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POLITICA

L’EDITORIALE

L’OSSESSIONE LEGHISTA- Braille News 10.7.10

 

Vorremmo rassicurare il governatore del Veneto Zaia. Vorremmo, perché a Roma siamo generosi, garantire a lui notti tranquille. La squadra giallorossa si dovrà salvare, si salverà non certo per i suoi soldi o quelli dei suoi amici leghisti. Inoltre l’Unicredit non sta regalando nulla alla squadra giallorossa, la sta solo prendendo ai Sensi in cambio di prestiti non onorati. Per rivenderla e incassare. Agisce da banca e basta. Come fa con chi con non paga il mutuo della casa. E a salvare la società, probabilmente saranno altri imprenditori romani. Anzi. Ma è difficile spiegarlo a chi ormai vede la Capitale come una ossessione. Comunque si rassegni, Roma è Roma, con la sua storia, il suo passato. È la città più conosciuta al mondo. Se ne faccia una ragione. E dorma tranquillo. Non potrà mai trasformare le osterie sul Brenta nel Colosseo. Semmai si preoccupi di preservare quel sacrario del Monte Grappa che per tutti noi italiani rappresenta una pagina di storia comune. Un monte sacro a noi che crediamo nell’Italia unita. Nonostante i leghisti. Ma Zaia forse ancora non ha digerito il fatto che gli uomini di sport hanno deciso che se abbiamo una possibilità per ottenere le Olimpiadi del 2020 è solo presentando la Capitale non certo Venezia con il suo entroterra veneto. Così come qualcuno dovrebbe spiegargli che la vicenda Unicredit ha molto poco di politico. Mentre politico, e demagogico per dirla come un imprenditore veneto, Calearo, è l’intervento di Zaia che in una dichiarazione arriva a dire che Unicredit, invece di salvare una squadra di calcio, in tempo di crisi farebbe meglio a pensare «a un intervento vero, con soldi veri, a sostegno delle famiglie e degli imprenditori del Nord». Chiarito che Unicredit non sta salvando un bel niente e semmai si spera siano imprenditori romani, oppure stranieri attirati dal possibile affare, a salvare la squadra rilevandola, appare una volgare caduta di stile quelle famiglie e imprenditori del Nord. Certo che una banca non deve sperperare soldi nel calcio, ma famiglie e imprenditori del Nord? No. Questo è troppo. Perché le famiglie e le imprese del Sud puzzano? Come si permette? La banca fa la banca e i soldi li raccoglie in tutta Italia, anzi più nel centrosud: perché dovrebbe occuparsi solo del Nord? Perché c’è una razza presunta eletta? Questo è un egoismo senza forza: oserei dire ignorante. Lo sa Zaia che molti suoi laboriosi corregionali sono venuti con le pezze nel sedere a far crescere una intera provincia del Lazio? Parliamo di Latina naturalmente. E ora sono cittadini del Lazio come lo sono i ciociari, nel Lazio da sempre. E qui nessuno si sognerebbe mai di contrapporre quegli eroici pionieri ad altri? Certo da queste parti è passata la cultura. Si respira nell’aria. E non tiri in ballo Venezia, perché in quella città la Lega ci può andare solo per fare turismo. Basta chiedere a Brunetta. Facciamola finita con le favole secessioniste. Con il Nord sfruttato. Senza gli operai partiti dai paesi poveri della Sicilia, della Calabria, della Puglia ci sarebbe stato lo sviluppo industriale del Nord? Leggi tutto l’articolo su Braille News del  10.7.10 in edicola

  

LUCA ZAIA ATTACCA UNICREDIT «PENSI AL NORD NON ALLA ROMA»- Braille News 10.7.10

 

La Lega torna alla carica. Il nemico è quello di sempre, Roma. Ma stavolta è differente: c’è di mezzo La Roma. «La magica». L’attacco viene da Luca Zaia. Il governatore del Veneto se la prende con Unicredit, la banca che ha in mano le sorti della società giallorossa. E il suo messaggio è chiaro: anziché salvare una squadra di calcio, in tempi di crisi farebbe meglio a pensare «a un intervento vero, con soldi veri, a sostegno delle famiglie e degli imprenditori». «Del Nord», ovviamente. Zaia non ha dubbi: «Le banche gestiscono la raccolta del denaro nei territori di riferimento e svolgono una funzione sociale - dice - allora a Unicredit chiederei di mettere in cantiere, per lo meno, un intervento di tipo autenticamente federalista: se l’operazione Sensi-Roma vale 325 milioni di euro, Unicredit ne metta sul piatto il doppio per fare qualcosa di utile nel Nord del Paese». La parola magica è «federalista». Negli ultimi mesi agli uomini del Carroccio è bastato un attimo per far diventare il federalismo il pretesto di dure battaglie contro la Capitale e il Sud del Paese. Della serie, va bene la versione light del sogno secessionista, ma almeno ogni tanto fateci combattere.

La trattativa in corso tra la famiglia Sensi e Unicredit diventa così un’ottima occasione: «Mi rifiuto di pensare - spiega Zaia - che il dottor Profumo possa avallare operazioni che rischiano di scaricare sui soci della banca per primi, e sui risparmiatori poi, le conseguenze di un affare andato male come la Roma calcio». In realtà l’attacco è impreciso, se non privo di fondamento. Unicredit non sborserà neanche un soldo. Sta solo cercando di recuperare quelli che negli anni ha prestato ai Sensi. Il governatore del Veneto vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa: «Io so che Roma, sotto la formula di Roma Capitale, ha veramente esagerato su tutti i fronti e sbuca ovunque. Lo abbiamo visto nella vicenda per la candidatura olimpica e adesso ci risiamo». L’ex ministro delle Politiche agricole aveva già ammonito l’ad Profumo quando aveva scelto tra Roma e Venezia per le Olimpiadi del 2020: «Non doveva aderire al Comitato per la promozione di Roma, lui governa una banca che trae la sua forza da molte realtà del Nord Est», aveva detto. Gianni Alemanno non gradì allora e non ci sta adesso: «È stata una caduta di stile che il governatore del Veneto si poteva risparmiare. L’Unicredit è impegnata da tempo nell’azionariato della As Roma e, da questo punto di vista, è giusto che svolga il proprio ruolo e che aiuti una delle squadre di Roma a essere sempre più forte dal punto vista sportivo. Questa - conclude il sindaco di Roma - è l’ennesima provocazione nei confronti di Roma che lascia il tempo che trova ma che è veramente fastidiosa». Dure anche le reazioni di politici e tifosi della Capitale. «Zaia prende fischi per fiaschi. Unicredit tutto sta facendo tranne che salvare la squadra», spiega Paolo Cento, presidente del Roma Club Montecitorio. «Il governatore dovrebbe occuparsi di cose più importanti - dice Luciano Ciocchetti, vicepresidente della Regione Lazio - per esempio del disastro che il governo sta compiendo nei confronti delle regioni, compresa la sua». C’è poi chi contrattacca. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  10.7.10 in edicola

  

 

 

IL GIALLO DELLA CATTURA  DEL MULLAH OMAR CAPO DEI TALEBANI- Braille News 10.7.10

 

Catturato il Mullah Omar. La notizia, trasmessa dalla televisione afghana Tolotv e da alcuni media pakistani, ha raccolto un’indiscrezione di un blog statunitense che da tempo scrive della avvenuta cattura del capo dei talebani in Afghanistan, il Mullah Omar. L’Amir al Muminin, il capo di tutti i credenti, è il terzo nella lista dei super ricercati. Sulla sua testa una taglia di 10 milioni di dollari. Meglio, o peggio, di lui Osama Bin Laden e Ayman Al Zawahri i capi di Al Qaeda. L’informazione sembrava buona visto che il primo a rivelarla era stato un ex agente dell’intelligence statunitense titolare di un blog sempre bene informato sul mondo dei servizi segreti. Ma le smentite non si sono fatte attendere. Un portavoce dei talebani, Qari Yusuf Ahmadi, parlando a telefono con la Xinhua, l’agenzia cinese, ha smentito la notizia dicendo che il leader dei talebani «è libero, in buona salute e ha il pieno comando dei suoi combattenti». Un’altra voce ufficiale degli studenti del Corano, Zabihullah Mujahid ha parlato di «un’operazione di propaganda» e il fatto che «gli Stati Uniti vogliono salvarsi la faccia». Col passare delle ore, più che le conferme, sono emersi i lati deboli della versione e soprattutto è parso significativo il silenzio delle capitali interessate: Washington, Islamabad e Kabul. «Non ne sappiamo nulla»: ha detto il portavoce del presidente afghano Hamid Karzai. Altre fonti hanno decisamente liquidato l’argomento come «inattendibile». A indebolire la versione anche il fatto che il blog aveva pubblicato la notizia già nel maggio scorso senza provocare alcuna reazione.

