenti della «Roma bene» come Malagò e Venditti. Una conferenza in grande stile per lanciare l’operazione che dovrebbe risollevare le sorti del club e al tempo stesso modificare una parte della Capitale: la zona prescelta è su un terreno agricolo di 140 ettari sull’Aurelia, di proprietà del gruppo Scarpellini, 500 metri dopo l’uscita del Grande Raccordo Anulare. Nell’area sono previste altre costruzioni, ma per il momento si parla solo dello stadio. Tra sorrisi, sguardi dubbiosi, applausi (applausi?), emozione. Quella della Sensi, che legge il suo discorso introduttivo sull’impianto che verrà intitolato al padre scomparso ad agosto 2008 e poi si innervosisce nel rispondere alle domande. «Questo è il primo passo - spiega la presidentessa della Roma - un punto di arrivo dopo tanti anni di lavoro e un grandissimo punto di partenza perché sarà un percorso da fare al fianco delle istituzioni». Il lungo iter burocratico è appena iniziato e le polemiche già impazzano. «Quello della fattibilità - prosegue Rosella Sensi - sarà un percorso che dovremo vedere con le istituzioni. È un giorno importante e mi sento di ringraziare sia Dino Viola che ha sempre voluto uno stadio di proprietà e mio padre Franco Sensi. Ora chiedo ai tifosi di continuare a stare vicini alla squadra come sempre hanno fatto, noi possiamo garantire che continueremo a lavorare con grande umiltà puntando a migliorare». Manca tutto il resto nelle parole della presidentessa. Passaggi a vuoto che le risposte fornite ai giornalisti non colmano. Non è chiaro quanto costerà lo stadio (ufficiosamente si parla di 250 milioni), chi e quando lo costruirà e, soprattutto, chi si farà carico della spesa. I debiti di Italpetroli (403 milioni di euro verso Unicredit e Mps) non consentono alla famiglia Sensi voli pindarici. E infatti nei programmi della Roma l’impianto dovrà essere a costo zero per la società grazie ad una serie di accordi collaterali. Rosella definisce pleonastici i dubbi sulla destinazione patrimoniale dell’impianto («sarà lo stadio della Roma») e spiega che non ha ancora sottoposto il progetto all\'attenzione di Unicredit «ma non ho problemi a farlo». Ma chi giocherà dentro quello stadio? «Noi vogliamo i campioni, ma la Roma non si discute, poi certo la squadra andrà rinforzata». Una promessa che conferma la voglia dei Sensi di andare avanti nonostante il pressing delle banche e l’interesse manifestato dall’imprenditore Francesco Angelini all’acquisto del club. Che ora rischia di deprezzarsi, ma se avrà un suo stadio aumenterà il suo valore. La Roma si è rivolta a una serie di società specializzate che hanno contribuito alla stesura del progetto. I rappresentanti della Img presenti in sala illustrano i risultati della ricerca commissionata sul «Franco Sensi». Si parla di possibili ricavi di 55 milioni di euro all’anno dalla vendita dei posti per i vip. Un’operazione che nel nuovo Wembley sta andando a gonfie vele. Idee innovative e vincenti. Adesso i tifosi - per la maggior parte scettici - aspettano i fatti. ALESSANDRO AUSTINI(Il Tempo) | |
| PER LA SINISTRA CI VUOLE IL WWF – Braille News 3.10.09 | |
Nel Duemila governavano dieci Paesi su quindici. Soltanto nell’ultimo lustro mentre l’Europa si allargava, la caduta dei socialisti, socialdemocratici e riformisti è stata come la pioggia di stelle nella notte di San Lorenzo. Uno dopo l’altro la sinistra ha cominciato a perdere governi nazionali. Sono otto i Paesi in cui i socialisti erano al governo e sono passati all’opposizione. Il primo fu la Polonia, nel 2005. L’anno dopo toccò a Repubblica Ceca e Svezia, e qui fu una delle più cocenti delusioni della sinistra visto che Stoccolma è stato sempre considerato un modello di governo da importare anche altrove. Ma anche Olof Palme è ormai un ricordo. Ma la parentesi scandinava non era solo un caso della storia. Perché l’anno successivo, e siamo al 2007, sarebbe stato anche il caso della Finlandia. Nel 2008 cade anche l’Italia, dove Prodi aveva vinto appena due anni prima e in Lituania. Quest’anno è già toccato in Bulgaria e ora in Germania. Una batosta dopo l’altra. Gli intellettuali della sinistra si interrogano. Ogni volta spuntano sentenze improbabili, discettano su soluzioni che poi puntualmente naufragano nell’urna. Perché? Le risposte sono molteplici. Quel che è sicuro è che la sinistra in tutta Europa dovrebbe avvantaggiarsi in un periodo di crisi, come sempre accaduto nella storia. Stavolta non è così, gli elettori premiano la destra, le destre europee che danno la sensazione di avere più attinenza con la realtà, di essere più vicine alle questioni concrete, di recepire meglio il desiderio di sicurezza che serpeggia nel Continente. Sicurezza in senso lato, non si tratta di essere solo legalità ma anche bisogno di non sentire regredire la propria condizione. Così appena quattro anni fa i partiti, ovvero all’inizio del 2005, i partiti socialisti erano al governo in posizione dominante ancora in nove stati membri dell’Unione Europea: Germania, Regno Unito, Spagna, Portogallo, Svezia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria. A cui andrebbe aggiunta anche la Bulgaria, a quell’epoca non ancora entrata a fare parte dell’Ue. I partiti di sinistra erano anche presenti come socio minoritario nelle coalizioni al governo in Belgio, Lussemburgo, Finlandia, Cipro ed Estonia. Oggi il quadro si è rovesciato. I socialisti restano al governo in posizione dominante in Regno Unito, e Spagna, gli ultimi due Paesi di un certo rilievo. E poi in Portogallo, Austria, Slovacchia e Slovenia. Sono nella coalizione di governo ma in minoranza in Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Cipro, Estonia, Ungheria e Romania. Ma anche qui il dato va letto. In Inghilterra il cambio di guarda a vantaggio dei Tories ormai viene dato per certo: si voterà l’anno prossimo. E nel 2010 si apriranno le urne di nuovo in Svezia, dove le previsioni per la sinistra sono nere. E anche Zapatero scricchiola. Già senza maggioranza in Parlamento da marzo dopo avere perso l’appoggio dei nazionalisti baschi del Pnv, il premier socialista spagnolo è ora sottoposto al tentativo del Partido Popular di Mariano Rajoy, vincitore del voto europeo con il 42,23% contro il 38,51% al Psoe, di dargli la spallata finale in attesa del voto che ci sarà nel 2012. E quello sarà l’anno in cui si voterà anche in Francia dove i socialisti appaiono a pezzi. Lo slittamento non conosce soste. Perché i socialisti in alcuni casi non sono più neanche la principale forza dell’opposizione. In Polonia i socialisti (ex comunisti) sono la terza forza, proprio come in Irlanda dove i laburisti da sempre è solo il terzo partito più grande. A Cipro è il partito comunista a detenere il posto di principale forza della sinistra. Particolare anche l’Estonia dove i socialdemocratici rappresentano solo il quarto partito più grande (ma partecipano al governo in una coalizione di centrodestra). In Lettonia il Partito socialdemocratico non è neanche più rappresentato in Parlamento. Insomma, avanti così e la sinistra sarà una specie in via estinsione. Roba da Wwf. FABRIZIO DELL’OREFICE(Il Tempo) | |
| CONSULTA ROSSA, PROVA DI IMPARZIALITà– Braille News 26.9.09 | |
| Quindici uomini. O meglio quattordici uomini e una donna. Quasi come quelli che, nella canzone dei pirati dell’Isola del tesoro di Stevenson, stanno comodamente seduti sulla «cassa del morto». Stavolta, però, la cassa non c’è. Men che meno la «bottiglia di rum». Potrebbe esserci il «defunto». O almeno così spera il centrosinistra che, da mesi, sta appassionatamente tifando affinché la Corte Costituzionale decida di togliere di mezzo il tanto odiato Lodo Alfano che prevede la sospensione dei processi per le quattro più alte cariche dello Stato. La sentenza di legittimità dovrebbe arrivare il 6 ottobre e nel frattempo l’opposizione continua a lanciare appelli chiedendo alla Corte di non lasciarsi condizionare. Fosse semplice. Già, perché i 15 «uomini» della Consulta, ancor prima di essere dei giudici integerrimi, sono persone. Con tutti i loro limiti e, perché no, le loro simpatie politiche. E non è escluso che queste possano avere un peso sul giudizio finale. Difficile dimenticare, ad esempio, che l’attuale presidente della Corte è Francesco Amirante colui che scrisse il testo della sentenza che nel 2004 bocciò il «padre» del Lodo Alfano, il cosiddetto Lodo Schifani. Chi lo conosce gli accredita simpatie per il centrosinistra anche perché, fanno notare, Giovanni Maria Flick, già ministro della Giustizia nel primo governo Prodi e suo predecessore sulla poltrona più alta della Consulta, lo volle come vicepresidente. Non è un caso quindi che oggi, sulla poltrona di numero due di Amirante, sieda Ugo De Siero, professore ordinario di diritto costituzionale, eletto dal Parlamento nel 2002 su proposta del centrosinistra. Ci sono poi Paolo Maddalena che vanta nel suo curriculum un’esperienza da capo di gabinetto dell’allora ministro dell’Istruzione Enzo Bianco (1991-1992); Gaetano Silvestri, anche lui eletto dal Parlamento su proposta del centrosinistra; Sabino Cassese, già ministro della Funzione pubblica nel governo di Carlo Azeglio Ciampi che poi, da presidente delle Repubblica, lo ha nominato alla Consulta; Alessando Criscuolo che, pur essendo difficilmente inquadrabile, è stato presidente dell’Anm e, provenendo dalla Cassazione, sarebbe in piena sintonia con Amirante. Chiudono l’elenco Paolo Grossi, arrivato alla Consulta in sostituzione di Flick, e Franco Gallo, già ministro delle Finanze nel governo Ciampi. I maligni raccontano che, quando i Ds lasciarono la compagine di governo polemizzando perché il Parlamento non aveva concesso l’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi, scelsero lui come figura «tecnica» per sostituire Vincenzo Visco. Insomma, insinuazioni a parte, nell’attuale composizione della Corte sarebbero ben 8 i giudici con simpatie tutt’altro che berlusconiane. Sul fronte opposto ci sono sicuramente Luigi Mazzella (già ministro della funzione pubblica nel secondo governo del Cavaliere) e Paolo Maria Napolitano recentemente finiti sotto accusa per un cena con il premier, il Guardasigilli Angelino Alfano, il sottosegretario Gianni Letta e i presidenti delle commissioni Affari costituzionali della Camera Donato Bruno e del Senato Carlo Vizzini. E con loro l’ex avvocato del premier e di Cesare Previti (ma anche di Adriano Sofri) Giuseppe Frigo, Alfonso Quaranta, Alfio Finocchiaro e Maria Rita Saulle. Totale 6. Più difficile da inquadrare Giuseppe Tesauro che Luciano Violante e Nicola Mancino vollero garante della concorrenza e del mercato, ma che in molti descrivono come «assolutamente indipendente». Dovessero prevalere le simpatie politiche, quindi, difficilmente il lodo Alfano riuscirà a superare lo scoglio della Consulta. Ma qualcuno fa notare che la maggioranza, nel redarre la legge, ha seguito fedelmente la sentenza scritta da Amirante cinque anni fa. NICOLA IMBERTI(Il Tempo)
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| QUEL PM SCHIERATO CONTRO IL LODO ALFANO – Braille News 26.9.09 | |
«L’articolo 3 della Costituzione dice che siamo tutti uguali di fronte alla legge. E allora perché dovrebbe esistere un trattamento speciale per il premier e per i ministri?». Una domanda che, unita all’aggettivo-accusa «criminogeno» riferito al lodo Alfano, ha convinto il Consiglio superiore della magistratura ad aprire una pratica nei suoi confronti. Siamo nel settemnre del 2008. A parlare, in aula, avvolto nella sua toga nera, durante il processo sulla compravendita di diritti televisivi che vede imputato Silvio Berlusconi, è il pubblico ministero Fabio De Pasquale. A sollecitare l’apertura del fascicolo (un «atto dovuto» per il Csm) sono i consiglieri laici del Pdl Gian Franco Anedda e Michele Saponara, che chiedono se esistano i presupposti per il suo trasferimento d’ufficio. Le frasi del pm fanno infuriare anche il diretto interessato, il Guardasigilli, che tuona: «È inaccettabile che un pubblico ministero in pubblica udienza definisca "criminogena" una legge dello Stato». Ma Palazzo Marescialli «assolve» il magistrato. Il plenum del Consiglio, su proposta della prima commissione, archivia il caso, approvando la delibera a larghissima maggioranza con il solo «no» dei due laici di centrodestra. Nel documento si sottolinea che non c’é stata alcuna offesa alle quattro alte cariche dello Stato contemplate nel lodo. Il pm ha esercitato durante la requisitoria al processo Mediaset una «sua facoltà» riconosciutagli dall’ordinamento. E se ha usato espressioni «retoriche», queste non avevano «valenza offensiva per alcuno dei soggetti a cui favore la legge in questione dispone la sospensione dei processi eventualmente pendenti». Ma chi è Fabio De Pasquale? Siciliano, nato a Messina mezzo secolo fa, garbato, ironico, privo del piglio aggressivo del collega Antonio Di Pietro, fa il giudice per otto anni. Nel 1991 debutta nei panni della pubblica accusa. A Milano. E nel capoluogo lombardo l’anno dopo esplode l’inchiesta Mani Pulite. Tempi turbolenti, di gloria e di fatica, per i giudici milanesi. Ma tempi durissimi per alcuni imputati, personaggi eccellenti che, per la prima volta, finiscono dietro le sbarre. L’era delle polemiche è ancora lontana, però il 20 luglio del 1993 il «mito» del pool milanese subisce un duro colpo. L’ex presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, si uccide nel carcere di San Vittore infilando la testa in un sacchetto di plastica fissato al collo con una stringa. La sua morte offusca l’immagine dei giudici «anti-corruzione», l’ultima lettera del manager suicida punta l’indice sul modo in cui la custodia cautelare è stata usata nei suoi confronti. De Pasquale finisce nel mirino: il sostituto procuratore Guglielmo Ascione lo iscrive sul registro degli indagati. Ipotesi di reato, abuso d’ufficio. L’avvocato di Cagliari, Vittorio D’Aiello, racconta che il magistrato il 15 luglio interroga l’ex presidente dell’Eni e manifesta l’intenzione di rimetterlo in libertà. «Io devo liberarla perché ha confessato di essere a conoscenza che in ordine alla vicenda del contratto fra Eni Padana e Sai vi sarebbero stati versamenti di somme rilevanti in favore dei partiti», dice De Pasquale secondo D’Aiello. Nei giorni successivi, tuttavia, il pm cambia idea. E Cagliari si toglie la vita. Anche in questo caso, comunque, per De Pasquale non ci sono conseguenze. L’inchiesa passa al sostituto Di Martino, che chiede l’archiviazione. Favorevole pure il «verdetto» degli ispettori inviati dall’allora ministro della Giustizia Filippo Mancuso: nessun collegamento fra il suicidio del manager e la decisione del pm messinese. MAURIZIO GALLO(Il Tempo) | |
| IL FATTO - TORNA LA GIUSTIZIA A OROLOGERIA – Braille News 26.9.09 | |
Il sospetto che esista una giustizia a orologeria, anzi un vero e proprio timer mediatico-giudiziario è stato avvalorato in questi ultimi giorni da una sequenza, invero, eloquente, di eventi giornalistici. Il 21 settembre, "il Tempo" anticipa alcune grandi manovre del variegato stato maggiore addetto ad attentare, reato previsto dall\'art. 289 del codice penale, per l\'ennesima volta, al premier Berlusconi. Fra i passaggi presumibili o già noti delle possibili scadenze eversive, il quotidiano indica un dato del tutto inedito, a proposito di fin qui sconosciute indagini a tappeto da parte della solita Procura di Milano su Mediaset e, quindi, su Silvio e la sua famiglia. Certo, quella Procura da quindici anni a questa parte sembra monotematica, tant\'è che viene l\'atroce dubbio se, a parte la lena militante versus Silvio Berlusconi, lo stesso tempo e le medesime energie siano spese, per perseguire la macro e la microcriminalità milanese e rendere più sicura la città di Sant\'Ambrogio. Il giorno dopo, il 22 settembre, essendo stati anzitempo stanati, gli attori del circo mediatico-giudiziario, con postazione di prima linea presso la trincea del quotidiano "la Repubblica", sono costretti ad anticipare, in prima pagina, la notizia ufficiale: l\'inchiesta per appropriazione indebita in effetti sussiste ed è condotta dal pm De Pasquale, il magistrato salito agli onori, si fa per dire, della cronaca giudiziaria, per il suicidio di Gabriele Cagliari (20 luglio 1993). Bisogna rileggere attentamente le parole innervate di humanitas e di valori liberaldemocratici dell\'ultima lettera di Cagliari, testamento vergato prima di soffocarsi con una busta di plastica, per rivivere il clima di caccia alle streghe di quegli anni certo non rischiarati dai Lumi, dalla Civiltà e dal Diritto. Rileggere per rivivere e per evitare che giammai quelle oscurità possano ritornare, tanto meno per attentare agli organi costituzionali. Vero è che uno più uno non fa sempre due; tuttavia, la singolare successione delle informazioni fa pensare senz\'altro alla famigerata giustizia ad orologeria, essendo logico immaginare che lo scoop delle nuove indagini milanesi avrebbe dovuto essere sparata da "Repubblica" subito dopo l\'attesa e sperata, da parte loro, bocciatura del "lodo Alfano". Peccato per costoro che Il Tempo abbia spiazzato i cronometristi dell\'antiberlusconismo, dando la notizia con tale anticipo, da disinnescare l\'effetto politico della la "bomba", facendola brillare troppo prima del tempo. GIANCARLO LEHNER(Il Tempo) | |
| UDC PRONTA AD ANDARE DA SOLA- Braille News 19.9.09 | |
| L’Udc potrebbe presentarsi da sola alle Regionali della primavera del 2010. Il leader del partito, Pierferdinando Casini, avrebbe chiarito, infatti, di puntare a una strategia a lungo termine, con obiettivo le elezioni politiche del 2013. Dunque alle prossime Regionali le alleanze non saranno un obbligo, nonostante la legge elettorale non preveda il ballottaggio. Un approccio confermato dall’insofferenza crescente degli esponenti dell’Udc laziale nei confronti di Pd e Pdl. Raccontano che da giorni il capogruppo alla Pisana, Aldo Forte, ne ha per tutti: per il presidente Marrazzo e company a causa della cattiva amministrazione della sanità, per il centrodestra che ha fame di poltrone. Sembrerà strano ma, ha osservato Forte, il Pdl ha tutti i posti che spettano all’opposizione regionale: la vicepresidenza del Consiglio e la segreteria d’Aula, la presidenza di tre Commissioni e, infine, quella del Comitato di controllo contabile che un tempo era in quota Udc, prima che il presidente Pigliacelli passasse col Pdl. Normali mal di pancia o il comportamento di chi sta meditando di andare da solo alle elezioni? ALBERTO DI MAJO(Il Tempo) | |
| IL RETROSCENA «LETTERA IPOCRITA GIANFRANCO SA D’AVER SBAGLIATO»- Braille News 19.9.09 | |
| Era l’unico che all’assemblea di An del luglio 2008 disse chiaro e tondo che voleva un partito, il Pdl, con regole chiare e stabilite prima, voleva luoghi del dibattito, non voleva lo slittamento verso la Lega. Quello che oggi sostiene Fini. Mentre parlava, quel giorno torrido, tutta la prima fila di An ridacchiava, faceva finta di non ascoltarlo, parlava al telefonino e stabiliva di sciogliere il principale partito di destra. Si mostrava palesemente e teatralmente distratta da quest’omone triestino che sparava bordate nel silenzioso imbarazzo generale. E così accadde anche in quel freddo giorno di marzo in cui An, celebrando il suo congresso, s’avviava a decretare la sua fine. Invece al congresso del Pdl, la settimana successiva, il suo intervento fu messo in scaletta a mezzanotte, quando la sala era vuota. «All’orario dei film porno», corregge lui mentre cerca di divincolarsi dalle domande. Tutti gli davano torto. Ora l’ex leader di An gli dà ragione. Glielo ha almeno rinfacciato? «A chi?». Come a chi? A Fini? «E chi le ha detto che l’ho visto?». Be’, onorevole, tutti sanno che quell’ascensore lo prende solo chi va dal presidente: «Ero ad Assisi, sono tornato a Roma, mi trovavo a passare», biascica Menia come uno beccato sul fatto. Onorevole, ma che fa? Il democristiano? «Democristiano a me? Senta, chi vedo sono affari miei. Comunque se l’avessi visto gli avrei sicuramente detto: "Gianfranco, mi fa piacere che ora ti sei reso conto che il Pdl era una monarchia e che noi di An saremmo finiti a fare al massimo i portieri del palazzo"». E se glielo avesse detto, Fini che cosa le avrebbe risposto? «Lo chieda a lui». Vabbè, lei lo conosce bene: che cosa avrebbe risposto? «Be’, avrebbe risposto qualcosa tipo: "Lo so, ho sbagliato l’analisi. Non pensavo che sarebbe finita proprio così"». E lei? Non le sarebbe venuta voglia di dire: «Gianfranco, quando dicevi queste cose mi hai lasciato solo come un cane». Menia ci pensa un attimo: «No, non direi così. Ma sicuramente lui non mi direbbe che avevo ragione. Magari bonariamente si potrebbe lasciar scappare un "Roberto, c’avevi preso"». Per un leader sbagliare l’analisi non è proprio una cosa da nulla... «Mi pare una cosa normale, l’importante è correggere la rotta». Comunque per lei è una soddisfazione. Il sottosegretario s’inalbera: «Sì, ma guardi. Quello che più mi fa imbestialire sono quelli che mi pigliavano per il culo allora e oggi firmano le lettere di sostegno a Fini. Mettendoci dentro esattamente le cose che dicevo io dal palco. E quando parlavo, lo ridevano». A chi si riferisce, scusi? «Vada a riprendere le foto di quell’assemblea di An, parlo di tutta la prima fila». Menia, fuori i nomi. «Cominciamo con chi l’ha scritta quella lettera». Italo Bocchino. «Ecco, appunto. Ha fatto la corsa per fare il vicecapogruppo del Pdl. Del Pdl, non so se mi spiego. E ora scrive le lettere contro Berlusconi. io l’avrei fatta scrivere a Flavia Perina». E con chi altri ce l’ha? «Aspetto di vedere quella lettera ipocrita. Leggo le firme e parlo. Comunque, le dico a naso: penso tutte le prime dieci firme. Può stare sicuro che sono esattamente di coloro che erano seduti quel giorno in prima fila». Insomma, questa lettera le pare un errore. «Un errore no. Perché Fini è stato attaccato in maniera veramente infame. E va difeso in ogni modo. Di lui si dice sempre che è freddo e non è vero. L’uomo viene ferito sul piano umano. Immagino ci sia rimasto molto male». L’ha trovato affranto? «Sicuramente non fa salti di gioia. Diciamo così: se l’avessi incontrato l’avrei trovato colpito ma più combattivo di prima». Menia, lei ha firmato? «Agli esponenti di governo è stato proibito. Se fosse stato possibile non avrei firmato, avrei sottofirmato. Avrei scritto: firmo perché ho sempre creduto in quello che c’è scritto qui a differenza di tutti quelli che oggi hanno fatto la corsa per mettere la firma. Ecco, mi fa incazzare questa storia!». Il sottosegretario all’Ambiente alza la voce, si slaccia un po’ la cravatta, s’infervora. Prende fiato e aggiunge: «Mi risulta che...». Mi risulta che? «Niente. Mi risulta che... Puntini». E no, Menia, che fa? Parla come un mafioso? «Mi risulta che c’è chi era felice di firmare e chi non lo era tanto». E che vuol dire, scusi? C’è chi è stato costretto? «C’è chi ha firmato e non era tanto contento di farlo. Chi diceva: devo proprio? Chi l’ha fatto e si domandava: avrò sbagliato?». Con gli occhi Robertone cerca l’uscita, nella sua mente calcola la distanza per liberarsi dalla presa degli interrogativi imbarazzanti. E ora? Come se ne esce? «Con la politica», si ferma Menia. Riprende a parlare: «Con la politica alta. Non è una questione di cene e cenette ad Arcore. Bisogna stabilire i luoghi del dibattito, discutere. E Fini deve riprendere la guida dell’ala destra del Pdl, non lasciarla alla Lega». In verità pare abbia preso la guida dell’ala sinistra. Molto a sinistra. «Ma non è vero. Lui dice che se un immigrato vuole diventare italiano, rispettare le leggi e integrarsi deve avere il diritto di farlo. Prenda i cinesi dell\'Esquilino oggi? Dobbiamo lasciarli in una comunità separata o integrarli? E possiamo essere noi contrari all’italianizzazione degli immigrati?» Come finirà questa storia? Si dice che nelle prossime ore Berlusconi farà un’apertura? «È quello che si aspetta Fini». E Fini che risponderà? «Lo farà penare un po’ e poi accetterà la pace, si vedranno e si chiariranno». Quando? «La settimana prossima. La salutoooo». E fa ciao ciao con la mano. | |
| IL NUOVO GIORNO- Braille News 19.9.09 | |
| L’AQUILA È solo l’inizio. Il popolo aquilano si avvia verso il ritorno ad una vita normale. Dalla casa, alle scuole, dal lavoro ai servizi. Il tutto con un calendario di scadenze, appuntamenti, priorità che il governo vuole rispettare a tutti i costi. Le prime abitazioni sono state consegnate a Onna, vicino L’Aquila. Altre sono praticamente pronte, e saranno date nelle prossime settimane. In più, è pubblica la graduatoria delle famiglie che avranno diritto agli alloggi, con tutti i dettagli e la tempistica. E ancora, la Regione ha dato il via libera alla costruzione di altre 5 piastre in cemento per un totale di 500 posti. Poi c’è la scuola, che comincerà la prossima settimana, con un inizio d’anno spalmato su tre date, in modo da affrontare gli eventuali problemi, come per esempio la mobilità dei ragazzi piuttosto che la collocazione nelle aule. Berlusconi torna a impegnarsi in prima persona davanti agli sfollati, garantendo che quello di Onna «è solo l’inizio» e che quando tutte le case saranno consegnate «ci sarà un grande pranzo con la Protezione civile e gli uomini della Croce Rossa». Si procede, così, nella direzione di quella «politica del fare» più volte rivendicata e annunciata dal premier. Una politica che all’Aquila passa per i risultati ottenuti, per la felicità di alcune famiglie che, dopo 5 mesi, hanno potuto rimettere piede in una casa, arredata con tanto di spesa e di biancheria. Motivo per cui lo start point della ripresa è sicuramente a Onna, cuore del sisma dello scorso 6 aprile. Qui sono state consegnate in tutto 94 abitazioni. Certo, è solo il primo passo rispetto alla grande tragedia che ha colpito migliaia di persone. Ma è uno spiraglio di luce per tutti quelli che ancora vivono nelle tendopoli sparse in tutta la provincia aquilana. Un altro importante è stata la pubblicazione della graduatoria degli sfollati che entreranno nelle case. Un elenco preparato in base a precisi criteri di precedenza e regole ben stabilite. Come per esempio, la presenza di disabili nei nuclei familiari, o di persone anziane in particolari condizioni fisiche. E poi bambini, le condizioni economiche e quelle patrimoniali. La graduatoria indicherà nomi, case assegnate, e quindi anche le località, e soprattutto la tempistica. «Questo - spiegano dallo staff di Guido Bertolaso - aiuterà ad avere aspettative chiare e soprattutto a sapere come si sta procedendo». Degli oltre 20 cantieri, alcuni sono quasi pronti ultimati. Berlusconi, lasciando Onna, si è fermato per un sopralluogo veloce a Bazzano, dove stanno per essere ultimati 700 appartamenti. Palazzine su tre piani, con appartamenti di diversa metratura, dotate di tutto. Il presidente del Consiglio, ringraziando gli operai a lavoro per finire in tempo e prima possibile, ha spiegato che entro la fine del mese verranno consegnati alloggi per altre 3 mila persone. «Berlusconi ha detto che spera di poter fare una consegna ogni 7-10 giorni in modo da completare l’opera entro la fine dell’anno», raccontano da ambienti di governo. Secondo la road map del governo, a dicembre saranno consegnati 164 edifici antisismici, in totale 15-18 mila persone. E non solo. Ma il ritorno alla normalità per la gente dell’Aquila passa anche attraverso l’inizio dell’anno scolastico. Il premier ha annunciato che le scuole cominceranno il 21 di settembre, «e che anche questo è un grande risultato». È stato inaugurato l’asilo nido di Onna, struttura intitolata a Giulia Carnevale, studentessa scomparsa la notte del sisma sotto le macerie della Casa dello Studente dell’Aquila. Ma non sarà l’unica struttura, altre stanno per essere inaugurate in altri paesi, strutture pronte per il suono della campanella della prossima settimana. Un avvio, che quest’anno all’Aquila avverrà in modo particolare. A tappe, spalmato su tre date. Il 21, la prima (possibile una visita del presidente del Consiglio insieme al ministro Gelmini). E poi il 28 e il 5 ottobre. Questo per poter, di volta in volta, affrontare eventuali problemi o criticità, e calibrare il ritorno dei ragazzi nelle aule scolastiche. «Promessa mantenuta. Sapevamo che era una promessa ardita, ma grazie a Dio l’abbiamo mantenuta», ha detto il premier prima di andare via da Onna. Soddisfatto per i risultati ottenuti. Ma con in testa quelli da ottenere. GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo) | |
| BERLUSCONI AVVERTE LE PROCURE ATTACCANO IO SONO STANCO DI PRENDERLE- Braille News 12.9.09 | |
La crisi economica, le banche, la libertà di stampa, la magistratura. Non solo. Anche l\'allarme rifiuti per il Lazio e altre regioni che potrebbe diventare una vera emergenza di qui a breve. è un Berlusconi a tutto campo quello che è intervenuto a Milano alla inaugurazione della Fiera del Tessile Milano Unica. L\'occasione per sferzare un attacco alla magistratura gli viene offerto da un lapsus sul quale inciampa in un passaggio del suo discorso. Parlando della ricostruzione dell\'Abruzzo dopo il terremoto, il premier dice «tangentopoli» anziché «tendopoli». La platea mormora e Berlusconi spiega come mai quel termine è come un chiodo fisso nella sua mente. «Tangentopoli appartiene al passato? Vediamo. A Bari c\'è aperta un\'inchiesta interessante». Poi va giù duro: «è follia pura che ci siano frammenti (ovvero alcuni magistrati, ndr) di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del \'92, del \'93, del \'94. Mi fa male che queste persone pagate dal pubblico fanno queste cose per congiurare contro di noi che lavoriamo per il bene del Paese». | |
| IL COMMENTO- Braille News 12.9.09 | |
| E se l\'annunciato avversario, alla fine diventasse il miglior alleato di Berlusconi? In altre parole se Bersani fosse già al timone di un Pd, ora allo sbando, forse per Berlusconi sarebbe tutto più semplice. Un partito di opposizione che svolge il proprio ruolo, una maggioranza impegnata nello sforzo di ben governare per avere la riconferma della fiducia degli italiani. I problemi per il premier nascono all\'interno della sua coalizione. Diciamo le cose con chiarezza, ma se a pungolare il Cavaliere ci fosse il segretario del Pd, Fini avrebbe la stessa possibilità di movimento? Potrebbe essere la voce di uno dei fondatori del Pdl quella più critica verso il governo? Perché così è nei fatti. L\'ex leader di An ha scelto di occupare un ruolo istituzionale e non uno di governo. E proprio per l\'assenza di una vera opposizione, relegata ai pettegolezzi di qualche giornale, ha pensato bene di essere così la vera voce critica. E non c\'è dubbio che un conto è l\'opposizione di chi, perse le elezioni, sogna una rivincita, altro è la critica costante che viene dall\'interno. Può essere lacerante, fino al punto di mettere a rischio il Pdl. Ma Fini può farlo perché il Pd ora non c\'è. Condividere le tesi dell\'opposizione è stare con l\'opposizione. Ben venga Bersani, se è lui che vincerà la corsa alla segreteria. Allora sarà tutto più chiaro. Anche per Fini, o sta con Bersani o con il premier. Stranezze della politica. Alla fine il miglior alleato per Berlusconi potrebbe essere proprio il nuovo segretario del Pd. | |
| FINI, ORA DICCI CON CHI STAI- Braille News 12.9.09 | |
| Ci risiamo. Eccoli lì. Di nuovo. Ancora loro. Che si beccano come due fidanzatini. è così da dieci anni. Gianfranco Fini contro Silvio Berlusconi. E Silvio Berlusconi contro Gianfranco Fini. Ancora loro, i due principali azionisti e protagonisti del centrodestra. Stavolta il copione propone Fini contro Berlusconi. Anche se si potrebbe dire che il Cavaliere, con i suoi «va tutto bene», dà alle volte la sensazione di minimizzare più che smussare. Accade così che il premier, parlando a Milano a una fiera, dice che con Fini è «tutto a posto». Fini non ci sta e a stretto giro replica: «Tutto bene? Non è tutto a posto, anzi...». «I problemi politici ci sono - avrebbe aggiunto Fini - ed è paradossale che Berlusconi li neghi». Ma di quali problemi parla Fini? Se volessimo seguire il ragionamento per paradosso del presidente della Camera, essendo egli alla guida dell\'assemblea si dovrebbe ritenere che si riferisca a problemi di Montecitorio. E invece no, tutti hanno capito che Fini sta parlando di problemi interni al Pdl. E qui forse c\'è il punto più debole dell\'agire finiano. | |
| PD A RIMORCHIO - Braille News 5.9.09 | |
| Senza idee. Costretti ad aggrapparsi a qualsiasi spunto arrivi dall’esterno che gli consenta di attaccare Berlusconi. Da mesi il Partito Democratico è incapace di produrre uno spunto autonomo nel dibattito politico. Poche, pochissime le proposte sui temi economici (l’unica che ha suscitato interesse è stata quella, a firma congiunta con i parlamentari del Pdl, sulla partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese), inesistenti quelle su altri argomenti della vita politica. Franceschini e Bersani sono invece abilissimi ad andare «a rimorchio» di qualsiasi evento possa essere sfruttato per attaccare Berlusconi. Anche a costo di andare a braccetto con giornali o a sposare posizioni che sono lontane dal loro programma politico. È successo così con il caso delle feste private del presidente del consiglio a palazzo Grazioli, con i dialoghi registrati da Patrizia D’Addario, con i richiami della Ue sulla politica sull’immigrazione fatta dal governo, con l’ultimo vicenda legata al direttore di Avvenire Dino Boffo. Il quotidiano della Cei non può certo essere considerato un punto di riferimento per i militanti del Partito Democratico. Eppure i vertici del Pd, dopo la pubblicazione da parte de Il Giornale del patteggiamento di Boffo per molestie, si sono sgolati a difenderlo. Prendendo spunto per attaccare Berlusconi. Enrico Letta, dal Trentino dove si stanno svolgendo alcuni seminari bipartisan promossi dalla sua associazione, così sentenziava: «Voglio lanciare un appello forte sulla necessità di frenare Berlusconi in questa deriva. Non si accontenta di controllare 5 giornali su 6, ma punta a qualsiasi quotidiano italiano. Questo attacco è di una volgarità totale. C\'è bisogno di una grande retromarcia, perché è un chiaro messaggio a qualsiasi giornale ma tale intimidazione non scalfirà la stima unanime verso Boffo». Neppure Walter Veltroni si sottrae al compito di «sparare» sul Presidente del Consiglio. «La chiesa valuta, osserva e poi esprime la sua opinione — spiegava qualche giorno fa dal palco della Festa del Pd di Livorno presentando il suo, libro "Noi" — E l\'organo di stampa del presidente del Consiglio che fa? Sferra un attacco senza precedenti al direttore di un quotidiano libero e indipendente come Avvenire». Ma la «gloriosa macchina da guerra» del Pd si è messa in moto anche per attaccare il premier dopo la sua decisione di querelare La Repubblica per le ormai famose «Dieci domande al premier» e per gli articoli ripresi dalla stampa straniera contro di lui. Così alla festa di Genova sono state stampate migliaia di magliette con la scritta «Ora denunciaci tutti». Un’iniziativa che è anche un clamoroso autogol. Come ha sottolineato Giampaolo Pansa proprio all’incontro in Trentino con Enrico Letta: «Mi stupiscono le levate di scudi dei big del centrosinistra, essi stessi professionisti della querela. Sbagliano se pensano che il pubblico sia così fesso da non accorgersi. Fermo restando che Berlusconi non mi è simpatico e già in passato gli ho consigliato di dimettersi». Intanto, invitato giovedì scorso alla festa del Partito Democratico a Genova, Pierluigi Bersani ha ammesso, tra le pieghe del suo discorso, che la strategia politica del partito non va. «Di sicuro — ha confessato — al congresso di ottobre qualcosa dovremo pur dire all’Italia». Ecco, magari qualcosa di originale. PAOLO ZAPPITELLI(Il Tempo) | |