Ma ecco la versione diffusa dal blog e ripresa dai media pakistani. Il 27 marzo scorso a Karachi, un nucleo operativo dell’Isi, i servizi pachistani da sempre ritenuti gli sponsor dei talebani afghani, avevano catturato il Mullah Omar. Un arresto tenuto segreto anche agli «alleati» americani. Ma non troppo, visto che qualcuno a Washington ha messo in relazione la mancata consegna del Mullah Omar ai dissapori tra il generale McChrystal e l’amministrazione Osama. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  10.7.10 in edicola

 

L’EDITORIALE DI MARIO SECHI

NUOVO FISCO PER TUTTI –Braille News 3.7.10

 

Mettiamoci nei panni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti: la Grecia fa crac, l’Europa va in tilt, gli squali delle Borse speculano sul debito sovrano. Voi che fate? Correte ai ripari e insieme agli altri governi europei cercate di uscire dal pantano. Il problema - per l’Italia, non per Tremonti - è che la nostra società è un patchwork di localismi, corporazioni, piccoli e grandi interessi il cui stare insieme mostra la corda. La «finanziaria europea» del ministro dell’Economia ha coalizzato interessi contrapposti e questo se da un lato mi insospettisce, dall’altro mi costringe a registrare un fatto: così com’è la finanziaria non ha possibilità alcuna di passare al vaglio del Parlamento. Il sospetto, grave, è che la nostra struttura sociale sia inadeguata rispetto alle sfide che ci propone la contemporaneità. I leader dei vari Paesi europei hanno proposto manovre di lacrime e sangue: ci sono state proteste, scioperi. Ma i governi hanno tenuto duro e sfidato l’impopolarità. In Italia la diga dell’esecutivo sembra non reggere. Quando Umberto Bossi dice che bisogna ascoltare le Regioni, il dado è tratto e quel che non si taglia più negli enti locali lo Stato lo preleverà sotto altra forma diretta e indiretta. Si comincia con i pedaggi autostradali e alla fine della fiera, pagheremo più tasse. In fondo, era quello che già ci prospettava la prima versione della Finanziaria. Basta leggere con pazienza le 352 pagine del provvedimento per capire che quello è il punto d’arrivo. Il 40 per cento delle misure a regime (nel 2012) è costituito da nuove entrate e il 70 per cento di queste ultime è affidato a provvedimenti anti-evasione la cui stima è aleatoria. I tagli ai costi della politica, inoltre, sono di fatto spariti, una robetta sulla quale - dopo i proclami - stendiamo un velo pietoso. Sono i numeri a parlare e ci si può girare intorno quanto si vuole, ma alla fine questi sono e bisogna prendere atto che il grosso dei tagli è a carico delle Regioni e dei Comuni. Per questo il leader della Lega ha deciso di dare un dispiacere a Tremonti. Finché i tagli colpiscono Roma e il Mezzogiorno, tutto va bene madama la marchesa, ma appena hanno alzato la voce i presidenti delle Regioni e i sindaci dei Comuni a guida leghista, la musica suonata sulle sponde del Po è cambiata. Bossi fa il suo mestiere - difende il territorio dove prende i voti - solo che quel che a lui sembra essere concesso, per gli altri è un tabù. I margini d’azione non sono larghissimi e per Tremonti sono ore difficili. Non vorrei essere nei suoi panni. Stretto tra Berlusconi e Bossi, il ministro deve cercare di rimediare a uno stallo che almeno in parte anche lui ha contribuito a creare. Tremonti ha una visione corretta della crisi globale cominciata nel 2008, è stato tra i primi a individuarne le cause, ha svolto un’opera eccezionale di manuntenzione del bilancio dello Stato durante la fase più acuta della crisi, ma oggi fa i conti con una classe dirigente (non solo politica) che non ha nessuna intenzione di mollare la presa sulla spesa facile e in qualche caso fa anche delle giuste rivendicazioni. Il Tempo ha dato a caratteri cubitali un numero che i cittadini spesso dimenticano: ogni 100 euro guadagnati, gli italiani che pagano le tasse ne versano 43,2 allo Stato. Visti i servizi che ricevono in cambio, sono troppi. Il problema è che quel peso fiscale è sulle spalle di chi le tasse le paga, mentre gli evasori se la spassano. È vero che consumano, è vero che in un sistema asimmetrico come quello italiano i furboni sostengono una parte dell’economia, ma se facciamo due conticini, il peso dell’evasione rischia di schiacciare il Paese e alimentare una disparità sociale non più sostenibile. Dentro l’evasione - per esser chiari - metto anche chi lavora nel pubblico e approfittando della scarsità di controlli, lascia l’ufficio all’avventura e accumula il doppio stipendio con un’altra attività. Qui il danno è perfino doppio: non si produce da una parte (e si ruba lo stipendio) e si evade dall’altra. Questo andazzo ci mette di fronte alla realtà che cercavo di fotografare all’inizio dell’articolo: non sembriamo consapevoli della situazione, non siamo maturi per prendere atto che l’età dell’oro è finita. Detto questo, l’Europa sta rispondendo alla crisi nella maniera più ottusa possibile. Siamo ancora imprigionati da una visione che pensa ai parametri, al patto di stabilità, ma rende asfittico e instabile lo sviluppo. Sui mercati finanziari nel frattempo gli speculatori si divertono a scalpare i poveracci che ancora non hanno capito la sceneggiatura di Wall Street e dintorni. Le Borse sono colate a picco, pur non essendo cambiato granché nello scenario macroeconomico mondiale. O meglio, s’è confermata dopo il G20 l’impotenza dei governi di dare una governance seria e un disincentivo a chi si comporta come una locusta. Mangeranno tutto il raccolto finché non ci sarà qualcuno che spruzza il pesticida.

In questo scenario, l’Italia sarebbe messa meno peggio di altri Paesi, ma i limiti che ho cercato di tracciare non le consentono di fare un salto di qualità. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  3.7.10 in edicola

  

IL COMMENTO

 

DELL’UTRI MAFIOSO MA SOLO FINO AL 1992–Braille News 3.7.10

 

Bastava sentire le dichiarazioni di "stupore" del sostituto procuratore generale Nino Gatto per capire la portata della sconfitta subita nel processo d’appello a Palermo contro il senatore Marcello Dell’Utri. Il quale, dopo una lunghissima e perciò ancora più significativa camera di consiglio, cominciata giovedì scorso, è stato pienamente assolto per i fatti più gravi e carichi di implicazioni politiche che gli erano stati addebitati con il supporto di quel pentito da strapazzo che si è rivelato Gaspare Spatuzza. Egli è stato invece condannato, ma con una pena ridotta rispetto alla sentenza di primo grado e con l’ormai abusata e sempre singolare imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa, per i rapporti che avrebbe avuto sino al 1992 con esponenti di Cosa Nostra per tutelare gli interessi della Fininvest minacciati in Sicilia. Ma vi sono buone probabilità che la difesa riesca a vincere in Cassazione anche questa battaglia restituendo a Dell’Utri il ruolo di parte lesa, non di imputato.

Con la parte assolutoria della sentenza d’appello si può tranquillamente dire che è stata cestinata la storia di Forza Italia farneticamento riscritta dagli avversari più feroci di Silvio Berlusconi. La cui avventura politica sarebbe stata sponsorizzata con i buoni uffici di Dell’Utri proprio dalla mafia ricorrendo alle stragi, ideate per aggravare nel 1993 il vuoto politico creato dalle indagini giudiziarie su Tangentopoli, seminare il panico e regalare la vittoria elettorale nel 1994 al Cavaliere. Dal quale la mafia si aspettava, grazie a cervellotici negoziati anch’essi attribuiti alla regia di Dell’Utri, quello che peraltro non ha avuto in tutti gli anni di governo di Berlusconi: una rinuncia o solo l’allentamento della lotta alla malavita organizzata. Che, al contrario, è stata intensificata dai governi guidati dal Cavaliere con le norme sul carcere duro e con la cattura dei latitanti più incalliti e pericolosi.

Solo la disinvoltura, per non dire peggio, del solito Antonio Di Pietro poteva ancora rinfacciare al primo governo di Berlusconi come un favore alla mafia l’approvazione nel 1994 del famoso decreto legge predisposto dall’allora ministro della Giustizia Alfredo Biondi per limitare il ricorso alla carcerazione prima dei processi. Di cui si era fatto uno smodato abuso non nella lotta alla mafia, ma nelle indagini su Tangentopoli, con le quali Di Pietro si stava allora guadagnando come magistrato una notorietà poi investita in politica.

Egli ci permetterà di rinfrescargli la memoria ricordandogli che quel decreto del 1994 fu prontamente firmato, e condiviso, da un presidente della Repubblica che non poteva essere certamente considerato di manica larga: Oscar Luigi Scalfaro. Che, al contrario, aveva rifiutato la firma l’anno prima ad un decreto legge sulla cosiddetta uscita politica da Tangentopoli predisposto dall’allora guardasigilli Giovanni Conso ed approvato dal primo governo di Giuliano Amato in una lunghissima e tormentata riunione, più volte interrotta anche per consentire che sul testo via via elaborato venissero consultati i consiglieri del capo dello Stato, se non lo stesso Scalfaro. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  3.7.10 in edicola



L’EDITORIALE- ORA SI SPALANCHINO I CANCELLI DELLA VERITÀ- Braille News 15.5.10

Una mamma entra in clinica per partorire. I suoi gemelli piangono. Sono vivi. Ma lei è morta. Dissanguata.

La storia di Tiziana Tumminaro per noi de Il Tempo è un simbolo dell’Italia che non vogliamo. Avevamo il fondato sospetto che qualcosa fosse andato storto, che non ci fosse lo zampino del destino cinico e baro, ma la mano incosciente dell’uomo in questa vicenda terribile. Purtroppo avevamo ragione. Gli articoli scritti con cura e passione dalla nostra cronista Grazia Maria Coletti hanno trovato conferma nella lettera che il ministro della Salute ha inviato al presidente della Regione Renata Polverini. È uno sconvolgente documento-verità sulla gestione della clinica Villa Pia. Nessun cittadino, dopo aver letto le contestazioni mosse dal ministero, va a farsi curare con fiducia e serenità in una struttura del genere. Qui nessuno ha mai pensato di vestire i panni di Torquemada, non facciamo processi sommari, non ci piace l’Inquisizione, siamo persone equilibrate, ma non siamo fessi ai quali si possono raccontare balle. Quando le versioni fornite dai testimoni e dai protagonisti contrastano, lo scriviamo. Ci aspettavamo un’indagine accurata, rigorosa. E gli ispettori inviati dal ministro della Salute Ferruccio Fazio hanno svolto il loro lavoro con la severità necessaria. Quando si gioca sulla pelle dei cittadini, bisogna essere inflessibili.

Un giovane padre non ha più la gioia del sorriso dell’amata. Quattro bimbi non sentono più il calore della carezza della mamma. Hanno calato un sipario di morte, è giunta l’ora di spalancare i cancelli della verità.

MARIO SECHI

 

GIÀ 9 PAZIENTI TRASFERITI DA VILLA PIA DECEDUTI AL PRONTO SOCCORSO NEL 2010

GLI ISPETTORI DI FAZIO CONFERMANO LE ACCUSE DEI MEDICI DEL SAN CAMILLO- Braille News 15.5.10

 

Tiziana Tumminaro non doveva partorire a Villa Pia. È questa la conclusione a cui sono arrivati gli ispettori del ministero della Salute, che hanno fatto un sopralluogo nella struttura lo scorso 13 aprile, sei giorni dopo la morte della signora romana che poco prima aveva dato alla luce due gemelli. La relazione dei tecnici è stata consegnata al responsabile del dicastero, Ferruccio Fazio. Cinque pagine che mostrano come le condizioni generali della clinica romana siano sotto i livelli previsti dalla legge. «La casa di cura non presentava i requisiti strutturali per la gestione in sicurezza di parti a rischio emorragico - si legge a pagina 3 del documento - tra i quali l’assenza di reparto di rianimazione». Gli ispettori aggiungono: «Sono state rilevate evidenti carenze organizzative, tecnologiche e professionali». Peraltro «prima dell’intervento non erano state effettuate le prove di compatibilità trasfusionale».

Ma nella relazione ci sono anche i dati dei trasferimenti da Villa Pia all’ospedale San Camillo negli ultimi due anni. Nel 2009 sono stati 105 i pazienti portati dalla clinica al nosocomio. Di questi uno è giunto cadavere, cinque sono deceduti al pronto soccorso, settanta sono stati ricoverati: tra questi ultimi sedici sono morti entro un mese e otto tra uno e tre mesi.

Numeri confermati anche dall’attività del 2010. Trenta i pazienti trasferiti dalla clinica al San Camillo: nove deceduti al pronto soccorso e diciannove ricoverati, tra questi otto sono morti nei reparti.

La relazione è stata trasmessa dal ministro Fazio alla governatrice del Lazio Renata Polverini, che non ha perso tempo. «Ho chiesto la verifica del possesso dei requisiti minimi previsti per legge necessari all’esercizio dell’attività della clinica Villa Pia per poi disporre immediatamente tutte le iniziative consequenziali in materia di accreditamento», ha spiegato la presidente.

«Si tratta di una questione estremamente delicata sulla quale agiremo con la massima attenzione e responsabilità», assicura la Polverini che, ovviamente, è pronta a cancellare l’accreditamento alla clinica. Ma, dalla Regione, spiegano che le ispezioni non finiranno e che nei prossimi mesi verranno controllate anche tutte le altre strutture private accreditate.

Dal ministero confermano di aver ricevuto la relazione degli ispettori e precisano che «la visita in oggetto, richiesta dal ministro, è stata condotta, a seguito della segnalazione del decesso di una signora sottoposta a taglio cesareo, da una commissione composta da ispettori ministeriali. La visita ha interessato la casa di Cura Villa Pia e successivamente l’azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini. Nel documento - spiega ancora il comunicato del ministero della Salute - si provvede a descrivere l’evento e a contestualizzarlo nei rapporti intercorrenti tra la struttura in esame e il Dea dell’azienda ospedaliera San Camillo-Forlanini in materia di trasferimento di casi in emergenza-urgenza».

Ecco i problemi messi in evidenza dagli ispettori. «Sono state riscontrate criticità in materia di: gestione della gravidanza, appropriatezza nella scelta della struttura, aderenza alle raccomandazioni ministeriali per la prevenzione del decesso materno o malattia grave correlata al travaglio e/o parto, appropriatezza della procedura taglio cesareo nella struttura, procedure in particolare per la gestione delle emergenze, completezza ed accuratezza della documentazione clinica, comunicazione ai familiari, presa in carico dei pazienti».

Insomma, un disastro. Che conferma i racconti del marito della donna morta dopo aver fatto nascere i gemelli. Tiziana, che, come spiega la relazione, soffriva di anemia e di obesità e aveva già due tagli cesarei pregressi, non doveva partorire in quella struttura che non aveva i requisiti necessari per un parto del genere.

Il documento consegnato al ministro, inoltre, avanza «proposte di miglioramento e interventi correttivi regionali riguardanti: la necessità di una verifica formale del possesso dei requisiti minimi di cui al Decreto del presidente della Repubblica 14 gennaio 1997 da parte della Casa di cura Villa Pia, la revisione dei criteri di accreditamento regionale, il monitoraggio dei requisiti di accreditamento delle strutture pubbliche e private della regione, la verifica dell’appropriatezza dei ricoveri nelle strutture pubbliche e private, la verifica dell’appropriatezza dei trasferimenti verso strutture di 2° livello, l’attuazione di quanto previsto dall’Intesa Stato-Regioni del 20 marzo 2008 sulla sicurezza delle cure, la razionalizzazione dei punti nascita, alla luce dell’appropriatezza clinica e organizzativa, per volumi di attività, requisiti professionali, requisiti strutturali e requisiti organizzativi, iniziative per contrastare il ricorso inappropriato alla procedura del taglio cesareo».

Alcuni di questi criteri dovevano già essere stati controllati. Lo stesso Piano di rientro elaborato dal governo con l’allora commissario Marrazzo prevedeva di controllare gli accreditamenti, trasformando quelli adeguati: da provvisori a definitivi. Ma la legislatura è finita senza che si siano mai realizzati questi interventi, che adesso dovranno essere riconsiderati dalla Polverini, che una decina di giorni fa è diventata commissario di governo per la sanità del Lazio.

Il documento stilato dagli ispettori del ministero della Salute, infine, suggerisce che la struttura interessata adotti adeguati correttivi per raggiungere i requisiti previsti. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  15.5.10 in edicola

L’EDITORIALE DI MARIO SECHI- Braille News 8.5.10

LA CASA DEGLI ERRORI

 

Claudio Scajola si è dimesso. È la seconda volta che prende una decisione così grave mentre svolge il lavoro di ministro della Repubblica. Capisco il suo sconforto, ma un politico deve lasciare quando la situazione diventa un problema per le istituzioni. Avevo auspicato un passo indietro da parte del ministro. Ha fatto la cosa giusta. La prima da quando è cominciata la saga sull’acquisto della casa con vista sul Colosseo. E ora potrà difendersi meglio. Quando Silvio Berlusconi dice «abbiamo perso un bravo ministro», non usa parole di circostanza. Scajola nel suo lavoro ha messo energia e passione. Dovrà porne altrettanta per fugare ogni dubbio e restare a testa alta in Parlamento. In questa storia sono stati commessi molti passi falsi. Si è costruita una «Casa degli errori» che va rasa al suolo subito. Il Pdl deve ritrovare se stesso perché il tam tam delle redazioni dice che siamo all’inizio di un tour de force giudiziario in cui si dovrà distinguere ciò che va conservato da ciò che va isolato e tagliato di netto. Quando un consigliere comunale di Milano fu pizzicato con le mani nella marmellata, Silvio Berlusconi si infuriò e disse a chiare lettere che il partito doveva vigilare e mettere mano alla selezione della classe dirigente. Il Cavaliere sa bene che il cittadino non perdona simili comportamenti. Le angherie subite nella Prima Repubblica non si possono più replicare nella Seconda e l’opinione pubblica oggi è attenta e sanziona con il voto al di là di ogni steccato ideologico.

La vicenda Scajola è un gong robusto. Ma non è l’unico e al centro e in periferia i segnali sulla necessità di un cambio di passo nella gestione del personale politico si moltiplicano. A Roma la magistratura ha bussato alla porta del Campidoglio per notificare due avvisi di garanzia a un ex assessore della giunta Veltroni (Roberto Morassut) e all’attuale titolare dell’Urbanistica (Marco Corsini). Sono accusati di concorso in corruzione per aver favorito una società che ha in appalto la gestione delle pratiche del condono edilizio. Sono accuse che ovviamente vanno provate e fino a prova contraria per tutti vale la presunzione di innocenza.

In cronaca però per ora restano ventiquattrore da dimenticare per la politica all’ombra del Cupolone. Mentre Scajola si dimetteva e in Campidoglio si consegnavano plichi giudiziari, un esponente del Pdl, il senatore Giuseppe Ciarrapico veniva indagato per truffa ai danni dello Stato e gli venivano sequestrati beni per venti milioni di euro. Scajola non è neppure indagato, Corsini e Morassut si dichiarano sereni e fiduciosi nella magistratura, Ciarrapico dice che si tratta di «un’indagine dormiente guarda caso ritirata fuori per aumentare i rumors giudiziari a carico del Pdl. Chi più ne ha più ne metta». Il problema è che non bisogna scambiare la politica per un processo. Quando la magistratura agisce, l’agenda del Palazzo - qualunque esso sia - cambia le priorità e i programmi previsti fino a quel momento. Sarebbe sbagliato farsi prendere dalla sindrome d’accerchiamento, ma sarebbe un peccato di superbia pensare di potersela sbrigare con le frasi di rito e non spiegare ai cittadini che cosa sta succedendo. Mai come in questi casi la comunicazione è fondamentale. E quello di Scajola è un ottimo caso per non compiere gli stessi svarioni. Il ministro quando è scoppiata l’inchiesta ha risposto prima negando decisamente e parlando di «processo mediatico», poi di fronte all’onda montante e a una serie di contestazioni sempre più millimetriche ha accennato un’autodifesa scomposta con un paio di interviste che hanno peggiorato la situazione. In questi frangenti tacere non si può, ma neppure dare fiato alle trombe senza avere davanti uno spartito coerente, chiaro e credibile. I cittadini giudicano prima dei tribunali, si fanno idee cristalline sui comportamenti dei politici e raramente si sbagliano. La storia dei processi di Berlusconi sta lì a dimostrarlo. Il Cavaliere è stato sottoposto in questi sedici anni ad attacchi concentrici che puntavano non a stabilire la sua colpevolezza, ma a fiaccarlo e farlo fuori politicamente. Gli elettori non hanno atteso i dibattimenti per esprimere il loro giudizio e con il voto hanno dato a Berlusconi la fiducia per andare avanti, hanno riconosciuto la strumentalità e l’origine politica delle inchieste. Silvio governa perché è credibile. Non possiamo però applicare questo schema al resto della classe dirigente del Pdl. La storia politica di Berlusconi non è clonabile e quando i prossimi dossier giudiziari pioveranno in cronaca non sarà sufficiente fare quadrato. Ci sono inchieste che hanno natura politica e si riconoscono lontano un miglio, solitamente hanno migliaia di pagine di teoremi e poche prove. Ma esistono anche indagini robuste, che poggiano sui fatti, delle quali bisogna tenere conto per articolare risposte politiche credibili e autorevoli. Non siamo di fronte a una nuova tangentopoli, quel sistema è finito in archivio con il tramonto della Prima Repubblica, ma la corruzione non è finita, è un fenomeno persistente nella storia e va combattuto con le armi della giustizia ma soprattutto della politica.