| L’INTERVENTO-LA REPUBBLICA ORA HA PAURA- Braille News 5.9.09 | |
| Le polemiche esplose sul caso del direttore di Avvenire Dino Boffo, del quale il direttore del Giornale Vittorio Feltri ha contestato, per un suo trascorso giudiziario, la credibilità come censore dei comportamenti privati di Silvio Berlusconi, hanno purtroppo distolto l\'attenzione dalla nuova, scandalosa campagna di aggressione della Repubblica, quella naturalmente di carta, al presidente del Consiglio. Che ha osato querelarla perché da più di due mesi propone quotidianamente dieci domande sulla sua vita privata, sulla sua salute e sulle sue ambizioni allo scopo, dimostrato proprio dalla ossessiva reiterazione dei quesiti, di screditarne l\'immagine. Se il gioco della Repubblica, sempre quella di carta, fosse stato sin dall\'inizio pulito e non sporco, la notizia della querela avrebbe dovuto né irritarla né allarmarla, ma farla esultare di gioia, aprendole la possibilità di trasferire finalmente in tribunale la sua presunta sete di verità su quelle che essa considera le malefatte del presidente del Consiglio. D\'altronde, chi meglio della magistratura, vista la grande fiducia che vi ripone di solito la Repubblica, sempre quella di carta, potrebbe decidere se ha torto o ragione il presidente del Consiglio a sentirsi diffamato da quelle dieci domande stampate come se fossero i dieci comandamenti ricevuti da Mosè ? Quale occasione migliore di una causa ci sarebbe per obbligare a parlare delle sue cose un presidente del Consiglio accusato di volersi sottrarre alla legittima curiosità altrui? Invece, alla Repubblica, sempre quella di carta, hanno dato di matto gridando al sopruso e a tante altre scemenze. Che tali rimangono anche se vi sono associati in tanti rilasciando dichiarazioni e firmando il solito, immancabile manifesto. Evidentemente alla Repubblica, sempre quella di carta, si è perfettamente consapevoli di avere tirato troppo la corda nella campagna contro i cosiddetti stili di vita del presidente del Consiglio, tanto da temere di vederla spezzare in tribunale, proprio nella sede abitualmente indicata come la più insidiosa per Berlusconi. E, terrorizzati da questa prospettiva, con tutte le solite salmerie, hanno deciso di aprire, essi sì, una nuova campagna di intimidazione. Che questa volta, però, non è diretta solo contro il presidente del Consiglio, il loro odiato avversario politico, ma anche contro i magistrati che dovranno occuparsi dell\'azione giudiziaria promossa da Berlusconi. Sì, proprio contro di loro, come per dire: provate ora a darci torto, visto che la posta in gioco non siamo più soltanto noi, e le nostre dieci domande, ma la libertà d\'informazione, il diritto di critica, la democrazia e in fondo, signori magistrati, anche la vostra indipendenza. Che se non è indipendenza dall\'odiato Berlusconi, che razza d\'indipendenza può mai essere? Se questo è il senso dell\'operazione in corso, come il buon senso lascia ritenere, visto anche che non esiste ancora per nessuno il divieto di querelare, si capisce la rapidità della solidarietà espressa alla Repubblica, sempre quella di carta, dal segretario del maggiore partito di opposizione e da tutti gli altri che vivono di antiberlusconismo. Si capisce meno la solidarietà espressa da un libero sindacato quale dovrebbe essere quello dei giornalisti, peraltro mai insorto, almeno per quanto mi ricordi, contro l\'abitudine di Antonio Di Pietro di appellarsi ai suoi ex colleghi con le querele per reagire alle critiche di giornali e giornalisti. Francesco Damato(Il Tempo) | |
| A PROPOSITO DEL MONDO LAICO- Braille News 5.9.09 | |
| In questi giorni si fa un gran parlare di vescovi e cardinali, di Stato e Chiesa, di laici e cattolici. Se ne parla in seguito alla dura polemica sul direttore di Avvenire Dino Boffo. C’è però un pericolo enorme, di cui noi giornalisti (ed anche i politici) rischiamo di non accorgerci: quello di combattere battaglie a nostro esclusivo uso e consumo, mentre invece fuori, fuori dal nostro piccolo e potente mondo, succedono cose di ben maggiore importanza ed effetto sulla vita della gente. Mi induce a questa considerazione l’aver partecipato (per la prima volta in vita mia) al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, per un dibattito sui temi della comunicazione. Ci sono andato scettico per molte ragioni, a cominciare dalla mia antica avversione (nata e cresciuta negli anni studenteschi) al movimento di CL, che noi (laici) abbiamo sempre considerato una specie di mostro pronto ad inglobare anime e coscienze per plasmarle ed utilizzarle a fini vari. Una giornata trascorsa a Rimini mi ha costretto a cambiare radicalmente idea, di fronte ad un movimento «di base» ricco di forza e vitalità. Ho visto un’Italia bella e allegra, fatta di ragazze e ragazzi dalla faccia pulita, seria e curiosa. Ho visto un movimento forte e serio, fatto di gente che crede in quello che fa e che lavora per fare qualcosa di utile per la collettività. Ho ascoltato le loro voci, scrutato i loro occhi nella sala della conferenza. Dico la verità: ne sono rimasto impressionato, positivamente impressionato. Sono tornato con la mente alle mie battaglie universitarie, cercando con la memoria il senso delle nostre posizioni. Certo, la laicità della politica è un grande valore, la concorrenza aiuta (se regolata) la diffusione del benessere, la libertà dell’individuo è bene primario e prioritario. Però mi chiedo: il mondo laico di fine XX secolo cosa ha lasciato ai più giovani? Quale forza «utile» abbiamo saputo costruire? Non trovo risposte convincenti a queste domande, mentre invece i ragazzi del Meeting sono liberi e forti (senza mitizzarli, per carità). Liberi di essere lì e non a s-ballarsi in discoteca, forti di un senso di comunità palpabile nell’aria. Alle undici della sera torno al parcheggio per riprendere l’automobile. C’è una ragazza, seduta da sola su una piccola seggiola di plastica. Mi saluta sorridente e mi accompagna alla macchina. È addetta (volontaria) al parcheggio, capirai che privilegio. Sta lì, con la sua maglietta del Meeting, contenta di quello che fa. E sorride a una persona che incontra per pochi secondi. La sera precedente ero a cena al Billionaire. Nessuno sorrideva come quella ragazza al parcheggio. ROBERTO ARDITTI(Il Tempo) | |
| IL SEXY-GOSSIP NON CONVINCE BERLUSCONI RECUPERA CONSENSI- Braille News 1.8.09 | |
| Lo «scandalo» delle escort ha colpito Berlusconi solo di striscio. Il restyling di immagine che il premier ha avviato a cominciare dal G8 e richiamando l’attenzione generale sui problemi concreti del Paese, partendo dalla ricostruzione dell’Abruzzo fino agli interventi per contrastare la crisi economica, sta portando i suoi frutti. I consensi sono in recupero dopo il momento di caduta che si è verificato a giugno. La strategia di demolire l’autorevolezza del presidente del Consiglio e di indebolirlo si è rivelata fallimentare. Ma veniamo ai numeri. Secondo le rilevazioni di «Crespi Ricerche», la popolarità di Berlusconi, a cominciare da giugno, ha visto un costante recupero. A maggio il premier era al 60%, già in calo di cinque punti rispetto ad aprile. Ma è a giugno che Berlusconi, sotto il tiro incrociato della stampa nazionale e di quella estera, ha vissuto il momento più buio in termini di consensi. Dal 60% è crollato al 51%. Le crepe nella popolarità del premier hanno messo a dura prova anche l’immagine del governo. La girandola di ipotesi circa un cambio della guardia a Palazzo Chigi e sulla creazione di un governo istituzionale o tecnico per affrontare le emergenze del Paese a cui si sono aggiunte anche le illazioni sulla fine anticipata della legislatura, hanno determinato una sensazione di sbandamento nell’elettorato che si è tradotto in un calo della fiducia verso il governo. Così dal 56% a aprile si è passati al 53% a maggio e poi al 52% a giugno. Ma l’impatto del sexy-gate si è esaurito nel giro di un mese nonostante il perdurare degli attacchi martellanti della stampa di sinistra. A luglio il gradimento di Berlusconi è salito al 54% e nell’ultima settimana di luglio al 55%. L’aumento dei consensi si traduce in un uguale andamento positivo nelle intenzioni di voto. Il Pdl era a maggio al 40% poi sceso al 37% a giugno ma a luglio è risalito al 37,5% e nell’ultima settimana al 38%. Il Pd che avrebbe dovuto avvantaggiarsi dalla campagna denigratoria contro Berlusconi, porta a casa solo le briciole. Nelle intenzioni di voto il partito di Franceschini passa dal 25,7% a maggio al 26% di giugno ma nell’ultima settimana di luglio vira al ribasso al 25,5%. L’Italia dei Valori non convince: dal 7,2% di maggio passa al 9% di giugno ma scende a luglio all’8,5%. Luigi Crespi commenta così questi dati: «Berlusconi ha avuto un contraccolpo tre mesi fa ma già da giugno macina consensi anche se non è ancora tornato sui valori di inizio anno». Secondo Crespi gran parte del recupero di popolarità è dovuto al successo del G8 mentre non lo sta aiutando la polemica sul partito del sud. «Quando ci sono polemiche nella maggioranza chi paga è il premier». Ma la vera sfida secondo il sondaggista, sarà per la ripresa autunnale. «La partita si giocherà a L’Aquila non a Bari. Se Berlusconi riuscirà a ridurre il conflitto dentro la maggioranza e a concentrarsi sull’Abruzzo consegnando le case prima dell’inverno, Berlusconi potrebbe chiudere l’anno con il 70% dei consensi». LAURA DELLA PASQUA (Il Tempo)
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| L’IMPERATIVO È TORNARE A CRESCERE- Braille News 1.08.09 | |
Gli effetti della congiuntura economica nel mercato del lavoro si producono sempre con un certo ritardo. Questo ritardo dipende da fattori sia economici che istituzionali. In particolare dipende dall\'esistenza o meno di interventi diretti ad incentivare le aziende a modulare gli orari di lavoro. Dipende anche dal grado di flessibilità dei rapporti di impiego e dalla relativa capacità che hanno le aziende di adattare velocemente l\'input di lavoro alle alterne vicende congiunturali. Nei Paesi in cui questi strumenti sono poco sviluppati e dove la flessibilità del lavoro è elevata, il ritardo tra congiuntura economica da un lato e il volume di occupazione e di disoccupazione dall\'altro, risulta breve. È questo il caso degli Stati Uniti dove il ciclo del PIL e quello dell\'occupazione quasi coincidono. Il che fa dire ai responsabili del governo americano che se la domanda aggregata e la produzione recupereranno verso la fine dell\'anno, si riprenderà anche l\'occupazione. La caduta dell\'occupazione si è già verificata negli Stati Uniti, con una perdita di diversi milioni di posti di lavoro. La disoccupazione sta già crescendo ai massimi storici. In Europa e in particolare in Italia gli effetti della crisi sull\'occupazione sono più lenti: l\'occupazione è diminuita sinora solo di alcune centinaia di migliaia e non di milioni di posti di lavoro: I rapporti di impiego sono più stabili e gli ammortizzatori sociali diretti alla riduzione di orario sono efficaci. Su questo ultimo versante gli sforzi del nostro Governo sono stati consistenti. Si è raggiunto lo scopo che si voleva: ridurre i costi sociali della riduzione della domanda di lavoro ed evitare di perdere il capitale umano che era stato accumulato negli anni di crescita dell\'occupazione. Dobbiamo ricordarci comunque cosa ci insegna la teoria economica e l\'esperienza concreta. Gli effetti sulla occupazione si manifestano sì con ritardo, ma prima o poi hanno luogo se l\'economia non riprende. Ed è quanto comincia a succedere anche in Europa e in Italia. Difficile prevedere il seguito di questa vicenda e capire cosa succederà nei prossimi mesi e il Rapporto del Cnel è molto prudente nel proporre i numeri delle previsioni. Una cosa è comunque certa: se la ripresa ritarderà ancora molto, gli effetti sulla occupazione saranno pesanti e rischieranno di diventare persistenti. Sappiamo che, in larga misura, la ripresa dipenderà da fattori esterni, al di fuori del nostro controllo. Spetta a noi, però, mettere in campo gli interventi diretti a rendere socialmente sopportabili gli effetti sull’occupazione e sfruttare queste condizioni, di per sé negative, per una ristrutturazione dell\'apparato produttivo per renderlo capace di sostenere la ripresa con un elevato livello di competitività. Occorrerà gestire una efficace politica della mobilità del lavoro, con politiche attive che coinvolgano le parti sociali. Bisogna insistere sul fatto che le aziende non disperdano il capitale umano accumulato, ma anche che i fattori produttivi siano impiegati secondo un utilizzo efficiente. Il nostro Paese non sarà in grado di recuperare in tempi ragionevoli , il terreno perso in questi due anni, se la futura crescita economica avverrà ai ritmi, molto modesti, del passato più recente. Il nostro potenziale di crescita va decisamente aumentato e questo può succedere solo attraverso le riforme di cui da tempo si lamenta la mancanza. ANTONIO MARZANO(Il Tempo) PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NAZIONALE DELL’ECONOMIA E DEL LAVORO (CNEL) | |
| PRIMA DEI SOLDI AL SUD SERVONO FACCE NUOVE- Braille News 1.08.09 | |
Ma come si fa? Come si fa a pensare a uno sviluppo del Sud se il Sud è ancora in mano ai responsabili del suo sfascio? Certo, non si può addebitare agli attuali governatori l’intera questione meridionale. Ma quello che da settimane si stanno domandando al ministero del’Economia è proprio questo: come si fa a consegnare altri fondi a quelli che hanno sprecato quelli che già hanno avuto? Tremonti tace. In Consiglio dei ministri aveva parlato della necessità di un «cambio culturale». Insomma, l’ha presa alla larga. Il punto è politico. E amministrativo. Antonio Bassolino s’appresta ad abbandonare la Regione Campania (per candidarsi di nuovo a sindaco di Napoli) lasciando il settore sanità con un disavanzo cumulato di quasi un miliardo, 917 milioni per la precisione. Solo per gli ultimi tre esercizi. Sanità allo sfascio. Per non parlare dei rifiuti, il cui disastro sarebbe costato allo Stato una cifra tra 1,8 miliardi e 2,1. La Calabria è a livello ancora più disperato. Agazio Loiero c’ha provato a rimettere le cose a posto e ha evitato il commissariamento, a differenza di Bassolino, soltanto perché non esiste ancora un dato certo sul deficit della sua sanità. C’è solo una stima, dell’agenzia di valutazione Kpmg, che ha stimato di 1,7 miliardi il debito sanitario. Per non parlare di quello che pagano i calabresi. Un rapporto dell’Aiop, l’associazione dell’ospedalità privata, ad inizio anno documentava che nonostante gli oltre venti milioni di prestazioni i cinque ospedali della Piana di Gioia Tauro hanno un buco di 50 milioni di euro: solo il personale incide per oltre il 70% dei costi. E ci sono dati da far sorridere visto che l’ospedale di Taurianova ha appena 18 posti letto e ben 174 lavoratori, dieci volte tanto. La Puglia. Doveva essere la locomotiva del Sud, ma il treno è fermo. Il distretto del salotto, fiore all’occhiello di un Mezzogiorno che funziona, fa notizia solo per il ricorso abbondante a licenziamenti e cassa integrazione. Vendola fece la campagna elettorale nel 2005 attaccando il piano dell’allora governatore Fitto. Dopo quattro anni il disavanzo nella sanità è a quota 552 milioni. La Regione è sconvolta dall’inchiesta Tarantini, quella in cui è comparsa anche la escort Patrizia D’Addario. Un assessore alla sanità è stato rimosso e promosso di fatto senatore con tanto di immunità parlamentare. La sanità è soltanto una spia. Raffaele Lombardo, e dietro di lui anche gli altri governatori, protestano perché vogliono che vengano sbloccati i 17 miliardi dei fondi Fas per il periodo 2006-2013, eppure in larga parte ancora non hanno presentato i progetti. Per non parlare dei fondi europei. Sul Sud sta per piovere una torta da 117 miliardi, e chi la dovrebbe gestire? E poi c’è la Banca del Sud, che comunque dovrebbe essere in moto assieme alle Regioni. Quali Regioni? E governate da chi? Sono interrogativi che al ministero dell’Economia si cominciano a fare. Anche perché lo stesso Tremonti non considera più la questione meridionale una questione locale. Perché è fin troppo evidente che non basterà alzare di nuovo l’aliquota Irap, come avverrà a breve in Campania, per ripianare quei debiti. Dovrà intervenire lo Stato, tutti gli italiani. Proprio per questo il ministro dell’Economia è pronto a prendere decisioni draconiane. Commissariamenti a tutto spiano. Non solo nella sanità. Bertolaso ha fatto capire chiaro e tondo che è pronto a procedere allo scioglimento dei Comuni campani che non sono a norma con la raccolta differenziata. Sono undici quelli nella black list, una buona parte è pure governata dal centrodestra e in un paio s’è persino votato meno di due mesi fa. Linea dura, dunque. Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, il cui feeling con Tremonti e Sacconi è noto, proprio sulle colonne del Tempo ha parlato della possibilità di sciogliere le Regioni, come si fa per i Municipi, dove lo sfascio amministrativo è senza via d’uscita. Difficile che si proceda a una simile iniziativa a nove mesi dalle elezioni. Ma la direzione è quella: a Roma non si tollera più nulla, non si chiudono più gli occhi. La parola chiave è «responsabilità». Come commissari nelle Regioni in cui s’è intervenuto per la sanità sono stati scelti gli stessi Governatori. È avvenuto in Campania e Molise. Era già accaduto nel Lazio. È un modo per responsabilizzare gli stessi presidenti delle Regioni a ripianare i debiti che loro stessi hanno contribuito a produrre. Si procederà così anche sui fondi europei. Mentre sui fondi Fas l’idea resta quella già trapelata nei giorni scorsi, ovvero di creare un unico «fondone» sulla falsariga di quello istituito per le infrastrutture e gestito direttamente dalla presidenza del Consiglio. Un discorso a parte merita la Sicilia. Tremonti, tornando in aereo a Roma con Bossi e Calderoli, s’è lamentato soprattutto del comportamento di Gianfranco Micciché. Le parole del sottosegretario anche offensive nei riguardi del ministro, l’hanno colpito. Anche perché il titolare dell’Economia credeva di avere ormai un rapporto anche personale consolidato con l’esponente di governo siciliano. Berlusconi lo ha rassicurato, spiegandogli che in realtà si tratta di una questione personale. La scelta di Castiglione, un uomo di Schifani, alla guida del coordinamento regionale siciliano è stata preso da Micciché come un affronto personale. FABRIZIO DELL’OREFICE(Il Tempo) | |
| SÌ DELLA CAMERA UBRIACHI IN AUTO QUINDICI ANNI A CHI UCCIDE – Braille News 25.7.09 | |
| La Camera ha approvato il testo sulla sicurezza stradale. Un provvedimento a tolleranza zero che già i primi di agosto potrebbe ottenere il via libera definitivo del Senato. Ecco le novità. Fino a 15 anni di carcere per chi causa incidenti mortali con un tasso alcolico nel sangue superiore a 1,5 o guida sotto l’effetto di stupefacenti. Zero alcol per chi ha meno di 21 anni, chi ha la patente da non più di tre anni. La polizia stradale potrà effettuare il narcotest in presenza del personale medico ausiliare. Chi non fa spazio a polizia e ambulanze vedrà i propri punti decurtati di 5 unità e sale la sanzione per chi non rispetta i pedoni (8 punti contro i 5 precedenti). Multe da 155 a 624 euro per chi circola «con un veicolo appartenente, relativamente alle emissioni inquinanti, a categorie inferiori a quelle prescritte».(Il Tempo) | |
| L’INTERVENTO - UNA CAMPAGNA PD VALE L’ALTRA A PATTO DI FARE GLI SCONGIURI– Braille News 25.7.09 | |
| Svanita la speranza di festeggiare la caduta di Silvio Berlusconi in primavera e poi in estate, anche se prosegue il rovistio tra le sue lenzuola e spazzature varie, l’opposizione politica e giornalistica ha affidato i suoi sogni all’autunno. Che essa preconizza non caldo ma torrido per il presidente del Consiglio e per la pur ampia maggioranza della quale egli dispone in Parlamento. In particolare, gli avvoltoi del Pd e dell’Italia dei presunti valori di Antonio Di Pietro, incoraggiati dalla solita Repubblica di carta fondata da Eugenio Scalfari, si aspettano in autunno la mancata riapertura di molte aziende che si accingono a chiudere ora per ferie, la bocciatura del cosiddetto lodo Alfano da parte della Corte Costituzionale, la conseguente ripresa dei processi contro Berlusconi congelati con quella legge, l’assalto dei clandestini alle nostre coste nonostante la collaborazione con la Libia per contenerli o respingerli, l’esplosione della rabbia dei terremotati d’Abruzzo nonostante la puntualità con la quale procedono, sotto il controllo personale del presidente del Consiglio, i lavori per il loro trasferimento dalle tende alle case, la spaccatura del Pdl con la nascita del Partito del Sud, infine la rottura dei rapporti di lealtà, di rispetto e di cooperazione tra il capo dello Stato e il capo del governo felicemente collaudati in occasione del summit internazionale all’Aquila. Sulla lite tra i presidenti della Repubblica e del Consiglio gli avvoltoi dell’opposizione, in verità, avevano scommesso già il 15 luglio, in occasione della decisione annunciata da Giorgio Napolitano di promulgare la legge sulla sicurezza criticandone però alcune parti per iscritto, con lettere inviate al governo, ai presidenti delle Camere e persino alla Corte Costituzionale. Ma il presidente del Consiglio e i ministri competenti hanno responsabilmente assicurato "riflessione" sui rilievi del capo dello Stato apprezzando la promulgazione della legge, della quale invece le opposizioni con la "scimitarra" di Di Pietro giustamente derisa da Napolitano avevano reclamato il rinvio alle Camere. Gli avvoltoi ci sono rimasti malissimo. E si sono consolati parlando e scrivendo di una prova di "debolezza" e di "paura" di Berlusconi, che avrebbe fatto buon viso a cattivo gioco per un bieco calcolo politico. Cioè, per non compromettere i suoi rapporti con il Quirinale e riceverne aiuto nel torrido autunno in arrivo, dal quale magari i menagramo si aspettano anche alluvioni ed epidemie per addebitarne la responsabilità al presidente del Consiglio. Che invitiamo naturalmente a fare i dovuti e patriottici scongiuri. Il presidente della Repubblica può aiutarlo anche in questo perché, da buon napoletano, s’intende di scaramanzia più di un brianzolo. FRANCESCO DAMATO(Il Tempo) | |
| FRANCESCHINI AL CAPOLINEA– Braille News 25.7.09 | |
| Probabilmente è presto per dargli del «bollito», ma la corsa di Dario Franceschini verso la vetta del Pd, nelle ultime settimane, è diventata piuttosto ardua. Non passa giorno senza che un amministratore locale, un padre nobile, un qualsiasi big del partito dichiari il proprio sostegno a Pier Luigi Bersani. L’ultimo a salire sul carro dell’ex ministro è stato il presidente della Regione Calabria Agazio Loiero che, così, si è unito ai colleghi Vasco Errani (Emilia Romagna), Mercedes Bresso (Piemonte), Claudio Martini (Toscana), Antonio Bassolino (Campania), Claudio Burlando (Liguria), Maria Rita Lorenzetti (Umbria) e Vito De Filippo (Basilicata). È vero che i consensi si devono trasformare in voti, ma è altrettanto vero che, ad oggi, il gap tra Dario e Pier Luigi appare incolmabile. Soprattutto in vista delle primarie dove normalmente gli elettori scelgono il candidato più rappresentativo. Il tutto senza dimenticare che nel 2010 ci saranno le Regionali. E se tanti governatori uscenti scelgono Bersani un motivo ci sarà. Così non stupisce che un sondaggio dell’Istituto Piepoli diffuso in esclusiva da Affaritaliani.it (campione di 1000 casi, metodologia C.A.T.I) dia l’ex ministro in netto vantaggio rispetto all’avversario: ogni due voti a Bersani uno a Franceschini. Insomma il segretario uscente del Pd sembra destinato ad un precoce prepensionamento. Anche per questo, negli ultimi giorni, Dario ha cambiato strategia. Nonostante il suo principale sponsor Beppe Fioroni preferisca un atteggiamento più attendista, autorizzando la lettura maliziosa secondo cui sarebbe pronto a passare con Bersani una volta perso il congresso, il candidato alla segreteria non ha nessuna intenzione di finire schiacciato in giochi di potere. Così è partito alla ricerca di uomini forti da far correre nelle Regioni. La prima a scendere in campo è stata Debora Serracchiani in Friuli Venezia Giulia e anche Sergio Cofferati ha sciolto la riserva: si candiderà a guidare il partito in Liguria. Il meccanismo è molto semplice. Nel 2007 fu Walter Veltroni, unico pretendente alla segreteria, a tirare la volata ai leader regionali. Stavolta è diverso: vincere i congressi locali significa avere più forza a livello nazionale. Senza contare che, con i volti giusti, anche le primarie avrebbero un esito meno scontato. Per questo gli uomini di Dario stanno cercando un nome da contrapporre alla «rivelazione» Maurizio Martina in Lombardia (Ignazio Marino punterà su Beppino Englaro). E mentre per il Veneto si parla già di Pier Paolo Baretta, deputato Pd con un passato da segretario confederale della Cisl molto apprezzato nella Regione, nel Lazio stanno salendo le quotazioni di David Sassoli. Non correrà invece in Campania, nonostante i numerosi inviti (l’ha contatta Marino, ma lo avevano già fatto Bersani, Franceschini e Veltroni), Rosaria Capacchione giornalista del Mattino impegnata sul fronte anticamorra e già in corsa per il Pd alle ultime europee. Nel frattempo la direzione del partito ha convocato ufficialmente il congresso per l’11 ottobre a Roma e, nonostante le proteste, ha chiuso il tesseramento. Alla fine il Pd potrebbe superare quota 700mila iscritti anche se continuano a far discutere i dati che arrivano da alcune zone italiane. In Puglia, negli ultimi 20 giorni, c’è stato quasi un raddoppio delle iscrizioni e anche nel Lazio si registra un vero e proprio boom di tessere. I congressi si vincono anche così. NICOLA IMBERTI(Il Tempo) | |
| L’INTERVENTO-L’OCCASIONE NON VA SPRECATA – Braille News 25.7.09 | |
| Finalmente uno dei provvedimenti più importanti per affrontare la crisi economica è stato varato dopo mesi di stallo in parte dovuti ai necessari negoziati con le Regioni, ma in parte dovuti a un’irragionevole tendenza a ritardare l’azione governativa. In altri Paesi europei, come la Francia, provvedimenti più settoriali hanno già portato sollievo al mercato edilizio e all’occupazione nel settore. Adesso anche in Italia uno dei settori produttivi più importanti per l’economia nazionale riceve una boccata d’ossigeno. Il Piano Casa prevede la costruzione nei prossimi cinque anni di centomila nuovi alloggi destinati ai nuclei familiari a basso reddito, ai giovani, ai pensionati, agli sfrattati, agli studenti fuori sede. Lo stanziamentio previsto dal governo è di 200 milioni di euro che diventeranno 550 nei cinque anni. 150 milioni di euro è l’entità dei fondi immobiliari stanziati che si valuta possano produrre tre miliardi di investimenti. La legge si propone, oltre allo snellimento delle procedure di approvazione dei progetti, la valorizzazione dei beni demaniali che costellano i territori comunali delle nostre città in modo da favorire la creazione di nuovi servizi urbani dei quali quasi ovunque si sente urgente bisogno. Quale sarà l’impatto del Piano Casa sulle nostre città e sul nostro paesaggio? È una domanda più che lecita in un Paese come l’Italia che ha visto negli anni ’60 una crescita caotica del patrimonio edilizio con conseguenti gravissimi danni alla sua immagine tradizionale che alimenta, non dimentichiamolo, la più grande delle nostre industrie ancora attive, ossia l’industria del turismo. a risposta è che questo impatto risponde a una necessità non solo economica ma anche sociale e può essere reso «sostenibile», cioè compatibile con le esigenze della difesa dei beni culturali, del rilancio dell’ambiente e della riduzione dei consumi energetici, attraverso un’azione di controllo rapida ed efficace affidata a un organismo fuori dalle logiche burocratiche. Più di 60 anni fa il governo italiano varò un piano che aveva come scopo principale l’occupazione operaia e si rivelò un prezioso strumento anche dal punto di vista culturale. Il cosiddetto Piano Fanfani coinvolse le migliori energie dell’architettura italiana del tempo per realizzare all’interno di quasi tutte le città l’esperimento di un nuovo habitat e ancora oggi gli edifici costruiti allora si distinguono dal resto delle periferie anonime per le loro caratteristiche formali e costruttive. Per arrivare a questo risultato vennero banditi concorsi e fissati standard qualitativi. Stato e Regioni, non in conflitto ma in positiva interazione, potrebbero mobilitarsi per dare rapidamente al Piano Casa un significato qualitativo. È nei momenti difficili che si risvegliano spesso le sfide e oggi come allora l’ingegno, l’abilità tecnica e l’amore per la bellezza dovrebbero prevalere sul fatalismo pessimista. PAOLO PORTOGHESI(Il Tempo) | |
| PARTE IL PIANO CASA, 100.000 ALLOGGI IN CINQUE ANNI – Braille News 25.7.09 | |
| Centomila nuovi alloggi entro cinque anni. È l’obiettivo del «piano casa» che, grazie alla firma del presidente del Consiglio conclude il suo iter. Il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, spiega che Con il varo del «piano casa» si stabiliscono «nuovi interventi diversificati a seconda delle categorie interessate, disponibilità di finanziamenti pubblici e privati da utilizzare con procedure snelle, incentivi e agevolazioni fiscali. Gli alloggi saranno destinati sia in proprietà quali prima casa, sia in locazione a canone sostenibile e a canone sociale. Il decreto prevede pure che i beneficiari del piano casa siano i nuclei familiari a basso reddito, le giovani coppie, gli anziani in condizioni sociali svantaggiate, gli studenti fuori sede, gli sfrattati, gli immigrati regolari a basso reddito e i residenti da almeno 10 anni in Italia o da 5 nella stessa Regione. Inizialmente si prevede un intervento di 200 milioni che diventeranno 550 con prossimi stanziamenti. Il piano consiste in un insieme di interventi di edilizia residenziale pubblica, project financing, agevolazioni alle cooperative edilizie e un sistema integrato di fondi immobiliari, cui è devoluto uno stanziamento di 150 milioni di euro, che a regime si stima attrarrà investimenti per tre miliardi di euro. Il tutto da attivare con la collaborazione anche finanziaria di Regioni ed Enti locali. Tra l\'altro è prevista la valorizzazione di aree demaniali con la loro riqualificazione urbana». Il piano piace alle associazioni da categoria come Confedilizia secondo la quale il testo avrà «senza dubbio un immediato effetto psicologico molto positivo» su un settore fermo in attesa di segnali di uscita dalla crisi. Favorevole anche l’Ance per la quale «i costruttori si dichiarano assolutamente pronti a sostenere la loro parte di investimenti, così come le banche sono disponibili a finanziarle». ALESSANDRO BERTASI(Il Tempo) | |
| L’INTERVISTA AL MINISTRO CARFAGNA LA LEGGE CHE MANCAVA - Braille News 18.07.09 | |
| È la vittoria di una importante battaglia. Il traguardo di un cammino iniziato un anno fa e diventato per il suo ministero una priorità. Ecco perché, appresa la notizia del voto favorevole alla Camera alla proposta di legge sulla violenza sessuale il ministro Mara Carfagna esprime tutta la sua soddisfazione. «È un grande risultato anche perché la sensibilità su questo tema è molto accresciuta negli ultimi mesi». Un testo approvato da un voto bipartisan. Se l’aspettava? «È il segnale di come su questi temi non ci siano differenze di alcun genere». Non è passata la contestata norma "wanted", voluta da tre esponenti del Pdl e cancellata dalla Lega, che prevedeva la possibilità di affiggere anche nei luoghi pubblici le foto-segnaletiche di un ricercato per violenza sessuale. «Credo che il testo uscito dalla Camera sia davvero un buon testo. La legge così com’è, se dovesse passare anche al Senato, offre alle donne uno strumento importante per potersi difendere». Rimanendo sulla Lega: commentando il caso dello stupratore romano, il ministro Calderoli ha proposto ancora una volta la castrazione chimica. Lei crede possa essere davvero uno strumento utile? «Oggi in Italia esiste una normativa molto severa. In un anno quello della violenza sessuale è diventato un fenomeno molto controllato, dal governo e da tutte le forze politiche. Lanciare queste proposte, a volte anche un po’ provocatorie, che suscitano anche polemiche, non so quanto sia utile». Altro argomento, l’adeguamento delle pensioni tra uomini e donne, così come richiesto dall’Unione Europea. Il presidente Berlusconi ha in qualche modo frenato. Come pensate di risolvere la questione? «Di certo non possiamo far finta di nulla. Io sono favorevole, purché l’adeguamento sia graduale e non danneggi i diritti delle donne che si trovano adesso in età pensionabile. Mi piacerebbe anche che i fondi che saranno così risparmiati venissero destinati alle madri lavoratrici». Ministro, è appena uscito il suo libro sul primo anno di governo. È soddisfatta? «In generale credo che questo governo abbia dato al Paese risposte concrete su temi importanti. Per quanto riguarda il mio ministero, non spetta a me giudicare quanto fatto». Siamo alla vigilia del conclave del governo, per fare il punto su quanto fatto e sui prossimi obiettivi. E se alla fine le arrivasse la proposta di fare da vicepremier? «Guardi, non ragiono sui ma o sui se. Mi sa che siete voi giornalisti che vi divertite a mettere in giro certe voci». Vabbè, allora facciamo il gioco dei "ma e dei se". Se il premier glielo chiedesse? «Se lo facesse, valuterò. Ripeto, per ora penso a fare bene il mio lavoro».(Il Tempo) | |
| IL FATTO- Braille News 18.07.09 | |
| Il nuovo testo di legge contro la violenza sessuale ha ricevuto il via libera dall’Aula della Camera con un voto \'bipartisan\': 447 sì e 29 no. Il Pdl ha dovuto rinunciare all\'articolo 6 che prevede la possibilità di affiggere in luoghi pubblici foto segnaletiche e identikit dei ricercati e che era stato introdotto con un emendamento firmato da Mariarosaria Rossi, Enrico Costa e Manlio Contento. Senza l’articolo 6 il testo è passato con il voto favorevole di Pd, Idv e Udc. Prevedendo un inasprimento delle pene e delle aggravanti. Per chi commette un caso di violenza sessuale contro un minore di dieci anni, ad esempio, scatterà il carcere fino a 16 anni. Si introducono misure di prevenzione da parte del governo, come i corsi di formazione anche nelle scuole contro questo tipo di reato. «Ma perché tutto questo abbia un senso e un\'efficacia - osserva il capogruppo del Pd in commissione - il governo dovrà stanziare dei fondi. Ci dovranno essere cioè delle risorse affinché la prevenzione possa essere reale». Il provvedimento ora dovrà passare all\'esame del Senato. (Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE-QUALE SCUOLA VOGLIONO A REPUBBLICA?- Braille News 18.07.09 | |