Questo governo ha fatto moltissimo nella lotta alla criminalità organizzata, il ministro degli Interni Roberto Maroni si è distinto per tatto e polso istituzionale. È giunta l’ora di dare un segnale anche sul versante dei comportamenti della classe politica e non solo. Non bisogna cedere alla cultura del sospetto, ma neppure far passare l’idea - sbagliata - di una maggioranza o di un intero Parlamento travolto dalla questione morale. La politica ha degli anticorpi molto forti e strumenti eccezionali per combattere questi fenomeni. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  8.5.10 in edicola

 

FINI COMINCIA  LA BATTAGLIA DI TERRA- Braille News 8.5.10

 

E ora si fa sul serio. Finora sono state schermaglie, tatticismi, provocazioni. Controllo delle forze nemiche e dispiegamento di truppe, insomma, tanto per utilizzare la metafora militare. E, per rimanere in tema, ora sta iniziando la battaglia sul campo, quella vera, sul terreno. Tocca alle truppe di terra. Domani Generazione Italia, la componente di Gianfranco Fini, aprirà le iscrizioni. Saranno solo on line, previo versamento esclusivamente con carta di credito. «Altrimenti non sarebbe una cosa seria», fanno sapere gli uomini vicini al presidente della Camera.

L’adesione può essere singola, cioè a titolo personale. Oppure con un gruppo di dieci persone si può creare un circolo d’ambiente (ovvero per area geografica) o tematico. Il circolo Generazione Italia dei camionisti, dei tabaccai, degli architetti e via discorrendo. Lo schema, inutile nasconderlo, assomiglia molto alla prima Alleanza nazionale. Saranno nominati i coordinatori regionali e quindi quelli provinciali. Non è solo una novità organizzativa. È un vero e proprio salto di qualità nella battaglia interna al Pdl. Finora è stata guerra aerea, ora si va al corpo a corpo. Che si stesse arrivando a questo deciso cambio lo si era capito già domenica scorsa, quando Ignazio La Russa ha riunito i suoi in Lombardia per serrare le fila lanciando il suo movimento con la chiara indicazione «di destra». E Maurizio Gasparri si prepara a un giro per l’Italia come se fosse in campagna elettorale: tappa clou il 16 a Palermo, mille persone in un teatro. E non è un caso perché è in Sicilia che si è già consumato lo strappo, il Pdl di marca finiana è ora al governo e sono possibili passaggi di casacca.

Dunque, si parte. La seconda fase della corrente finiana sta per partire. Ammette Italo Bocchino, il braccio armato dei finiani: «Abbiamo avuto solo lunedì 93.500 accessi unici al sito, siamo diventati il primo sito web per citazioni sui giornali e tra quelli politici uno dei più cliccati. E abbiamo aperto da appena un mese».

Ora si cambia pelle. Una quindicina di parlamentari si occuperanno del board dell’associazione Generazione Italia, già circa 600 amministratori locali (tra assessori e consiglieri) hanno aderito. Si punta ad arrivare a quota mille e poi ci sarà la prima convention nazionale a Roma, probabilmente a giugno.

Il punto debole restano però i quadri intermedi, i consiglieri regionali per esempio. Dei 118 ex An circa 100 hanno già firmato con Berlusconi, solo una quindicina si è apertamente schierata con Fini. in compenso sarebbero già arrivati due big di Forza Italia, ma nessuno tra i finiani vuole confermarlo. Il più alto in carica è il vicepresidente dell’Abruzzo e assessore allo Sviluppo Economico, Alfredo Castiglione. «Aspettiamo la formazione delle giunte nelle tredici Regioni dove si è votato - insiste Bocchino -. Per ora è normale che in tanti stanno a guardare ma subito dopo la partita non sarà più falsata e allora saremo tutti ad armi pari».

Nella campagna acquisti si impegnerà direttamente Gianfranco Fini. Che andrà sul campo. Toccherà sicuramente quattro regioni: Sicilia, Puglia, Lombardia e Campania, oltre al Lazio visto che ospiterà il raduno finale. Ma in calendario potrebbero essere inserite altre tappe. Insomma, il presidente della Camera non resterà a guarda ma metterà anche lui l’elemetto.

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SCAJOLA LASCIA E AMMETTE «SONO STATO SUPERFICIALE»- Braille News 8.5.10

 

L’immagine del giorno è Claudio Scajola che sale lo scalone centrale del palazzo disegnato da Piacentini. Passa davanti alla grande vetrata di Sironi che domina la sede del ministero dello Sviluppo Economico e prende il braccio di scale di destra che porta dritto al suo ufficio. Scajola non è affranto, è sollevato. Rasserenato. Attorno a sé i suoi fedelissimi. Abrignani, Orsini, Scandroglio, si rivede Lauro. La neoconsigliera regionale Santini. Ci sono i figli e pochi altri. Ecco, sollevato. Come un uomo che sente di aver fatto quello che doveva fare. E ha deciso da solo, al massimo con pochi intimi. La conferenza stampa convocata ad horas è appena terminata nel parlamentino del palazzo al pian terreno e non alla sala degli Arazzi al primo piano, la sala di rappresentanza del ministero, perché tutto è stato organizzato troppo in fretta, con un sussulto della notte. Scajola arriva nel suo ufficio, si siede nella poltrona dietro la scrivania, tira un sospiro: «Volevano le dimissioni? E gliel’ho date. Volevano chiarezza? E gliel’ho data. Ora sono io che voglio andare fino in fondo, sono io che voglio tutta la chiarezza del mondo, sono libero di potermi difendere». E che cosa aveva detto poco prima? Nell’incontro con i giornalisti si difende dal caso dell’appartamento vista Colosseo che secondo i pm sarebbe stata pagata 600mila euro dall’ormai ex ministro e per 900mila euro in nero dall’architetto Zampolini con soldi del costruttore romano Anemone. Scajola non ci sta: «Non posso avere il sospetto di abitare una casa non pagata da me». Poi aggiunge: «Per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni». Quindi entra nel merito delle accuse: «Non potrei mai abitare in una casa comprata con i soldi di altri». Quindi si mantiene sul filo: «Se dovessi acclarare che la mia abitazione fosse stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per l’annullamento del contratto». Ma le questioni legate all’inchiesta sembrano andare in secondo piano. Prevale l’esigenza di difendere sé stesso, la sua onorabilità, il suo nome. E soprattutto lo stile. «Ecco, mi sono dimesso. Quanti lo fanno?», insiste con i suoi collaboratori l’ex titolare dello Sviluppo Economico mentre resta nel pomeriggio in ufficio a firmare gli ultimi documenti, i dossier ancora aperti e preparare la successione a chi verrà. C’è poi un capitolo a parte. E cioè riguarda un passaggio della conferenza stampa dichiara la solidarietà anche di Berlusconi. Ma fino a quel momento i due non si erano ancora incontrati seppure s’era diffusa la voce di un appuntamento in mattinata. Premier e ministro si vedranno soltanto dopo pranzo e solo allora il Cavaliere gli tributa un «Oggi si è dimesso un ministro molto capace».

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CORSINI INDAGATO LA GIUNTA DI ROMA TREMA - Braille News 8.5.10

 

Una corruzione «bipartisan» e continuata negli anni. Cinque, per la precisione. Sopravvissuta al cambio di colore dell’amministrazione comunale. Questo, secondo l’accusa, il quadro che emerge dall’inchiesta che vede coinvolti due assessori all’urbanistica del Campidoglio, Roberto Morassut, del Partito democratico, e Marco Corsini, del Popolo della libertà. Il primo due volte in carica con Veltroni, il secondo salito sul Colle capitolino con Alemanno. L’imputazione è un film già visto: i due avrebbero garantito il rinnovo di pingui appalti a una società (la «Gemma Spa») in cambio di favori. Contro Morassut è ipotizzato il reato di corruzione. Contro Corsini anche quello di concussione. Quest’ultimo ha presentato al sindaco le dimissioni. Subito respinte: «Ho letto l’avviso di garanzia. Trovo del tutto infondati gli addebiti attribuiti a Corsini, e la stessa cosa vale per Morassut. Sono convinto che tutto sarà archiviato in breve tempo. Abbiamo ereditato una gestione complicata per quanto riguarda Gemma e stiamo cercando di risolvere i problemi. Ho respinto le dimissioni di Corsini perché reputo abbia agito sempre correttamente», ha dichiarato risoluto il primo cittadino. Ma vediamo nei dettagli che cosa ha accertato l’indagine condotta dai pm della procura romana Sergio Colaiocco e Delia Cardia. Per conto del Campidoglio la Gemma si occupa di riorganizzare, informatizzare e accelerare le operazioni di condono edilizio. I due magistrati, che hanno indagato pure il presidente e l’amministratore delegato della società, Renzo Rubeo e Roberto Liguori, sostengono che tra il novembre 2005 e il febbraio 2008 Morassut avrebbe rinegoziato a favore della Spa un contratto d’appalto in cambio «dell’assunzione di quattro persone che, in assenza di titolo, hanno effettuato prestazioni nel suo staff retribuite dalla Gemma per un totale di circa 500 mila euro». Un «giochetto» che Corsini avrebbe pedissequamente fotocopiato. Infatti, dal gennaio dello scorso anno fino a oggi, l’assessore all’urbanistica di Alemanno avrebbe accettato dal presidente e dall’ad della Gemma «indebite utilità, quali, tra l’altro, le prestazioni d’opera di personale illegittimamente in servizio presso la sua segreteria», si legge nel capo d’imputazione. Un «piacere» ricambiato, anche in questo caso, con appalti. E, in particolare, con «l’aumento del corrispettivo dell’appalto oltre il quinto previsto dalla legge», cioè 48 milioni «a fronte di un aumento massimo» consentito di 18. E poi con la proroga «in violazione di legge e del contratto stipulato tra le parti nell’agosto 2006, dell’appalto di 24 mesi, la liquidazione dei Sal (stato di avanzamento dei lavori ndr) in violazione dell’articolo 118 del codice dei contratti». Non solo. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  8.5.10 in edicola

 

TRA PINCIO E NUOVO PRG DUE ANNI DI GRATTACAPI- Braille News 8.5.10

 