| In Italia aumentano i bocciati. E La Repubblica dice che si tratta di un "anno nero" per la scuola italiana. Può essere. Sicuramente è un anno nero per tutti questi ragazzi che dovranno fare i conti con un piccolo grande fallimento, e per le loro famiglie. Ma il giornale che presume di dare da sempre le pagelle all\'Italia, ha già deciso che è colpa della scuola, del suo Ministero, quindi del governo etc etc. Ma proviamo a ragionare, che male non fa. Se aumentano i bocciati ci sono due motivi: si è abbassata la qualità dell\'apprendimento da parte dei ragazzi, e si è alzato o comunque non è parimenti disceso il livello di richiesta da parte della scuola. Questa semplice constatazione tira in ballo una responsabilità generale che è troppo facile "scaricare" sulla scuola, tanto meno sulle sue istituzioni di governo. L\'abbassamento della capacità di apprendimento non è certo un fenomeno che oscilla così vistosamente da un anno all\'altro. Si tratta di un trend, peraltro già largamente documentato in questi anni da rilevazioni nazionali e internazionali, che riguarda in generale la qualità dell\'attenzione e dell\'impegno di cui i nostri figli sono capaci. Solo un fesso o uno che vive tra le nuvole non vede quanto in tal genere di cose intervengano forze e fenomeni che hanno poco a che vedere con il tempo passato dai ragazzi a scuola. Vado denunciando da tempo - per quel che serve e può fare la voce di un poeta - l\'ipocrisia di adulti che siedono in consigli di amministrazioni di aziende (di comunicazione, televisive, d\'enterteinement) che lucrano abbondantemente sulla pelle dei nostri ragazzi investendoli di proposte, con invadenza micidiale. Molti dei cosiddetti fenomeni giovanili, che presentano di fatto inviti al disimpegno, a seguire modelli di riuscita facili e senza cultura, sono creati e gestiti da adulti che ne fanno motivo di business e di carriera. Incolpare la scuola, senza chiamare per nome i "diseducatori" che ogni giorno fanno la tv e la musica per i ragazzi, è ipocrita e segno di mancanza di coraggio. Che la scuola italiana, non certo per puro gusto punitivo, lanci una specie di allarme, una specie di "non ci sto" proponendosi come luogo dove serietà - anche nei comportamenti - e nell\'apprendimento della conoscenza conta, mi pare sia un estremo segno di volontà di ripresa, non un "anno nero". Che ci sia molto da lavorare nella scuola, ad esempio sul metodo con cui si trasmettono i saperi (penso al patrimonio umanistico ma vale anche per lo scientifico) lo sappiamo e va fatto. Ma occorre tenere presente che tutti i più seri analisti della crisi mondiale e nazionale insistono sulla necessità di puntare sul fattore umano, per riqualificare il lavoro e la capacità di ripresa. La scuola italiana ha deciso, seguendo la propria vocazione specifica, di andare in questa direzione. La bocciatura, come sa chi l\'ha sperimentata sulla propria pelle, non è un dramma come sulle prime può apparire. Ma un invito, perentorio ma ineludibile, a una serietà si fronte alla propria vita. Piuttosto che leggere questo fatto con gli appannatissimi occhiali della polemica politica, si dovrebbe avere il coraggio intellettuale di vedere il quadro più ampio dei fatti e la capacità di fare proposte costruttive. DAVIDE RONDONI(Il Tempo) | |
| L’INTERVISTA A FRANCO MACCARI «BASTA BUONISMO, CRIMINALI IN GALERA»– Braille News 11.07.09 | |
| «Al diavolo il buonismo, è ora di finirla con queste assurdità. È ora che i criminali stiano dove è il loro posto, dove i cittadini pretendono che sia il loro posto, e non in giro a sparare in mezzo alla strada». Franco Maccari, segretario generale del Coisp, sindacato indipendente di Polizia, non usa mezzi termini per commentare la notizia della banda di rapinatori arrestati da squadra mobile e carabinieri che erano sulle loro tracce già da tempo, detenuti a Rebibbia in regime di semilibertà. Due di loro hanno una condanna all’ergastolo. Criminali pericolosi eppure liberi... «Leggere le biografie di questi criminali e constatare la libertà di movimento di cui potevano godere fa letteralmente rabbrividire. Ma, onestamente, come si può chiedere ai cittadini di credere in questa Giustizia? Ma chi glielo spiega alla gente che "rieducazione" e "reinserimento" e, bisognerebbe aggiungere, probabilmente anche il "superlavoro" di giudici affannati, significano mancanza di polso fermo, mancanza di autorità, mancanza assoluta nella pretesa che chi ha sbagliato paghi, e che chi si vuole davvero riabilitare lo dimostri sul serio e non facendo l’angioletto per ottenere una misura alternativa alla detenzione o una licenzia premio?» Si deve cambiare la legge allora? «Si deve mettere maggiore attenzione da parte dei giudici nella valutazione sulle misure da prendere. Stiamo parlando di condannati all’ergastolo. Il giudice che dovesse decidere che tali personaggi debbono uscire di prigione forse è il caso che affianchi misure di controllo. Gli angioletti che qualcuno ha pensato fosse il caso di premiare sono stati trovati in possesso di 2 Kalashnikov, 1 fucile mitragliatore tipo M4, 7 pistole, di cui 6 cal. 9 e una 357 magnum, 2 bombe molotov, 2 frullini e giubbetti antiproiettile e munizioni varie. Questi angioletti, se è il caso, sparano senza badare tanto che fra loro e le divise nel mirino ci siano bambini o passanti». Episodi simili sono frequenti? «Spesso durante i controlli i poliziotti si trovano di fronte a persone condannate anche per reati gravi che se vanno in giro tranquillamente. La gravità di quello che è accaduto, e la seria preoccupazione per un sistema le cui falle gigantesche mettono continuamente in pericolo la sicurezza dei cittadini e degli operatori delle Forze dell’ordine ci obbligano a mettere da parte il pudore istituzionale e a dire a muso duro che è una vergogna e uno scandalo che delinquenti patentati se ne vadano in giro, grazie a semilibertà e permessi premio, ad assaltare furgoni portavalori sparando senza pietà addosso agli uomini in divisa di turno, colpevoli solo di trovarsi al momento sbagliato nel posto in cui un sistema buonista, inefficace e ridicolo ha lasciato andare i criminali giusti». MAURIZIO PICCIRILLI(Il Tempo) | |
| LE SCOSSE DI D’ALEMA SULLA SINISTRA– Braille News 11.07.09 | |
| D’Alema torna a blaterare di scosse e di Berlusconi in caduta libera. Torniamo allo Statuto! Fu il grido del liberale Sidney Sonnino (1897), preoccupato per la crisi dell’istituto parlamentare. Ora, bisognerebbe gridare alto e forte, specie ai postcomunisti: torniamo alla Politica! Come allora - l’allarme di Sonnino, inascoltato, fu pagato col marasma del primo dopoguerra, la violenza, il massimalismo e il fascismo -, oggi, seguita a cadere nel vuoto l’invito a rinunciare al pettegolezzo scandalistico come pensiero ed azione dell’opposizione. Eppure, è un paradosso che proprio l’ultimo comunista a denominazione d’origine controllata si sia reso complice del declassamento della politica, discendendo dal Principe di Machiavelli al taglia e cuci di guardiola. La prima profezia sulle scosse fece pensare ai refoli di Procura, mentre questo secondo presagio non cela altro, se non il declino, questo sì, inarrestabile, di D’Alema, da homo totus politicus a chiacchierone. Il dramma di tanta discesa è ben descritto dal seguente paragone: Giuseppe D’Alema (1917-1994), babbo di Massimo, pur avendo percorso tutto il cursus honorum stalinotogliattiano, non rinunciò mai alla politica, schierandosi, ad esempio, a favore del nucleare. Ai compagni bla-bla-bla, isterici e scandalizzati, Giuseppe ripeté più volte ed invano: «Basta fare casino… il paese ha bisogno di energia», come a dire che un politico non può non fare i conti con la realtà. Di D\'Alema junior sentìi parlare bene per la prima volta a Mosca e mi fu descritto da giornalisti e kgb-men della Novosti come leale amico del Paese dei Soviet, speranza neoleninista del partito comunista italiano, sicura garanzia di resistenza al riformismo socialdemocratico del Psi craxiano. L’allora trentacinquenne dirigente comunista aveva suscitato interesse, trovandosi, insieme a Berlinguer e Bufalini, fianco a fianco con gli uomini forti del Cremlino, ai funerali di Jurij Andropov. In seguito, lo vidi all’opera, d’intesa con Occhetto, quando fu protagonista della grave scorrettezza nei confronti di Natta. Il legittimo segretario del Pci, scelto alla morte di Berlinguer, per evitare che il Pci finisse nelle mani «occidentali» di Napolitano, colpito da infarto, invece dei fiori e delle visite di cortesia ricevette, ipso facto, la lettera di licenziamento. Ecco, D’Alema, da quel primitivo colpo di mano, dilapidò le sue virtualità politiche - come il realismo ereditato dal padre -, specializzandosi, da vero epigono della tradizione staliniana, nell’intrigo, nelle guerre intestine, nel cinico gioco delle purghe e dei veti, piuttosto che nella progettualità alta e positiva. Lungo è l\'elenco delle sue vittime, da Occhetto ai miglioristi, sino a Veltroni, in attesa di veder la sorte di Franceschini, tuttavia il danno maggiore lo ha causato a se stesso, rimanendo, così, eterna promessa non mantenuta di leader. Oggi, poi, ridottosi a gufare contro Berlusconi, usando non la politica dei contenuti, bensì la palla di vetro, simboleggia da solo il patetico tramonto della sinistra. GIANCARLO LEHNER (Il Tempo) | |
| POLITICA ESTERA-UN MONDO CON MENO BOMBE– Braille News 11.07.09 | |
| L’accordo quadro tra Obama e Medvedev può essere guardato come il classico bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, secondo l’angolazione prospettica dell\'osservatore. Sotto l\'aspetto pratico il fatto che i proprietari del 96 per cento delle armi nucleari globali abbiano 1.500 o 3.000 testate ciascuno cambia assai poco, sia per i protagonisti che per il resto del mondo. Infatti, se si valuta l’equilibrio strategico, si scopre che sono assai più destabilizzanti quelle armi che corrispondono a circa un quarto del rimanente quattro per cento, in quanto detenute da mani non affidabili. Il bicchiere mezzo pieno è invece il significato politico dell’accordo, seppure anche qui ci siano luci e ombre. Mentre il panorama è tutt’altro che rassicurante, il riavvicinamento dei due Grandi allo spirito di Pratica di Mare diviene esplicito, e questo fa bene sperare. Tutto il resto, è dettaglio per le discussioni dei tecnici, che dovrà comunque essere messo a punto prima della scadenza del vecchio accordo, a fine anno. Altra considerazione di interesse può essere l’evidenza che Barak Obama, nonostante la conclamata esigenza di cambiamento, almeno per quanto riguarda la politica di sicurezza e difesa continua, nei fatti, a seguire la linea del tanto contestato predecessore. Ha mantenuto infatti Gates al Pentagono, Petraeus al comando strategico più sensibile, in Iraq sta eseguendo i piani pre-esistenti di ritiro progressivo e in Afghanistan la politica è quella di Bush, se non addirittura più incisiva. Anche per quanto riguarda la riduzione di armi strategiche, con George W. ancora in carica, il 15 dicembre scorso su questo tema si incontravano a Mosca, a porte chiuse, il vice ministro degli esteri Sergei Ryabkov e il sottosegretario John Rood. Prima ancora, altri "scambi di cortesie" si riferiscono alla rinuncia russa di schierare i missili Iskander ai confini della Nato e alla studiata"indecisione" americana circa i radar e gli anti-missili nell’Europa dell’est, tuttora tenuta in sospeso come futura materia di scambio. Secondo le Agenzie, la proposta su cui si baseranno i colloqui tecnici consisterebbe nel ridurre a circa 1.500 ciascuno le testate e a un numero compreso tra i 500 e 1.100 i vettori. Non è dato di sapere se, oltre ai missili, in questi numeri siano compresi i bombardieri strategici, dove gli americani sarebbero in vantaggio per la disponibilità dei moderni B.1 e B.2, a fronte degli obsoleti Bear e Backfire. Ma, come abbiamo detto, poco importa ai fini degli equilibri strategici. In sostanza, si potrebbe azzardare che i due grandi siano già d’accordo quasi su tutto, ma che i tempi per manifestarsi alle rispettive opinioni pubbliche non siano ancora maturi. Da un lato, infatti, ci sono i vigili generali dell’Armata Rossa e i comunisti duri e puri, e dall’altro i timorosi ex Paesi dell’Est e una parte importante dell’opinione pubblica americana. MARIO ARPINO(Il Tempo) | |
| IL G8 E I GIORNI DEL CIRCO – Braille News 11.07.09 | |
| Sono i giorni del circo mediatico e quelli degli incontri che potrebbero cambiare la storia maforse non la cambieranno affatto. Eppure in fondo, a pensarci bene, nulla riesce ad avere carattere di certezza in un mondo in cui molto poco c\'e\' di chiaro o prevedibile in termini di assetti futuri o di paradigmi di riferimento. Lo sport di questi giorni, in Italia e sui giornali di tutto il mondo, è quello di dichiarare morta la formula G8 e di gettarsi poi in improbabili studi di nuove geometrie che meglio possano corrispondere agli equilibri di potere del mondo che verrà. Tutto vero, verissimo, bisogna immaginare nuove formule e nuovi percorsi; il mondo non è più quello degli anni settanta, quello del Library Group, in cui i paesi piu\' industrializzati decidono di fare quadrato per superare il primo shock petrolifero e di conseguenza gli attori, i protagonisti principali non sono piu\' gli stessi. Ma è difficile immaginare nuove formule se, di fatto, si tende a negare la realtà dei nuovi equilibri di potere mondiale. Chi va ammesso in questi nuovi club? Chi conta davvero? Chi ci piace di piu? I mesi piu\' bui della crisi economica americana avevano fatto comparire sulla scena analisi meno scontate del solito, tentativi di raccontare un mondo più complesso di quello cui siamo abituati. Esperti di geopolitica e finanza globale hanno sostenuto per mesi la tesi della fine dell\'impero americano, del declino del predominio occidentale. Poi la cappa della crisi si è leggermente allentata e tutto ha ritrovato il suo schema. Parliamo di finanza e non teniamo mai conto della finanza islamica, parliamo di superpotenze e fatichiamo ancora a considerare che la Cina ormai non è più una proiezione verso il futuro, ma un dato di fatto. In pochi mesi abbiamo ricomposto il nostro mondo tutto concentrato sull\'Occidente e siamo ricaduti nella miopia di sempre. E allora diventa difficile trovare le formule giuste dei tavoli di discussione se non accettiamo le regole del gioco, prima fra tutte quella che il potere del pianeta non è piu\' nelle mani delle potenze tradizionali. E ancora, non è immaginabile perseguire la formula superinclusiva che porterebbe a replicare il modello Onu, visto che negli ultimi anni è stato uno dei meno efficaci e credibili. Il problema forse non sono le geometrie ma il senso delle cose. Piaccia o no alcuni elementi portatori di senso in questo G8 ci sono, con buona pace dei colleghi del Guardian di Londra e del loro scoop fatto di fonti anonime, imprecise, e magari manovrate ad arte. Il Legal Global Standard voluto dal ministro Tremonti, ad esempio, è un primo dato di fatto: ma guarda caso le opposizioni più significative all\'adozione di un comune codice di condotta per il mondo della finanza vengono proprio dal mondo anglosassone. Eppure il fatto stesso che la questione delle regole venga messa al centro degli incontri di questi giorni è in sé un passo avanti. Poi chi studia le formule nuove, o chi vuole dire che il G8 non serve più a niente, soprattutto questa volta che è in casa italiana, può trovare tutte le motivazioni del pianeta. Di fatto poi un confronto sui problemi chiave deve avvenire, qualunque sia il luogo, la formula, la geometria. Altrimenti limitarsi a criticare il carrozzone mediatico e la passerella dei "grandi" può suonare estremamente popolare, raccogliere facili consensi ma, di fatto, lasciare senza soluzioni; e senza luoghi dove, faticosamente, ricercarle. MONICA MAGGIONI(Il Tempo) | |
| INTERNI: CANNABIS, TOSSICODIPENDENTI IN AUMENTO - Braille News 4.7.09 | |
| Tossicodipendenti in aumento, soprattutto fra i consumatori di cannabis. È l’allarme lanciato dal rapporto annuale al Parlamento sullo stato delle tossicodipendenze nel nostro paese dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi.I dati, riferiti al 2008, parlano di un aumento del 5,3 per cento nel consumo di cannabis fra i ragazzi e nell’uso di tutte le sostanze dai 20 anni in su. Sarebbero poi 385 mila i tossicodipendenti (9,8 soggetti ogni mille persone fra i 15 e i 64 anni), aumentati di quasi 70 mila unità in un solo anno. Di essi, ben 210 mila usano eroina (205 mila nel 2007) e 172 mila cocaina (154 mila nel 2007), Persone che consumano regolarmente sostanze stupefacenti e che avrebbero bisogno di un trattamento ad hoc, anche se sono solo 175 mila quelle attualmente in cura: meno della metà. Ancora un dato negativo è quello sul policonsumo di sostanze nella fascia 15-19 anni, che rileva peraltro una forte tendenza all’aumento e una certa associazione con alcool e tabacco. I consumatori di cannabis associano anche la cocaina nel 14,1 per cento dei casi e anche l’eroina nel 4,4 per cento. I fruitori di cocaina utilizzano nel 91,9 per cento anche cannabis e nel 23 per cento anche eroina. Chi predilige quest’ultima, infine, utilizza in associazione anche cannabis nell’82,3 per cento dei casi e nel 66,7 per cento anche cocaina. Ciò dimostra che la cannabis è una droga "trasversale" che molto spesso viene associata alle altre sostanze. «Le percentuali di persone che hanno dichiarato di avere usato almeno una volta nella vita stupefacenti sono risultate rispettivamente l’1,6 per cento per l’eroina, il 7 per cento per la cocaina e il 32 per cento per la cannabis», ha commentato il sottosegretario Giovanardi che ha continuato «Abbiamo poi la sensazione che tanti giovani utilizzino le droghe soltanto nel week end». L’età si abbassa sempre più per quanto riguarda l’accesso alle droghe. Il 31,5 per cento degli studenti fra i 15 e i 19 anni dichiara di aver usato cannabis almeno una volta nella vita e il 2,7 per cento di consumarla quotidianamente. Infatti, si è rilevato che il consumo di cannabis inizia già a 12 anni. Un altro dato che spicca nelle stime di quest’anno, rispetto al 2007, è il calo del consumo di eroina (-7,9 per cento) e cocaina (-13 per cento) nei giovani under 19. In calo e in controtendenza in Italia è pure il numero di morti per overdose. A sorpresa, in questo settore la regione italiana più problematica risulta essere l’Umbria, con un tasso medio di mortalità per droga tre volte superiore a quello nazionale e la percentuale maggiore di eroinomani in trattamento. «Dalle 589 del 2007, in aumento del 6 per cento rispetto all’anno precedente, si è passati alle 502 del 2008, con una diminuzione del 14,7 per cento» ha concluso il senatore. | |
| POLITICA: IL PDL HA SOMMATO PIÙ DIFETTI CHE PREGI - Braille News 4.7.09 | |
| A un anno dalla nascita del Partito delle libertà e a pochi mesi dal primo congresso, azzardo un bilancio. Alcuni dicono che la fusione di Forza Italia e An non è riuscita bene. Non sono d’accordo. È riuscita benissimo. Quando si fusero la Motta e l’Alemagna i giornali si chiedevano quale gusto di panettoni sarebbe prevalso e un vispo cronista azzardò che il nuovo avrebbe avuto i difetti di entrambi. Appunto, vale anche in politica: il PdL ha tutta l’approssimazione e la volatilità dell’avventura originaria di Forza Italia senza il guizzo della simpatia e del carisma che Berlusconi ha prestato al governo togliendolo al partito di cui non si occupa più. Di Alleanza Nazionale il nuovo partito ha preso una certa tendenza a dividersi in correnti, senza il passo più svelto di Fini sulla via di una destra moderna. Il sottinteso è una separazione netta tra partito e governo, laddove è il secondo a fare opinione nel bene e nel male, col PdL in veste di custode dell’intendenza e dell’ordinaria amministrazione di liste e affari elettorali. Non è una critica ai tre coordinatori, vittime come e più di tutti dell’ibrido di un partito con una democrazia interna post-datata come un assegno; né è colpa di nessuno se comporre un partito plurale significa farsi carico delle esigenze di tutti. Questa è la politica in tutte le democrazie; qui, invece, si applica quello che a Napoli si enuncia come l’articolo V, «chi tiene in mano ha vinto», nel senso che si sono scelti sindaci, presidenti di provincia, assessori e quant’altro, senza mai preoccuparsi di dare soddisfazione a quanti avevano corso l’avventura. Tolgo il disturbo di obiettarvi se parlo perché non ho avuto nulla. È proprio così: ho sciolto per primo il mio piccolo partito, pur sempre l’ultima Democrazia Cristiana presente in Parlamento, e pur sempre il partito che ha permesso a Berlusconi di pareggiare le Politiche del 2006 rimettendosi in corsa. Da Berlusconi noi abbiamo ricevuto amicizia e gratitudine compresa la mia presenza al governo in una squadra tutta molto più qualificata di me. Dal partito, invece, abbiamo ricevuto il messaggio di un fastidio infinito per il ronzio molesto di insetti democristiani o di altre forze politiche cosiddette minori. Ci si è fatto capire con chiarezza che «fuori dalla Chiesa non c’è salvezza», laddove le Chiese ammesse sono quella forzista e quella aennina non più del tutto finiana. Per noi democristiani è andata ancor peggio: il combinato disposto dell’allontanamento dell’Udc con una tendenza interna al PdL di favorire il frazionamento dei democristiani autorizza il sospetto che nei nostri paraggi si applichi una sorta di nuovo principio per cui «i democristiani vanno uccisi fin da piccoli». Non passerò l’autunno e nemmeno l’estate a piantare grane, consumare credibilità comuni in polemiche inutili per tutti. Abbiamo un governo che tira e un presidente del Consiglio che nessuna oscura campagna può scalfire nella credibilità che i sondaggi documentano. Se questo patrimonio debba essere interpretato politicamente solo dal PdL o da una coalizione plurale è questione che solo Berlusconi può chiarire. Se nel PdL siamo di troppo non è un dramma, né per noi né per il PdL. Tra un Popolo delle Libertà che ha vinto, ma non stravinto, e i democratici che litigano sulle macerie c’è una prateria che una sola nostra decisione può trasformare in suolo edificabile di una forza capace di agganciarsi direttamente ai successi del governo, con la variante di declinare una generazione veramente nuova in una politica italiana che propone sul versante moderato gli stessi leaders oramai da venti anni. Gianfranco Rotondi, ministro Attuazione del programma (Il Tempo) | |
| ESTERI: IRAN, LA SFIDA IMPENSATA ALLA GUIDA SUPREMA- Braille News 27.6.09 | |
| Il suo errore è stato scendere in strada quando i muscoli del regime lo avevano impedito, ha osato urlare in faccia ai Basiji, i volontari più zelanti e sanguinari di tutti che devono smetterla di impadronirsi della libertà nel suo paese e restituire agli iraniani la possibilità di urlare e ribellarsi. Loro l’hanno punita con l’unica legge che conoscono: la forza, il sangue. Così nelle strade di Teheran alcuni ragazzi sono morti mentre chiedevano nuove elezioni e noi siamo riusciti a scoprirlo solo con internet, su youtube, perché i giornalisti stranieri non ci devono essere, non bisogna vedere. Ma forse questa volta i crimini dei picchiatori in nome della conservazione e del potere non basteranno a fermare le cose perché i giovani non sono più da soli. Lo strappo lo ha consumato anche la politica. Nessuno aveva mai osato tanto: arrivare a sfidare Khamenei, il Leader Supremo. In Iran questo è da anni il pensiero che nessuno osa nemmeno pensare, la parola mai detta, l’ultima follia. Di solito si finisce in galera per molto molto meno, per accenni, mezze parole sussurrate e si viene chiusi tra le mura di Evin che assorbono da sempre le urla di chi è picchiato a morte. Ma è accaduto l’inimmaginabile. Mir Hussein Moussavi, il mite, l’uomo senza carisma, il riformista tanto misurato da essere per questo criticato da molti, in pochi giorni ha subito la mutazione più radicale di tutte. Ha trovato il linguaggio dell’eroe, del capo popolo disposto ad andare fino in fondo fino al punto di non ritorno. A sfidare il regime e offrire la sua stessa vita per la causa. Memore forse di quei giorni eroici della rivoluzione in cui era uno degli uomini più vicini a Khomeini ha ritrovato la forza, il coraggio. Ha detto di aver fatto le abluzioni rituali, quelle dei martiri di continuare a protestare se lui venisse arrestato. È una mossa che spiazza la palude del regime iraniano che da anni assorbe ogni forma di protesta con la violenza e il silenzio. Khamenei ha parlato con i toni arroganti di chi sa di essere sempre stato ascoltato, ha aggredito, imposto, stigmatizzato. Ha sbeffeggiato e attaccato l’Occidente, ha detto agli iraniani che era ora di tornare a casa e smetterla di protestare. Non è stato ascoltato. Il regime ha guardato con terrore i segni di un processo che potrebbe mettere in discussione il suo stesso modo di esistere, si sente minacciato dai ragazzi di "twitter" e di "facebook", dai telefonini che sbeffeggiano ogni restrizione, ha scelto ancora una volta la via della repressione. Ma ha fatto male i suoi conti e ora rischia che nel flusso della protesta si inserisca chi da anni culla il sogno di rovesciare il regime. Forse sarebbe stato più sensato scendere a patti con i giovani e i riformisti ed evitare intrusioni dall’estero, che invece ci saranno. Ma se i capi di una dittatura fossero esseri ragionevoli, sensati e di grande visione, probabilmente non sarebbero alla guida di un regime. E i mullah iraniani non sfuggono a questa regola. Monica Maggioni(Il Tempo) | |
| POLITICA: LEGA E UDC VERI PADRONI DEL VOTO- Braille News 27.6.09 | |
| Pier Ferdinando Casini e Umberto Bossi gongolano soddisfatti. E hanno molte ragioni per farlo. L’uno e l’altro hanno dimostrato che in questo ultimo turno di elezioni amministrative sono stati loro i veri vincitori. Quelli che hanno permesso da una parte a Berlusconi e al Popolo della Libertà di continuare, anche se con meno slancio, la corsa iniziata con il primo turno alla conquista di Comuni e Province, specialmente al nord, dall’altra al Pd di non liquefarsi completamente e di resistere in alcune zone maggiormente a rischio proprio dove avevano fatto un accordo con i centristi. E in più Lega e Udc, insieme all’Italia dei Valori, sono gli unici partiti che possono festeggiare il mancato raggiungimento del quorum al ballottaggio. Umberto Bossi la sua gioia per i successi al Nord l’ha affidata a una frase: «In Veneto abbiamo spaccato». Ma il Carroccio è stato determinante anche nella riconquista di un po’ tutte le province che erano finite a sinistra. Però c’è un altro successo che può vantare il partito di Bossi ed è quello del suo "modello" amministrativo che è stato copiato sia dal Pdl sia dal Pd. Un modello che prevede una insistenza ossessiva sul tema della sicurezza, del contrasto all’immigrazione clandestina, della tolleranza zero contro la prostituzione. Parole d’ordine che hanno permesso, ad esempio, all’imprenditore Roberto Cenni di far vincere per la prima volta dopo 63 anni il centrodestra a Prato. Un successo dovuto alla fiducia che i cittadini gli hanno accordato per contrastare l’immigrazione clandestina. Una domanda di sicurezza e legalità che, evidentemente, il centrosinistra non è riuscito a soddisfare. Esigenza che invece ha colto in pieno Flavio Zanonato, sindaco Pd di Padova uscente e riconfermato, il quale al primo posto nel suo mandato ha messo proprio sicurezza e lotta all’immigrazione clandestina. Tanto da essere soprannominato "sindaco sceriffo" per aver ingaggiato una lotta durissima contro la prostituzione, con multe di 500 euro ai clienti, e per aver costruito un vero e proprio muro attorno a un quartiere completamente in mano alla delinquenza. Successi leghisti che hanno spinto il ministro Roberto Calderoli ad alzare il prezzo per le regionali del prossimo anno (si vota, tra le altre, in Lombardia, Veneto, Lazio, Campania e Puglia): «Abbiamo un quarto dei voti della coalizione, un terzo dei voti del Pdl. Quindi, se l’anno prossimo si vota in 13 regioni, ne vogliamo noi almeno tre del Nord». E proprio in vista delle elezioni regionali del prossimo anno il Pdl dovrà seriamente fare i conti con l’Udc. Si sa che Berlusconi è contrario a qualsiasi accordo con Pier Ferdinando Casini in situazioni di importanza nazionale. Ma i centristi hanno dimostrato che nel voto amministrativo il loro peso è determinante visto che la distanza tra vittoria e sconfitta può essere di poche centinaia di voti. Casini lo sa e ha già mandato il suo avvertimento: «Chi vuole ragionare con noi, adesso sa che dovrà farlo con serietà. Siamo pronti a sederci a un tavolo ma non con la pistola puntata alla testa. Paolo Zappitelli(Il Tempo) | |
| L’EDITORIALE: È TEMPO DI NUOVO REALISMO POLITICO - Braille News 27.6.09 | |
| La ripresa del mercato globale ci sarà, ma lenta. Quanto? Bisogna aspettare la riparazione della locomotiva americana che, combinata con quella secondaria cinese, è il motore della domanda globale. I consumatori statunitensi ci metteranno 4 o 5 anni per ricostruire le capacità di spesa. Comunque l’America non tirerà mai più l’export altrui come prima. Ciò costringerà le nazioni con modello economico dipendente dalle esportazioni ad aumentare la crescita interna per bilanciare il calo delle prime, in particolare Cina, Giappone, Germania e Italia. Cambiare modello sarà un problema per tutti, ma gravissimo per l’Italia. Infatti dovremo cambiare le basi del pensiero politico nazionale per riuscirci. Per fare più crescita interna bisogna trasferire, semplificando, più denaro dal ciclo dello Stato a quello del mercato. In particolare, tagliare tasse sia nella busta paga dei lavoratori dipendenti per aumentarne la capacità di consumo sia alle imprese per incentivare nuovi investimenti. Ma il ricorso al deficit stimolativo per detassare è impedito dal debito che sta crescendo. La Francia, con minor debito, tenterà la mossa del megaprestito nazionale per gonfiare la crescita interna senza dover cambiare modello statalista. Noi non potremo. La Commissione europea ha avvertito che il debito italiano potrebbe avere problemi di rifinanziamento perché il mercato è diventato più sensibile ai rischi di insolvenza. Noi dovremo tagliare spesa strutturale. Riforma delle pensioni? Da un lato, il sistema previdenziale italiano pesa per ben il 30 per cento sul bilancio pubblico contro il 16 per cento medio degli europei comparabili (dato Ocse) ed è misura abnorme. Dall’altro, una riforma delle pensioni – possibile senza danneggiare alcuno - per ridurne i costi prospettici richiede il massimo consenso per evitare una guerra civile ispirata da incomprensioni o ideologia astratta. Così come lo richiede, per pressione, la riforma di tutto il sistema pubblico nazionale e locale difeso da interessi corporativi. Il governo sta per varare un buon programma anticrisi, ma solo di "galleggiamento" perché misure più incisive di cambiamento porterebbero dissensi. Un po’ di detassazione delle imprese, un po’ di cassa via condoni, limature qua, piccoli sostegni là, nell’ambito di un lodevole semirigore di bilancio. Fa, cioè "il possibile". Ma questo "possibile" determinato dalla priorità di evitare dissensi e non da quanto necessario in realtà, alla fine, non sarà sufficiente nello scenario globale detto sopra. Dovremo fare l’impossibile per salvare l’economia italiana. Cioè abbassare l’asticella del possibile per rendere fattibile il salto verso la ricchezza. Come? Se continuano a prevalere l’idealismo economico o il corporativismo, ogni soluzione troverà conflitti destabilizzanti. Se emergerà un nuovo paradigma politico ispirato al realismo economico combinato con il primato dell’interesse comune nazionale, allora l’Italia è ancora sufficientemente forte per cambiare e volare. Carlo Pelanda(Il Tempo) | |
| I KHOMEINISTI STORICI NEL MIRINO DI AHMADINEJAD- Braille News 20.06.09 | |
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Mentre il bagno di sangue a Teheran è incominciato, il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione ha dato il via libera al riconteggio dei voti. Moussavi è moderatamente soddisfatto, ma consapevole che l\'esito elettorale non cambierà. Lui, come gli altri candidati sconfitti, aveva chiesto che gli iraniani rivotassero, ma la Guida Suprema Alì Khamenei non lo permetterà mai a meno di non innescare una guerra civile alla quale Ahmadinejad che conta sui pasdaran, i basiji, l'esercito è pronto e, forse, nella sua follia, si augura che il conflitto si radicalizzi. Intanto si muove il popolo: gli ayatollah non possono non tenerne conto. E già si delinea la netta demarcazione tra la società civile iraniana, quasi tutta dalla parte di Moussavi, e l\'apparato poliziesco e religioso che teme di perdere il potere dopo aver perduto la faccia essendosi messo contro la vecchia guardia khomeinista capeggiata dagli ex-presidenti Rafsanjani (il vero obiettivo di Khamenei) e Khatami. Curiosamente la fazione rappresentata da personaggi di questo livello si è saldata con i giovani che invocano una nuova rivoluzione fondata sul riconoscimento dei diritti umani e sull\'allargamento della sfera democratica. Tanto i khomeinisti d\'antan quanto i loro figli sono più vicini nel chiedere riforme ed un nuovo leader che sappia attuarle. Non l\'avevano previsto Khamenei ed Ahmadinejad perciò mostrano sconcerto appena celato dietro la solita scelta repressiva.
Insomma, Moussavi è più forte di quanto s\'immagini. E l\'Occidente dovrebbe prenderne atto, poiché a Teheran si sta formando un avversario del regime che non sarà facile sbaragliare. L\'Iran si è svegliato. Drammaticamente. Il patto tra Khamenei ed Ahmadinejad per isolare i khomeinisti storici, i quali da tempo prefiguravano l\'incancrenirsi di una situazione che avrebbe minato le fondamenta del sistema se ad esso non si fossero apportati correttivi e non fossero state fatte ragionevoli concessioni soprattutto alle giovani generazioni, rischia di andare in frantumi. Se dovesse accadere, l\'Occidente avrà l\'obbligo morale, oltre che strategico-politico, di prendere posizione anche per evitare che diventi sempre più stretta l\'alleanza criminale tra Ahmadinejad e Kim-Jong Il, il tiranno di Pyongyang, fondata sulla costruzione di un arsenale atomico tale da tenere in scacco il mondo libero. Perciò risultano incomprensibili gli atteggiamenti di cautela verso il governo di Teheran da parte delle cancellerie occidentali. E sarebbe il caso che chi ha invitato il presidente iraniano al tavolo delle trattative sull\'Afghanistan si prendesse la briga di fargli sapere che dopo gli ultimi avvenimenti la sua presenza sarebbe inopportuna. L\' \"onda verde\" gradirebbe. L\'Occidente dimostrerebbe, una volta tanto, che sui diritti umani non è possibile nessuna mediazione specialmente quando da decenni sono stati sistematicamente calpestati. I giovani che oggi sfilano per le vie di Teheran chiedendo libertà, sono i figli di coloro che la invocavano trent\'anni fa, portando Khomeini in trionfo. Quella rivoluzione è stata tradita, potrebbe essere riscattata dalla nuova che si affaccia.