La Polizia giudiziaria si è presentata a metà mattinata negli uffici in via del Turismo. Una «visita» forse attesa da Marco Corsini, alla guida di uno dei dipartimenti più delicati della Capitale. A metà marzo aveva avuto un incontro in Procura sulla vicenda che lo vede ora indagato. Milanese, 52 anni, la nomina di Corsini ad assessore è stata una delle «sorprese» della giunta Alemanno. Vicino a Forza Italia, è sempre stato considerato un «tecnico» venuto da Milano, anzi da Venezia, dove dal 2000 al 2005 è stato assessore ai Lavori pubblici. Elegante nell’accento così come nella forma, l’ex procuratore dell’Avvocatura di Stato vanta un curriculum di tutto rispetto. Laureato in Giurisprudenza, nel 1981 vince il concorso presso l’Avvocatura di Stato ed è asssegnato come Procuratore distrettuale di Milano. Nel 1984 si trasferisce a Roma dove vince il concorso di secondo grado e assume la nomina di Avvocato dello Stato. Fra il 1994 e il 1996 è a capo dell’Ufficio Legale dell’Ente Poste Italiane. Fino al 2000 è capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero dei Lavori Pubblici. Dal maggio 2000 all’aprile 2005 è assessore ai Lavori pubblici e agli affari legali del Comune di Venezia, chiamato come tecnico dal sindaco Paolo Costa. Nel 2003 e nel 2004 è consulente del Comune di Milano per la ristrutturazione e restauro del teatro alla Scala di Milano. È dal 2005 Consulente giuridico, con i poteri della protezione civile – del Passante di Mestre. Viene nominato dal Ministro per i Beni Culturali membro della Commissione che opera dal dicembre 2006 all’aprile 2007 per lo studio delle problematiche legate alla costruzione del Nuovo Palazzo del Cinema di Venezia. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  8.5.10 in edicola



L’EDITORIALE SFINITI DA FINI Braille News 1.5.10

 

Alleanza nazionale fu il progetto di un gruppo di uomini di frontiera della destra italiana. Tra loro c’era un signore pugliese, si chiamava Pinuccio Tatarella e passò alla storia come «il ministro dell’armonia». Fu lui a sostenere Gianfranco Fini come segretario del Msi e fu sempre lui a guidare il partito verso «la svolta di Fiuggi». Tatarella è l’uomo politico di cui avrebbe tanto bisogno oggi Fini per dare un senso alle sue mosse che appaiono sempre più senza meta. La riunione del Presidente della Camera con i suoi fedelissimi, proprio nella sala di Montecitorio intitolata a Tatarella, ha avuto esiti curiosi: le truppe di Gianfranco si sono divise e la sintesi è quella del titolo d’apertura del nostro giornale: sfiniti da Fini. Il generale di un esercito che non obbedisce ciecamente ai suoi ordini, ma critica, dissente, non vuole scendere in guerra per conquistare una terra di mezzo di cui non si intravedono i confini. Amedeo Laboccetta, uomo di destra, saluta e arrivederci. Nicola Cristaldi mette nero su bianco che la sua «politica è un’altra cosa». Roberto Menia esprime a chiare lettere i suoi dubbi sulla strategia. Antonio Mazzocchi, leader dei cristiano-riformisti non segue l’avventura. Italo Bocchino, alfiere del finismo, è sotto il tiro dei compagni di viaggio e ha pronta la lettera di dimissioni da vice capogruppo. Il lavoro di Alessandro Campi, l’ideologo della corrente, è in discussione e Menia ha chiosato il suo ruolo di «libero pensatore» con un sarcastico «non gli ha ordinato il medico di rispondere alle interviste di Repubblica...». Più che una corrente è una babele.

A questo punto ci chiediamo: cosa significa essere finiani? Per un uomo politico che viene dalla cultura della destra italiana vuol dire rinunciare a buona parte della propria identità. Il triangolo Dio, Patria, Famiglia nell’elaborazione offerta da Fini, esce sfigurato irrimediabilmente.

Vediamo come. Dio. Fini non ha speso una parola per difendere il Pontefice dagli attacchi sui casi di pedofilia nella Chiesa. Il Papa che per primo ha denunciato «la sporcizia nella Chiesa» non ha meritato un cenno di solidarietà da parte della terza carica dello Stato. Un silenzio non dettato solo dalla prudenza di un politico che si muove con circospezione, ma dal fatto che Fini è culturalmente distante dal laico che dà a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Fini non ha avuto esitazioni nel denunciare l’atteggiamento mite della Chiesa sulle leggi razziali nel 1938, ma oggi di fronte a una Chiesa sotto attacco e alla comunità dei cattolici presa a schiaffi dai laicisti, egli tace. Patria. Fini immagina una nazione multietnica, con la cittadinanza breve e il voto per gli immigrati. Qui si pone un problema di identità della nazione i cui cardini per la destra sono ben altri. Attenzione, non sostengo che ci si debba aggrappare ad anacronistici ideali, ma la realtà italiana non può essere scambiata con quella della Francia. La nostra storia coloniale fu un disastro di breve durata e non ci fu alcun progetto di integrazione delle altre popolazioni, semmai di sola sottomissione. Il modello francese di assimilazione - per altro dagli esiti discutibili se non fallimentari - non è ipotizzabile per l’Italia, ma Fini ha deciso in splendida solitudine che la destra italiana dovesse percorrere una strada simile ma senza il giacobinismo culturale dei francesi. Il risultato del dibattito innescato da Fini in questi mesi è desolante perché non è riuscito nemmeno a chiarire con nettezza che «il diritto alla differenza» dello straniero deve accompagnarsi alla consapevolezza civica.

Famiglia. Il tema della Patria e della sua identità s’accompagna a quello della natalità e del carattere nazionale. Anche qui le parole di Fini sono una spia precisa del suo pensiero. Il presidente della Camera non pone al centro del dibattito una soluzione per incoraggiare gli italiani a diventare padri e madri e guardare al futuro con fiducia ma, commentando il 23 marzo scorso i dati del Centro internazionale studi per la famiglia, coglie la palla al volo per spiegare che «senza gli immigrati saremmo in una condizione da allarme rosso e saremmo molto più bassi della media dei Paesi occidentali che sono agli ultimi posti». Non si pone la questione su cosa sia oggi la famiglia italiana, come si possa e debba conservare (sì, proprio conservare) e rilanciare il carattere nazionale partendo dagli italiani e dall’italianità. Qualcuno dirà che questo «dna nazionale» non esiste e semmai ce ne fosse stato uno, ha prodotto solo esempi negativi tipo il «così fan tutti» o la figura del «mammone opportunista» lanciata dai film di Alberto Sordi negli anni Cinquanta. La destra italiana però non ha mai abbracciato questa autobiografia della nazione. Basta leggere cosa scriveva Indro Montanelli sul Giornale che definiva l’Albertone nazionale «grasso, gradasso, furbastro, lazzarone e renitente alla leva. Di questa Italia "mammona" la Dc è la perfetta interprete». Erano i tempi in cui Montanelli non era l’idolo della sinistra, ma l’uomo che incarnava più e meglio di tutti la destra italiana.

Su tutti questi temi il finismo ha gettato un colpo di spugna micidiale. Un autorevole esponente del Pdl, uno che ha trascorso la sua vita politica vicino a Fini, l’altro giorno allargava le braccia e mi diceva: «Ha fatto tutto da solo, non si è consultato con nessuno di noi». Nessun dibattito. Paradossalmente ciò che lui rimprovera oggi a un fin troppo morbido Berlusconi. Gli ex compagni di viaggio in un partito, prima il Msi e poi Alleanza nazionale che - a torto o a ragione - su quei tre pilastri aveva costruito la sua storia e identità, sono diventati zavorra ideologica. Fini ha picconato quel bagaglio culturale con tenacia, senza pensare alle conseguenze: l’allontanamento della sua figura di leader dal suo elettorato, da quella che nei partiti del Novecento veniva chiamata «base». Tatarella, l’uomo che sul sito web della Fondazione a lui intitolata Fini con nostalgia ricorda come «il figlio di un umile ciabattino, diventato vicepresidente del Consiglio, che trascorre la sua prima giornata, giocando a carte in un bar della Bari vecchia», avrebbe osservato le mosse di Gianfranco con grande preoccupazione. Solo tattica, niente strategia. Pinuccio, ribattezzato da Le Monde «le renard», la volpe, avrebbe consigliato non la costituzione di una corrente, ma il lavoro diplomatico per arrivare al suo progetto finale che è divenuto testamento ed eredità politica: «Voglio portare il Polo oltre il Polo». La fusione di Alleanza nazionale e di Forza Italia è una tappa di quell’idea che a Fini oggi «non piace». Costruire qualcosa non significa demolirla e neppure «vivere da separati in casa» come si dice oggi dalle parti dei finiani.

Attenzione, i divorzi costano.

MARIO SECHI

 

MA SILVIO PENSA SOLO ALLE RIFORME Braille News 1.5.10

Alla finestra a guardare. La lettera di dimissioni di Italo Bocchino che arriva sulla scrivania del capogruppo alla Camera. L’intervista di Gianfranco Fini a Ballarò. Le acque agitate in cui continua a navigare il Pdl. Già, perché se il rapporto tra i due fondatori del Popolo della libertà, molto lentamente, si sta assestando (per lo meno questo è il desiderio del presidente della Camera), l’impressione è che la maggioranza resti sulle montagne russe. Il premier, resta un altro giorno ad Arcore, rinviando a questa mattina il rientro nella Capitale. E lavora su come uscire dall’empasse. Il premier vuole lavorare sui prossimi impegni del governo, tenendo però un occhio fisso alla questione Fini e finiani.

Raccontano alcuni fedelissimi del Cavaliere che l’atteggiamento tenuto negli ultimi giorni dal presidente della Camera non agevola di certo il Cavaliere. Tenere i toni bassi, tentare di ricucire il più possibile, andare in televisione a spiegare agli italiani quello che è successo, sgombrando il campo da tutti i dubbi di slealtà e tradimento sulla sua persona. Ecco tutto questo, spiegano, non fa che confondere ancora di più le cose. Sarebbe molto meglio se Fini facesse uscire la sua parte ribelle, quella vista giovedì scorso durante la Direzione nazionale del partito. Ed invece nulla di tutto questo. Berlusconi starebbe ragionando con i suoi su come procedere, anche perché i sondaggi parlano chiaro, con la Lega che cresce nei suoi consensi a scapito proprio del Pdl.