GENNARO MALGIERI(Il Tempo)
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| DALL’ESTERO AL QAEDA: «ORA UCCIDETE DONNE E BAMBINI»- Braille News 20.06.09 | |
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Il massacro nello Yemen è solo l’ultimo episodio di una strategia che Al Qaeda sta attuando già da un anno. Nell’ultimo mese altri due ostaggi sono stati uccisi da gruppi riconducibili alla galassia qaedista. In Mali, Al Qaeda in Maghreb ha annunciato l’esecuzione di un britannico in ostaggio dallo scorso gennaio. Edwen Dyer «è stato ucciso il 31 maggio poiché nessuna risposta è venuta dalla Gran Bretagna che sembra non avere a cuore le sorti dei propri cittadini» è stato il messaggio diffuso sul web. Dyer rapito in Niger, era tenuto prigioniero in Mali. Il 21 maggio Al Qaeda aveva deciso di concedere alla Gran Bretagna un rinvio di 10 giorni dell’ultimatum per la liberazione di Abu Qatada, ex braccio destro di Osama Bin Laden in Europa, chiesta in cambio del rilascio dell’ostaggio. Dopo pochi giorni a Timbuctu è stato giustiziato un agente dei servizi segreti del Mali, impegnato nelle indagini sulla presenza di Al Qaeda nel nord del Mali.
Il massacro compiuto nello Yemen sembra sia la risposta all’arresto di Hassan Hussein Alwan, di nazionalità saudita, catturato nella provincia di Marib nell’est dello Yemen. Alwan è considerato uno dei finanziatori della cellula terroristica nello Yemen che non si deve dimenticare è la patria di origine dei Bin Laden.
Assediata nell’Af-Pak dalle offensive pakistane e delle forze internazionali, Al Qaeda punta sulla delocalizzazione della lotta nel tentativo di allentare la pressione. Non solo, i mujaheddin in fuga dalle aree tribali si starebbero spostando verso la Somalia e lo Yemen. Le nuove mete del jihad sono state individuate grazie alle comunicazioni tra i combattenti che vengono intercettate dalla Cia e messe a disposizione del Pentagono e della Casa Bianca. Dalle conversazioni tra i combattenti, i gruppi in Pakistan, Somalia e Yemen comunicano sempre più spesso e starebbero tentando di coordinare le proprie attività. La nuova strategia del terrorismo è stata dettagliatamente illustrata dallo sceicco Abu Bakar Naji, un teorico della jihad, nel suo ultimo libro «Edarat al Wahsh», (La governance nel deserto ndr). La polizia saudita ha sequestrato in questi giorni oltre 700 copie del libro. In esso viene presentato il manifesto della nuova Guerra santa.
Naji parte dall’analisi di quanto accaduto finora a partire dall’11 settembre. L’impossibilità di creare uno stato islamico dove sono vivono gli infedeli; il fallimento della teoria secondo la quale con l’Attacco all’America il fronte occidentale si sarebbe sbriciolato e ancora l’incapacità di pianificare nuovi attentati di grandi dimensioni sono alla base del cambio di strategia. Questa, spiega lo sceicco Naji, deve passare attraverso rapimenti, l’utilizzo di donne e bambini come scudi umani. L’uccisione indiscriminata di stranieri ripresa dalle telecamere e i video diffusi sul web per terrorizzare i «nemici». «Mettere in atto tutte le strategie per rendere impossibile la vita quotidiana agli infedeli», scrive il teorico di Al Qaeda. Quindi ecco illustrata la prospettiva della jihad. Creare piccole enclave «liberate» dove istituire il califfato alla stregua delle zone libere istituite dalla guerriglia marxista in America latina. Naji individua anche le nazioni dove stabilire «il governo del deserto». Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Yemen, Libia, Tunisia e Marocco. Zone dove già questa strategia è attuata, spiega lo sceicco, sono Algeria, Somalia, Egitto, Iraq, Libano e Afghanistan. Un futuro costruito sull’ideologia del massacro.
MAURIZIO PICCIRILLI (Il Tempo)
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| IL REFERENDUM VERSO L’ANNEGAMENTO- Braille News 20.06.09 | |
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Mario Segni e i suoi amici naturalmente non lo faranno, ma dovrebbero ringraziare Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per avere destinato il triplice referendum elettorale di domenica prossima all’annegamento nelle acque dell’astensionismo. È ormai scontato che non andrà a votare la maggioranza più uno degli aventi diritto al voto, necessaria perché il risultato del referendum risulti valido. Non potranno fare da traino per l’affluenza alle urne i pochi ballottaggi in programma per le amministrazioni comunali e provinciali non aggiudicate nel turno elettorale del 6 e 7 giugno.
Lunedì sera, all’annuncio dell’annegamento del referendum, i suoi promotori potranno protestare contro il \"boicottaggio\" perpetrato da chi ha voluto la prova nella prima domenica d’estate e ha fatto, per di più, propaganda esplicita per l’astensione, considerandola il metodo più sicuro per evitare l’abrogazione delle parti della legge elettorale contestate con i quesiti referendari. Così potranno evitare la figuraccia di una sconfitta tonda, come la prevalenza dei no in una prova eventualmente convalidata da una sufficiente affluenza alle urne.
L’orientamento ostile degli italiani a questo referendum, promosso per favorire il bipartitismo con l’assegnazione dei seggi parlamentari del premio di maggioranza non alla coalizione ma alla lista più votata, è emerso chiaramente dai risultati delle elezioni del 6 e 7 giugno per il rinnovo del Parlamento europeo. I voti perduti da entrambi i partiti maggiori, il Pdl di Berlusconi e molto di più il Pd di Dario Franceschini, e quelli guadagnati dai loro alleati, la Lega da una parte e il movimento di Antonio Di Pietro dall’altra, indicano la preferenza degli italiani per un sistema bipolare, non bipartitico. D’altronde, evolvono più o meno rapidamente verso il bipolarismo, cioè a favore delle coalizioni, anche i sistemi bipartitici più classici, a cominciare da quello inglese. Potrà piacere o no, ma questa è la realtà. È illusorio volerla cambiare a forza di leggi e di referendum. Le une e gli altri peraltro, anche nello scenario immaginato dai referendari, sarebbero aggirabili allestendo due listoni artificiali, scomponibili in più gruppi parlamentari dopo il voto. Lo ha detto con cinica franchezza Massimo D’Alema spiegando le ragioni dell’appoggio al referendum confermato da un Pd apparentemente suicida, visti i nove punti che lo distanziano dal Pdl. Fu del resto concepito a vantaggio di una coalizione e non di un partito anche il tentativo compiuto nel 1953 da Alcide De Gasperi di introdurre il premio di maggioranza. Che non scattò perché la Dc e i suoi alleati di centro mancarono per poche migliaia di voti la soglia del 50 per cento che insieme si erano prescritti di raggiungere, per quanto accusati dal Pci di avere fatto una \"legge truffa\".
FRANCESCO DAMATO(Il Tempo)
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| LA SAGGEZZA DEL QUIRINALE- Braille News 20.06.09 | |
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Se c’è una materia su cui la presidenza Napolitano si rivela assai ferma e innovativa - sia detto senza alcuna nota irriguardosa verso i predecessori - questa è la giustizia. Il Presidente ha respinto le dimissioni di tre consiglieri laici del Csm, Giuseppe Maria Berruti, Enzo Maccora e Vincenzo Siniscalchi che si erano dimessi per protesta contro il ministro Alfano che aveva parlato di nomine lottizzate al Csm. Napolitano ha difeso il Csm e ha invitato a lasciar perdere questi giudizi trancianti e ha inoltre invitato, come è solito fare, al reciproco rispetto fra politica e magistratura. Tuttavia c’è un passaggio della nota del Quirinale che farà più rumore. Il Presidente non approva le «contrapposizioni esasperate» ma, aggiunge, bisogna evitare di «interferire nella fase delle decisioni del Parlamento». La frase è molto netta e si presta a molti ragionamenti. Nel recente passato il dibattito parlamentare è stato spesso accompagnato da prese di posizione della magistratura che non hanno tenuto conto delle prerogative delle Camere. È capitato di assistere anche a interventi che oltre a rappresentare, per usare il linguaggio presidenziale, vere «interferenze», si sono tradotti nel tentativo di «tirare per la giacchetta» il Presidente della Repubblica per spingerlo a respingere, non firmando, le leggi che il Parlamento nella sua sovranità aveva approvato. Da ultimo è accaduto alla legge sulle intercettazioni telefoniche che Napolitano valuterà, nella sua autonomia, appena il Parlamento avrà licenziato il provvedimento. Lo spirito garantista del Capo dello Stato, oltre che il suo inflessibile attaccamento alle istituzioni, non poteva restare silente di fronte a tentativi di travolgere il corretto rapporto fra i diversi organi dello Stato. Il problema che pone Napolitano non è solo un grande problema politico ma è, con tutta evidenza, anche un problema culturale. Abbiamo alle spalle, e temo anche di fronte a noi, anni in cui il dibattito sulla magistratura ha dato vita a teorizzazioni che poco hanno a che fare con un corretto funzionamento delle istituzioni. Il continuo scambio fra politica e magistratura indebolisce la stima verso i magistrati dell\'opinione pubblica. Appena qualche giorno fa, inoltre, abbiamo letto, in una intervista post elettorale, dell\'ex pm di Catanzaro oggi europarlamentare di Di Pietro, Luigi De Magistris, addirittura la definizione della magistratura come di \"un potere diffuso\" che si dovrebbe contrapporre ad altri poteri. Nasce da qui, da questa estrema politicizzazione della magistratura che esorbita dai propri compiti, la vera malattia italiana. Ovviamente nessuno di noi deve dare alle parole del Presidente della repubblica un significato diverso dalla lettera del comunicato. Ma questo invito a \"non interferire\" sull\'attività parlamentare mentre essa si volge ha il valore di un severo ammonimento. Finché la magistratura riterrà che l\'intera vita pubblica deve essere soggetta alla propria iniziativa \"preventiva\" non saremo un paese normale.
PEPPINO CALDAROLA(Il Tempo)
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| PD, RESA DEI CONTI SOLO RINVIATA- Braille News 13.6.09 | |
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Dario Franceschini non ha dubbi. Dopo i ballottaggi il Pd comincerà il percorso congressuale e, assicura il segretario, «ci sarà un confronto virtuoso di idee, ma mai più una litigiosità fine a se stessa». Insomma sbaglia chi descrive un Partito Democratico ad un passo dalla resa dei conti, a via del Nazareno non c’è mai stata tanta unità. Un’analisi forse troppo ottimista ma che, in parte, corrisponde alla realtà. Già perché il Pd che esce dalle urne è un partito in cui nessuno ha vinto. Pierluigi Bersani, ad esempio, ha visto la «sua» Piacenza passare nella mani del centrodestra. Non proprio un ottimo biglietto da visita per l’unico candidato ufficiale alla carica di segretario. Franceschini ha portato i Democratici al 26%, asticella minima di sopravvivenza, ma ha perso comunque 4 milioni di voti rispetto alle Politiche del 2008 e ha incassato una sonora sconfitta alle amministrative. Così pesante da dover ammettere che si tratta di un «risultato negativo». Massimo D’Alema ha sì eletto gran parte dei «suoi» candidati alle europee, ma ha dovuto registrare una flessione di consensi in Puglia con il comune di Bari che va al ballottaggio. E poi c’è il tracollo nelle zone rosse che, ovviamente, mette in discussione il progetto di chi, come gli ex Ds, vorrebbe un Pd a trazione socialista e ridà fiato agli ex Ppi che ultimamente sembravano in affanno. Così, la tregua chiesta da Franceschini alla vigilia delle elezioni, reggerà fino ai ballottaggi. Anche se non significa che, dopo il 21 giugno, tutto filerà liscio fino all’autunno. La resa dei conti è solo rinviata. Come spiega perfettamente Enrico Letta, l’uomo che in molti descrivono con un piede fuori da via del Nazareno ma che, vista la situazione, potrebbe tornare clamorosamente in auge. «Siamo sopravvissuti - scrive nel suo blog l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio - ma, tranne per la musata di Berlusconi, c’è poco da brindare. È un voto sul quale riflettere bene per pensare al futuro. Ma il 21 giugno, da Milano a Bari, ci giochiamo parte di questo futuro. Un’alternativa credibile, infatti, la costruiremo a partire da sindaci e amministratori». Non meno dura l’analisi di Pierluigi Castagnetti: «Dobbiamo affrontare di petto la realtà, il Paese non ci si fila, siamo completamente fuori dai giochi. Siamo sopravvissuti, è vero, ma ormai ci vota solo un elettorato residuale delle vecchie forze che hanno dato vita al Pd. Così si sopravvive, ma non si vince». Insomma, per ora la polvere è stata messa sotto il tappeto, ma prima o poi verrà fuori. E saranno dolori. Tanto che, mentre tutti si dichiarano impegnati per i ballottaggi, nelle stanze del Nazareno impazza il toto-segretario. La frenata del progetto socialista ha ridimensionato le ambizioni di Bersani e rilanciato le chance di Franceschini. Il segretario, però, continua ad assicurare, anche nelle conversazioni private, che lui non sta lavorando per il futuro ma per il presente. Salgono così le quotazioni di Enrico Letta che potrebbe rappresentare un ottimo ponte verso l’Udc. Anche perché queste elezioni hanno dimostrato che il Pd può vincere solo se si allea. Una cosa è certa: l’ultima parola su tutto l’avrà Massimo D’Alema, che è ormai tornato a essere una presenza ingombrante all’interno del Pd. E lui, spiega chi lo conosce bene, non gioca mai una partita per essere messo in minoranza.
NICOLA IMBERTI(Il Tempo)
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| LE SORTITE DI GIANFRANCO AIUTANO SOLO LA LEGA- Braille News 13.6.09 | |
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Il ministro Ignazio La Russa, ospite di un salotto televisivo in cui partecipava ai commenti dei risultati elettorali, ha detto una cosa forse vera ma sicuramente parziale quando ha polemicamente attribuito alla generosità, diciamo così, di Silvio Berlusconi i guadagni della Lega. Alla quale il presidente del Consiglio, riconoscendone importanza e lealtà come alleata di governo, negli ultimi giorni della campagna elettorale aveva aperto le porte della presidenza della regione Veneto, o della Lombardia, o addirittura di entrambe, rivendicate dal partito di Umberto Bossi ad un anno dalla scadenza dei mandati dei governatori attuali. Essi sono Giancarlo Galan e Roberto Formigoni, entrambi del Pdl e per niente disposti, almeno per ora, a rinunciare alla ricandidatura. Le aperture di Berlusconi in effetti ci sono state, per quanto siano state poi corrette di fronte alle proteste o ai malumori levatesi dall\'interno del suo partito. E possono essere state di qualche aiuto alla Lega per superare il 10 per cento dei voti nelle elezioni europee del 6 e 7 giugno. Ma lasciatemi dire che, ancor prima e più di quelle aperture di Berlusconi, possono aver giocato in campagna elettorale a favore della Lega le distinzioni marcate all\'interno della maggioranza dal presidente della Camera Gianfranco Fini su temi particolarmente sensibili come l\'immigrazione e l\'ordine pubblico, presidiati con fermezza dal partito di Bossi. Anche se i guadagni leghisti hanno compensato quasi per intero le perdite del Pdl rispetto alle elezioni politiche dell\'anno scorso e hanno consentito al governo italiano, unico fra quelli del vecchio continente, di superare indenne il rinnovo del Parlamento Europeo nel bel mezzo di una crisi economica, non è peregrino interrogarsi sugli effetti delle ormai costanti sortite dissidenti di Fini. Esse gli hanno sicuramente procurato maggiore attenzione nei palazzi della politica, ed apprezzamenti dai banchi parlamentari e dai giornali d\'opposizione, ma non hanno probabilmente aiutato Berlusconi, già esposto ad una velenosa campagna di denigrazione personale condotta dai suoi avversari, a fare raggiungere al Pdl il 40 per cento dei voti e oltre previsto dal presidente del Consiglio. Il professore Alessandro Campi, autorevole consigliere di Fini, pur riconoscendo ed apprezzando \"la tenuta\" di Berlusconi, grazie alla quale non dimentichiamo che il Pd di Dario Franceschini dista di ben nove punti elettorali dal Pdl, ha riproposto in una intervista al Corriere della Sera il tema di «costruire un nuovo modello di leadership e un partito dai nuovi contenuti». Altrimenti, quando Berlusconi «non ci sarà più», gli elettori di centrodestra — ha detto — si troverebbero «di fronte ad un deserto». Ma questo è un territorio già occupato dalla sinistra, e presidiato da un imbaldanzito Antonio Di Pietro.
FRANCESCO DAMATO(Il Tempo)
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| SPECIALE ELEZIONI-BERLUSCONI: HO VINTO NONOSTANTE TUTTO- Braille News 13.6.09 | |
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A questo punto l’obiettivo del Cavaliere è il 21 giugno. Organizzare una strategia, la migliore, per i ballotaggi. Non perdere tempo in chiacchiere. Perché, se è vero che il colpo del 40% non superato il premier l’ha accusato, è altrettanto vero che lui già pensa al futuro. Su quest’ultimo punto, ecco riaprirsi l’antica ma persistente crepa con Gianfranco Fini. Il presidente del Consiglio all’indomani della cena ad Arcore con la Lega, ha sciolto definitivamente la riserva, decidendo di ritirare l’appoggio al quesito referendario. Il presidente della Camera, di tutta risposta, ribadisce che, invece, andrà a votare «convintamente». Augurandosi anche che tutti gli italiani facciano altrettanto. Inutile dire che queste parole non sono state molto gradite da Berlusconi. Il clima tra i due era già teso dal giorno prima dopo le sollecitazioni inviate da Fini al premier (attraverso la sua fondazione FareFuturo) «a organizzare presto il partito», pensando un po’ di più alla gente del Sud, e quindi essendo meno Lega-centrici. Evidente la stilettata dell’Inquilino di Montecitorio al rapporto tra il capo del governo e la Lega. Scontati i \"commenti non felici\" da parte del presidente del Consiglio, tenuto conto poi dell’ottimo risultato ottenuto dal Carroccio in questa tornata elettorale. È chiaro che la partita è innanzitutto sugli equilibri interni della maggioranza. Il premier ritiene che l’obiettivo cruciale della coalizione sia, a questo punto, completare ai ballottaggi la vittoria del primo turno, recuperando per questa via il parziale insuccesso del Pdl alle europee. Per dare il colpo di maglio decisivo, Berlusconi ha bisogno ovviamente della piena collaborazione della Lega che già prima del voto aveva ventilato la possibilità di astenersi ai ballottaggi se il Cavaliere avesse insistito a sostenere il comitato referendario. La cena di lunedì ad Arcore ha rinnovato il patto di ferro con Umberto Bossi. Ma gli ex di An non ci stanno a consegnare a Bossi il timone politico su temi delicati che sono strettamente collegati al processo riformista. Berlusconi, da parte sua, diffonde una nota di commento al risultato elettorale. Una lettera meditata a lungo, su cui c’è stato un ampio confronto con il coordinatore Pdl Denis Verdini. Innanzitutto i ringraziamenti agli elettori per aver fatto vincere il Pdl «sia alle Europee sia alle amministrative». Una vittoria di certo non facile dopo «tante calunnie». Dopodiché, il warning sul 21 giugno. Berlusconi invita gli italiani interessati nei ballotaggi (22 province, 13 capoluoghi, 118 comuni superiori) ad andare a votare. «Non dovete mancarlo», dice. Perché, il Cavaliere sa bene che il fenomeno astensionismo, è il vero nemico da sconfiggere. Ci sono poi altre carte da giocare alle quali, Berlusconi, ha pensato, come la lettera agli italiani per invitarli ad andare a votare il 21 giugno.
GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo)
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| UNO SCHIAFFO AL PARTITO DEI GIUDICI- Braille News 13.6.09 | |
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Proviamo a immaginare se le frasi pronunciate da Napolitano fossero uscite dalla bocca di qualche esponente del Pdl. Apriti cielo. Avremmo sentito parlare di attacco alle istituzioni. Di ricerca dell’impunità, di imperatori e peronismo. Ma è Napolitano a parlare e cosa dice? Che c’è troppo protagonismo tra i pm, che le procure litigano tra loro e nel Csm ci sono logiche correntizie. Tutto questo per arrivare alla conclusione che la magistratura ha perso prestigio e la fiducia dei cittadini. Il fatto è proprio questo. Il problema non è il lodo Alfano, non sono le polemiche politiche. Il problema è che i cittadini hanno poca fiducia nella Giustizia. Una presa di posizione coraggiosa quella di Napolitano dopo il voto, che a sinistra sembra premiare le forze giustizialiste, quanti cioè sbandierano ancora un preoccupante amore per il tintinnio di manette. Un avvertimento a quella parte della sinistra che ritiene di dover seguire i Di Pietro o i De Magistris per recuperare consensi. Di accodarsi al partito dei pm. Una strada che non solo mette sotto i tacchi quella parte di tradizione garantista che pure esiste a sinistra, ma che fa solo del male alla magistratura, che per recuperare credibilità deve dare prova di autonomia. Un Paese ha bisogno di una magistratura indipendente. Non certo di pm che dopo battaglie condotte in nome del popolo italiano poi passano tranquillamente a recitare un ruolo politico. Dal Capo dello Stato arriva un monito. Ora sta ai partiti e alla magistratura raccoglierle. Nell’interesse della Giustizia.
GIUSEPPE SANZOTTA(Il Tempo)
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| LA SCOSSA DI NAPOLITANO- Braille News 13.6.09 | |
| «Le tensioni interne alla magistratura nuocciono alla sua credibilità» come pure possono essere dannosi i condizionamenti dettati dalle logiche correntizie e il «protagonismo strumentale» di alcuni pm. Non solo. Se c’è un calo di fiducia verso il funzionamento della giustizia, non è solo dovuto all’incapacità negli anni da parte dei vari governi e del Parlamento a risolvere questo problema; anche la magistratura deve interrogarsi sulle proprie responsabilità. Ha parole dure e a tratti sferzanti il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano intervenendo al plenum del Consiglio Superiore della magistratura. Ai togati il Capo dello Stato raccomanda una «riflessione critica» sulle proprie corresponsabilità dinanzi al «prodursi o all\'aggravarsi delle insufficienze del sistema giustizia e anche sulle responsabilità nel radicarsi di tensioni e opacità sul piano dei complessivi equilibri istituzionali». E la riflessione dovrebbe apportare le «necessarie autocorrezioni» per recuperare «quel bene prezioso che è il prestigio della magistratura» e per «prevenire qualsiasi tentazione di lesione dell\'indipendenza della magistratura». Il problema del funzionamento della giustizia è anche legato alle funzioni dei capi delle Procure. Napolitano dice che per fare funzionare le Procure della Repubblica occorre riconoscere le funzioni di coordinamento e di organizzazione ai procuratori capo. Ma occorre anche «superare elementi di disordine e di tensione che purtroppo si sono clamorosamente manifestati in tempi recenti nella vita di talune Procure, e ciò non è possibile senza un pacato riconoscimento delle funzioni ordinatrici e coordinatrici che spettano al capo dell\'ufficio». Napolitano invita poi il Csm a non assumere «ruoli impropri dilatando i propri spazi di intervento». Il Capo dello Stato ha poi affrontato il tema della riforma della giustizia. Per superare quella che il presidente non esita a definire la «crisi della giustizia» il recupero del prestigio della magistratura è essenziale al pari «delle opportune riforme normative e organizzative». Una riforma quindi è utile e, per certi versi, anche necessaria, a patto che non leda gli essenziali equilibri costituzionali che reggono l\'impalcatura della democrazia. «Gli equilibri tra le istituzioni possono modularsi variamente nell\'ambito della forma di stato e della forma di governo propria di ciascun paese. Ma rappresentano un problema cruciale cui nessun sistema democratico può sfuggire». In tal senso, per il capo dello Stato «anche gli equilibri disegnati nella Costituzione possono essere rimodulati attraverso quella revisione di norme della seconda parte della Costituzione cui legittimamente e comprensibilmente si intende procedere e che appare finalmente realizzabile quanto più ampia sia la condivisione che si consegua in Parlamento». Fin qui tutto bene. Viceversa, quel che potrebbe produrre gravi danni e conseguenze, avverte Napolitano, sarebbe il tentativo di operare «strappi negli attuali equilibri costituzionali, senza definirne altri convincenti e accettabili, coerenti con i principi della Costituzione». Ecco allora che «gli equilibri costituzionali» vanno intesi come «garanzia per il rispetto e l\'affermazione dei principi fondamentali, per l\'esercizio dei diritti e dei doveri sanciti nella Carta e come presidio di stabilità e di coesione, per lo sviluppo della vita democratica».
LAURA DELLA PASQUA(Il Tempo)
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| QUELLE INCHIESTE DI CARTA STRACCIA- Braille News 6.6.09 | |
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Le opposizioni, fatta eccezione, in verità, per l’Udc di Pier Ferdinando Casini, che ha saputo tirarsene fuori in tempo, escono a pezzi dal tentativo di sostanziale impeachment che hanno compiuto con gli attacchi al presidente del Consiglio per la vicenda di Noemi Letizia, la ragazza napoletana della quale festeggiò il mese scorso il diciottesimo compleanno con genitori ed amici. Hanno invaso la vita privata del loro avversario con una trivialità così sfacciata da risultare indigesta a molti dei loro stessi elettori. Ha un bel dire Massimo D’Alema, con la sua solita aria saccente, che è stato Silvio Berlusconi a portare in pubblico la sua vita privata facendosi intervistare da Bruno Vespa nel salotto televisivo di Porta a porta. Ci sarebbe da chiedersi se ci faccia o ci sia l’ex ministro degli Esteri, e non ricordo più di quante altre cose, tante ne ha compiute e ne ha dette nei suoi sessant’anni di vita da poco compiuti.
Ma peggio ancora delle opposizioni, esce a pezzi dall’assalto alla vita privata del presidente del Consiglio quello che una volta si chiamava il giornalismo d’inchiesta. Che i giovani forse non ricordano ma c’è stato in Italia: un giornalismo che faceva addirittura concorrenza alle Procure, e riusciva qualche volta anche a precederle. Un giornalismo fatto di cronisti che non aspettavano la soffiata del magistrato compiacente o interessato, ma scavavano per conto loro, e portavano ai loro giornali, ai loro direttori, ai loro lettori notizie, non chiacchiere e voci. Il giornalismo d’inchiesta dei più o meno grandi quotidiani nazionali è ormai ridotto solo a pescare nel torbido, a guardare dal buco della serratura di una camera da letto o di un cesso. Insegue testimoni d’accatto, senza neppure verificarne prima la credibilità consultando, per esempio, le loro fedine penali. E se c’è qualcuno che lo fa notare e protesta, viene sottoposto da improvvisati maestri ad assurde lezioni di professionalità, indipendenza, autonomia e quant’altro. È accaduto al direttore di Panorama Maurizio Belpietro, che il segretario del Pd Dario Franceschini nel salotto televisivo di Ballarò ha cercato di zittire dandogli del «dipendente del presidente del Consiglio», visto che il suo settimanale appartiene alla Mondadori, di proprietà della famiglia Berlusconi.
Accanto a Franceschini, e da lui sostenuto nell’attacco ai presunti vizi privati del capo del governo, sedeva sfrontatamente silenzioso e soddisfatto il direttore di Repubblica Ezio Mauro. Del quale il segretario del Pd fingeva altrettanto sfrontatamente di ignorare la «dipendenza» da un editore che ha un nome e cognome non meno pesanti, editorialmente, dell’odiato Silvio Berlusconi. Si tratta di Carlo De Benedetti, non solo concorrente ma anche, o soprattutto, avversario politico dichiarato del presidente del Consiglio: tanto da avere prenotato pubblicamente, in una intervista, «la tessera numero due» dell’allora costituendo Partito Democratico. La tessera numero uno non si capiva bene se la lasciasse a Romano Prodi, in quel momento presidente del Consiglio, o a Walter Veltroni, lasciato salire sulla rampa di lancio della segreteria del Pd da un apparentemente fiducioso, o rassegnato, D’Alema. Il presunto giornalismo italiano d’inchiesta è arrivato ad assaltare il presidente del Consiglio brandendo, pensate un po’, la delusione di una moglie avviata al divorzio e già presa forse da altri affetti, se sono veri quelli che le sono stati attribuiti nello stretto ambito domestico da clamorose rivelazioni. Attorno alle quali le opposizioni hanno avvertito, questa volta, l’opportunità di stendere una rispettosa cortina di riservatezza, se non di reticenza. L’ultimo trofeo di questo presunto giornalismo italiano d’inchiesta è la foto di Berlusconi che esce da un velivolo di Stato appena atterrato ad Olbia con il suo amico Apicella. Al quale egli ha insomma offerto un passaggio, privo di qualsiasi costo per le casse pubbliche, anche se le opposizioni fingono di non saperlo e gridano al «peculato», tentando l’ennesimo assalto alla diligenza del presidente del Consiglio sulla soglia dei seggi elettorali.
FRANCESCO DAMATO(Il Tempo)
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| SALVIAMO L’ITALIA DAL GOSSIP- Braille News 6.6.09 | |
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Quando nella sala stampa di Villa Madama, per la rituale conferenza stampa di fine anno, il premier illustrava il planning del governo per il 2009 e alcune questioni erano ritenute «urgenti». Alla luce del «siamo il governo del fare», Berlusconi annunciava, seguendo uno scadenzario, i futuri obiettivi perseguiti dall’esecutivo. Basti pensare a questioni come Alitalia, la gestione della crisi economica, l’emergenza rifiuti in Campania, passando per le elezioni regionali in Sardegna e il primo congresso nazionale del Popolo della Libertà. La strategia del premier è sempre stata la stessa: impegno in prima persona, contatto diretto con i cittadini e, quanto più possibile, una comunicazione ad hoc. Ovvio che il terremoto all’Aquila, dello scorso 6 aprile, abbia inciso notevolmente sull’agenda del governo. E questo sin dalle prime ore. Quasi tutto è passato in secondo piano. Il refrain del Cavaliere è chiaro: «Lo Stato non vi lascerà soli». Non è però il terremoto abruzzese a cambiare radicalmente l’andamento della politica del Cavaliere. Né tanto meno a \"distrarre\" l’attenzione del premier rispetto alle questioni importanti per il sistema paese, e quindi per il governo. Tutto cambia il 26 aprile, il giorno dell’ormai famosa partecipazione alla festa di compleanno di Noemi Letizia. Da lì comincia il crescente j’accuse, politico e mediatico, nei confronti del presidente del Consiglio. È il punto di inizio di quello che, da un mese a questa parte, occupa intere pagine di giornali: il mosaico Berlusconi-Lario. Tutto il resto, praticamente scompare. O comunque diventa questione a data da destinarsi. Europee, piano casa, Pdl in Sicilia, Kakà e il Milan, completamento del termovalorizzatore di Acerra, Fiat. Tutti dossier sulla scrivania del presidente del Consiglio, ma di fatto annebbiati dal bailamme generale per la vicenda Noemi, e quindi Veronica. Sicuramente, l’idea che Berlusconi aveva di questa campagna elettorale, valida per europee e amministrative, era un po’ diversa. Dal palco del congresso fondativo del Pdl, parlando proprio delle elezioni alle porte, il premier lanciava il guanto di sfida a Dario Franceschini. E lo faceva proprio rimarcando, ancora una volta, il suo impegno in prima persona. Ed invece le cose sono andate in modo diverso. Quando mancano ormai pochi giorni all’apertura delle urne, l’intera campagna elettorale per Strasburgo si è svolta, per la sinistra attaccando il premier sul piano personale, per la maggioranza sotto il tentativo di riportare l’attenzione sul piano politico. L’amarezza del Cavaliere è tanta. E forse anche la rabbia. «Ci sono due Italie: quella dei giornali e quella vera, l’Italia che non crede alle calunnie», spiega lasciando il Quirinale ieri sera. E comunque «di certo non ci fermiamo davanti alle calunnie». Per non parlare poi di provvedimenti assai a cuore a questo governo. Un esempio tra tutti: il piano casa. Annunciato parecchie settimane fa, nell’agenda del governo come \"dossier urgente\". Lo stesso Berlusconi ne ha parlato più di una volta, presentandolo una virata per l’ediliza del Paese e quindi per l’economia italiana. Dopodiché, alla luce anche del niet delle Regioni (prevalentemente quelle legate al centrosinistra), tutto è rimasto un po’ sospeso. In tutta la vicenda Fiat-Opel, Berlusconi forse avrebbe voluto essere più partecipe. Così come nella matassa del Pdl in Sicilia. Dove c’è un presidente di Regione, Raffaele Lombardo, sul piede di guerra verso i vertici nazionali del Pdl. Lo stesso Berlusconi, dai microfoni di \"28 Minuti\", su Radio Due, ieri ha ammesso: «Non mi sono così tanto interessato della vicenda siciliana»: è una questione «locale e frutto di contrasti personali», ma «sono certo credo che si risolverà». Sottolineando di volersi occupare della vicenda «dopo le elezioni» di giugno. Altro capitolo, esito più o meno uguale. Quando è iniziato il caos Noemi, il Milan era all’inseguimento dell’Inter. I rossoneri sono arrivati, ad un certo punto, a -5 punti dagli avversari. Il campionato di serie A si è chiuso domenica scorsa con il Milan in terza posizione, a dieci punti dai nerazzurri. E non solo. Kakà è in vendita, sembra destinato al Real Madrid. Anche se a inizio anno, fortemente corteggiato dal Manchester, era stato convinto dal Cavaliere a restare. Insomma, le questione rimaste aperte in questo ultimo mese sono tante. Ieri però almeno un problema lo ha voluto risolvere. Quello del suo rapporto con il Presidente della Camera. «I miei rapporti con Fini erano affettuosi e sono rimasti affettuosi. Non abbiamo avuto nessun momento di difficoltà tra noi». Lo ha affermato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, in un\'intervista a Rete Oro. «Abbiamo un rapporto di vicinanza anche familiare. Tutto quello che è apparso sui giornali è stato inventato, come è la norma degli ultimi tempi. La stampa fotografa una realtà italiana che è molto diversa dalla realtà vera del nostro Paese». Per quanto riguarda la polemica sui voli di Stato, invece, ieri Palazzo Chigi ha spiegato in una nota che «sulla base di quanto espressamente previsto, è chiaro che il presidente del Consiglio ha agito in piena legittimità, anche con riferimento alla facoltà che a persone estranee alla delegazione possa essere offerta la possibilità di un passaggio sull\'aereo di Stato assegnato al suo servizio. Ovvio, tra l\'altro, che l\'imbarco aggiuntivo di uno o più passeggeri su un volo già programmato non comporta alcun aggravio di spesa».
GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo)
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| E ALLA CAMERA SPARISCONO TACCHI E MINIGONNE- Braille News 30.5.09 | |
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E dicevano che non ci sarebbero state conseguenze. Invece, l’effetto Casoria si fa sentire e come, intanto, nei costumi parlamentari. Qualcosa si estingue e molto si perde a Monte Citorio. Si parla e si è straparlato di «gnocca» come continuazione, si spera con altri e più adeguati strumenti, della politica. Le opposizioni, da ultimo, la «gnocca» l’hanno eretta a macchina da guerra a mo’ di ultima raffica di Salò...tto, per resistere all\'invincibile peccator cortese di nome Silvio. Giovedì gnocchi, tutti i giorni «gnocche», tale il calendario tematico dei comitati centrali di Pd e Idv. L’eterno femminino parlamentare, ahimè, sta cambiando verso costumatezze d’altri tempi. Mettemmo lustri per poter gridare sino al cielo «sesso è bello, quand’anche matto», e ora mi sa che ci riavviamo all’umiliazione del corpo. Spero, almeno, non al micidiale odor di santità, sintagma che alludeva alla puzza di chi non si lavava mai. Le filippiche moralistiche e luogocomunistiche di «Famiglia cristiana»; gli angoli alterni interni divenuti, talora, anche inversi; i vescovi italiani, che contendono il paradiso a chi preferisce la carne a tutto, anche al pesce; gli attacchi efferati financo al profilattico; insomma, da tutte le parti piovono prediche caste e pure, tipo «Facciamo la guerra (a Berlusconi), non l’amore». Certo è che alla Camera, lo scostumato Priapo ha lo sguardo floscio e in luogo del dio Eros, l’eretto fra gli eletti, s’avanza la castigatezza muliebre di nonna Speranza. In una Camera derubricata a Botton club, con le onorevoli abbottonate sino ai denti e mai più panterate, sempre più rari i tacchi a spillo, sparite le minigonne parlanti, bruciati gli shorts di botta e di governo, soffocati i corpetti sparaseni all\'orizzonte, addio agli abiti fascianti e trasparenti con lingerie kantiana (da Eva Kant, non da Immanuel) a vista. Rossetti ammiccanti, smalti maliardi, mascara tumido al peccato dove siete? S’addensa lo spleen baudelairiano davanti al tedium vitae delle dismesse unghie french e degli artigli gel ineluttabilmente ritratti? Rimpiango la stagione delle tigri, sebbene la scala della felinità quasi azzerata possa rappresentarci più timorati. No emi, no party è stato un diktat davvero condizionante: non più Casta, in Parlamento vive solo la casta con vestimenta da collegiale e gran sfavillio di stoffe floreali anni Cinquanta, metraggio da vela latina, quanto basta per coprire pure le caviglie. Tutto dobbiamo a re Silvio, che Dio ce lo mantenga, anche il ritorno allo stile classico, sobrio e sussurrato. Il Pdl, inoltre, si conferma partito di bigotta dura senza paura.
GIANCARLO LEHNER (Il Tempo)
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| POLITICA, INTERVISTA A ROCCO BUTTIGLIONE«LA CHIESA ASCOLTA LA SINISTRA FA GOSSIP»- Braille News 30.5.09 | |
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La sinistra non è più capace di comprendere la società, di capire la crisi che sta attraversando il nostro Paese. Un compito che invece svolge benissimo la Chiesa, «perché continua ad avere i piedi ben piantati in mezzo al popolo». Rocco Buttiglione, deputato Udc e vicepresidente della Camera, traccia un confine: «La Chiesa non fa politica, riesce a comprendere il sociale. È l’unica che dice che c’è un problema enorme di povertà, che ci sono migliaia di famiglie per le quali 500 euro al mese fanno la differenza tra la vita e la morte. Su questo la politica non interviene perché non sa più chi sono e dove sono queste persone. Per ricordarcelo rimangono i vescovi, perché i sacerdoti riescono ancora a stare in mezzo al popolo e capiscono che la gente vuole rispetto».
Per i partiti della sinistra è una bella sconfitta...
«Una volta il Pci, e i partiti che ruotavano attorno alla sua orbita, avevano le antenne, erano capaci di capire la società. E la stessa capacità l’aveva, dall’altra parte, l’Msi. Oggi tutto questo non c’è più».
Il Pd, in particolare, sembra spiazzato rispetto all’iniziativa della Chiesa.
«Questo succede perché è sbagliata la formula del Partito Democratico. Cattolici e comunisti si sono messi insieme e hanno deciso di incontrarsi sulla base di una messa tra parentesi dei valori dell’uno e dell’altro. Così però non hanno più punti di riferimento, è rimasto solo il materialismo».
Come giudica L’attenzione morbosa al caso Noemi?
«I politici dovrebbero cercare di dare il buon esempio. Detto ciò la politica non deve essere moralismo. Ma ci sono alcune cose che preoccupano. Di questa vicenda non si può dire, come ha fatto il quotidiano Libero, «chissenefrega», perché non è vero. È vero invece che bisogna dare un’immagine di maggiore sobrietà e di rispetto nei confronti di tutte quelle famiglie che sono in difficoltà. L’ostentazione di ricchezza, di belle donne, di night, suona offensiva. Ma queste cose dovrebbero dirle i parroci».
Invece se ne occupa il Pd esprimendo anche, senza alcun problema, giudizi.
«E questa è proprio l’espressione di una sinistra che non è più capace di \"aggrapparsi\" alla società, di capire quello che gli accade intorno. Ripeto, succede perché non sa più stare in mezzo alla gente. E allora si aggrappa al gossip dei giornali, ai pettegolezzi. E chi parla dei disoccupati, ai disoccupati? La Cei. Il Pd, invece, resta stretto tra l’immoralismo quando deve giudicare i comportamenti dei suoi e il moralismo quando esprime giudizi sugli avversari».
PAOLO ZAPPITELLI(Il Tempo)
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| MINISTRO PER LE PARI OPPORTUNITÀ-IL FATTO-BASTA, CI SONO TROPPI ONOREVOLI- Braille News 30.5.09 | |
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La nostra beneamata Casta è insaziabile. Non le basta quel finanziamento pubblico bocciato per via referendaria e ripristinato con altra dizione. Non le bastano le generose provvidenze che i due rami del Parlamento concedono ai gruppi parlamentari. No, deve anche sistemare i suoi fedelissimi. Ecco perché l’istituto della Provincia, salvo improbabili ripensamenti, non sarà mai abolito. Eppure Ugo La Malfa, quando all’inizio degli anni Sessanta furono istituite le regioni a statuto ordinario, disse che le Province non avevano più ragion d’essere. È passato mezzo secolo. La verità è che i nostri eroi (si fa per dire) talvolta predicano perfino bene, ma poi razzolano male. Prendiamo il caso del numero dei parlamentari. Il testo originario della Costituzione contemplava un deputato ogni ottantamila abitanti o frazione superiore a quarantamila, e un senatore ogni duecentomila abitanti o frazione superiore a centomila. Ma nel 1963 è intervenuta una modifica costituzionale. Il numero variabile è stato sostituito da un numero fisso: 630 deputati e 315 senatori elettivi, più gli ex presidenti della Repubblica e i senatori a vita nominati dal Quirinale. Siamo arrivati, insomma, alla carica dei mille o giù di lì. Sono troppi i nostri parlamentari? Una comparazione con gli altri Paesi europei ci porta alla conclusione che il loro numero nel nostro Belpaese, di per sé, non sarebbe uno scandalo. In Gran Bretagna, i componenti della Camera dei comuni sono 646 e i lord ben 738. In Francia i deputati sono 577 e i senatori 343. Nella Repubblica federale tedesca i deputati sono 612 e i membri del Bundesrat appena 69. E così via. Fatto sta che altrove i parlamentari sono per lo più eletti, mentre da noi sono di fatto nominati dai mandarini della partitocrazia. Tempo fa Silvio Berlusconi ha scandalizzato con una delle sue proverbiali provocazioni. Ha constatato che i nostri parlamentari votano a comando. Votano sì se il capogruppo mette il pollice all’insù. Votano no se il capogruppo mette il pollice all’ingiù. Si astengono se il capogruppo mette la mano in posizione orizzontale. Ma allora tanto varrebbe - ha osservato il presidente del Consiglio - lasciare nella disponibilità dei capigruppo il voto ponderato. Apriti cielo. Il solito Franceschini, mandato avanti dai suoi perché a loro scappa da ridere, ha tuonato che la democrazia ormai è in pericolo. Ma poi il malvissuto segretario pro tempore del pro tempore Pd ha scoperto l’ombrello. Ha scoperto che una proposta identica era stata avanzata negli anni Venti niente meno che da Hans Kelsen. Cioè da un campione della socialdemocrazia. E così è stato costretto a fare una precipitosa marcia indietro. Adesso Berlusconi torna sull’argomento con una proposta che è stata variamente commentata. Ma una premessa è d’obbligo. Di una riduzione del numero dei parlamentari si parla da gran tempo. Il centrodestra, per il vero, con la sua Grande Riforma era riuscita nell’impresa. Sia pure dilazionandola nel tempo perché altrimenti mai e poi mai i rappresentanti del popolo l’avrebbero approvata. Difatti, da che mondo è mondo, non si è mai dato il caso di tacchini che reclamano l’anticipo del Natale, quando finiranno regolarmente in pentola. Ma il centrosinistra tanto ha detto e tanto ha fatto che è riuscito, quando si dice il genio, a colare a picco per via referendaria la predetta riduzione assieme all’intera Grande Riforma. Nella passata legislatura la questione è stata rimessa all’ordine del giorno. Parole tante, fatti nessuno. E adesso siamo punto e daccapo. Come uscirne? La ricetta del Cavaliere è presto detta. Non recita forse l’articolo 1 della nostra Legge fondamentale che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione? Orbene, tra le predette forme c’è anche l’iniziativa popolare delle leggi. E allora sia direttamente il popolo a esercitare un’iniziativa legislativa ad hoc. Nella fattispecie basterebbe un solo articolo che perlomeno dimezzasse il numero dei parlamentari. Sarebbe di sicuro sottoscritto a furor di popolo. Certo, ha ragione il presidente della Camera Gianfranco Fini quando osserva che dovranno essere i due rami del Parlamento, secondo le procedure previste dall’articolo 138 della Costituzione, a dare disco verde. Ma non potranno dire di no. Perché i partiti, almeno a parole, sono di questo avviso: hic Rhodus, hic salta. E perché, in democrazia, la voce del popolo è la voce di Dio.
PAOLO ARMAROLI(Il Tempo)
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| L’EDITORIALE- L’ASILO CONDOMINIALE- Braille News 30.5.09 | |
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Voglio dare una buona notizia alle mamme che lavorano, e anche ai papà. Alle famiglie, insomma. Ho firmato il cosiddetto "decreto di riparto" che, approvato dalla Conferenza Stato-Regioni, assegna al piano conciliazione, a cui stiamo lavorando con il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, ben 40 milioni di euro. Siamo riusciti a costruire qualcosa che per me è estremamente importante. D’intesa con le Regioni potremo realizzare il progetto "tagesmutter", avviare la costruzione di nuovi asili nido e istituire nei Comuni gli albi delle baby sitter. Si tratta di provvedimenti che consentiranno alle mamme di non dover abbandonare il loro posto di lavoro per allevare i figli. Cominciamo dagli albi. Presso i Comuni, presto, le famiglie troveranno veri e propri \"albi\" da consultare per individuare badanti e baby-sitter a domicilio. Per iscriversi nelle liste sarà necessario dimostrare di saper fare quel lavoro, probabilmente aver partecipato a un breve corso di formazione. Lo stesso meccanismo funzionerà per le badanti. I 40 milioni serviranno anche per i voucher, titoli di spesa per le mamme (tra i 900 e 1.500 euro - a fronte di un contributo personale del 10 per cento sull’importo e in base al reddito) da spendere presso strutture convenzionate, come gli asili nido, con il Dipartimento Pari opportunità. Infine la \"tagesmutter\", di cui certamente tutti hanno sentito parlare. In italiano significa \"mamma di giorno\" ed è quella disposta a ospitare nella propria casa, durante il giorno e con orari flessibili, una sorta di asilo nido per non più di cinque bambini da 0 a 3 anni, credo che sia una figura, professionale, molto rassicurante per un’altra mamma che deve andare a lavoro. Serena e tranquilla sarà la mamma, sereno e tranquillo il bambino, che magari resterà nel suo stesso condominio. Secondo quanto stabilisce il dipartimento per le Pari Opportunità, la \"tagesmutter\" sarà collegata con enti no profit o cooperative in modo da farla lavorare in rete con figure di supporto, dallo psicologo al pediatra, sottoponendola a visite domiciliari per la verifica dell’idoneità. È un progetto che al mio ministero sta particolarmente a cuore e che insieme agli altri è per me motivo di orgoglio. Una parte delle risorse sarà destinata alla fornitura delle attrezzature e all’adeguamento degli immobili dei micro-nidi condominiali, un’altra al finanziamento dei corsi che devono preparare le baby sitter. Un \"piccolo\" contributo del Ministero per le Pari Opportunità: più mamme lavorano, più cresce il numero dei figli, più aumenta il prodotto interno lordo italiano, cioè la ricchezza del Paese. L’ingresso nel mercato del lavoro anche di solo 100 mila donne farebbe salire il nostro Pil di 0,28 punti l’anno, consentendo di finanziare la spesa pubblica per le famiglie. Su questo terreno si misura la nostra sfida.
MARA CARFAGNA(Il Tempo)
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| IL FATTO- STATALI IN CARCERE SE LA MALATTIA È FALSA– Braille News 23.5.09 | |
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Il pugno duro contro i fannulloni della pubblica amministrazione può portare anche in carcere. La cura del ministro Brunetta per ridare smalto ed efficienza al funzionamento della macchina statale oltre ai premi prevede, infatti, pene severe per chi si approfitta della compiacenza del medico. Il testo del decreto legislativo, on line sul sito della Funzione Pubblica, sull’«ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico» prevede che per le false attestazioni o certificazioni è prevista una sanzione anche penale che può arrivare alla «reclusione da uno a cinque anni» oltre alla «multa da 400 a 1.600 euro». La medesima sanzione è prevista anche per il medico che concorre al falso. La stessa punizione è prevista per il dipendente pubblico che si dichiari in servizio senza esserlo. «Fermo quanto previsto dal codice penale» si legge infatti nello schema del decreto, viene «punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da euro 400 a euro 1.600» il dipendente che «attesta falsamente la propria presenza in servizio, mediante l’alterazione dei sistemi di rilevamento della presenza o con altre modalità fraudolente». Non solo. Il dipendente infedele risponde della responsabilità penale e disciplinare e delle relative sanzioni, ma è anche «obbligato a risarcire il danno patrimoniale, pari al compenso corrisposto a titolo di retribuzione nei periodi per i quali sia accertata la mancata prestazione» e il «danno all’immagine subìto dalla pubblica amministrazione». Per il medico la condanna comporta anche la radiazione dall’albo e, se dipendente di una struttura sanitaria, anche il licenziamento «per giusta causa». La previsione di punizioni severe per i dipendenti furbetti va in ogni caso di pari passo con la premiazione del merito. Il decreto Brunetta punta infatti a stoppare la distribuzione a pioggia di benefici per un meccanismo di distribuzione degli incentivi economici e di carriera più selettivi. Si rafforza inoltre la responsabilità dei dirigenti e il loro potere di gestione delle risorse umane, anche per l’attribuzione dei «premi». Rivista anche l risoluzione del rapporto di lavoro prevista in caso di ripetizione di assenze ingiustificate; per ingiustificato rifiuto di trasferimento; per false dichiarazioni ai fini dell’assunzione o della progressione in carriera; per prolungato insufficiente rendimento.
FILIPPO CALERI(Il Tempo)
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| IL FORUM DE IL TEMPO BERTINOTTI RACCONTA LA CRISI DEL COMUNISMO SERVE UN BIG BANG PER RICREARE LA SINISTRA– Braille News 23.5.09 | |
| «Per far risorgere la sinistra ci vorrebbe un vero e proprio "Big Bang" che azzeri tutto e ne permetta una ricomposizione». Fausto Bertinotti, ospite a Palazzo Wedekind, sede de Il Tempo, per presentare il suo ultimo libro Devi augurarti che la strada sia lunga, analizza lo scenario che ha portato alla profonda crisi identitaria della sinistra italiana che, «cercando di rappresentare tutti, classico esempio del partito di opinione, non è più stata in grado di mantenere la fiducia dei propri elettori».
Presidente Bertinotti, il 1 maggio 2006 lei veniva osannato a Torino. Appena due anni dopo invece gli elettori italiani hanno bocciato la sinistra italiana. Che cosa si è rotto in così poco tempo?
«Ricordo quell’entusiasmo. Era la mia prima uscita da presidente della Camera. Quel giorno c’era un clima di festa e molti di quei lavoratori che affollavano la piazza vedevano in me uno di loro. C’era la speranza di rinnovamento. La sinistra aveva sconfitto Berlusconi e le sue politiche fallimentari e la legge del pendolo aveva ridato una speranza alla sinistra. Lì si sperava in un cambiamento, anzi quasi in un risarcimento».
Poi che cosa è successo?
«Il governo Prodi non è stato in grado di dare seguito alla richiesta di risarcimento e il suo fallimento è stato come un poderoso acceleratore di una lunga crisi strisciante. Ma intendiamoci, è stato l’elemento scatenante, non la ragione della crisi».
Quindi c’erano strascichi antecedenti alla caduta del governo?
«Tre sono le cause della crisi e trovano fondamento a livello europeo. Il primo motivo è la sconfitta di quel ciclo politico che inizia nel 1917 e si conclude con la primavera di Praga quando l’avvento del capitalismo disegnò un modello alternativo di società. Il secondo riguarda il ciclo medio che coincide con il tempo della globalizzazione. Una grande rivoluzione capitalista restauratrice che sconfisse il movimento operaio si trovò nella condizione o di soccombere o di farsi integrare».
Il motivo della crisi?
«È quello del fallimento del governo di centrosinistra. Per la seconda volta c’era la possibilità di governare e per la seconda volta abbiamo fallito. E, non solo abbiamo perso questa opportunità, ma in Italia è successo anche che, da due sinistre, oggi non abbiamo più nemmeno una. Il nostro impegno ora deve essere quello di ricostruire una sinistra».
Una sola?
«È più che sufficiente perché al suo interno avrebbe tutte le potenzialità per essere alternativa a Berlusconi e riuscirebbe anche a gettare le basi per costringere a ridefinire la pagina delle alleanze».
Passando al centrodestra e al governo, non le sembra che questa crisi più che nuocere al governo lo stia rinforzando?
«Questo è un grande paradosso. Pensi che i problemi che fecero cadere il governo Prodi non sono ancora stati risolti eppure...».
A cosa si riferisce?
«Bassi salari, basse pensioni e stipendi inadeguati. Allora Berlusconi cavalcò la questione in modo dirompente. Penso ad esempio alla polemica sulla terza settimana. Oggi la cosa non è cambiata. Andate a vedere i dati dell’Ocse che ci dà con le retribuzioni più basse d’Europa e del mondo. Oppure mi vengono in mente la denuncia della precarietà e il tema dell’Immigrazione. La nostra colpa è di aver fatto un errore previsionale. Non avevo visto a sufficienza il grado di logoramento a cui era già giunto il tessuto democratico del paese. Non avevano colto che quel sistema era rimasto in piedi come un simulacro ma la sua struttura funzionante era stata largamente manomessa».
Il sindacato in questo frangente che ruolo ha?
«Deve percorrere la sua strada misurandosi sulla dinamica salariale cercando di ritrovare l’unità di un tempo. Infine dovrebbe puntare ad evitare le crisi di democrazia al suo interno dato che sigla accordi sia per gli iscritti sia per i non iscritti».
E del suo successore a palazzo Montecitorio che cosa pensa?
«Fini mi sembra che si stia muovendo nel solco della tradizione impostata dai suo predecessori. Anche lui infatti ritiene fondamentale la valorizzazione delle istituzioni. Un atteggiamento che non può essere privo di conseguenze sui contenuti programmatici dell’agire politico perché l’anima che muove queste istituzioni coincide con la costituzione repubblicana. È impossibile che Fini difenda, ad esempio, politiche discriminatorie. Perché queste non sono contemplate dalla Carta». (Il Tempo)
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| L’EDITORIALE – Braille News 23.5.09 | |
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Ha ragione il Presidente della Camera Fini quando insiste sul carattere laico dello Stato. Questa è una delle grandi conquiste del XIX secolo su cui non abbiamo motivo di fare marcia indietro. Meno convincente però ci appare la sua riflessione quando arriva ad affermare che il Parlamento «deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso». Non si può infatti espellere la religione dal dibattito né dal comportamento umano. Per chi ce l’ha, la fede è elemento costitutivo dell’esistenza, anche nella sua dimensione politica. La religione è ricchezza, non povertà. È portatrice di valori, non fardello pesante e dannoso. Vogliamo vivere in una nazione dalle istituzioni laiche, capace però di comprendere che nella formazione delle leggi intervengono molti fattori, tutti degni di rispetto. Tra questi vi deve essere posto anche per le opinioni religiose dei legislatori.
ROBERTO ARDITTI(Il Tempo)
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| IL CASO BATTISTI-COSSIGA NON DIA UNA MANO AI MALINTENZIONATI- Braille News 16.05.09 | |
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Il ministro della Giustizia del Brasile, che tanto si sta spendendo per sottrarre alla giustizia italiana il terrorista rosso Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per quattro omicidi, si sarà stropicciate le mani leggendo certe notizie provenienti da Roma. Dove il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga ha riproposto il tema dell’amnistia per i reati di terrorismo che insanguinarono l’Italia nella lontana stagione degli \"anni di piombo\". Ma che purtroppo non sono mancati neppure in anni recenti, come dimostrano i delitti D’Antona e Biagi. Fu proprio all’amnistia sinora mancata che quel ministro brasiliano si richiamò nei mesi scorsi per diffidare della nostra democrazia e giustificare la decisione di proteggere Battisti, con l’asilo politico, dalla richiesta di estradizione. Che pende tuttora davanti alla competente autorità giudiziaria di quel Paese in un contesto che lascia purtroppo temere negative interferenze politiche.
Ha fatto benissimo il capo dello Stato Giorgio Napolitano a ripetere pubblicamente sabato scorso, celebrando la seconda Giornata della memoria delle vittime del terrorismo, le proteste avanzate alla Francia e al Brasile \"per trattamenti incomprensibilmente indulgenti riservati a terroristi condannati per fatti di sangue\" in Italia. Egli si è sicuramente rivolto anche ai politici italiani quando ha ammonito che \"non si può scambiare l’eversione, l’attacco criminale allo Stato e alle persone per manifestazione di dissenso o contestazione politica\", per cui \"non c’è giustificazione o attenuante possibile\". Cossiga, che pure da ministro dell’Interno non si tirò certamente indietro sulla strada della lotta frontale ai terroristi, si è invece convinto della possibilità di riconoscere loro la tragica dignità, direi, di \"combattenti di una rivoluzione senza futuro\", convinti in buona fede di \"dover lottare per una democrazia più avanzata e nella continuazione della Resistenza\". Così egli ha detto al nostro Gianni Di Capua domenica scorsa, vantando peraltro di essersi «sempre battuto per la concessione di un’ampia amnistia per i reati del terrorismo di origine comunista». Deriva probabilmente da tale convinzione anche quella sua lettera sul \"carattere politico\" dei reati compiuti da Battisti esibita in Brasile dai difensori e citata nella motivazione dell’asilo concesso dal ministro della Giustizia. Lo stesso Cossiga ne rimase talmente turbato da confessarsi poi \"pentito\" dell’iniziativa epistolare. Sono qui, da vecchio amico ed estimatore dell’ex presidente della Repubblica, a supplicarlo di fermarsi, a questo punto. Di non dare altre occasioni ai malintenzionati. Di dare invece una mano a Napolitano nella difesa di quello che il capo dello Stato ha definito sabato scorso \"il prestigio del nostro sistema democratico\", negato da chi pensa all’estero di dover mettere i terroristi italiani al riparo dalle condanne procuratesi con i loro odiosi delitti.
FRANCESCO DAMATO(Il Tempo)
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| MINISTRO PER L’ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA DI GOVERNO- IL COMMENTO-LA RICHIESTA DI ORDINE NON PUÒ CREARE DISORDINI- Braille News 16.05.09 | |
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C’è immigrazione e immigrazione. Fare di tutta l’erba un fascio non aiuta ad affrontare la questione che, con il passare del tempo, diventa sempre più cruciale. Dividersi su un tema del genere tra tifoserie è l’atteggiamento più sbagliato ed incivile che si possa avere. La «buona immigrazione» è, come tutti intuiscono, quella che non costringe a difendersi dall’ospite il quale ha tutto l’interesse a integrarsi e non a essere assimilato, conservando la sua cultura, le sue tradizioni, le sue abitudini coltivandole nell’ambito dei nostri ordinamenti. Possibilmente (ma non tutto si può avere) gli immigrati di cui pure abbiamo bisogno dovrebbero essere qualitativamente, sotto il profilo professionale, consapevoli di poter svolgere mestieri utili e, nei limiti del possibile, appaganti. A tal fine sarebbe opportuno che gli Stati europei investissero nei Paesi dai quali proviene la maggior parte degli extracomunitari in scuole, istruzione e formazione. Sicché gli immigrati non sarebbero costretti a legarsi, come spesso avviene, alle cosche dei malfattori. Se è vero, come tutte le statistiche concordemente dimostrano, che tra qualche decennio gli italiani saranno una minoranza in Italia, allora forse, invece di attuare politiche soltanto di ordine pubblico, sarebbe bene pensare a politiche demografiche e familiari al fine di arginare un fenomeno che potrebbe avere esiti devastanti sotto il profilo culturale. Ciò non significa respingere l’altro. Se, come da molti segni appare, in Italia non meno che in altri Paesi europei la soglia della caratterizzazione civile, e dunque identitaria, si è abbassata, non dipende dall’alto numero di immigrati, ma dalla scarsa attitudine degli europei stessi a vivere secondo modelli di vita tradizionali e legati ad una cultura che li differenzia. In questo senso la «multietnicità», la «multiculturalità», non possono essere visti come attentati alla dignità degli italiani e degli europei, ma quali indiscutibili esiti di una nuova universalità derivata dalla restrizione degli spazi, dalla facilità delle comunicazioni, dall’integrazione tra stili di vita connessa all’ampliamento delle conoscenze. Oggi tutto ciò viene rubricato sotto la voce «globalizzazione» che comprende pure, e non potrebbe essere diversamente, la prossimità di localismi che tendono a fondersi. Non è la prima volta che accade nella storia. Ricordiamo l’impero romano, l’universo federiciano, la stessa ecumene cattolica, il vasto aggregato asburgico nel quale convivevano popoli dissimili eppure amalgamati da uno stesso principio sovrano che li faceva cittadini di un solo Stato. Oggi prendere atto che la multietnicità è entrata a far parte della nostra vita, non significa attenuare il contrasto all’immigrazione clandestina, ma renderci conto che essa non la si può esorcizzare con dichiarazioni alle quali non fanno seguito adeguate politiche di accoglienza. Insomma, la richiesta di ordine non può generare altri (e forse più gravi) disordini. Culturali prima che civili, i quali, come si sa, sono più pericolosi.
GENNARO MALGIERI(Il Tempo)
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| QUESTIONE IMMIGRAZIONE L’INTERVENTO NESSUNA CHIUSURA ALLO STRANIERO- Braille News 16.05.09 | |
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Nessun governo può ritenere di poter coltivare l’etica dell’autosufficienza senza avere bisogno di uno stimolo critico; nel caso dell’immigrazione va detto da subito e con chiarezza che l’accusa da parte dell’opposizione contro il governo non è motivata, perché non c’è alcuna politica al ribasso. Anzi c’è un’azione responsabile. La solidarietà non è accoglienza ma una politica. Grande importanza riveste il substrato di clandestinità che accresce moltissimo il numero di presenze di stranieri nel nostro territorio. Ecco, quindi, la sempre crescente necessità di affrontare politiche migratorie finalizzate all’integrazione, che superino la logica dell’emergenza. Non basta «tollerare», occorre «integrare». Ed è questo che il governo sta realizzando, non rifiutando l’aiuto umanitario ma filtrando l’immigrazione per così dire pulita rispetto a quella illegale che andrebbe solo ad ingrassare le fila delle organizzazioni criminali e della povertà. Un punto fondamentale è comprendere che le moderne migrazioni sono in rapporto diretto con il problema di sottosviluppo che affligge un gran numero di Stati nel mondo. L’acuirsi del divario di risorse e delle opportunità tra Nord e Sud del mondo, dovuta alla globalizzazione dell’economia, crea il collegamento coi flussi migratori. Il divario tra «Primo mondo» e «Terzo mondo» tende ad una costante crescita del divario, in quanto un Paese più produce più si arricchisce, mentre un Paese che arranca è destinato a impoverirsi maggiormente, creando presupposti non di aspettativa di vita ma di speranza di sopravvivenza. Non basta, pertanto, soddisfare i bisogni primari degli immigrati, ma occorre considerarli parte del sistema, e per questo superare la sottovalutazione dei bisogni culturali e formativi. È sbagliata, infatti, la visione che ha considerato e considera la «diversità» come sinonimo di minoranza, e per conseguenza in situazione di «inferiorità». Da parte del governo c’è la «corsa» a tamponare le falle legislative e normative causate dal trascurare un problema che via via è divenuto sempre più presente e pressante, come hanno pure lucidamente riconosciuto gli onorevoli Fassino e Rutelli. Non ci troviamo di fronte alla chiusura rispetto allo «straniero», ma alla necessità di salvaguardare le diversità preservando la ricchezza di tutte le culture, con una nuova politica sui flussi migratori, suggellando di fatto l’integrazione.
GIANFRANCO ROTONDI(Il Tempo)
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| IL PAPA IN TERRASANTA SUPPLICA PER LA PACE- Braille News 16.05.09 | Se il Papa «supplica» vuol dire che c’è in gioco qualcosa di grave. Il Papa si definisce «servo dei servi», e dunque è proprio del suo compito supplicare Dio e supplicare gli uomini. Ogni discorso, ogni cosa che il Vescovo di Roma dice è, in fondo, una supplica. Non ha altro potere che quello della supplica e della testimonianza. Il fatto però che abbia esplicitamente supplicato ebrei e musulmani di trovare una soluzione al conflitto che insanguina il Medio Oriente, è il segno della durezza estrema di quella situazione che ha toccato con mano. Se è vero che il Papa, appellandosi senza né armi né potere temporale a uomini e governi, supplica sempre, è anche vero che se sceglie di usare esplicitamente questa parola, significa che sente nel cuore una speciale urgenza. E una speciale angoscia. Come aveva in petto Paolo VI quando esordiva nella sua celebre lettera agli uomini delle Brigate Rosse con quel «Vi supplico» che rimane nella storia italiana come un fiore mozzato, come una mano tesa nel vuoto. La supplica del Papa a uomini su cui non ha nessun potere - in questo caso addirittura esponenti di altre fedi - è una frustata nell’ormai sempiterno alternarsi di speranze e delusioni circa quel conflitto. È un gesto estremo. Povero e ricchissimo. Disarmato e fortissimo. Come se non si potesse fare altro. È la stessa supplica dei sofferenti per quel conflitto. Delle madri che han perso i loro figli, le donne i loro uomini. È la stessa supplica che sale dal troppo inutile e innocente sangue versato. È la voce che cercava voce ancora. Che non vuole tacere. Il Papa è servo dei servi, e non può che supplicare. Ma non ascoltare il Papa significa assumersi una responsabilità di fronte a tutti gli innocenti che gridano in quella supplica. Significa assumersi una responsabilità moralmente, personalmente enorme. Per questo si è rivolto agli uomini coinvolti in questo conflitto facendo appello a ciò che hanno di più caro, le loro religioni. Una supplica «violenta» per così dire, come tutte quelle che arrivano da coloro che non hanno potere, da quelli che soffrono, da quelli che sono nelle tue mani. Benedetto XVI ha compiuto il gesto estremo di un Papa che si mette nelle mani di ebrei e musulmani, per amore degli uomini. |
| DAVIDE RONDONI(Il Tempo)
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| L’IMBROGLIO DELL’INUTILE REFERENDUM- Braille News 16.05.09 | |
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Se qualcuno pensa che il referendum sulla legge elettorale del 21 giugno dà più potere ai cittadini e meno ai partiti, si sbaglia di grosso. Il risultato del referendum, qualora raggiungesse il quorum e vincessero i Sì, esproprierebbe ancor più i cittadini del diritto di eleggere i propri rappresentanti. Se qualche altro ritenesse che, dopo il referendum, il Parlamento dovesse intervenire per cambiare la legge elettorale, prenderebbe un altro abbaglio, perché il risultato della prova referendaria è, come si dice, «auto-applicativo», in quanto la legge che ne scaturirà sarebbe del tutto funzionante. Se una terza persona sperasse con il referendum di avviare l’Italia al bipartitismo perfetto, si ingannerebbe ancor più perché con i marchingegni elettorali non si cambia il sistema politico. La vicenda del Popolo della Libertà, in positivo, e quella del Partito Democratico, in negativo, lo provano a sufficienza. La verità è che questo referendum è un imbroglio. Perché oggi, in Italia, la cosa più importante in materia elettorale è di restituire ai cittadini il potere di eleggere i propri rappresentanti. Quel che propone il referendum è, invece, l’opposto: da una pessima legge, definita «porcellum», si passerebbe a un «superporcellum», ancora più sprezzante degli elettori. Oggi il premio di maggioranza è attribuito alla coalizione di liste che ottiene più voti. Domani, se il referendum passasse, lo stesso premio sarebbe attribuito all’unica lista che ottiene più voti, indipendentemente dalla percentuale raggiunta alle elezioni. Oggi il Parlamento è nominato da una decina di capipartito che compilano le proprie liste elettorali scegliendo i loro amici e affini. Con la vittoria del «sì» al referendum il capo dell\'unico partito vincente, leggi Berlusconi, nominerebbe la maggioranza assoluta della Camera, ovvero 346 deputati su 630 (55 per cento), acquisendo legittimamente il potere di fare il bello e il cattivo tempo senza contrappesi. È ovvio che il leader del Popolo della Libertà abbia dichiarato che andrà a votare secondo il proprio interesse per il «sì». È più difficile comprendere perché il segretario Dario Franceschini voglia mobilitare il Partito democratico nella stessa direzione al punto da suscitare molteplici e vigorose reazioni.
MASSIMO TEODORI(Il Tempo)
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| QUELLO CHE FA GOLA È UN ALTRO DIVORZIO- Braille News 9.05.09 | |
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Partito con il proposito di "non mettere il dito fra moglie e marito", Dario Franceschini sta cedendo alla tentazione di infilare mani e piedi nella rottura dei rapporti coniugali tra il presidente del Consiglio e Miriam Raffaella Bartolini, in arte Veronica Lario. Della quale egli ha voluto prendere le difese nello scontro con Silvio Berlusconi quando questi l'ha "pateticamente" accusata - ha protestato il segretario del Pd - di essersi lasciata influenzare dalle velenose campagne politiche contro di lui.
Evidentemente è sfuggita a Franceschini l'immagine sarcastica dell\'imperatore che la Bartolini ha usato contro il marito raccogliendola dichiaratamente proprio dall\'albero dei suoi avversari politici, che ne saranno rimasti compiaciuti. Fra questi, anche il leader dell\'Udc Pier Ferdinando Casini, che per farsi una competenza in materia ha appena assunto fra i candidati del suo partito al Parlamento Europeo il giovane Emanuele Filiberto di Savoia, pronipote danzante dell\'ultimo imperatore e penultimo re d\'Italia. D\'altronde,le attenzioni politiche di certa sinistra per la seconda moglie di Berlusconi non sono nuove. Esse risalgono anche a prima dell\'altro incidente di coppia che destò molto clamore: quello di due anni fa, quando la signora reclamò e ottenne scuse pubbliche dal marito, con una lettera alla Repubblica, per essere stato troppo galante in una festa dei Telegatti con Mara Carfagna ed altre giovani avvenenti. Sfiorò allora una designazione a qualche Nobel. Eppure l\'attitudine alle galanterie, anche fuori misura, appartiene non alla storia politica ma alla vita di Berlusconi, ben nota alla Lario ben prima che lo accettasse come corteggiatore e infine come marito. Ora lei lamenta comportamenti di \"una persona che non sta bene\", ma non reclamò interventi di amici o medici al suo primo impatto con lui. Che lei stessa ha così raccontato alla sua biografa Maria Latella, peraltro smentendo la storia della folgorazione in un teatro: \"La prima volta l\'ho incontrato a Milano, a una cena. Era il padrone di casa e con le sue ospiti si comportava come se fosse single. Invece aveva moglie e due bambini\". È chiaro che agli avversari di Berlusconi, più che la procedura di divorzio annunciatagli a mezzo stampa dalla consorte, come il famoso avviso di garanzia della Procura della Repubblica di Milano nell\'autunno 1994, interessa il vantaggio politico che ne potrebbero ricavare, inguaiati come sono. Essi aspirano ad un ben altro, ma assai improbabile divorzio: quello degli elettori dall\'uomo che ha saputo conquistarne così larga fiducia, giustamente rivendicata dal presidente del Consiglio parlando a Porta a Porta. \"L\'unica capace di colpirlo sulle ginocchia è sua moglie. Viene da dire: compagna Veronica. Non è originale, ma è quello che pensa la gente di sinistra\", ha sfacciatamente confessato lunedì Marcelle Padovani all\'Unità.