A dirgli delle dimissioni di Bocchino, è stato proprio il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, aggiornandolo anche su tutti gli sviluppi del caso. Ora il Cavaliere avrà l’ultima parola sulla vicenda, consapevole che la conta, a questo punto, si è spostata in Parlamento, nel gruppo del partito di maggioranza. Fosse per lui, forse, le dimissioni sarebbero accettate seduta stante. Potesse seguire solo il suo istinto, Berlusconi sfilerebbe senza ripensamenti la sedia di vice capogruppo vicario a Italo Bocchino. C’è da dire però che tutta la vicenda annoia il presidente del Consiglio ancora più che irritarlo: perché - spiegano dalla maggioranza - è una di quelle liturgie di "politica politicante" che gli scatena una vera e propria reazione allergica. A questo si aggiunga che è anche l’ennesimo segnale "negativo" che arriva dai "finiani" mentre il presidente della Camera, apparizione tv dopo apparizione tv, ammorbidisce appunto le distanze. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  1.5.10 in edicola

  

IL POPOLO DELLA LITE Braille News 1.5.10

 

Hanno obbedito alla «consegna del silenzio» dopo il pasticcio della mancata presentazione della lista Pdl di Roma e Provincia, «che ha prodotto un danno poltitico e generazionale enorme», si sono allineati alle direttive del premier Berlusconi, «adottando» un candidato della lista civica Polverini. Hanno persino atteso, speranzosi, le trattative per la formazione della giunta regionale e, infine, la prima riunione «dopo tantissimo tempo» del coordinamento romano, dove in molti si aspettavano dimissioni e chiarimenti che non sono arrivati. Inevitabile dunque che ai sette «dissidenti» del Pdl che hanno creato il gruppo «Laboratorio Roma» si stiano aggiungendo altre importanti voci. «Non siamo una corrente», si affrettano a chiarire, in un momento in cui solo pronunciare quella parola sembra far tremare i polsi, i consiglieri capitolini, Aurigemma, Quarzo, Todini, Fioretti, Angelini, Vannini alla conferenza di ieri, alla quale hanno partecipato anche il senatore Stefano De Lillo, i consiglieri regionali uscenti (e tra gli esclusi della famigerata lista) Nicola Palombi e Donato Robilotta. Virtualmente presenti anche Aiuti, Saraceni, Celori, Maselli, Luzzi, Mazzocchi.

«Parliamo oggi, perché non ci è stato permesso farlo all’interno del coordinamento romano», spiegano. E parlano. «Nell’augurare il miglior lavoro possibile alla Presidente Polverini e alla sua giunta, vogliamo denunciare la mancata attuazione da parte degli esponenti locali del partito degli impegni assunti dal presidente Berlusconi, cui certamente va il merito della vittoria». Non ne fanno una questione di «poltrone» ma di metodo e di merito politico. E non solo nella gestione della formazione della giunta regionale ma anche, o soprattutto, nel danno continuo e profondo nella gestione della politica capitolina. E a chi cerca l’alibi nel capogruppo comunale del Pdl Rossin, replica un decano dell’aula. «Rossin ha già il suo bel da fare con i 36 consiglieri - spiega Fioretti - non è mai accaduto che il capogruppo dovesse fare le veci di un partito che non c’è».

Ecco il punto. «Il partito non c’è, non si riunisce, non detta una linea ai consiglieri, tra i quali molti alla prima esperienza istituzionale - dicono i «dissidenti» - non esprime pareri su presente e futuro della città, come ad esempio il delicato problema del bilancio, la sfida della riforma di Roma Capitale, il rilancio delle periferie». La conseguenza va ben oltre un posto in giunta o in una delle società regionali. Alemanno e la maggioranza in Campidoglio sono lasciati soli.

Per questo la proposta (che sa di ultimatum se letta in "politichese") è quella del commissariamento temporaneo e dei congressi. Una proposta, non solo e non più del gruppo Laboratorio Roma, ma anche di esponenti influenti della politica romana, come i De Lillo e i Gramazio. È Robilotta poi ad annunciare che il il gruppo chiederà a Berlusconi «un incontro sulla vicenda del partito romano e laziale. Leggi tutto l’articolo su Braille News del  1.5.10 in edicola



L’EDITORIALE DI MARIO SECHI -BRAILLE NEWS 24.4.10

IL NATALE DI ROMA DIVENTA TRAGEDIA

 

Una mamma muore all’ospedale mentre dà alla luce due gemelli. Due ragazzine in gita scolastica finiscono sepolte da una pioggia di macigni. C’è un filo tagliente che lega le storie della trentacinquenne Tiziana Tumminaro e delle quattordicenni Sara Panuccio e Francesca Colonnello. Donne. Romane. Tiziana, moltiplicatrice di amore e di vita. Sara e Francesca, boccioli di speranza e gioia. Vite spezzate. Al loro cospetto tutto diventa piccolo e banale, le schermaglie quotidiane della politica, le divisioni del Paese arretrano di fronte alla morte che veste i panni dell’assurdo. Noi tutti, ci poniamo una sola domanda: «Perché?». Possibile che sia solo il frutto amaro della fatalità? O ci sono stati errori e omissioni? Morire così no, non è possibile. Tiziana doveva donare la vita e ha trovato la morte. Sara e Francesca cercavano raggi di sole e hanno trovato il buio totale. Penso ai genitori. Niente potrà mai dare loro consolazione. Noi però abbiamo il dovere civile di chiedere, ancora, chiarezza, limpidezza, verità Il fato brucia le esistenze, ma sappiamo che l’incuria dell’uomo può aiutarlo nella sua macabra mietitura. L’Italia è un Paese meraviglioso, ma questa sua bellezza ci fa spesso dimenticare che siamo una terra con un alto rischio idrogeologico. Siamo tra i primi al mondo per numero di frane. Secondo un censimento del dipartimento della Protezione civile, dal 1918 al 1994 in Italia ci sono state 32 mila frane, hanno interessato 21 mila località, provocato quasi seimila morti e ogni anno producono due miliardi di euro di danni. Snocciolare queste cifre aride e spietate aiuta a capire di cosa stiamo parlando. E a mettere nella giusta cornice quel che è accaduto a Ventotene. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 24.4.10 in edicola

 

IL PDL LITIGA, ROMA PAGA– BRAILLE NEWS 24.4.10

 

Se c’è una città che non può permettersi il prezzo di una rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, è proprio Roma. E se c’è una regione, è il Lazio. Ciò spiega anche perché molti mediatori siano tra i capi della politica e dell’amministrazione romana, a cominciare da Gianni Alemanno. Il sindaco, in verità, finiano non è mai stato, neppure quando tra il premier ed il presidente della Camera le cose filavano lisce. Massimo riferimento dell’ala sociale e post-rautiana di An, Alemanno nel 2001-2006 fu un ministro dell’Agricoltura autonomo rispetto a Fini ed a quelli che allora, nel governo, erano considerati i suoi colonnelli, da Maurizio Gasparri ad Altero Matteoli ad Adolfo Urso. Questo ha permesso ad Alemanno di conquistare il Campidoglio, in coincidenza della vittoria di Berlusconi alle politiche 2008, senza dover pagare pedaggio a Fini. E questo mette ora il sindaco nella condizione di proporsi più liberamente come pontiere.

Su scala ridotta, visto che si affaccia adesso alla ribalta politica, stesso discorso si può fare per Renata Polverini. Candidata da Fini alle Regionali, quasi imposta al Cavaliere che le avrebbe preferito l’imprenditrice Luisa Todini, la Polverini è stata poi piantata dal presidente della Camera nel momento più difficile della campagna elettorale. Ed è stata trascinata alla vittoria da Berlusconi e dall’apparato alemanniano, anch’esso inizialmente tiepido. Il sindaco ha ereditato dalla sinistra un debito certificato dalla Ragioneria dello Stato all’aprile 2008 in 9,7 miliardi, tra passivi finanziari ed impegni programmati. Altri uno-due miliardi sarebbero frutto di contenziosi persi o quasi. Un ulteriore miliardo e mezzo sono gli oneri finanziari sulla contabilità corrente. In questa situazione non solo non si mantengono gli impegni elettorali, ma non si governa neppure l’ordinaria amministrazione; figuriamoci una capitale.

Giulio Tremonti, che già da prima le elezioni aveva ricucito i rapporti con Alemanno, ha consentito un’operazione che trasforma il pregresso in una sorta di "bad bank", liberando la gestione ordinaria, aggiungendovi nel 2009 una dote di 500 milioni annui, insufficienti a pagare i fornitori e le rate dei muti (565 milioni). Dal 2010, con il federalismo fiscale, Roma riceverà dallo Stato i beni demaniali che dovrà valorizzare. Non solo caserme e depositi Atac, ma terreni e beni paesaggistici da sfruttare con un giusto equilibrio tra ambiente e sviluppo. Quanto alla Regione, anch’essa commissariata, il debito sanitario è egualmente di 10 miliardi, dei quali la Polverini dovrà rinegoziare il rientro oggi triennale.

In questa situazione gli ultimi dati del ministero dell’Economia in vista dell’attuazione – a giugno – dell’autonomia impositiva degli enti locali rivelano che il Lazio è sorprendentemente una regione virtuosa: copre con imposte proprie (addizionali Irpef e Irap, e tasse universitarie) il 49,5 per cento della spesa pubblica, oltre quattro punti in più della media nazionale, un po’ sotto a Lombardia, Veneto e Piemonte, ma molto meglio di Toscana, Emilia e soprattutto Umbria (29,6) portate ad esempio di buona amministrazione. Se il federalismo partirà avendo come benchmark, cioè riferimento, la situazione esistente – la media di copertura è il 45,6 per cento –, come dote l’attribuzione del demanio, e se come pare Tremonti lascerà a comuni e regioni mani più libere nell’imporre e ridurre tasse e ritagliarsi una fetta di Iva, Alemanno e la Polverini avranno una grande opportunità, anche per mostrare quanto valgono come amministratori.