FRANCESCO DAMATO (Il Tempo)
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| IL DIVORZIO DEL PREMIER BERLUSCONI CONVINTO NON PERDERÒ IL CONSENSO DEI CATTOLICI VOGLIO BENE A VERONICA MA MI DEVE CHIEDERE SCUSA- Braille News 9.05.09 | |
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Non lo dice a chiare lettere ma, leggendo bene tra le righe, il messaggio è chiaro: «A mia moglie voglio bene. A questo punto ammetta l’errore - perché di questo si tratta - e chieda scusa, pubblicamente». Berlusconi non ha dubbi: siamo davanti ad una trappola, pensata ed organizzata ad hoc per colpire il presidente del Consiglio, «l’avversario», un tranello nel quale Veronica è cascata in pieno. Ed è per questo che lui, lo dice, lo ripete, e lo ripete ancora: entrambi i capi di accusa lanciati dalla moglie sono falsi, «quindi non veri». Il primo, il caso veline. Nessuna ragazza, da definirsi tale, era stata inserita nell’elenco dei possibili candidati per le europee. «Premesso che io non ho nulla contro le ragazze che fanno questo lavoro magari per mantenersi agli studi. Detto ciò, nelle liste c’erano solo persone plurilaureate, preparate e, in qualche caso, anche con notevole esperienza in politica comunitaria». Che siano state cancellate in un secondo momento? Bruno Vespa prova a incalzare. «Non credo proprio - replica il premier -. I tre coordinatori avevano un elenco di 100 persone e dovevano arrivare a 72». Quindi, ci sono state 28 persone eliminate, «ma, indistintamente, uomini e donne». Anche perché, e questo Berlusconi tiene a spiegarlo bene, i parametri utilizzati per i candidati europei sono gli stessi utilizzati per la politica italiana, «e quindi sono quelli della Gelmini, della Carfagna, della Ravetto, tutte donne che nel Parlamento italiano bagnano il naso agli uomini con presenze che sfiorano il 98 per cento».
Il secondo caso incriminato: la festa di compleanno di Noemi Letizia. Anche qui, tutte bugie, un caso montato ad arte. La first lady, nell’annunciare le sue intenzioni di divorzio, accusava il marito «di frequentare delle minorenni». Parole che non vanno giù al premier. Accuse che lui continua a respingere, raccontando minuto per minuto la famosa sera napoletana: dal rapporto con il padre di Noemi, al suo essere parte integrante della festa, dalle foto che ha fatto quella sera («tante e con tutti, anche gli uomini della cucina e i titolari del ristorante») alla sua certezza sull’equivoco, causato dalla stampa, «quella di sinistra», nello specifico «Stampa e Repubblica».
Mentre il capo del governo risponde alle domande di Bruno Vespa, nello studio di Porta a Porta ha dietro di sé un grande fermo immagine dal titolo emblematico: «Adesso parlo io». Ne ha voglia e si vede, pur senza entrare troppo nei dettagli della questione privata, «per la quale mi sembra doveroso tacere». Vestito blu, cravatta a pois bianchi e un foglio bianco. Ha un’espressione tesa, concentrata. Berlusconi è pronto a sciorinare tutto il suo privato, a rilanciare la palla nel giardino di Villa Visconti a Macherio, dove risiede sua moglie Veronica. Il premier non pronuncia mai la parola «divorzio», come invece ha fatto sua moglie. Lui parla di «una storia che è finita o che sta per finire», grazie ad un «tranello mediatico» ordito dalla sinistra. E quando poi il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, ospite anche lui della puntata, gli fa notare come magari si poteva evitare di andare ad una festa di compleanno «tenendo conto del ruolo istituzionale che ricopre», Berlusconi non esita neanche un attimo, ed esprime davvero quello che ha dentro: «Se non parlassi più con la gente, se non andassi alle feste o nei ristoranti rinuncerei ad essere me stesso. E non rispetterei le promesse amicali fatte. Io sono un uomo come tutti gli altri».
Per tutta la puntata il clima è questo. Gli intervistatori che provano a fare domande su cosa accadrà adesso, e lui che continua a battere sulla questione «sono tutte bugie». Quando vede le immagini dei trent’anni di matrimonio, con una giovanissima Veronica su di un palcoscenico teatrale, i suoi figli da piccoli, alcune foto della loro via coniugale, nel suo commento l’emozione si percepisce: «A mia moglie voglio un mare di bene e sul rapporto con lei non voglio aggiungere altro». Parole tenere anche sui figli: «Anche ai miei ragazzi voglio il bene più totale, sono per loro un padre straordinario ed amatissimo e mi dispiace siano stati portati in mezzo».
In origine la puntata di Porta a Porta doveva essere dedicata all’emergenza Abruzzo facendo anche una sorta di bilancio di quanto fatto dal governo a un anno esatto dal suo insediamento. Non solo. Berlusconi aveva anche un’agenda già fissata (con un probabile incontro con il capo dello Stato sull’allargamento della squadra di governo), cambiata poi per la partecipazione al programma televisivo. Era troppo importante dire a tutti come stanno davvero le cose. Era troppo importante lanciare forse a Veronica un sottile invito a deporre l’ascia di guerra, ammettendo semplicemente di aver sbagliato. Berlusconi non teme di perdere consensi a causa di questa vicenda. Così come non teme di perdere la simpatia dei cattolici, anzi precisa che «il governo ha con il Vaticano i migliori rapporti che mai ci siano stati». In quella che ormai è diventata la dinasty italiana, difficile prevedere le prossime puntate. Di certo, il legale della signora Lario, l’avvocato Maria Cristina Morelli ha già cominciato a lavorare al caso, mantenendo ovviamente il massimo riserbo su tutto. L’ipotesi più ricorrente è quella di tentare di trovare un accordo da tutte e due le parti e scegliere una separazione consensuale. Insomma, pare che la volontà sia quella di non andare alla guerra ma di attendere che la bufera passi per poi fare le opportune valutazioni. Tenendo comunque tutto «in una dimensione privata», evitando così un lungo contenzioso.
GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo)
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| ABRUZZO PIÙ FORTE DEL SISMA- Braille News 9.05.09 | |
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È passato un mese da quel tragico 6 aprile che ha sconvolto la vita degli aquilani e di tutti gli abruzzesi. Nella nostra mente è ancora drammaticamente viva l\'immagine dei crolli, delle macerie, della distruzione. Nel nostro cuore è tristemente attuale il ricordo dei nostri concittadini che il terremoto ci ha portato via. In questo mese di profonda tristezza, ci siamo ritrovati uniti nel dolore. Il sisma ci ha fiaccato con le sue continue scosse che hanno il potere di minare un sistema nervoso già duramente provato. Colgo l\'occasione per ringraziare la Protezione civile, i Vigili del fuoco, le forze dell\'ordine, la Croce rossa ed i volontari, le forze di Polizia ed i militari (14 mila in tutto che, accorsi in massa, hanno provveduto ai primi soccorsi. E ringrazio l\'intera comunità nazionale per la generosità e l\'impegno di questi giorni. Giorni in cui L\'Aquila non si è mai sentita sola. Esulando dall\'aspetto più propriamente emozionale mi preme sottolineare la grande serietà dimostrata dalla classe politica locale. Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è stato nelle zone terremotate una decina di volte: è davvero molto. Ministri e sottosegretari hanno rivolto a noi la loro attenzione per assicurare interventi mirati, ognuno nel settore di competenza. E poi, la visita del Santo Padre, che ha portato a credenti e non il conforto della parola di Dio e quella personale, in un momento in cui anche la fede era sembrata cedere. Ora si fanno i primi bilanci e si riflette. L\'Aquila non ha più un cuore materiale: non ha più un centro storico, non ha più i negozi, non ha più le attività economiche e professionali che vi ruotavano intorno. Ma ha ancora voglia di fare. Si sta ricominciando dalla periferia, da quella parte dove il danno è stato più contenuto. Lentamente si sta tornando a una quotidianità più normale, per quanto sappiamo che la vera normalità non la riavremo mai più. E si progetta la ricostruzione. Gli aiuti economici non mancano. Dall\'Unione europea e dallo Stato sono stati assicurati fondi sufficienti. Il presidente Berlusconi è venuto qui ad illustrare il decreto contenente le direttive sui primi interventi da porre in essere. È un ottimo decreto, ma migliorabile. Per questo stiamo studiando eventuali emendamenti per renderlo più rispondente alle attuali esigenze del territorio. Entro maggio tornerà in parziale attività l\'ospedale \"San Salvatore\", travolto dai cedimenti strutturali e dalle polemiche. E prima dell\'inverno saranno consegnate agli sfollati le prime case. Lo ha promesso il premier. Ci stiamo impegnando tutti per renderlo possibile: è la priorità assoluta. In spazi di fortuna o in container stanno lentamente ripartendo anche le attività produttive. Un buon segno per rimettere in moto l\'economia. L\'Aquila, siamo consapevoli, non tornerà più quella di una volta, ma sarà più bella e sicura. Il danno al patrimonio storico, artistico ed architettonico è irrecuperabile. Ma dal dramma potrebbero anche scaturire opportunità importanti, per il tessuto industriale e produttivo cittadino. Gli aiuti statali, europei ed internazionali, la disponibilità di imprese ad investire nel territorio rappresentano delle chance uniche. Da parte di tutti noi occorre molta forza di volontà, molta determinazione, molto morale. Rimettersi in piedi è possibile, anzi, è doveroso. Con la tenacia e la dignità che ci ha sempre contraddistinto. Quella stessa dignità che tutti ci hanno riconosciuto. Anche a Bruxelles, dove mi sono sentito veramente orgoglioso di essere abruzzese. Andremo avanti così senza demoralizzarci (oggi i nemici sono i pessimisti), ma facendo di tutto affinché lo sguardo del Mondo sulla nostra città non venga mai distolto. Lo dobbiamo a noi stessi e a quanti oggi non ci sono più. Gli abruzzesi sono e saranno più forti del terremoto.
GIANNI CHIODI- PRESIDENTE REGIONE ABRUZZO(Il Tempo)
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| DI PIETRO-PD, LA RESA DEI CONTI– Braille News 2. 05.09 | |
| «Vedi Dario, non abbiamo alcuna intenzione di inseguire il Pd in una campagna elettorale "fratricida". Sarebbe una scelta miope e dannosa per il Paese che porterebbe alla vittoria di una destra autoritaria e illiberale». Come era gentile Antonio Di Pietro lo scorso 24 aprile. Affettuoso al punto giusto con il «caro Dario» cui scriveva, approfittando dell’ospitalità del Corriere della Sera, una lettera aperta per chiudere settimane di scontri e insulti. Una missiva per ribadire che la strada da percorrere, nonostante le polemiche, era quella di un’alleanza tra Pd e Idv. Soprattutto in alcune elezioni amministrative. A dire il vero il «caro Dario» (Franceschini) non fu altrettanto affettuoso: «Ho ricevuto una lettera da Di Pietro e stavo preparando una risposta. Pensavo fosse una lettera privata, invece poi l’ho vista pubblicata integralmente sui quotidiani. Gli faccio due richieste di serietà e di coerenza. In primo luogo non si candidi alle europee. In secondo luogo faccia la scelta di stare insieme a noi in alcune città e province evitando, per un calcolo elettorale di parte, di far vincere la destra». Sarà forse stata tanta scortesia a convincere Antonio Di Pietro a cambiare strategia. O meglio a esplicitare la sua vera strategia. Così, intervistato da Il Giornale, il leader dell’Idv ha illustrato il suo piano politico. Roba da far impallidire il «piano di rinascita democratica» della P2. Tonino non ha dubbi: il Pd ha fallito. Ma non temete, Di Pietro è pronto alla grande sfida: sarà lui, qualora l’Idv dovesse toccare alle europee quota 8%, a costruire «un grande partito progressista che sostenga una proposta di governo credibile». «Una cosa più larga, più utile, che prescinda dall’identità di una sola persona e che serve a rappresentare qualcosa di più importante». Eccoci qua. A poco più di un mese dal voto europeo e amministrativo, l’ex pm lancia l’assalto finale alla «scalcagnata» carretta del Partito Democratico che dopo l’affondo dell’ex pm è restato sostanzialmente in silenzio. Quasi tramortito. Non è un segreto, infatti, che questo è per il Pd un momento difficile. Probabilmente il più difficile. Dal voto delle europee dipenderà molto del futuro del progetto. Lo stesso congresso, previsto per ottobre, potrebbe essere rimesso in discussione dopo una cocente sconfitta. Così Tonino, conti alla mano, avrà pensato: perché non approfittarne? Dopotutto non sarebbe la prima volta. Già dopo le elezioni politiche in molti, all’interno dei Democratici, sostennero che senza l’alleanza, il 4% dell’Idv sarebbe rimasto un’utopia. La resa dei conti è per il 6 e 7 giugno. Non mancate.
NICOLA IMBERTI(Il Tempo)
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| IL PAPA IN ABRUZZO UN ESAME DI COSCIENZA PER RIPARTIRE DAVVERO – Braille News 2. 05.09 | |
| In Abruzzo nel giorno della pubblicazione del suo libro «L’Elogio della coscienza». In Abruzzo seduto accanto, per un breve tratto, a un autista d’eccezione, Bertolaso, nel giorno della pubblicazione del decreto varato dal governo che, approvata l’Ordinanza della Protezione civile, diventerà operativo entro una quindicina di giorni. Con la conseguenza che i colpiti dal terremoto del 6 aprile potranno accedere ai primi finanziamenti. In Abruzzo in un giorno di pioggia che smette di sferzare ogni volta che passa il Papa. A ogni tappa di un viaggio che si inizia in silenzio a Onna e si conclude con i canti e gli abbracci di Coppito. A Onna cade acqua fredda. La ghiaia fa fatica a tenere a freno il fango. La scarsa visibilità fa cambiare il programma della visita di Ratzinger in Abruzzo. Il Papa non parte da Roma in elicottero, arriva in macchina. La tenda della mensa era stata preparata dalle suore e dal parroco, Cesare Cardozo, con un Cristo risorto donato da una famiglia rimasta orfana di due figlie, e pezzi di tabernacolo della chiesa crollata. All’ingresso una croce e due piante di ortensie appena azzurre.
Giunge il contrordine. Il Papa (pioggia o non pioggia) parlerà davanti alla tendopoli nel paese simbolo della distruzione. Gli abruzzesi arrivano in piccoli gruppi vestiti come da giorni. Tute, felpe, giacche a vento. Le mani in tasca, la testa bassa. Stanchi del via vai. Desiderosi di riprendere la vita di sempre, partendo dalla ricostruzione delle proprie case. Il Papa arriva. Accoccolato sul sedile posteriore della sua auto. In un silenzio profondo. Non un applauso, non un fazzoletto che sventola. Un piccolo cerchio di persone affrante dentro sorridenti in volto circonda lui, il vescovo, il parroco, il capo della Protezione civile, Bertolaso, e il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Gianni Letta. Non c’è cerimoniale apparente.
Il silenzio è quello di una chiesa, custodisce gesti di tenera accoglienza, le mani delle suore, i calli dei contadini, la commozione di uno degli abitanti, Angelo Esposito Ferraro, che per un attimo riesce a dimenticare il dolore e la paura: «Ho stretto la mano al Papa, lui ha messo le mie fra le sue. Ho provato una emozione che non so descrivere, spero che il Signore benedica tutti quanti».
Arriva il discorso ufficiale, la voce di Ratzinger è forte e chiara. «Se fosse stato possibile, avrei desiderato recarmi in ogni paese e in ogni quartiere, venire in tutte le tendopoli e incontrare tutti... Ecco - dice papa Benedetto - la mia presenza tra voi vuole essere un segno tangibile del fatto che il Signore crocifisso è risorto e non vi abbandona; non lascia inascoltate le vostre domande circa il futuro, non è sordo al grido preoccupato di tante famiglie che hanno perso tutto. Certo la sua risposta concreta passa attraverso la nostra solidarietà, che non può limitarsi all’emergenza iniziale, ma deve diventare progetto stabile e concreto nel tempo. Incoraggio tutti, istituzioni e imprese, affinché questa città e questa terra risorgano».
Questa è la risposta che gli abruzzesi s’aspettano. Questa è la risposta alla domanda del parroco di Onna e dell’arcivescovo de L’Aquila, Giuseppe Molinari. Il primo ha chiesto al Papa di pregare sulle promesse sincere fatte nel momento dell’emergenza. Il secondo, parlando nel cortile della scuola della Guardia di Finanza di Coppito (L’Aquila), lo stesso nel quale si sono svolti i funerali con le bare in tremenda fila, non ha usato parafrasi per augurarsi «che nessuna divisione possa ostacolare la ripresa dell’Abruzzo e del suo capoluogo. Che la solidarietà continui nel tempo, non si infranga in piccoli intoppi di parte. Ogni più piccola forma di ostruzionismo sarebbe un delitto infame che gli abruzzesi non perdonerebbero mai. L’Aquila o risorge ora - ha sottolineato - o non risorge più».
A Coppito il Papa si dice convinto che la città tornerà a volare «a condizione di fare un serio esame di coscienza, affinché il livello di responsabilità, in ogni momento non venga mai meno».
Questa la concretezza del Papa in un incontro con gli abruzzesi che avrebbero voluto per lui una festa nel Giubileo di Celestino del 28 agosto, come ha ricordato il sindaco de L’Aquila. Il destino ha voluto un altro palco, dimesso. È mancata la folla e sottile è passata fra l’asfalto di montagna bloccato al suo passaggio la delusione di non vedere il Papa camminare fra le tende, in ogni tendopoli.
Come se una visita così vissuta avesse potuto essere baluardo alla dimenticanza, un po’ a rievocare Pio XII fra le macerie di Roma bombardata. Il Papa ha scelto un’altra simbologia. Preghiere in latino, un continuo riferimento all’amore di Dio che rivela i suoi piani a chi si dispone ad ascoltare. Il Padre Nostro a Onna, l’inchino alla miracolosa Madonna di Roio a Coppito e l’omaggio a Lei di una rosa d’oro. Per lui un pubblico di fedeli, neocatecumenali soprattutto, a cui il terremoto ha potuto cambiare la vita non solo perché hanno perso tutto o qualcosa, ma perché il senso di precarietà che ne è derivato, ha dato valore maggiore alla vita e al suo significato. Come narra la storia di un padre che aveva preparato il matrimonio di sua figlia alla Basilica di Collemaggio. Per lei aveva adornato la casa de L’Aquila, per lei aveva previsto una cerimonia da sogno. Poi la terra tremante s’è portata via tutto, ma non gli sposi. È rimasto un matrimonio semplice in un’altra città e la convinzione «che ora guarderò per sempre la vita da tutto un altro punto di vista, la precarietà che diventa esistenza degna, solo se è fatta la volontà di Dio».
Tra i fedeli che aspettano e salutano il Papa piangono i soldati di commozione e una coppia di fidanzati s’abbraccia assorta. Quando le parole si fanno troppo forti per un amore terreno lui le accarezza un seno. Il Papa parla della Madonna e dei miracoli che non farà mancare. Gira per la piazza un uomo che ha perso due case a L’Aquila. Passeggia nervoso. È venuto perché c’era il Papa, ma «sono stordito. Penso a quelle case che avevo e che non ho più e che non so quando potrò ricostruire. Per fortuna ne ho un’altra in montagna che ha retto. Ma sono confuso». Si tocca la testa. S’allontana. Parla di speranza e della sua comunità di neocatecomunali un uomo che ha i figli in tenda da una parte e gli altri parenti in albergo al mare. «Oggi sono felice, le parole del Papa e la mia esperienza di fede mi danno la forza».
Chiama il suo catechista, Marco di Masciano S. Angelo che sorride e lo consola per quello che non ha e per quello che forse troverà. Il Papa abbraccia uomini e donne in sedia a rotelle. La via crucis di tre ore in Abruzzo sta per finire. Tre ragazze filippine rompono ogni protocollo e abbracciano a ripetizione il Papa tedesco. Lo stringono e piangono. Le voci dei canti salgono, il piazzale di Coppito comincia a svuotarsi. Un altro giorno se ne sta andando. Ora che anche il Papa è venuto ed è partito, ogni cerimonia può dirsi conclusa. In montagna nevica un po’.
ANNA FIORINO(Il Tempo)
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| IL FATTO- NON POSSIAMO ACCOGLIERE TUTTI- Braille News 25.04.09 | |
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L’uomo faccia l’uomo, lo Stato faccia lo Stato. Così Il Foglio in un editoriale. Una giusta riflessione che ben si lega alle questioni d’immigrazione clandestina venute alla ribalta nelle ultime ore. Gli italiani fanno ogni giorno con grande generosità la loro parte, mostrandosi gente accogliente e pronta all’aiuto. Lo fanno da marinai e carabinieri, medici e parroci, volontari e vicini di casa. Lo hanno fatto anche per la nave che Malta ha respinto dai suoi porti. Ora però ci vuole una reazione ferma delle istituzioni tutte. Possiamo (e dobbiamo) aiutare chi è in difficoltà vicino alle nostre coste. Possiamo offrire un letto, un medicamento, ogni assistenza. Ma dobbiamo dire al mondo che da quella porta non si entra, al massimo si soggiorna in un luogo controllato fino al rimpatrio. Vogliamo essere nazione generosa ma rigorosa. Si può fare, anzi si deve fare.
ROBERTO ARDITTI
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| L’EDITORIALE - IL VERO SIGNIFICATO DEL 25 APRILE- Braille News 25.04.09 | |
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Ha davvero ancora senso, nell'Italia del bipolarismo e dei partiti post-ideologici, celebrare come festa nazionale il 25 aprile? Ha senso, ogni anno, assistere a diatribe che la caricano di significati politici atti più ad alimentare le divisioni che non a porre l'accento sui valori, ormai interiorizzati nella maggioranza del paese, di libertà e democrazia? Non si tratta di domande retoriche o provocatorie. Le feste nazionali sono ricorrenze che dovrebbero sottolineare, attraverso la solennità dei rituali, i momenti fondanti e unificanti della storia del paese. Sono occasioni per ricordare il senso dell\'appartenenza dei cittadini a una sola comunità nazionale. La festività civile del 25 aprile fu introdotta in Italia con una precisa valenza politica e simbolica. La propose ad Alcide De Gasperi nel 1946 il comunista Giorgio Amendola, allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Lo scopo era, al di là delle dichiarazioni ufficiali, al tempo stesso quello di esaltare il ruolo del Cln del Nord nella liberazione del paese e quello di accreditarne i componenti, a cominciare dai comunisti, come legittimi costruttori della nuova Italia e come depositari dei valori di libertà e democrazia. Era la consacrazione del mito di una "unità della Resistenza" egemonizzata dal partito comunista: una visione che, di fatto, relegava in secondo piano il generoso contributo alla lotta contro il fascismo da parte di settori del Paese che non si riconoscevano nella bandiera rossa e nel progetto di Palmiro Togliatti di «democrazia progressiva». E questo, a ben vedere, era e rimane il vizio d’origine della festività. Dopo l’esclusione di comunisti e socialisti dal governo, le celebrazioni della ricorrenza assunsero un carattere paradossale: le manifestazioni ufficiali promosse nello spirito della riaffermazione dell’identità nazionale trovarono un contraltare in quelle inneggianti al «tradimento» della Resistenza e dei suoi valori. Le piazze dei 25 aprile si riempivano di bandiere rosse più che di tricolori. E ciò proprio mentre il trascorrere del tempo rendeva più saldi, nel sentire comune degli italiani e nella profondità delle loro coscienze, al di là dell’appartenenza all’uno o all’altro partito, i sentimenti di adesione ai principi liberali e democratici. Adesso molta acqua è passata sotto i ponti e il sistema politico è profondamente cambiato. Le forze che vollero la ricorrenza del 25 aprile come simbolo dell’«unità antifascista» e quelle che la contestavano in nome di una improponibile fedeltà a un passato morto e sepolto sono scomparse o ridotte a elementi residuali. Le nuove generazioni di italiani sono estranee (grazie al cielo!) alle memorie contrapposte. La loro adesione alla liberaldemocrazia è priva di remore. Berlusconi tenga presente questo fatto nel valutare la proposta di Franceschini di prendere parte alle manifestazioni celebrative. In ogni caso, l’auspicio è che quella del 25 aprile sia percepita non più come una festa dell’«unità antifascista» ma come una celebrazione dei valori di libertà e democrazia. Se così non fosse - e si ritorna alla domanda iniziale - ha ancora un senso il 25 aprile?
FRANCESCO PERFETTI
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| FIAT, LA STAMPA USA TIFA MARCHIONNE– Braille News 18.4.09 | |
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La stampa americana tifa per Marchionne. L’amministratore delegato della Fiat è visto come l’unico in grado di traghettare la Chrysler dalle sabbie mobili della crisi a un passo dalla bancarotta, alla ristrutturazione e al rilancio. Ciò che Marchionne ha già fatto per la Fiat rimettendo il bilancio a posto e facendole recuperare quote di mercato, è considerato come un modello da seguire anche per la casa di Detroit. In una intervista di alcune settimane fa, Marchionne aveva sottolineato gli «errori industriali delle case automobilistiche americane» che erano riuscite a coprire gli sbagli strategici «con le loro attività finanziarie». Il Washington Post, cita fonti ufficiali dell\'amministrazione Obama per sottolineare che l’amministratore delegato della Fiat è considerato come l’unica soluzione possibile per il salvataggio della Chrysler. «L\'amministrazione Obama è convinta che Marchionne può fare per Chrysler quello che ha già fatto per Fiat. Marchionne è un manager non convenzionale, ma funziona, dice un membro ufficiale dell\'amministrazione Usa, noi crediamo che sia l\'uomo giusto in questo momento per Chrysler». «La Chrysler ha bisogno di 6 miliardi di dollari - ricorda il Washington Post - e l\'amministrazione Obama è convinta della necessità di un partner per sopravvivere e spinge affinché l\'accordo con Fiat vada a buon fine. L\'accordo permetterebbe di produrre auto più piccole e meno inquinanti e per Fiat sarebbe l\'occasione per tornare dopo 23 anni sul mercato americano con la Fiat 500 e l\'Alfa Romeo». Sui tempi per l’intesa c’è ci pensa che la scadenza (entro fine mese) decisa da Washington, sia troppo stringente. «Raggiungere l\'accordo entro la fine del mese è uno sforzo sovraumano», spiega Maryann N. Keller, analista del settore settore auto e autore di un libro su General Motor. «Le necessità finanziarie di Chrysler sono immediate, mentre l\'introduzione di auto Fiat richiederà tempo». Keller sottolinea che i tempi lunghi sono richiesti dal fatto che «le auto Fiat hanno bisogno di essere riviste per rispettare le normative americane così come gli stabilimenti Chrylser vanno modificati». Le vetture Fiat potrebbero non comparire negli show room americani prima del 2011. C’è poi una questione sindacale da risolvere. «Chrysler - precisa il quotidiano - deve ancora persuadere il sindacato e i creditori ad accettare profondi tagli. Fiat, il cui rating sul debito è stato ridotto a «junk» da Standard & Poor\'s, non prevede nessuna immissione di denaro in Chrysler né alcuna assunzione del suo debito». Secondo alcuni analisti - prosegue il Washington Post - Marchionne sta posizionando la Fiat per farle rilevare asset di Chrysler nel caso in cui la società finisse in bancarotta. Intanto si stanno mobilitando gli obbligazionisti di Chrysler. Secondo quanto riporta il Wall Street Journal, intendono chiedere al governo Usa una quota azionaria della compagnia che nascerebbe dal matrimonio della casa di Detroit con Fiat in cambio di concessioni sul debito. I creditori della compagnia Usa, capeggiati da grandi banche come JP Morgan, Citigroup e Goldman Sachs, sono quindi pronti a presentare una proposta alternativa a quella della Casa Bianca, che ha chiesto loro di accontentarsi di un miliardo di dollari di nuovi titoli di debito contro i sette miliardi attualmente dovuti da Chrysler.
LAURA DELLA PASQUA
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| MICHELE, IL COMPAGNO D’ORO– Braille News 18.4.09 | |
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Propone Mario Valduccci, presidente della commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera: «La Rai potrebbe agire con sanzioni dure nei confronti degli emolumenti di Santoro e contribuire così alla ricostruzione di una parte dei danni causati dal terremoto». Potrebbe sembrare una battuta. In realtà non lo è, perché lo stipendio che percepisce il conduttore di AnnoZero è da far girare la testa. Almeno a coloro che hanno perso o stanno per perdere il posto di lavoro e che sono stati i protagonisti della puntata «Tutti a casa» del 26 marzo scorso. Un mese di salario di Michele Santoro potrebbe davvero servire per ricostruire un oratorio, una chiesa, un palazzo terremotato in Abruzzo. Perché il conduttore televisvo costa alla Rai quasi sessantamila euro al mese. Spicciolo più o spicciolo meno. Ovviamente si tratta di cifre lorde, il che non vuol dire che corrisponde a ciò che il giornalista salernitano si mette direttamente in tasca. Ma comunque si tratta di un emolumento non di poco conto. Al quale si arriva con più voci della busta paga. Il «reuccio» di AnnoZero infatti percepisce una retribuzione in base al suo contratto di direttore giornalistico: carica peraltro che ricopre da dieci anni. Ebbene, solo per questo incarico la cifra è di 266mila euro. A questi vanno aggiunti 10.500 euro per ogni puntata che va in onda in prima serata. Nel 2008 ne ha fatte 32: per la precisione 19 dal 24 gennaio al 5 giugno; 13 dal 25 settembre al 18 dicembre. Dunque, 32 puntate per 10.500 euro fanno altri 336mila euro. Finito? No, perché c’è un’altra vocina nel contratto di Santoro. Si tratta di un compenso legato al raggiungimento di specifici obiettivi, probabilmente che hanno a che fare con lo share. Sino ad oggi il conduttore ha sempre raggiunto questi obiettivi e dunque riscosso questo bonus, si può immaginare che sia avvenuto anche lo scorso anno: e sono altri 103mila euro. Se si sommano le tre voci si arriva a una cifra totale che supera i 700mila euro per il 2008, 58.750 al mese appunto. Ma si tratta di calcoli arrotondati certamente per difetto perché i particolari del contratto che lega Santoro alla Rai furono resi noti in commissione di Vigilanza dalla stessa azienda ormai nel novembre 2007, dunque è assai probabile che vi siano stati dei ritocchi in alto. In quell’occasione inoltre viale Mazzini fece sapere che nella stagione 2007-08 il costo complessivo della trasmissione era di 7,2 milioni mentre i ricavi pubblicitari erano di due milioni in più.
Per il 2009 il compenso salirà perché potrebbe registrarsi il record delle puntate di AnnoZero. Finora ne ha già fatte 13, sino alla fine della stagione ne potrebbe andare in onda ulteriori 7. A cui vanno aggiunte le 14 che sono state annunciate dal direttore di RaiDue Antonio Marano per la prossima stagione, quella che inizia nel prossimo settembre. Sarà l’anno in corso quello più santorizzato della storia, ci si potrebbe avvicinare alle quaranta puntate nell’anno solare. Almeno se si considerano solo quelle di prima serata, visto che non è ancora dato sapere se la Rai ha intenzione anche di concedere qualche bis in seconda serata.
Oltre alla richiesta di Valducci, Alessio Butti, senatore Pdl, chiede «una puntata riparatrice con la protezione civile». Il Pd si produce in un imbarazzante silenzio. Ma anche questa non è più una novità.
FABRIZIO DELL’OREFICE
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| IL CASO SANTORO SE I GIORNALISTI FANNO SOLO POLITICA– Braille News 18.4.09 | |
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Sicuramente Santoro sapeva che nel mandare in onda la sua puntata su AnnoZero, dedicata al terremoto, avrebbe scatenato un mare di polemiche. Le aveva messe in conto. Tutto sommato ci ha sperato perché nel ruolo dell’eroe senza macchia, del paladino della libera informazione, nella vittima della censura si trova bene. Tanto bene. Tra tv di Stato e passaggi parlamentari non ha certo il problema delle persone comuni di mutui e rate da pagare. Legge del mercato si dirà. Già, ma anche il diritto di critica è sacrosanto. I giornalisti che vanno nelle zone terremotate devono raccontare quel che vedono, non devono trasformarsi mai, in nessun caso, in agenti di regime per soddisfare i potenti di turno. Ma non possono nemmeno stravolgere la realtà. Per chi ha avuto modo di occuparsi di altri terremoti, come quello che sconvolse l’Irpinia, vedere all’opera la macchina dei soccorsi a l’Aquila è stata una gradita sorpresa. Nel giro di pochi minuti la protezione civile era all’opera. E Bertolaso era sul posto. Corpi da tirare fuori dalle macerie tra rischi gravissimi per gli stessi soccorritori, feriti da trasportare, migliaia di sfollati da sistemare. Nessuno è stato lasciato solo. Nessun centro ha atteso per giorni, come accadde in Irpinia, i soccorsi. Lo Stato stavolta era sul posto da subito. A partire dal presidente del Consiglio. Potrà piacere o meno Berlusconi, ma la sua presenza poche ore dopo il sisma è stata una garanzia per tutti. Ci ha messo la faccia, prima nell’emergenza e ora nella ricostruzione. È stato così anche in passato? Sicuramente no. Certamente tra decine di migliaia di sfollati, tra gente che ha perso tutto, che non sa nemmeno più chi maledire non è difficile trovare qualche voce critica. Se la isoliamo come fosse l’opinione generale rendiamo un servizio a una corretta informazione? Quella rappresentata è la realtà? Se responsabilità ci sono state sono di chi non ha fatto il proprio dovere prima del sisma. Chi non ha rispettato le norme va individuato e punito. Ma sui soccorsi in generale che cosa c’è da dire? C’è stata una gara generosa, e forse per la prima volta anche efficiente. Perché nasconderlo? Perché gettare fango? Forse per assumere un ruolo politico? È questo il compito dei giornalisti? Proprio no.
GIUSEPPE SANZOTTA
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| IL TERREMOTO IN ABRUZZO DISTRAZIONI PERICOLOSE E PUBBLICHE RESPONSABILITA’ IL FALDONE SCOMPARSO– Braille News 18.4.09 | |
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Il papocchio all’italiana dell’ospedale San Salvatore de L’Aquila, evacuato dopo la prima forte scossa di terremoto e tuttora inutilizzabile, non si ferma alla mancanza dell’agibilità della struttura e dell’accatastamento. Il nonosocomio abruzzese non è stato sottoposto alle verifiche anti-sismiche imposte nel 2003 alle regioni da un’ordinanza della Presidenza del Consiglio dei ministri, perché i tecnici che dovevano farle non sono riusciti a trovare i documenti relativi allo stabile. L’ingegner Volfango Millimaggi, incaricato dalla Regione di effettuare le verifiche, racconta che i documenti del San Salvatore non si trovavano più nell’archivio del Genio Civile, prima che lui ricevesse l’incarico. L’archivio del Genio, infatti, che doveva essere traslocato in un nuovo edificio, fu ospitato temporaneamente nell’ex liceo scientifico di Pettino, una frazione de L’Aquila. «Così - spiega Millimaggi - all’inizio dell’anno scorso andai a cercare nel liceo i faldoni relativi all’ospedale. Quando però mi ritrovai in mezzo a tonnellate di scatoloni senza alcuna etichetta di riferimento, mi resi conto che trovare quel che serviva sarebbe stato impossibile. Quindi lasciai perdere e rinunciai all’incarico». E nessuno, dopo il tentativo di Millimaggi, portò a termine quelle verifiche che l’ordinanza 3273 del 2003 imponeva di concludere entro il 2008. Nessuno, pur sapendo che cinque anni passano in fretta, si preoccupò di affidare ad alcun ingegnere altre \"porzioni\" dell’ospedale. Millimaggi avrebbe dovuto verificare, in particolare, il Pronto soccorso, che, ironia della sorte, è stato il reparto che che ha subito meno danni. Il San Salvatore, la cui costruzione è cominciata nel ’67 su un progetto dell’architetto Marcello Vittorini e che è stato inaugurato per l’ennesima e ultima volta nel 1999, è attualmente privo delle certificazioni di adeguamento alle normative antisismiche. «La verifica - spiega Millimaggi - doveva servire proprio a scoprire che grado di resistenza potesse avere quella struttura strategica rispetto alle attuali norme», quanto mancava, quindi, per raggiungere gli standard di sicurezza odierni. «Se le verifiche avessero dato esito positivo - continua Millimaggi - avremmo dovuto riferire alla Regione gli adeguamenti da apportare, che a sua volta avrebbe provveduto alle opere di consolidamento». L’ordinanza governativa chiedeva inoltre alle Regioni di ridisegnare una mappa delle zone a rischio sismico. L’Aquila città, sia sui grafici dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia, sia sui tabulati allegati all’ordinanza 3273, risulta zona sismica di II livello. Avezzano, Sulmona, Pizzoli e Torninparte, comuni e cittadine che circondano il capoluogo di Provincia, sono classificati come zone di I livello. Questo significa che anche se le verifiche fossero state fatte, gli adeguamenti strutturali sull’ospedale sarebbero stati apportati per affrontare un terremoto d’intensità più contenuta rispetto a una scossa prevista per una zona sismica di I livello. E il terremoto di lunedì 6 aprile, con una potenza pari a 200mila tonnellate di tritolo, era proprio di I livello. Ritardi, dunque, come in ogni classica commedia all’italiana. Millimaggi riceve l’incarico nei primi mesi del 2008. L’ordinanza prevedeva che le verifiche fossero concluse nel 2008 su tutti «gli edifici di interesse strategico e le opere infrastrutturali - si legge al comma 3 dell’art2 - la cui funzionalità durante gli eventi sismici assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile, sia sulle opere infrastrutturali che possono assumere rilevanza in relazione alle conseguenze di un eventuale collasso». Entro il 2008, insomma, dovevano essere verificate scuole, autostrade, cinema, ospedali e uffici pubblici. L’Abruzzo, da sola, conta 70mila strutture che corrispondono a questa descrizione. L’autostrada A24 stessa, pochi metri dopo l’uscita L’Aquila Ovest, ha subito danni alla base dei piloni del ponte sul fiume Aterno costringendo la Protezione civile a ordinare la chiusura del tratto compreso tra L’Aquila Ovest e L’Aquila Est, in piena emergenza. Ma se la verifica delle strutture sanitarie era di competenza regionale, chi doveva controllare le infrastrutture? L’ordinanza prevedeva che fossero i rispettivi enti proprietari. E a questo punto sorge un dubbio di natura economica. Se le opere strategiche abruzzesi sono 70mila e i soldi stanziati 270milioni di euro, non saranno stati troppo pochi 3850 euro per verificare ogni edificio? Se è così, l’Abruzzo si è dovuto concentrare solo su un ristretto numero di opere. E l’ospedale San Salvatore, non era tra queste! Un’emergenza tra le emergenze. Quella che fa più scandalo.
MATTEO VINCENZONI
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| LA REGINA E LA SUA REGGIA – Braille News 18.4.09 | |
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Possibile che l’ex soprintendente Adriano La Regina abiti in un appartamento nell’area archeologica del Palatino? Lui? Quello che l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli chiamava il «Signor No» per il puntiglio con cui negava le Terme di Caracalla alla musica lirica? La storia l’ha tirata fuori il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro. Nelle ultime righe di un comunicato Giro scrive: «Visto che Adriano La Regina ha voluto con il suo contributo impartirci lezioni di bon ton e di rigore istituzionale, colgo l’occasione per invitarlo, con assoluta sobrietà e rispetto per la sua persona, ad abbandonare l’abitazione sul Colle del Palatino, a lui destinata quando ricopriva l’incarico di Soprintendente ai beni culturali, ruolo che non esercita più addirittura dal 2005, circostanza che avrebbe dovuto indurlo già quattro anni fa a lasciare quel prestigiosissimo domicilio, senza attendere la scadenza del contratto a fine anno 2009». Dalle parole del sottosegretario sembra che La Regina viva lì da anni (in effetti lo conferma lo stesso professore). Ma perché un soprintendente non può abitare a casa sua? Per quali esigenze particolari deve avere un alloggio di servizio? Ma il punto è anche un altro. La Regina è andato in pensione quattro anni fa, tuttavia la Soprintendenza Speciale per i beni archeologici di Roma gli ha allungato il contratto d’affitto. Perché? Ma siamo sicuri che sia La Regina? Adriano? Quello talmente scrupoloso che, candidato dell’Ulivo alle elezioni comunali del 2006, si dimise prontamente dalla presidenza di Zetema, la società comunale che gestisce la cultura? In quell’occasione prese 2.601 voti e rimase fuori dal Palazzo Senatorio. Tuttavia tenne l’abitazione, più di 130 metri quadrati al primo piano del Palazzo dei Cesari, sede del museo Palatino. Ma se c’è un contratto di locazione, ci sarà anche un canone. Fonti del ministero «sussurrano» 500 euro al mese. Possibile? Ma non sarebbe meglio affittare quella casa a un Paperone americano e con i soldi ricavati ristrutturare un pezzo di antica Roma? Forse in Italia non è possibile. Del resto il professore nella sua risposta svela una vera e propria consuetudine. «Non ho creato disagi a nessuno - scrive La Regina - perché nonostante tutto mi ero offerto di cedere immediatamente l’alloggio al nuovo soprintendente... Egli ha tuttavia preferito, forse anche per cortese riguardo nei miei confronti, occupare un altro alloggio disponibile nel Palazzo Altemps». Palazzo Altemps? Dunque ci sono tanti «alloggi di servizio» negli edifici più belli della città eterna. Ricominciamo: perché l’attuale soprintendente ai Beni Archeologici di Roma, Angelo Bottini, ha una casa di servizio a Palazzo Altemps? E quanto paga?
ALBERTO DI MAJO
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| E A MONTECITORIO SI LITIGA PER LA RICREAZIONE– Braille News 11.4.09 | |
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Non sono solo le ronde a dividere maggioranza e opposizione. Nel giorno in cui la «pace» siglata dai Poli dopo la tragedia abruzzese viene spazzata via dalle polemiche sul decreto sicurezza, ogni occasione diventa buona per litigare. Anche la «ricreazione».
Lo scontro scatta quando il deputato del Pd Roberto Giachetti «rivendica» l’ora di pausa dei lavori dell’Assemblea introdotta col nuovo sistema di voto tramite le impronte digitali. «Un uccellino mi dice che il presidente della Camera sarebbe orientato a non concedere quello che è stato concesso tutte le settimane e cioè la pausa di un’ora...» dice Giachetti ironizzando sul fatto che al presidente di turno Rocco Buttiglione vengano subito forniti dai funzionari d’Aula dei testi già pronti con le risposte da fornire alle sue osservazioni.
Buttiglione fa sapere che «la pausa non è contemplata nel regolamento né in alcun documento ufficiale» e che «la posso far osservare solo se inserita nell’ordine del giorno. E nell’ordine del giorno non c’è. Quindi può essere fatta se esiste l’accordo di tutti i gruppi». L’accordo ovviamente non c’è ed è Simone Baldelli a dirlo a nome del Pdl criticando poi Giachetti per aver chiamato per nome «funzionari che tutti i giorni nell’ombra fanno il proprio lavoro». Pronta la risposta di Giachetti che, accusato da Baldelli di «menopausa», dice: «È giovane e forse si farà...». Interviene anche Alessandra Mussolini per dire che «è una vergogna che si stia qui a parlare della pausa mentre in Abruzzo ci sono persone rimaste senza tetto. Noi dobbiamo lavorare».
Ma dai banchi del Pd c’è una risposta anche per lei: «La Mussolini si guardi allo specchio e dica vergogna al governo che per avere una ronda specula sulle spalle dei terremotati...».
La polemica termina con Buttiglione che concede quindici minuti di pausa anche per permettere al Comitato dei nove della Commissione Giustizia di esaminare alcuni subemendamenti.(Il Tempo)
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| BERLUSCONI FRA LE TENDE– Braille News 11.4.09 | |
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L’AQUILA Il desiderio di andare tra la gente lo aveva espresso fin dall’inizio. Voleva portare un po’ di conforto tra le persone colpite dal terremoto, dando loro un messaggio di solidarietà e di presenza dello Stato in questa tragedia. Il primo giorno non gli è stato possibile: il rischio di ostacolare i soccorsi era troppo alto. Poi per due giorni di seguito Berlusconi è andato nelle tendopoli. Ne ha visitato due, tra le più affollate: la prima a Bazzano, dove si trovano 150 persone. La seconda, a San Demetrio, una piccola frazione di Onna, il paesino completamente raso al suolo. Il premier entra nelle tende, parla con la gente, sorride in modo particolare con i bambini. Quello che ripete a tutti è di «stare tranquilli, perché non sarete lasciati soli». Lo Stato c’è e ci sarà fino alla fine, perché, come ribadisce il premier più volte, impegnandosi in prima persona, ora la gente viene prima di tutto. \"Peolpe first\", lo slogan adottato dal G20 di Londra e che Berlusconi utilizza per la tragedia dell’Abruzzo.
Tra le tendopoli Berlusconi fa un giro di due ore. Entra in una tenda dove sono alloggiate alcune signore anziane: parla con loro, le ascolta con attenzione, le tranquillizza sugli aiuti in questo momento di grande dolore. Lui rassicura tutti, sulla presenza dello Stato, sulla ricostruzione delle zone colpite «che sarà rapida», sul lavoro delle Forze dell’Ordine a contrasto dei tanti sciacalli, a caccia in queste ore di chissà quale fortuna tra le macerie. Ed è questo un altro punto dolente per gli sfollati, sul quale il premier si è espresso nelle tendopoli. Sì, perché le persone colpite non vogliono allontanarsi dalle loro case, dalla loro città. C’è addirittura chi dorme nelle automobili vicino alle loro abitazioni, proprio per paura degli sciacalli. Ed è per questo che Berlusconi, di tenda in tenda, ripete come un ritornello l’invito ad andare negli alberghi sulla costa messi a disposizione dalla Protezione Civile. Con qualcuno ci scherza anche sù, esortando ad \"approfittare\" dell’offerta: «Andate lì, sarete serviti e riveriti e non vi preoccupate, tanto paga lo Stato». Che lo spirito non possa essere quello di una vacanza lo sa anche il premier ma, ai bambini presenti nelle tendopoli, Berlusconi dà un suggerimento scherzoso: «Dite alle vostre mamme di portarvi al mare». Rassicurazioni arrivano anche per la paura degli sciacalli contro cui «lo Stato è pronto a intervenire».
Il tono diventa più cupo quando si parla di morti (207 annuncia all’ora di pranzo) e feriti («sono più di mille - dice Berlusconi con in mano gli ultimi dati aggiornati - e ce ne sono cento in gravi condizioni»). Oltre 7000 i soccorritori presenti sul posto, 12 le regioni arrivate con aiuti di vario genere. Berlusconi arrivato in tarda mattinata in elicottero da Roma, si è diretto subito nella scuola della Guardia di Finanza di Coppito, trasformata ormai in quartier generale per gli incontri con la stampa. Con lui il portavoce del governo Paolo Bonaiuti, e alcuni dei più stretti collaboratori. Ad attenderlo ci sono il presidente della Regione Gianni Chiodi, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, il sindaco del capoluogo abruzzese Massimo Cialente e ovviamente Guido Bertolaso. È a quest’ultimo che il premier rivolge i suoi ringraziamenti, congratulandosi più volte per il lavoro svolto. Lo fa pubblicamente, lo fa in privato. Come nel briefing di aggiornamento, prima della conferenza stampa, quando Berlusconi rivolgendosi a lui lo definisce: «lo straordinario Bertolaso». E lui replica: «Presidente io sono Bertolaso straordinario».
GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo)
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| SPECIALE IL TERREMOTO IN ABRUZZO – Braille News 11.4.09 | |
| L'AQUILA Una città svuotata. Violata come dopo una guerra. E silenziosa. Angosciosamente silenziosa. Il giorno dopo la grande paura. L\'Aquila è ancora più surreale. Carabinieri, polizia, vigili del fuoco hanno completamente isolato il centro storico, alle quattro del pomeriggio nel cuore del capoluogo abruzzese ci sono solo uomini in divisa, giornalisti, fotografi e operatori tv. Nessun altro può passare. Neppure per andare a recuperare qualcosa dentro casa. Troppo pericoloso.
Passeranno settimane prima che i tecnici riescano a ispezionare tutte le case e decidere se far rientrare le famiglie oppure tenerle fuori. Entrando da Porta Castello, alle spalle della chiesa di San Bernardino, si sente solo lo scricchiolio dei passi sopra sopra i frammenti di cornicioni, tegole, infissi e intonaci che si sono staccati e hanno invaso le vie. E come sottofondo un suono di sirene di allarmi che suonano senza sosta. Negozi sbarrati, case deserte, chiuse alla buona prima di scappare via. Il terremoto ha colpito senza una logica, ci sono palazzi antichi rimasti intatti e palazzine più moderne squarciate. Basta girare l\'angolo e la scena si capovolge: gli edifici storici si sono sbriciolati, quelli nuovi non hanno neppure una crepa. L\'opera di un pazzo che si è divertito con il destino di una città.
Si scende verso corso Vittorio Emanuele, il corso dell\'Aquila, il salotto buono della città che sfocia al Duomo. Il centro della piazza è occupato dalle tende dello Smom, a poche decine di metri c\'è il palazzo di giustizia e la prefettura completamente distrutti. Le nuove scosse di terremoto hanno fatto di nuovo scappare militari e carabinieri che stavano montando le tende, dai tetti sono piovuti ancora calcinacci, intonaci, tegole. In serata la nuova scossa delle ore 19.43 ha fatto crollare un altro pezzo del Duomo già fortemente minato. Eppure dall\'alto L\'Aquila non sembra una città così ferita. Dall\'elicottero i tetti sono intatti, le cicatrici del sisma invisibili. Bisogna sorvolare Onna per capire cosa vuol dire un paese cancellato dalla carta geografica: in piedi non è rimasto nulla, una pianura di macerie.
Dal Duomo si scende ancora tra vicoli ingombri di detriti e si arriva a via XX Settembre, la strada dove c\'è la casa dello Studente. I vigili del fuoco hanno isolato tutta la zona per far esplodere delle microcariche e farsi così strada all\'interno del palazzo.
Sotto ci dovrebbero essere ancora quattro persone. Da fuori il palazzo è inclinato su un fianco, la parte posteriore è completamente crollata, dal tetto fino al piano terra.
Gli squarci sulla facciata lasciano vedere le stanze, un armadio, un comodino. E svelano i materiali con cui è stato costruito il palazzo: uno strato di foratini sottile come un foglio. Un parete che alla prima scossa è saltata via.
Ma di strutture così, dove di cemento armato e ferro non c\'è neppure l\'ombra, ce ne sono tante. Sono le case più nuove e quelle che hanno resistito di meno. Le facciate sono bucate come se fossero state colpite da colpi di cannone, una Sarajevo senza la guerra. E ci si dovrà chiedere come mai in piena zona sismica si siano costruiti edifici come questi.
Alle spalle della Casa dello Studente, in piazzale Pasquale Paoli, una palazzina di quattro piani si è letteralmente afflosciata staccandosi dal resto dell\'edificio al quale era attaccata: 21 morti e 3 sopravvissuti. I vigili del fuoco lì scavano da due giorni ininterrottamente. E non si fermeranno fino a quando non saranno sicuri che sotto le macerie non è rimasto più nessuno. È andata meglio a Marta, una ragazza ritrovata dopo 23 ore sotto una casa in via di Sant\'Andrea: una trave le ha fatto da riparo e l\'ha salvata dal peso dei detriti. I vigili del fuoco hanno dovuto lavorare un giorno intero per tirarla fuori. Ma alla fine hanno vinto.
PAOLO ZAPPITELLI (Il Tempo)
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| SPECIALE IL TERREMOTO IN ABRUZZO – Braille News 11.4.09 | |
| ORE 3,32 DEL 6 APRILE LA CATASTROFE IN ABRUZZO
0RE 19,42 DEL 7 APRILE L’ABRUZZO E ROMA TREMANO ANCORA
All’inizio sembra una scossa come tante, ma è solo un’illusione. Sono le 3,32 e la terra trema, forte, sempre più forte, 20 secondi di incubo. 20 secondi che non passano mai. L’Aquila si sveglia nel terrore, le case si scuotono, tremano, crollano. Interi paesi non esistono più, ovunque cumuli di macerie, L’Aquila sembra bombardata. Crolli dappertutto, la gente per strada, chi urla, chi scappa senza una meta, chi chiede aiuto. Chi cerca i parenti, gli amici. Chi invoca i soccorsi. Sono le 3,32, un’ora e una data che tantissimi non scorderanno mai. I sismografi segneranno 5,8 gradi della scala Richter con un’energia scatenata pari al 6,2. Una forza distruttiva che piega le case di pietra, ma anche le case più moderne. Ci sarà tempo per stabilire se erano state edificate con i criteri giusti. Ora non c’è spazio per le polemiche. Ci sono vite da salvare. Ci sono migliaia di persone che hanno bisogno di aiuto, urgente.
Scattano i primi soccorsi. La situazione più drammatica appare quella alla casa dello studente de L’Aquila dove si scaverà per ore. In serata arriverà la bella notizia di sei giovani estratti vivi dopo ore di lavoro delicato e pericoloso tra le macerie. Sì, perché la terra ha continuato a tremare, anche se con intensità minore, per tutto il giorno. Ma non c’è solo l’Aquila che piange. Una città ormai fantasma che somiglia vagamente a quella che era fino a qualche ora fa. Un piccolo centro come Onna non esiste più, tanti i morti, tra cui la famiglia di un giornalista de Il Centro, lui e la moglie si sono salvati, ma non i loro figli né il padre di lui. Storie così ce ne sono tante. Storie di disperazione e di morte. Anche Paganica è raso al suolo. Villa Sant’Angelo ha quasi la totalità delle case o distrutte o gravemente lesionate. Il bilancio delle vittime cresce. In serata si stende un primo bilancio i morti accertati sono oltre 150, ma tanti mancano ancora all’appello. E il timore è che dalla lista dei dispersi possano passare a quella dei morti è forte, angosciante. I feriti sono circa 1.500. Ma l’emergenza è data anche dalle decine di migliaia di sfollati. Nessuno tornerà o può tornare nella propria casa nei prossimi giorni. Forse nemmeno nelle prossime settimane o mesi.
I soccorsi sono scattati subito, mobilitata la protezione civile. Bertolaso già all’alba è al suo posto a coordinare gli aiuti. Berlusconi rinuncia al viaggio a Mosca per correre in Abruzzo. Con lui c’è Maroni. Una presenza apprezzata anche dall’opposizione. Il premier garantisce l’impegno dello Stato, assicura che i soldi ci sono, e garantisce che nessuno sarà lasciato solo. Oltre all’impegno delle istituzioni c’è quello di un’intera nazione. Scatta una gara di solidarietà che coinvolge il Paese. C’è bisogno di sangue. Immediata la mobilitazione tanto che all’ora di pranzo, bisogna rimandare a casa i donatori. La prima emergenza è di salvare le persone sotto le macerie. È la prima preoccupazione. Ci sono i salvataggi che riempiono di speranze volontari e vigili. Ma il numero dei morti cresce di ora in ora. Si continua a scavare dove si pensa e si spera ci possano essere vite da salvare. A sera c’è un primo bilancio che fa onore a chi non ha mollato: 60 persone sono state estratte vive dalle macerie. Ma ci sono anche decine di migliaia di persone che hanno bisogno di aiuto perché hanno perso tutto. I feriti vengono trasportati in altre città, l’ospedale dell’Aquila infatti è da evacuare. C’è chi si salva da solo, come la donna che dopo un cesareo con ancora la flebo attaccata si mette in macchina aiutata dai parenti. Oppure quei feriti che con le automobile dei familiari raggiungono da soli un ospedale a Roma. Chi può cerca e trova rifugio da parenti e amici in altre zone. Pescara non coinvolta nel terremoto è uno dei punti di arrivo per sfollati e feriti. Per per gli altri, per le altre migliaia che devono restare interviene la protezione civile. Si montano i primi campi, le tende, le cucine.
Intanto si scava. Si salvano i vivi, e purtroppo si recuperano e si contano i morti. Si continuerà a scavare finché permarrà un briciolo di speranza. Tutta Italia guarda all’Abruzzo. È solidale con l’Abruzzo così duramente colpito. Anche la polemica politica lascia il posto alla necessità di unire gli sforzi. Certo non manca chi in questa situazione così drammatica cerca di approfittare della situazione. Entrano in scena gli sciacalli, quelli che rubano i pochi beni che sono stati risparmiati dalla furia del terremoto. Alcuni vengono presi e arrestati. Si spera siano solo casi sporadici. Perché nel momento del dolore sono la solidarietà, i tanti piccoli atti di eroismo che meritano più attenzione. L’eroismo dei vigili del fuoco che non interrompono il proprio lavoro anche quando c’è il rischio di essere coinvolti nei crolli.
E vengono alla luce i racconti dei sopravvissuti. C’è la ragazza salva perché ha deciso di accettare l’ospitalità di amici, la sua abitazione è crollata. O il rugbista che salva una donna con il marito sfondando a spallate una porta. C’è il giovane salvato da un cellulare. E ci sono le tragedie. Come quella della famiglia di una guardia forestale cancellata dai mattoni della propria casa. Si fa sera quando si tenta un primo bilancio. I morti ormai sembrano essere oltre 150. Si teme saranno molti di più. In migliaia si aggirano stremati in cerca di un rifugio per la notte. Stremati anche i soccorritori al lavoro dall’alba, mentre il cielo non risparmia l’ultima crudeltà. Nella zona colpita si abbatte un temporale. Nella notte la temperatura scende. E li, sotto le macerie, c’è ancora qualcuno da salvare. Per altri sarà inutile. A Roma si prendono le misure necessarie per affrontare l’emergenza. Il governo riferisce in Parlamento e affida pieni poteri a Bertolaso. Arriva l’annuncio che alcune linee di trasporto sono state ripristinate. L’Abruzzo è a terra. È nel lutto.
GIUSEPPE SANZOTTA(Il Tempo)
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| FASSINO: PD PRONTO A DIALOGARE SULLE RIFORME– Braille News 4.4.09 | |
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«Berlusconi vuole avviare una stagione di riforme? Noi siamo qui, disponibili, non ci siamo mai tirati indietro. C’è la bozza Violante da cui partire ma non vuol dire che sia vincolante. Quanto ai temi economici, non può farmi che piacere che Berlusconi usi un linguaggio che appartiene al Pd e alla sinistra ma poi dalle enunciazioni bisogna passare ai fatti». È un’analisi molto lucida quella di Piero Fassino.
Quali sono le sue impressioni sul congresso fondativo del Pdl?
«Va ricordato che nasce un grande partito conservatore perché prima è nato un grande partito democratico, il Pd. La scelta di oggi conferma quanto la nascita del Pd abbia contribuito a cambiare e a semplificare la geografia politica italiana. È emerso, con l’intervento di Fini, che ci sono nodi culturali e programmatici non risolti come la diversa impostazione sul tema della riforma istituzionale e la divaricazione sul tema della laicità. Il partito conservatore è nato ma adesso bisogna giudicarne la consistenza e l’efficacia alla luce delle cose che farà».
È arrivato il momento del dialogo sulle riforme?
«Noi siano sempre stati aperti al confronto e alla ricerca di soluzioni e in particolare ricordo che c’è una bozza di riforma, quella di Violante, che potrebbe essere la base di partenza già oggi per un confronto in Parlamento. Però c’è la contraddizione di chi dice che vuole fare le riforme anche insieme all’opposizione e la pratica di questi mesi che ha visto la maggioranza mortificare il Parlamento, impedire qualsiasi confronto blindando ogni provvedimento con i voti di fiducia e i decreti. Non ci siamo mai rifiutati di discutere di riforme, è la destra che è ambigua, invoca il confronto ma poi assume comportamenti che lo rendono impraticabile».
Berlusconi chiede più poteri per il premier.
«Non è questo un motivo di conflitto giacché nella bozza Violante sono previste misure di rafforzamento dei poteri del premier ma contemporaneamente si prevede il rafforzamento degli istituti di controllo del Parlamento sul governo come avviene negli Usa. Di questo Berlusconi non ha parlato, lui vuole più poteri per sé ma nessuna forma di controllo del Parlamento».
Il premier propone di arricchire la Costituzione; si può cambiare la Carta?
«È una formulazione generica che trova d’accordo tutti; si tratta di vedere come».
Siete pronti a sedervi attorno a un tavolo con Berlusconi?
C’è una sede che è il luogo del confronto e che è il Parlamento con la Commissione affari Costituzionali. Se si vuole aprire una stagione costituente si rimetta in moto questo percorso parlamentare.
I ministri economici del Pdl parlano di economia sociale di mercato e centralità dell’uomo e del lavoro. Non erano vostri valori?
«Mi rallegro che Berlusconi usi un linguaggio che appartiene al Pd e alla sinistra più che alla destra e per questo però chiedo che ci sia coerenza tra parole e fatti. I fatti ci dicono che si sono ridotte le tutele per i precari, le risorse per le famiglie povere e le tutele per la sicurezza sul lavoro».
Ora che i vostri valori sono entrati nel Pdl non vi sentite messi nell’angolo?
«Il contrario. Visto che ci si vuole misurare con i nostri valori, incalzeremo il governo perché faccia politiche coerenti».
Ma se, come dite, Berlusconi fa solo annunci e niente fatti, come mai i sondaggi danno il Pdl al 42%? «Con la crisi crescono le inquietudini e la società cerca rassicurazioni. Berlusconi con continui annunci dà questa rassicurazione e nel breve periodo raccoglie anche il consenso. Però poi conteranno i fatti».
LAURA DELLA PASQUA (Il Tempo)
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| E SILVIO IGNORA I MAGISTRATI– Braille News 4.4.09 | |
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Resistere, resistere, resistere», lo proclamò Francesco Saverio Borrelli, esondando per l’ultima volta, prima di appendere gli scarpini al chiodo. In realtà, a resistere con tenacia all'assalto della magistratura di lotta e di governo, nonché al circo mediatico-giudiziario, è stato Silvio Berlusconi, che alla nuova Fiera di Roma ha celebrato il trionfo della sua guerra di liberazione contro la via giudiziaria alla gioiosa macchina da guerra e, quindi, all'Ulivo. Su di lui, 15 anni di disumana pesca a strascico per cercare qualcosa che non hanno trovato, semplicemente perché non c\'era: il rozzo pm Di Pietro minacciò addirittura di «sfasciarlo» e, invece di essere cacciato dal consesso civile, fu candidato da D\'Alema al Mugello. Versus Berlusconi oltre 500 accessi nelle sue aziende, più di trecento rogatorie internazionali, una miriade di indagini fondate sul nulla, talora terribilmente infamanti. In Italia, grandi aziende celavano miliardi di fondi neri sotto il pavimento - proprio come le nostre nonne - altre preparavano crack epocali, eppure l\'attenzione della magistratura rimase ossessivamente puntata soltanto su Berlusconi, i suoi collaboratori, Fininvest, Forza Italia.
Nel novembre 1994, mentre presiedeva il meeting internazionale sulla criminalità organizzata, patrocinato dall\'Onu, il pool di Milano pensò di distruggerlo, facendogli pervenire, peraltro a mezzo «Corriere della Sera», un invito a comparire, che fece scalpore e danneggiò l\'Italia in tutto il mondo, sino alle isole Figi. Quell\'avviso di garanzia non era neppure dovuto, trattandosi di forzatura bella e buona, visto che la Cassazione, nel 2001, assolse con formula piena. Nessuno, nel 1996-1997, biennio della annunciata soluzione finale sull\'anomalìa berlusconiana, avrebbe scommesso una lira sulla capacità di Silvio di reggere la valanga inquisitoria, forcaiola e demonizzante. Gli diedero dell\'assassino di Falcone e Borsellino, del mafioso, del corruttore, dello psicotico e, addirittura, dentro Mondadori, apparvero libri per ragazzi, dove il moderno orco, sintesi di ogni malvagità e perfidia, somigliava in maniera sin troppo marcata a Berlusconi. Che anche gli stipendiati da Mondadori fossero in prima linea per massacrare il loro datore di lavoro la dice lunga sull\'ingaggio impossibile di resistere all\'assedio concentrico di magistratura e mass media, Rai in testa, ma senza dimenticare le stesse reti Mediaset, che remarono quasi sempre contro. Dall\'«Infedele» di Gad Lerner provennero, proprio come nell\'Urss di Breznev, accurate diagnosi sulle gravi, irreversibili malattie mentali del leader di Forza Italia. Intanto, un giudice al di sotto delle parti arrivò a proporre «una commissione d\'inchiesta» sul grado di rincoglionimento degli italiani che votarono Berlusconi nel 2001. L\'Unità diretta da Furio Colombo fece dell\'antiberlusconismo una ragione di vita, producendo cattivo gusto a mezzo stampa mai visto. Ebbene, il 27-29 marzo 2009, dopo tre lustri di resistenza a testuggine, Silvio ha capito d\'aver stracciato anche gli avversari togati, tant\'è che, per la prima volta, non ha dedicato neppure una proposizione all\'annosa persecuzione giudiziaria subita. Infatti, nei due fluenti interventi, di venerdì e domenica scorsi, al congresso fondativo del Pdl, non ha voluto spendere neppure una sillaba su toghe rosse, giustizia politica ad orologeria. Bravo Silvio, inutile maramaldeggiare.
GIANCARLO LEHNER(Il Tempo)
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| IL CAVALIERE CANDIDATO NECESSARIO– Braille News 4.4.09 | |
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Se il sistema politico nazionale fosse in situazione di consolidata alternanza tra partiti (o coalizioni) stabili non vorremmo vedere il capo del governo nelle liste per le imminenti elezioni europee. La situazione italiana però non è questa: quindi riteniamo sbagliata la richiesta pressante che il leader del Pd Franceschini rivolge a Berlusconi. Da meno di 24 ore è nato il nuovo partito unico del centro-destra, il Popolo della Libertà. Si completa così il lungo percorso politico avviato dal Cavaliere a Natale del ’93, progetto che ha vissuto brucianti accelerazioni ma anche diverse battute d’arresto. Tra meno di tre mesi questo nuovo soggetto si misurerà per la prima volta con la cabina elettorale, peraltro in quella particolare competizione che è l’elezione dei membri italiani del Parlamento Europeo. È di tutta evidenza che il leader del partito debba scendere in campo, per svolgere quella funzione di levatrice di cui il nascituro (elettoralmente parlando) ha molto bisogno. Certo, si tratta di una candidatura simbolica, cui non potrà seguire l’esercizio del mandato a Bruxelles. Ma, come è noto, la politica è anche Simbolo, Testimonianza, Imprimatur. Berlusconi deve spingere la sua nave fuori dal porto, preparandola al meglio per la burrasca (che in politica è sempre dietro l’angolo). Per fare questo deve candidarsi senza se e senza ma e lo stesso dovrebbe fare anche Franceschini, anch’egli alla guida di un giovanissimo partito, frutto di una coraggiosa operazione politica ma reduce da una serie di disastri elettorali. Quando Pdl e Pd saranno stabili e consolidati, pur nelle alterne fortune della politica (come della vita) potranno fare a meno di candidati di bandiera. Adesso non è proprio il caso. Franceschini, che è intelligente, lo sa benissimo.
ROBERTO ARDITTI(Il Tempo)
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| PIÙ POTERI AL PREMIER– Braille News 4.4.09 | |
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È nato ufficialmente al congresso della Fiera di Roma il Popolo della Libertà. Silvio Berlusconi è stato eletto presidente all’unanimità dai 6mila delegati. Il Cavaliere ha annunciato che si batterà per modernizzare la Costituzione, dando al premier «poteri veri» e non più «finti», e ha confermato che si candiderà alle Europee. Fassino, in un’intervista a Il Tempo, annuncia che il Pd è pronto a dialogare con la maggioranza sulle riforme. (Il Tempo)
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| ANTICRISI, DALLA CEI 30 MILIONI PER LE FAMIGLIE IN CRISI– Braille News 4.4.09 | 2009-04-09 1:07:26 PM |
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Intervento a tutto campo dei vescovi italiani. La Cei istituisce un fondo bancario a favore dei poveri, ribatte alle affermazioni del presidente della Camera Gianfranco Fini sullo stato etico e infine lancia un invito all’accoglienza degli immigrati che arrivano sul suolo nazionale. Il fondo di garanzia approntato dai vescovi ammonta a circa 30 milioni di euro, una cifra in grado di generare prestiti bancari per 300 milioni: tutto denaro che l’episcopato italiano ha deciso di destinare alle famiglie in difficoltà a causa della crisi economica. L’accordo è stato siglato tra la Cei e l’Abi, l’associazione bancaria italiana: le famiglie in situazione di disoccupazione con più di tre figli potranno accedere a una forma di sostegno che comporterà il diritto a un sussidio di 500 euro al mese per pagare l’affitto o il mutuo della casa. La Cei raccoglierà i 30 milioni di euro attraverso una colletta nazionale, creando così un fondo: questo servirà a garantire le banche, le quali potranno poi provvedere all’erogazione dei prestiti direttamente alle famiglie. Non solo: le stesse banche, per far fronte ai prestiti, si sono impegnate a decuplicare il tetto (che è di garanzia e perciò infruttifero) fino a 300 milioni. Il denaro ricevuto dalle famiglie sarà poi rimborsabile in 5 anni, a partire dal raggiungimento di un nuovo reddito da lavoro e con un interesse minimo concordato dalla Cei con l’Abi. «Non si tratta di un gesto assistenziale né di una elemosina — ha spiegato il neosegretario della Cei monsignor Crociata — ma di un aiuto concreto alle famiglie per resistere in questa difficile fase. Abbiamo calcolato che circa trentamila nuclei familiari sono in gravi condizioni di disagio: per richiedere il sussidio potranno rivolgersi al parroco, che poi li indirizzerà alla Caritas diocesana o alle Acli». Presentando questa iniziativa in favore dei poveri il capo dei vescovi italiani è anche tornato sul tema del biotestamento, rispondendo di fatto a Gianfranco Fini, il quale aveva definito il disegno di legge sul fine vita «da stato etico». «La Chiesa non ha mai avuto simpatia per lo stato etico che esiste solo laddove vi sono delle costrizioni — ha osservato in proposito Crociata — Non mi sembra quindi questo il caso in cui noi ci troviamo». D’altra parte i vescovi hanno ribadito la volontà di evitare qualsiasi ingerenza rispetto all’autonomia del Parlamento sui temi bioetici, pur insistendo sulla necessità di rinunciare a ogni tipo di scorciatoia che possa condurre all’eutanasia. Monsignor Crociata ha anche accennato al tema dell’immigrazione, facendo notare che tutti i vescovi italiani seguono con grande pena le notizie che vengono diffuse sui recenti naufragi dei clandestini. In questo senso la Chiesa chiede che tutti coloro che riescono a raggiungere il suolo italiano vengano trattati da persone umane, quindi accolti e accompagnati, certo non maltrattati o costretti a indegne condizioni di vita. Il capo dei vescovi è infine tornato sulle polemiche nate dalle parole pronunciate da Benedetto XVI in Africa riguardo i preservativi. «A problemi di ordine etico e spirituale non si risponde con espedienti tecnici — ha detto Crociata — Gli strumenti tecnici sono un aiuto ma dobbiamo guardare all’uomo e permettere di fargli vivere una vita piena e autentica».
RODOLFO LORENZONI(Il Tempo)
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| LE ARMI SPUNTATE DELLA LEGGE– Braille News 28.3.09 | |
| «Rubo», risponde al giudice che le chiede «che lavoro fa?». È bassa, tarchiata, con il volto schiacciato. Ha poco più di vent’anni. Indossa un paio di jeans, scarpe da ginnastica e un maglioncino a righe di cotone lento sui fianchi. Il cognome finisce per «vic» e ha splendidi capelli corvini che le cadono sulla schiena. È una zingara, e probabilmente è costretta a rubare da quando è nata. Il suo curriculum professionale non smentisce. Nel 2008 è stata fermata 5 volte per furto ed è ancora in attesa di essere processata. Ma due condanne del 2007 per furto aggravato, questa volta, non possono intenerire la giustizia. Quando il giudice sentenzia 5 mesi di carcere, lei non batte ciglio. Sembrano al contrario sorpresi i due carabinieri che ascoltano in fondo all’aula di direttissima: «Meglio di niente», sussurra uno all’orecchio del collega.