I calcoli ministeriali evidenziano che già ora, senza dismettere caserme e terreni, il Lazio potrebbe ridurre le tasse di 90 milioni l’anno Leggi tutto l’articolo su Braille News del 24.4.10 in edicola

 

MARLOWE MA LA CORRENTE DI FINI PUÒ SERVIRE– BRAILLE NEWS 24.4.10

 

Non condivido né i tempi né i modi dell’offensiva condotta da Gianfranco Fini contro Silvio Berlusconi, ma neppure i toni liquidatori con i quali si grida allo scandalo, o si lanciano allarmi contro il dissenso che il presidente della Camera, abbandonata l’idea provocatoria e velleitaria dei gruppi parlamentari autonomi, ha rivendicato il diritto di organizzare nel partito che ha contribuito a fondare l’anno scorso con il presidente del Consiglio. Le degenerazioni alle quali si sono certamente prestate le correnti dei partiti della cosiddetta Prima Repubblica, a cominciare dalla Dc, non possono essere invocate a giustificazione di un loro rifiuto pregiudiziale in un movimento politico quale sicuramente è il Popolo della Libertà, pur con tutte le sue originalità. Fra le quali spicca la leadership carismatica ed elettoralmente consolidata del Cavaliere, cresciuta a dispetto o forse anche a causa del livore dei suoi avversari, politici o d’altro tipo. Mi sembra che a rimetterci di più in questa strana partita esplosa nel Pdl dopo il successo nelle elezioni regionali di fine marzo sia non Berlusconi ma Fini. Che da co-fondatore del partito, come viene orgogliosamente indicato ma a volte anche brandito dai suoi sostenitori, preferisce diventare il leader della minoranza, e neppure tanto grande. E ciò probabilmente a scapito anche dell’alto profilo istituzionale ch\'egli si è procurato al vertice di Montecitorio. Con la nascita o la formalizzazione della corrente di Fini cade, fra l’altro, il baldacchino montato dalle opposizioni contro il partito "azienda" o "di plastica", o di "proprietà" del Leggi tutto l’articolo su Braille News del 24.4.10 in edicola



L’EDITORIALE DI MARIO SECHI – BRAILLE NEWS 17.4.2010

SFREGIO IN CASA DEL PAPA

 

Sono arrivati alla casa natale del Papa. E l’hanno sfregiata con una scritta oscena. Il mondo è pieno di cretini che si credono intelligenti. La religione cattolica conosce il perdono, è fatta per porgere l’altra guancia, l’insegnamento di Gesù è quello del sacrificio sulla croce. Tutto questo fa parte della teologia, campo nel quale non mi voglio avventurare. Mi interessa invece capire insieme ai lettori de Il Tempo perché il Papa è diventato il bersaglio di una campagna micidiale. Perché Joseph Ratzinger per molti circoli - anche interni alla Chiesa - è il simbolo da abbattere. Perché tra i cattolici si sta diffondendo una tagliente inquietudine e nella società laica le voci in difesa del Pontefice sono flebili. Il nostro giornale è stato l’unico a dedicare il titolo d’apertura («Un prete contro Dio») al sacerdote arrestato nel Teramano con l’accusa di abusi sessuali su una bambina. Abbiamo ribadito la nostra linea: pulizia nella Chiesa e difesa dell’istituzione dagli attacchi di chi non cerca la verità ma vuole i cattolici nelle catacombe. La persecuzione dei cristiani oggi continua anche in altre forme. Le oscenità sulle mura di casa Ratzinger sono una violenza. Gli insulti alla comunità dei credenti sono una violenza. La società occidentale guarda con fastidio chi prega e pensa che nella vita ci sia posto per il soprannaturale. Ai nemici della Chiesa non basta vedere il Papa chiedere scusa e fare pulizia nella comunità dei sacerdoti. No, i nemici della Chiesa hanno ben altro in mente: vogliono ridurla al silenzio e poi spogliarla dei suoi beni e renderla così impotente. Alcune diocesi hanno già fatto bancarotta. Voi direte: la Chiesa non ha bisogno di beni materiali per la sua missione. San Francesco predicava nella povertà assoluta, si spogliò di tutti i suoi beni. È vero, ma anche il denaro in questa storia ha la sua importanza. E tra chi la vuole abbattere ci sono schiere di avvoltoi che lo fanno solo per profitto personale.

Per cancellare Ratzinger, occorre non solo colpirlo sotto il profilo morale, farlo apparire come il capo di una setta di pedofili, ma spogliare il Papato delle sue ricchezze, disarticolare l’organizzazione del Vaticano. Esagero? Non credo. Mi corre in soccorso in questo ragionamento quanto scrisse lord Acton nel suo suo libro «Cattolicesimo liberale». La domanda che ci dobbiamo porre è semplice: cosa è il Papa? E la risposta che dobbiamo cercare non è soprannaturale, ma assolutamente mondana e concreta.

Secondo Acton «il Papato è la Corona del sistema cattolico». Lo storico inglese dipinge bene il ruolo del Pontefice, uno schizzo illuminante: «Via via che la Chiesa avanza verso la pienezza e la maturità delle sue forme, sfruttando le sue inesauribili risorse, e creando nuovi elementi - società, corporazioni, istituzioni - si sente più profondamente la necessità che una potente guida suprema li tenga tutti in buona armonia e li faccia prosperare, li diriga nelle loro varie sfere e nelle loro differenti vie verso i fini e gli scopi comuni a tutti, e si premunisca così contro la decadenza, il disaccordo e la confusione. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 17.4.10 in edicola 

GEORG RACCONTA BENEDETTO– BRAILLE NEWS 17.4.2010

 Una novità assoluta nella storia della Chiesa e del Vaticano: un Papa vivente è stato raccontato con le parole e le immagini del suo segretario in carica. Un evento senza eguali se si considera che, fino ad oggi, la principale dote richiesta ai più stretti collaboratori di un Pontefice, è sempre stata l’assoluto riserbo per tutto il periodo dell’incarico. E invece Benedetto XVI ha voluto rompere la tradizione del passato permettendo al suo fedele segretario personale, monsignor Georg Gänswein, di scrivere un volume dove raccontare i primi cinque anni di Pontificato. Un segnale chiaro che Joseph Ratzinger vuole mandare al mondo: il suo deve essere un magistero all’insegna della trasparenza e quindi non ci deve essere nulla di strano se in occasione di un anniversario molto importante, che cadrà il 19 aprile, in Germania e in Italia, uscirà Benedetto XVI Urbi et Orbi. Con il Papa a Roma e per le vie del mondo. Un’iniziativa del quotidiano tedesco Bild che, sostenuto dalla Libreria Editrice Vaticana, è riuscito a far parlare Monsignor Georg, facendogli raccontare questi cinque anni vissuti al seguito del Papa e strappandogli quelle confessioni che solo chi gli è più intimo può conoscere. Così nasce il libro. Novanta pagine con più di duecento foto che, partendo dalla Giornata mondiale della Gioventù di Colonia dell’agosto del 2005 e finendo con il viaggio in Repubblica Ceca del settembre 2009, raccontano l’impegno del Papa per «portare la parola di vita eterna», come dice l’evangelista Giovanni, fino agli estremi confini della terra. Così il libro diventa un lungo diario di viaggio. Tante tappe, tante emozioni, tanti commenti che danno un’immagine del Pontefice diversa da quella che, in questi giorni, alcuni giornali stranieri vogliono cucirgli addosso. E basta leggere i brevi brani di commento alle foto per scoprire quello che di solito non si scrive: i pensieri più segreti del Papa. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 17.4.10 in edicola 

TERAMO, CONFESSA IL PRETE PEDOFILO  IL SUO GESTO ERA PREMEDITATO– BRAILLE NEWS 17.4.2010

 

Ha ammesso le sue colpe. Ha chiesto perdono. Poi ha detto di non ricordare i dettagli. Di non comprendere bene la lingua. Il prete indiano accusato di abusi sessuali su una bambina di nove anni, ai magistrati si è mostrato affranto. Quasi sconvolto di quanto accaduto. Il gip Marina Tommolini ha confermato la custodia cautelare per David T., il sacerdote accusato di abusi sessuali su una bambina di nove anni. Le accuse del pm Bruno Auriemma sono state quindi confermate. Il prete pedofilo resta nel carcere di Teramo. Un interrogatorio difficoltoso, si è resa necessaria la presenza di un interprete. Il religioso ha ammesso di essersi fatto toccare dalla bambina, ma ha messo a verbale: «Mi sono subito ritratto». Poi vuoti di memoria. I non ricordo, però, non hanno reso grave la posizione del religioso. Il suo gesto, infatti, è stato premeditato come dimostra il racconto della vittima. La bambina, residente nella piccola frazione di Magnanella, ha parlato con la consulente della Procura, la psicologa di Pescara, Angelozzi, riferendo con precisione quanto accaduto quella mattina. Ed è proprio il suo racconto che inchioda David T., e non rende credibile la sua versione del raptus improvviso. La bimba ha raccontato tutto ai genitori, poco ore dopo il fatto, avvenuto tra Natale e Capodanno dello scorso anno. Il sacerdote si presentò a casa della bambina con un pupazzo di Babbo Natale. Le aveva portato un dono. In casa non c’erano i genitori e la bambina non lo voleva fare entrare, ma il sacerdote è riuscito a convincerla. In casa c’era solo la sorellina più piccola, sei anni, che era nella sua stanzetta. L’orco si è subito mostrato per quello che era. Ha preso la manina della piccola e l’ha poggiata sui suoi genitali. La bambina, che ha descritto il gesto nei dettagli, ha urlato ed è fuggita in un’altra stanza. L’orco con la tonaca è andato in bagno dove «è rimasto alcuni minuti» racconta la bambina. L’urlo ha svegliato la sorellina che ricorda solo questo particolare. Il prete lascia la casa e la bambina, appena rientrano, racconterà tutto ai genitori. Senza indugi questi si recano dai carabinieri e quindi dal vicario diocesano del vescovo, don Davide Pagnotella, superiore gerarchico del prete indiano. La famiglia è molto religiosa e si dimostra subito fiduciosa sia nei carabinieri che nella gerarchia ecclesiastica. Il prete viene convocato e subito ammette. «Mi pento di quello che ho fatto». La diocesi lo sospende immediatamente dal ministero e il prete indiano, viceparroco ad interim della piccola frazione di Teramo, torna a Roma, al convitto internazionale di San Tommaso nel rione Monti. Vi resterà poco tempo. Nel frattempo, causa la grave malattia della mamma in India, padre David T. lascia l’Italia. Non sarà una fuga, ma la procura preferisce emettere un decreto di latitanza. Il prete tornato dall’India è stato convocato dalla Diocesi di Teramo e il vicario, don Davide Pagnotella, lo ha accompagnato in procura dove gli stato notificata la misura cautelare. Affranto, quasi pentito ha ammesso davanti al sostituto Auriemma l’episodio. Poi però si è chiuso. Confuso ha detto di non capire la lingua, di non ricordare con certezza cosa aveva fatto. Le stesse cose che ha ripetuto poi nell’interrogatorio di garanzia avvenuto, ieri davanti al gip. L’orco con la tonaca aveva scelto bene la sua vittima. La bambina infatti frequentava la chiesetta della frazione ed era assidua nella lettura dei testi durante la messa. Il piccolo borgo è abbastanza isolato e soprattutto di giorno gli adulti sono pressoché assenti perché si recano al lavoro lontano Leggi tutto l’articolo su Braille News del 17.4.10 in edicola