Peggio di così, invece, non poteva andare a due militari che attendono seduti, con la testa tra le mani, nell’aula di direttissima di un altro tribunale della provincia di Roma. La Corte rientra. I carabinieri s’alzano in piedi, ascoltano il verdetto, scuotono la testa e imprecano a denti stretti: «Tanto lavoro per nulla». Ma il loro lavoro è arrestare, non polemizzare. Il giudice ha rispedito a casa un tizio evaso tre volte in 6 mesi. L’uomo, ai domiciliari dall’estate del 2008 per una tentata rapina, era evaso a dicembre e arrestato. Condannato a 4 mesi, era tornato a scontarli a casa. Il 3 marzo scorso è evaso di nuovo, arrestato e portato un’altra volta davanti al giudice che lo ha condannato a 6 mesi da scontare sempre a casa. Dopo 48 ore evade ancora. I carabinieri, come da copione, lo arrestano. Il giudice, come da copione, lo rispedisce ai domiciliari.
È il copione tragicomico di un’Italia che non funziona. I Pm spiegano di applicare la legge, i giudici pure, gli avvocati la tirano per le lunghe, carabinieri e poliziotti, già provati dal lento e obbligato lavoro d’ufficio che segue ogni fermo, tornano in strada con i capelli dritti. Basta guardarli in faccia per rendersi conto di quanto siano frustrati. Hanno gli occhi gonfi di sonno per arresti eseguiti la sera prima, hanno la testa piena di «ma chi me lo fa fa!». Alcuni non dormono da 24 ore. Hanno passato la notte a identificare il clandestino che ora scortano in tribunale. I colleghi più anziani ci sono abituati. Testimoniano, aspettano la sentenza, girano i tacchi e lasciano l’aula senza tante storie.
Le \"direttissime\" sono un via vai di venditori ambulanti abusivi, ladri e scippatori, stranieri rissosi e clandestini. Un giovane marocchino sorpreso a vendere cd e dvd contraffatti viene liberato. È al suo primo arresto. Come tutti i clandestini non ha documenti ed è senza fissa dimora. Per l’identità bisogna fidarsi di ciò che dice sotto giuramento. Il giudice lo libera, ma deve lasciare l’Italia. Come? Se nel cie (centro di identificazione ed espulsione) e sull’aereo non c’è posto, la questura gli rilascerà un foglio di via. Non se ne andrà, le voci girano. Sa bene che bisogna essere davvero sfortunati per trovare posto nel cie o su un volo. Magari conosce connazionali che hanno collezionato più di un foglio di via, più di un decreto d’espulsione. Sa come farla franca. Lo sa bene il \"collega\" della Guinea francese fermato con un borsone pieno di cd e dvd falsi, già segnalato per reati specifici ma mai condannato. Nemmeno questa volta. Un senegalese fermato per lo stesso reato del guineano, con 4 condanne per reati specifici sulle spalle, ora, con quest’ultima a 6 mesi di reclusione, non può che finire in carcere. La speranza è che dopo aver scontato la pena si riesca a rimandarlo in patria visto che non ci si è riusciti in 8 anni durante i quali ha praticato senza riserve l’ambulantato abusivo. Stessa sorte tocca a una signorina nigeriana che dice di fare la parrucchiera ma non sa dire dove lavora e non ha documenti. Già processata ed espulsa fisicamente dall’Italia, è libera. Dovrà ricomparire tra qualche mese davanti al giudice per un capriccio della difesa che lascia perplessa anche la Corte e che costerà ai cittadini qualche centinaio di euro in più. Lei, chiaramente, non si ripresenterà. Prima di espellerla per la seconda volta bisognerà fermarla e processarla di nuovo. Un’ucraina giustifica la sua inottemperanza al decreto d’espulsione dicendo di non aver capito cosa ci fosse scritto sul foglio. Un brusio di risatine serpeggia nell’aula. Ridono le parti, ridono agenti e carabinieri. Il giudice fulmina con lo sguardo la platea, ma viene da ridere anche a lui. Questa scusa della lingua incomprensibile, comunque, non regge più. Ora è sufficiente che il documento d’espulsione sia scritto in una lingua internazionale. Per l’ucraina caduta dalle nuvole liberazione immediata e un ulteriore invito a lasciare la Penisola.
Chi può dire se sia stato troppo buono quel giudice che ha liberato due romeni ubriachi e un italiano fermati per rissa aggravata. Forse lo è stato per uno dei due comunitari, già arrestato per lo stesso reato. Altrettanto bene se l’è cavata un giovane romeno fermato in compagnia di un italiano mentre discutevano, in auto, con una decina di grammi di cocaina già divisa in dosi sotto il cruscotto. Un suo connazionale sorpreso ad armeggiare con un cacciavite sulla portiera di un’automobile, pur non essendo un meccanico, se la cava invece con l’obbligo di firma per un paio di mesi. Una rom che può vantare di essere stata fermata 13 volte per furto, una per ricettazione, una per rapina e ora è evasa dai domiciliari - dal box del campo nomadi - non regge alla condanna a pochi mesi di carcere e in camera di sicurezza inizia ad autoflaggellarsi con i pugni il volto. Eppure, forse grazie ai suoi 5 figli a carico, in tanti anni di attività era stata condannata una sola volta.
Giovani romene, badanti per professione, prediligono colpire i supermercati. Per loro, incensurate, solo un rimbrotto. Per una che ha rubato qualche capo di vestiario è d’obbligo un’immediata liberazione. E si è dovuto procedere in fretta. Perché tempo 30 minuti e si sarebbero superate le 24 ore entro cui era possibile convalidare l’arresto. Per il furto perpetrato dalle sue connazionali, aggravato dalla presenza di due bambini, la sentenza non cambia: liberatele. Una nomade di origini bosniache già assolta per il reato di spaccio, può cantare, come loro, vittoria. L’eroina che aveva in baracca, non era sua. Assolta per la seconda volta.
Questi non sono casi isolati, sono la regola. Su un campione di 100 arresti fatti dai carabinieri nell’arco di 10 giorni, quasi la metà delle direttissime si risolvono con una liberazione immediata, il 20 per cento con misure cautelari alternative al carcere, un altro 25 per cento con il carcere e una minima parte con l’espulsione dal territorio nazionale condizionata dal processo che si dovrà svolgere da lì a qualche mese. E non è raro, dopo pochi giorni, incontrare di nuovo in aula per la convalida del suo arresto chi è in attesa di giudizio. Un dato, estrapolato dal campione dei 100 fermati, dimostra che la maggior parte sono pregiudicati: 58, di cui 19 romeni (su 38 fermati) e 17 italiani (su 32 fermati). Se i carabinieri scuotono rassegnati la testa, ci sarà pure un motivo. Così come buoni motivi per arrabbiarsi hanno gli italiani. Perché se militari e poliziotti passano quasi tutto il tempo a loro disposizione in centrale per le segnalazioni, in Tribunale per convalidare gli arresti e poi all’ufficio stranieri per le espulsioni, è evidente che non possono prestare servizio in strada.
MATTEO VINCENZONI(Il Tempo)
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| AN SI SCOGLIE, SENZA DRAMMI È STATO RAGGIUNTO UN GRANDE TRAGUARDO– Braille News 28.3.09 | |
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Gianfranco Fini l’ha detto chiaramente: il partito è uno strumento, un utensile della politica, e non una fede, una casa, una storia. An può sciogliersi in qualcosa di diverso e più utile al nostro tempo, come alluminio e zinco si sciolgono nelle leghe leggere. Si sciolgono per dare luogo ai migliori materiali dell’industria aerospaziale. Ignazio La Russa ha detto che il passaggio di Fiuggi fu quello difficile, perché in quella occasione si abbandonò la casa del padre. Non è del tutto vero. Dopo Fiuggi, tranne pochi che lasciarono - il più illustre Pino Rauti - tutti gli uomini dell’Msi continuarono a lavorare insieme, come fossero nel vecchio partito. Il tentativo di aprirsi ad altre figure fallì: tanto che non c’erano ne Gustavo Selva, né Publio Fiori, né Domenico Fisichella, i più illustri non missini. Ora tocca agli uomini che hanno fatto la storia dell’Msi e di An salpare e unirsi a un altro «partito non partito» - Forza Italia - che ha fatto in questi anni, sotto l’egida carismatica del leader, della differenza di origini e sensibilità un punto di forza: sin dalla sua fondazione ha messo a frutto le idee e la fatica di un ex-missino come Mimmo Mennitti (uno che al Pdl ci era arrivato nel 1994) insieme a quelle di liberali doc come Antonio Martino e di socialisti craxiani come Giuliano Ferrara o Don Gianni Baget Bozzo. Non ci sarà la corrente di An nel Pdl, così come non ci sarà quella di Forza Italia. Il nostro tempo rompe schemi e appartenenze e impone l’esercizio del pensiero e delle idee praticabili, dei sogni realizzabili, contro le utopie devastanti degli ultimi due secoli. Già oggi, nell’esperienza dei gruppi parlamentari, non si comprende chi proviene da un partito e chi da un altro. Ci si incontra per consonanza di idee, non per tessere tenute in tasca. Silvio Berlusconi ha salutato il congresso rivolgendo «un atto di gratitudine e di riconoscenza ad un partito che dopo un lungo cammino ci consente, sulla spinta di milioni e milioni di elettori, di raggiungere tutti insieme un grande e storico traguardo». È lo stesso Berlusconi che qualche giorno fa ha detto: «Con il Pdl non cambia niente, avrò solo maggiori responsabilità». Due verità non contraddittorie. Da quando è sceso in campo Berlusconi ha guardato alla maggioranza degli italiani, non a un partito, tantomeno al suo. E se lo ha fondato è perché, estraneo alla politica, aveva capito benissimo che i leader senza esercito - come Romano Prodi - sono destinati a soccombere stritolati innanzitutto dai propri generali. Oggi Berlusconi è leader di uno schieramento in cui il suo partito vale oltre il 40%, mentre l’alleato meno del 10%. E a questo partner ha già proposto di pensare a uno schema simile a quello tedesco, dove ci sono Cdu ovunque e Csu in Baviera. Mentre ha detto che anche l’Udc dovrebbe immaginare per se il Pdl. Un grande traguardo sta per essere raggiunto, e il prossimo è già alle porte. Forse oggi c’è una forza politica in grado di dare avvio alla seconda Repubblica, che sarà presidenziale o non sarà.
GIORGIO STRACQUADANIO(Il Tempo)
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| VIETATO SCHERZARE SULL’INDUSTRIA– Braille News 28.3.09 | |
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C’è una speciale ipocrisia che aleggia nel rapporto fra grande impresa e Stato. Neppure la profondità di questa crisi economica riesce a scalfire il motto per il quale è normale "socializzare le perdite e privatizzare gli utili". Questa formula, in voga da decenni, per sintetizzare le politiche di sostegno alla Fiat è, ahinoi, ancora attuale. Recentemente, il governo – nonostante qualche reticenza di ministri Tremonti e Sacconi, nonché dei leghisti – ha stanziato degli incentivi a favore del settore automobilistico e quello degli elettrodomestici. Per battere gli scetticismi, i fautori della proposta si sono rifatti all’esempio francese. Se Sarkozy aiuta il comparti dell’auto, l’Italia non può essere da meno. Siccome però il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, ecco qui la notizia che la Renault, in cambio degli aiuti pubblici, ha “scelto” (meglio dire: è stata indotta a scegliere) di chiudere lo stabilimento in Slovenia, rilocalizzando Oltralpe e assumento 400 addetti. Apriti cielo! La Commissione Ue ha immediatamente protestato, prendendo le difese degli interessi del paese dell’Est. Da noi, poi, manco a dirlo: i liberisti in sonno si sono svegliati. Certe misure protezionistiche sono sbagliatissime: hanno sentenziato i tutori del libero mercato di Confindustria. Già, quelli che chiedono “soldi veri” al governo pretendono di investirli fuori dai nostri confini. E così se Indesit chiude gli stabilimenti in Piemonte (ma li conserva in Polonia) e se Fiat mette in cassa integrazione i suoi dipendenti in Italia, bisogna tacere o al massimo dare più denari pubblici. La classe dirigente del nostro Paese si propone come statalista nel dare e liberista nel non chiedere. Francamente, questo approccio fa venire i brividi. Non si tratta di prendersela con i Merloni o con gli eredi della famiglia Agnelli: costoro fanno – e bene – il loro mestiere. È l’ipocrisia politically correct dei media e di certi politici a provocare una certa reazione di disgusto. E se la Lega è l’unico partito a chiedere di «dare aiuti solo a chi non delocalizza», non stupiamoci poi se è proprio il partito del Nord a crescere in ogni elezione. Al ministro Scajola e al presidente Berlusconi, ci permettiamo di rivolgere un invito ad abbattere questo tabù e a pensare seriamente ad una politica di rilocalizzazione delle imprese italiane. Avranno l’ostruzionismo dell’opposizione, magari persino del sindacato, sicuramente dei giornali blasonati di Milano, ma questo non può fermare un governo democraticamente eletto per rappresentare gli interessi di tutti e non solo quelli di pochi fortunati. Meno ipocrisia e più buon senso: a volte, basta poco.
PAOLO MESSA(Il Tempo)
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| OBAMA METTE LE ALI ALLE BORSE PRIMI SEGNALI DI OTTIMISMO – Braille News 28.3.09 | |
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Un vento positivo spira sulle Borse europee che a inizio settimana hanno realizzato decisi rialzi. I mercati si sono mossi in sintonia con Wall Street che ha risposto positivamente al piano di salvataggio del sistema finanziario Usa presentato dal segretario al Tesoro Timothy Geithner e al dato macro, migliore delle attese relativo al mercato immobiliare con le vendite di case esistenti a febbraio balzate del 5,1% (miglior dato da luglio 2003). Francoforte ha visto un rialzo del 2,65%, Parigi del 2,81%, Madrid del 3,14%, Amsterdam del 3,85%. Piazza Affari lunedì ha volato. La Borsa milanese è stata ancora una volta la migliore in Europa sostenuta dai maxi-rialzi messi a segno dai suoi istituti di credito. Il Mibtel ha terminato le contrattazioni in progresso del 4,66% a 12.678 punti, lo S&P/Mib è volato del 5,77% a 15.811 punti. Gli indici milanesi sono stati contagiati dal clima di euforia diffuso dal piano salvabanche messo a punto dall\'amministrazione americana. Unicredit è stata la regina di Borsa: il titolo ha chiuso sui massimi di seduta in rialzo del 15,09% a 1,4 euro, con una progressione del 93% dai minimi dello scorso sei marzo.
FILIPPO CALERI(Il Tempo)
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| L’INTERVISTA AL MINISTRO DELL’AMBIENTE PRESTIGIACOMO «SUI REATI AMBIENTALI SARÀ TOLLERANZA ZERO» – Braille News 21.03.09 | |
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Il termovalorizzatore di Colleferro è stato sequestrato e i dirigenti arrestati con l’accusa di smaltimento di rifiuti illegali. Nella Valle del Sacco la Procura di Velletri indaga per disastro ambientale. L’allarme è alto. E allora il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo annuncia «tolleranza zero» per bloccare in tempo l’emorragia. Ministro, i dipendenti del Consorzio Gaia, che gestisce il termovalorizzatore, e i cittadini avevano lanciato più volte l’allarme sullo smaltimento di rifiuti illegali. A dirigere il consorzio è un commissario nominato dall’ex ministro Bersani. Possibile che per anni nessuno si sia accorto di nulla? Cosa intende fare il Governo per porre fine a questo scandalo? «Nei confronti dei reati ambientali la scelta del Governo è per la tolleranza zero. Presso il ministero dell’Ambiente operano i Nuclei operativi ecologici dei Carabinieri che svolgono un’attività importante e intensissima. La loro attività di prima linea è essenziale per il nostro paese e non è un caso che proprio dai Nuclei siano giunte le indagini che hanno portato ai provvedimenti della magistratura su Colleferro. Ho fatto i miei complimenti personali ai carabinieri del Noe. A Colleferro i cittadini parlano di un aumento significativo di patologie tumorali e di bambini con malattie alle vie respiratorie. Esiste un allarme ambientale? «Colleferro e il suo circondario non sembrano essere sottoposti a un’emergenza salute. E in ogni caso il commissario ha disposto un’indagine epidemiologica che è l’unico strumento per dare risposte certe ai dubbi della cittadinanza. Come si coniuga la necessità degli inceneritori con la salute dei cittadini? «Gli inceneritori non sono inquinanti e svolgono un ruolo essenziale nel ciclo dei rifiuti. Certo, se vengono manomessi siamo nel campo dell’illecito penale, ma questo non riguarda la sicurezza dell’inceneritore usato secondo le regole. Ad Acerra si sta per inaugurare il nuovo termovalorizzatore. È una struttura dieci volte più grande di quella di Colleferro e dà le massime garanzie di sicurezza. Lì è stata prevista una \"scatola nera\" con chiavi decrittate per impedire che chiunque possa manomettere i valori delle emissioni». La Valle del Sacco è stata soprannominata la Valle della Morte. Smaltimento di rifiuti illegali, inquinamento causato dalle industrie, rapporti delle Asl che parlano di tumori in aumento. Quali sono gli interventi in programma? «Il piano degli interventi è stato già ampiamente finanziato dallo Stato con 6 milioni di euro, una parte dei quali utilizzati dal Ministero per interventi di bonifica e ripristino ambientale. La maggior parte dovrà essere gestita dal commissario che è il presidente della Regione Lazio. Tra l’altro penso che, in generale, sarebbe il caso di chiudere in fretta i commissariamenti, non farli più durare anni, tantomeno in territori circoscritti dove gli interventi si possono fare in fretta e i risultati si devono vedere in breve tempo». La questione-rifiuti nel Lazio è particolarmente grave. Il piano-rifiuti del commissario ad acta Marrazzo è partito, ma in alcune zone, come ad Albano, i cittadini si oppongono alla costruzione del gassificatore. Secondo lei il Lazio rischia un’emergenza-Campania? Come scongiurarla? «Il caso Campania ci ha insegnato che la politica dei no agli inceneritori porta ai disastri della spazzatura per le strade. Ma ci ha insegnato anche che se un Governo intende affrontare i problemi esistono gli strumenti per risolverli. Ci vogliono realismo, decisione e rapidità di esecuzione. Tutti devono fare la loro parte, soprattutto le realtà locali. La situazione nel Lazio è grave, come in altre regioni, e la soluzione per scongiurare qualsiasi emergenza è una sola: giungere in breve tempo a costruire una corretta gestione del ciclo dello smaltimento dei rifiuti».
DANIELE DI MARIO
DARIO MARTINI (Il Tempo)
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| A LEZIONE CON IL SIGNOR G PER IMPARARE L’ARTE DELL’IRONIA – Braille News 21.03.09 | |
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Ricordo uno dei suoi grandi insegnamenti, citato recentemente anche dalla figlia di Gaber: per cambiare le cose non si può stare fermi in poltrona. A chi si chiede perché abbiamo scelto di diffondere nelle scuole un progetto proprio su Giorgio Gaber, a settant’anni dalla sua nascita, dunque, rispondo tre cose: anzitutto nessuno lo ha mai fatto prima a livello istituzionale. Secondo: la Fondazione Gaber ha proposto questa collaborazione e noi abbiamo accettato. Terzo e forse principale motivo: sono dell’idea che la figura di Gaber e la sua opera possano insegnare moltissimo ai nostri ragazzi. Credo sia importantissimo portare a conoscenza degli studenti, che mai hanno avuto la fortuna di vederlo a teatro dal vivo, il lavoro di un artista che tramite il suo sforzo intellettuale ha insegnato a pensare, al di là degli schemi e delle ideologie. Gaber era un libero pensatore. E con il passar del tempo, in un mondo sempre più omologato, credo di poter dire che è cresciuto il suo valore di battitore senza frontiere: è stato un artista che non ha corso mai dietro alle mode, che ha offerto sempre riflessioni profonde sul nostro Paese. Un esempio raro di onestà intellettuale. Cosa sono i suoi spettacoli, che mescolavano canzoni a monologhi, se non una fonte di ispirazione per le nuove generazioni? Cosa sono, se non uno stimolo per comprendere l’evoluzione della società italiana nel corso degli ultimi decenni? La voglia di libertà, la ricerca di partecipazione, una certa passione per gli intellettuali, senza mai risparmiare l’ironia verso i luoghi comuni che circondano le categorie della politica, ne fanno un esempio di non omologazione, destinato a perdurare nel tempo. Gaber seppe, infatti, coniugare la capacità di esser scomodo con quella di non essere mai subalterno. Lo spirito critico, la curiosità, la libertà assoluta dagli schemi e dalle convenzioni ne fanno dunque un esempio di libertà, ma anche di rigore. Non a caso qualcuno lo ha definito l’ultimo intellettuale italiano capace di parlare alla gente comune. E, dunque, e ancor di più, capace anche di parlare alle giovani generazioni. Realismo, speranza, valori, libertà. Credo che Gaber si possa riassumere anche così. Come artista non ha mai voluto «insegnare» nulla, come dichiarava esplicitamente. Ma ci ha insegnato valori come il credere in noi stessi, rispettando gli altri. Diceva «non insegnate ai bambini, ma coltivate voi stessi il cuore e la mente. Stategli sempre vicini, date fiducia all’amore il resto è niente». Noi ci proviamo, certi di non tradirne la memoria.
MARIASTELLA GELMINI
ministro della Pubblica Istruzione(Il Tempo)
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| IL CAVALIERE DEL LAVORO – Braille News 21.03.09 | |
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Dopo le tensioni con il Quirinale e le polemiche sui soldi «veri» da parte di Confindustria, per Silvio Berlusconi è arrivato il giorno degli incontri chiarificatori cominciato con il pranzo al Colle con il Capo dello Stato e finito con il vertice con Emma Marcegaglia, e con l’annuncio tanto atteso dagli industriali: arrivano 70 miliardi di aiuti per le piccole e medie imprese. Cominciamo con il Quirinale. Un pranzo durato due ore. Un confronto descritto come «sereno e di piena collaborazione», iniziato come colazione allargata anche ad alcuni esponenti di governo e terminato come vertice per pochi intimi. Dopo la colazione che ha visto al Quirinale anche i ministri più direttamente coinvolti nel vertice dell’Ue (Frattini, Tremonti, Scajola, Ronchi), il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio si sono intrattenuti a lungo, con la sola compagnia di Gianni Letta e del segretario generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra. Unico l’argomento: il piano casa. Il premier ha illustrato i due provvedimenti a Napolitano: il decreto legge con la normativa quadro entro la quale devono legiferare le regioni; il disegno di legge con tutte le modifiche normative in materia di leggi urbanistiche e ambientali. Non solo. Il presidente del Consiglio, avrebbe anche sottolineato al Capo dello Stato che i requisiti di necessità e urgenza ci sono perché si tratta di una misura in grado di movimentare fino a 150 miliardi. Secondo fonti della maggioranza, il presidente della Repubblica, dopo aver ascoltato attentamente le parole del premier, avrebbe espresso alcune osservazioni. In particolare, avrebbe chiesto di armonizzare il pacchetto con le misure a cui sta lavorando l’esecutivo, da un lato con il testo unico sull’edilizia e dall’altro, con le competenze delle Regioni, da verificare in sede della Conferenza unificata. Il Cavaliere avrebbe preso atto dell’invito arrivato dal Quirinale, dicendosi disponibile a fare tutti gli approfondimenti tecnici utili in materia. Prima di salutare il Presidente della Repubblica, Berlusconi si è detto fiducioso, anche perché «il 67 per cento degli italiani è favorevole al piano casa». Il varo del piano è atteso per la prossima settimana. Dopo Napolitano, l’incontro con la Marcegaglia. Un faccia a faccia invocato più volte dagli industriali, fino al grido di allarme sulla «vera emergenza» e sulla necessità di «soldi veri». «È stato un incontro positivo, costruttivo. Su alcuni punti abbiamo visto soldi veri, altri arriveranno», spiega la leader di Confindustria, annunciando che il governo approverà a breve un fondo di garanzia per le piccole e medie imprese di 1,3 miliardi di euro. Il fondo garantirà alle Pmi «60-70 miliardi di euro di crediti».
GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo)
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| VERSO IL PARTITO UNICO DEL CENTRODESTRA – Braille News 21.03.09 | |
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Avvicinandosi la nascita del partito unico del centrodestra - Il Popolo della libertà -, molti italiani, sia simpatizzanti che antipatizzanti, si interrogano su quel che più gioverebbe al nostro Paese. Ho scritto «molti italiani» perché la vita del maggiore partito su cui si regge l’alternanza democratica, interessa anche coloro che non ne condividono la politica. Per il cittadino normale è stucchevole la diatriba sui «due leader» e sul loro futuro. Senza Berlusconi Forza Italia non sarebbe esistita e Alleanza Nazionale sarebbe rimasta al palo. Nessuno perciò dubita che la natura stessa del PdL sia carismatica né che sarà improbabile l’adozione di altri modelli. D’altronde Fini è un ottimo presidente della Camera e un affidabile uomo delle istituzioni che ci si augura possa continuare nel suo ruolo, oggi così necessario. Accanto alla leadership, però, un partito «di raccolta» e di governo ha bisogno di una classe dirigente degna del compito. Ieri i partiti selezionavano i gruppi dirigenti nella pluralità delle correnti ideali e degli interessi concreti. Domani, il PdL dovrà rifuggire dalle responsabilità affidate in ragione della fedeltà e del conformismo nei confronti dei capi, e dovrà invece promuovere, più del passato, quelle donne e quegli uomini che si dimostrano capaci, meritevoli e coraggiosi nelle idee e nei comportamenti. Ma, al di là delle questioni interne al partito del Popolo della Libertà, gli italiani sono soprattutto interessati a che la forza di governo affronti e risolva le gravi questioni del momento. Fra le tante all\'ordine del giorno, a noi paiono che vi siano quattro nodi da sciogliere con efficacia e decisione. Il primo è la crisi. Nessuno ha la ricetta per risolvere la grave situazione economica e sociale di oggi né si può pretendere che il governo abbia la bacchetta magica. Ma il Pdl deve stare attento che i provvedimenti governativi non sospingano l\'Italia nella palude statalista e corporativa che a lungo ha afflitto il «Bel Paese». Il secondo, la giustizia. Il malfunzionamento del sistema giudiziario è divenuto insopportabile per milioni di cittadini. Il centrodestra, maggioritario in parlamento, non può più rinviare la soluzione di questa cancrena che trasforma l\'Italia nella tomba del diritto. La questione non riguarda questo o quel magistrato, ma la possibilità che i cittadini siano messi finalmente in grado di ottenere rapidamente ed equamente la definizione delle loro cause civili e penali. Il terzo riguarda l’etica. La soluzione delle questioni etiche, sempre più intrecciate alla biologia e alle relazioni umane, non può essere affrontata con tassative ottiche morali o religiose. Una forza di centrodestra, non ideologica, deve tenersi alla larga dallo Stato etico, e non può imporre con le manette i suoi valori, anche quando sono professati da gran parte dei suoi parlamentari.
Il quarto, infine, è lo Stato. V\'è un rapporto tra Stato e società in cui una forza di centrodestra dovrebbe distinguersi dalla sinistra interventista. Gli italiani si aspettano che lo Stato si immischi il meno possibile nelle questioni economiche, civili e personali che li riguardano. Non dovrebbe esservi una economia di Stato, una socialità di Stato, una cultura di Stato, una salute di Stato... Ce la farà il nuovo Popolo della Libertà ad allargare per il popolo quegli spazi di libertà che tanto desidera?
MASSIMO TEODORI(Il Tempo)
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| FINI-CAV, LINGUE DIVERSE OBIETTIVI COMUNI- Braille News 14.3.09 | |
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Un doveroso riconoscimento politico o un invito, nemmeno troppo velato, a farsi da parte finita questa legislatura? Berlusconi, intervenendo all'assemblea romana dei parlamentari del Pdl, lancia l'idea che a votare in aula e nelle commissioni non siano più i parlamentari ma i capigruppo a nome di tutti, fermo restando ovviamente il diritto dei singoli al dissenso. Un\'originale trovata di ingegneria istituzionale o un modo per silurare il nuovo e costoso sistema di votazione digitale voluto dal Presidente della Camera per mettere fine al fenomeno dei parlamentari-pianisti?
Le interpretazioni maliziose sono quelle preferite dai giornali e dai lettori. Il duello Berlusconi-Fini è in effetti avvincente e, secondo i bene informati, durerà a lungo. Ma per una volta conviene forse lasciare da parte i cattivi pensieri, non insistere troppo su discordanze e punzecchiature, e concentrarsi su ciò che di pregnante, seppure con toni e parole diverse, entrambi hanno sostenuto nei rispettivi interventi. Vale a dire che il sistema istituzionale italiano è barocco, farraginoso e costoso, insomma inadeguato ai ritmi e alle esigenze della politica contemporanea. Il Parlamento legifera con lentezza, tra doppie votazioni, manovre ostruzionistiche ed estenuanti maratone oratorie e procedurali. Il Governo per decidere in autonomia e in fretta è costretto ogni volta a forzare la mano, a colpi di decreti legge e voti di fiducia. Una situazione non più sostenibile, a giudizio di entrambi, che rischia di creare continue tensioni tra poteri e istituzioni. La soluzione, stante la comune diagnosi, non può che essere una seria riforma della seconda parte della Costituzione, tante volte messa in agenda e sinora mai realizzata in modo organico.
L\'obiettivo immediato di Berlusconi è un esecutivo che possa decidere con rapidità ed efficacia, nel rispetto della volontà degli elettori e nell\'interesse nella nazione. Quello di Fini è un parlamento, più snello e funzionale dell\'attuale, in grado di esercitare un controllo effettivo sull\'attività del governo e di produrre buone leggi in tempi ragionevoli. Due esigenze solo apparentemente opposte, che in realtà sono destinate a incontrarsi, prima o poi, in un disegno comune e coerente di modernizzazione istituzionale.
Ciò significa, al di là delle differenti soluzioni operative proposte dai diretti interessati, che il tema della riforma costituzionale è destinato ad occupare un posto centrale nell\'agenda, non solo del governo e del Parlamento, ma anche del nascente Pdl, che ha visto riunirsi tutti i suoi deputati e senatori in vista dell\'imminente congresso. In quella sede si è discusso dell\'organizzazione formale del nuovo partito (che sarà guidato, ormai è ufficiale, da un trio composto da Bondi, La Russa e Verdini) e del suo profilo politico-culturale. Ma è chiaro che una volta consumato il rito di fondazione, che si annuncia privo di tensioni e festoso, bisognerà mettere mano a scelte e decisioni su questioni politiche concrete e cogenti. E la principale, sulla quale il nuovo partito dovrà dare un originale contributo di idee, riguarderà proprio il modo con cui migliorare il funzionamento delle nostre istituzioni. Senza strappi o scorciatoie, ma perseguendo un disegno organico e razionale, nell\'interesse di tutti gli italiani, come si conviene ad una grande e responsabile forza politica.
ALESSANDRO CAMPI
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| ANCHE LA NOSTRA LIBERTÀ VALE QUALCOSA- Braille News 14.3.09 | |
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La relazione che ha svolto in Senato il presidente del comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica Francesco Rutelli segna un punto di non ritorno nella vita politica ed istituzionale del nostro Paese. Rutelli indica in 14-18 milioni le "tracce telefoniche" del cosiddetto "archivio Genchi", evidenzia che personaggi del calibro del procuratore nazionale antimafia Grasso e del direttore di uno dei due servizi d’informazione Pollari sono stati controllati per mesi, segnala il pericolo che la distruzione di questo materiale non può essere considerata sicura. E commenta la vicenda definendola di \"enorme rilievo per le istituzioni democratiche\", anche perché essa riguarda utenze telefoniche della presidenza della Repubblica, del Csm, di ministri, sottosegretari e parlamentari. Insomma un gran polverone, di cui poco capiamo. Ma quel poco ci preoccupa assai. Ci permettiamo allora di fare due semplici proposte. La prima (in qualche modo avanzata anche dal senatore Gasparri) è quella di pretendere dal Parlamento uno sforzo definitivo di chiarezza, partendo dai lavori del comitato presieduto da Rutelli. Dice il magistrato De Magistris che \"è tutta una bufala\". Può darsi, anzi vorremmo che fosse così. Ma vorremmo esserne sicuri: per questo una commissione ad hoc potrebbe essere utile. La seconda proposta è che una nuova normativa e nuovi soggetti divengano capaci di tenere sotto controllo questi fenomeni. La libertà d’azione della magistratura è patrimonio essenziale in democrazia. Ma anche la libertà di tutti noi vale qualcosa.
ROBERTO ARDITTI
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| IL GRANDE FRATELLO È AL TELEFONO Braille News 14.3.09 | |
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L’allarme lo lancia nell’aula del Senato Francesco Rutelli. Il presidente del Copasir, il comitato di controllo sui servizi segreti, spiega che il caso Genchi rappresenta «una vicenda di enorme rilievo per le istituzioni democratiche». Per Rutelli, «il rilievo istituzionale di questa vicenda riguarda quattro punti principali». L’ex vicepremier li elenca. Anzitutto, «l’acquisizione di dati estremamente sensibili riguardanti l’ex direttore del Sismi, generale Nicolò Pollari». Nonché l’acquisizione dei tabulati di traffico telefonico di altre 17 utenze mobili e 11 utenze fisse utilizzate da appartenenti ai Servizi. Inoltre, «la tecnica di indagine sviluppata dal consulente cui il pm di Catanzaro ha delegato lo svolgimento degli accertamenti che ha portato ad acquisire un numero impressionante di dati, una cifra oscillante tra i 14 e i 18 milioni di righe di traffico telefonico».
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| L’INTERVENTO IL DELINQUENTE BATTISTI GETTA FANGO SULL’ITALIA- Braille News 7.03.09 | |
| Impressionante. Viviamo in un paese galeotto. Siamo governati e governanti dittatori, risediamo nella patria galera, uomini, donne, bambini di questo maledetto paese sono carnefici e assassini, vittime e ipocriti, ciarlatani e bugiardoni. Ecco, questo è il bel paese, questa è la nostra patria, questa è l\'Italia. Questo, è almeno ciò che \"il mostro\" proclama al mondo intero. Quel mostro rifugiato nelle bianche spiagge brasiliane, quel mostro che si crede in diritto di dettare la storia, la morale, l\'etica a noi poveri ignoranti italiani. Impressionante!! Quel mostro al quale, un destino beffardo, ha voluto dare un nome e cognome di uno stesso altro nostro compaesano, un certo Cesare Battisti, un nome e cognome che troviamo in molti incroci, per le vie, per le piazze delle nostre mirabili città. Che mai hanno in comune questi due omonimi? Nulla, se non le stesse radici, se non aver combattuto per dei \"valori\", ma di uno di loro, certamente e senza sorta di dubbio, ha combattuto per la libertà, per la giustizia, per la democrazia, in silenzio senza clamori e solo dopo, da quando le sue valorose spoglie riposano, è acclamato come un patriota. L\'altro è semplicemente un terrorista. E definirlo terrorista dovrebbe essere per lui un \"onore\" anche se son certo che molti dei suoi compagni non sono d\'accordo con me nel dargli questo appellativo. Quest\'uomo che si proclama essere uno scrittore, prima era un delinquente, ora, che fa retorica di saggezza, prima era un rapinatore, ora, che si lacera l\'anima per la nostra incomprensione, prima era un assassino. Questo è Cesare Battisti. È impressionante con quanta solerzia e arroganza mette in piazza e si pone al loro fianco a personaggi iscritti nella storia, con quanta finezza fa distinzione delle parti come spartiacque di coloro che nelle due barricate hanno macchiato di sangue la nostra terra, senza il minimo pudore di ascrivere che un terrorista è un terrorista, non importa da qual | |