POLITICA

 

IL CAVALIERE A WASHINGTON SÌ AL NUCLEARE MA SICURO– BRAILLE NEWS 17.4.2010

 

Una agenzia italiana per la sicurezza nucleare e una Scuola nazionale per la sicurezza nucleare. È l’annuncio che Berlusconi fa nel suo intervento al summit sulla sicurezza nucleare a Washington, ribadendo che l’Italia intende tornare alla produzione di energia nucleare. Un concetto più volte ribadito, a testimonianza di come il premier italiano creda fermamente nel ritorno al nucleare, senza però trascurare la questione sicurezza. «Bisogna convincere i cittadini che oggi le centrali nucleari sono assolutamente sicure», aveva detto qualche giorno fa Berlusconi al termine del vertice italo-francese dopo aver definito «doverosa» la scelta del governo italiano di tornare al nucleare per tagliare la bolletta energetica nazionale. Una strategia che Berlusconi pensava di far passare anche attraverso «le televisioni». E che ha ispirato una parte del suo intervento di ieri a Washington. A sentire il discorso del Cavaliere ci sono tutti i leader del mondo: per il summit organizzato dal presidente Obama sono arrivati 38 capi di Stato e di governo. Davanti ai Grandi della terra, il Cavaliere ha ribadito che l’Italia, oltre 20 anni dopo il referendum anti-nucleare, ha deciso di tornare all’atomo con la costituzione di una Agenzia italiana per la sicurezza nucleare e di una Scuola nazionale per la sicurezza nucleare. Con quest’ultima che avrà sede probabilmente a Trieste. «Il mio governo - ha detto infatti il premier - soltanto ora, 25 anni dopo (il referendum anti-nucleare, ndr), ha potuto approvare un nuovo programma per la costruzione di centrali nucleari ad uso civile». Il sogno di un mondo senza più armi atomiche è stato il cardine di tutto l’intervento del Cavaliere. Il cerimoniale gli ha riservato uno tra i primi posti nella scaletta degli interventi, aperta ovviamente da Obama. «Tutto il mondo - ha detto rivolgendosi al presidente russo Dmitri Medvedev e a Obama - vi è grato per quello che siete riusciti a fare». Sabato scorso, a Parma, davanti ad una platea di industriali, il premier si era intestato buona parte del merito per l’intesa, raggiunta grazie ad una paziente opera di «ricucitura» tra Washington e Mosca dopo il "gelo" degli ultimi anni Leggi tutto l’articolo su Braille News del 17.4.10 in edicola

 

IL FATTO – Braille News 10.4.2010

3.32 A UN ANNO DAL TERREMOTO IL CAPOLUOGO ABRUZZESE TORNA A SPERARE L’AQUILA E GLI AVVOLTOI di MARIO SECHI

 

3.32 Un anno dopo. Le lancette dell’orologio non si sono fermate il 6 aprile del 2009 a L’Aquila. Nonostante i molti avvoltoi che aleggiano sulla città e sul suo desiderio di rinascita, l’emergenza è stata affrontata bene e i piani per la ricostruzione vanno avanti. Si è cercato in tutti i modi di gettare fango su un’operazione di soccorso e messa in sicurezza ciclopica. Ma la forza dei fatti è stata più forte della bassa propaganda che ha cercato di far dimenticare l’entità di quel che è accaduto. Vedere l’opposizione avventurarsi in questa campagna orchestrata dai corvi è stato sorprendente e amaro. Il clima di concordia nazionale che s’era creato subito dopo la tragedia è stato archiviato per bassi interessi di bottega elettorale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la sinistra ha perso le elezioni anche in Provincia dell’Aquila. La forza dei fatti. Avevano fatto male i conti e cancellato dalla loro mente cos’era successo subito dopo la prima scossa. Nelle prime 48 ore Guido Bertolaso e i suoi uomini della Protezione Civile avevano messo in campo uno sforzo senza precedenti per il nostro Paese: circa 28mila persone assistite subito, un numero che tra aprile e maggio svettava oltre quota 67mila. Era così facile tener conto di tutto questo prima di far partire le carriole. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Nessuno ricorda che 35.690 persone erano accolte in quasi seimila tende e altre 31.769 alloggiavano in hotel e case private. Oggi non ci sono più tendopoli e neppure i freddi e orribili container dell’Irpinia o dell’Umbria. All’Aquila lo Stato s’è mosso subito e con efficacia. In Umbria c’è chi aspetta ancora una casa, in Abruzzo - piaccia o meno - le case ci sono e chi le chiama con una punta di disprezzo «casette» non comprende lo sforzo immane - anche in termini finanziari - che è stato fatto finora. Da alcune parti la ricostruzione non finisce mai, in altre sarà affrontata allontanando per sempre un male dell’Italia: il provvisorio che diventa definitivo. Il governo ha stanziato 8,6 miliardi per la ricostruzione in Abruzzo. Non è un’impresa che si compie dalla sera al mattino. «Ci vorranno anni», come ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. É la lingua della sincerità contro quella dell’illusione e della propaganda più cinica che abbiamo visto in azione nelle settimane che hanno preceduto la campagna elettorale. Strumentalizzare in quella maniera la tragedia è stato un errore colossale. Il simbolo di quell’opera, Guido Bertolaso, è stato infangato e così facendo si è incrinata un’icona dell’Italia che funziona. In nome di che cosa si è andati avanti allegramente in questa demolizione furiosa? Un Paese che non sa conservare e valorizzare i suoi esempi positivi a lungo andare finisce per esaurire ogni carica positiva. E i giovani ci guardano e sempre più spesso non capiscono quale sia la rotta da seguire.

Gianni Letta ha chiesto di «ritrovare lo spirito unitario di armonia e di condivisione che caratterizzò i primi giorni dopo il terremoto quando, tutti insieme, abbiamo cercato di dare sepoltura ai morti e soccorso ai vivi, affrontando, senza spirito di parte, l\'emergenza di una tragedia così grande». Parole sagge. Sarebbe stato altrettanto serio proseguire su quella strada e non lasciarsi sviare, non cercare di mandare a carte quarantotto un progetto lungo e difficile, una ricostruzione che deve essere una e basta e non una, nessuna e centomila. Ma l’Italia continua con ostinazione a voler essere quella dei guelfi e dei ghibellini.

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LA PROMESSA È L’AZIONE– Braille News 10.4.2010

 

Abbiamo da poche poche ore rivissuto il dramma delle 3,32 del 6 aprile, nel primo anniversario del terremoto che ha duramente colpito L\'Aquila, Onna e gli altri Comuni del cratere sismico nell\'alto appennino abruzzese. Sarà un giorno difficile da attraversare, una ricorrenza che inevitabilmente riaprirà ferite che in un anno si sono appena rimarginate, nelle famiglie delle 308 vittime, delle centinaia di feriti, delle decine di migliaia di cittadini rimasti senza casa, di un\'intera popolazione cui il terremoto ha rubato la normalità dei giorni. Un giorno dedicato alla memoria, alla preghiera, al ricordo, inevitabile, implacabile, incancellabile di quei momenti di fine del mondo nel buio della notte, dei minuti e delle ore successive, dedicate alla ricerca di chi non rispondeva all\'appello, dei giorni seguenti, spesi da migliaia di aquilani e di soccorritori per scavare tra le macerie degli edifici distrutti, fare a gara col tempo per sottrarre qualche vita alla morte, provvedere ai bisogni essenziali di intere comunità private della loro autonomia. Il 6 aprile non può che essere un giorno di incontri, di ritrovamenti, di cerimonie, che passerò all\'Aquila tra gli aquilani, per esprimere insieme il bisogno di non dimenticare e di testimoniare come la vita di chi è sopravvissuto sia più che mai legata alle vite stroncate in quelle ore di dramma, per dire insieme che la vita continua con loro e per loro.

La forza d\'animo, il coraggio, la tenacia, la grande dignità degli aquilani saranno messe ancora una volta alla prova, in un giorno che sarà diviso dentro ciascuno tra il pianto del cuore e dell\'anima e le parole di futuro che, fin dai primi giorni, hanno accompagnato i disagi, le pene, le fatiche dei terremotati. «L\'Aquila tornerà a volare....»: quante volte l\'ho sentito ripetere nei dieci mesi nei quali sono stato aquilano con gli aquilani, condividendo il dolore e la perdita ed insieme lavorando per rimettere le comunità colpite in condizione di reagire e riprendere in mano le fila dei giorni futuri. Con me, decine di migliaia di donne e uomini della Protezione Civile si sono spesi in Abruzzo con generosità straordinaria, costruendo un tessuto di sostegno, di aiuto, di solidarietà concreta, di corsa contro il tempo per arrivare ad aprire le scuole messe a norma o costruite in prefabbricato, per costruire alloggi provvisori, riaprire al culto le chiese, rimettere in funzione i servizi essenziali, assicurare a tutti assistenza, cura, compagnia e amicizia, cementata nella precarietà e nel bisogno.

Tutti abbiamo ascoltato, ridetto, condiviso che «L\'Aquila tornerà a volare...», mentre ci preoccupavamo che… Leggi tutto l’articolo di GUIDO BERTOLASO SOTTOSEGRETARIO ALLA PROTEZIONE CIVILE  su Braille News del 10.4.10 in edicola!  

L’EDITORIALE– Braille News 10.4.2010

L’ARMATA DEL PAPA

 

È inutile negarlo. È in atto una vera e propria campagna denigratoria contro il Pontefice e contro la stessa Chiesa cattolica. Una campagna di una virulenza eccezionale che si sta sviluppando sia in Italia sia all’estero. Ha perfettamente ragione il cardinal Sodano a stabilire parallelismi storici fra l’attacco a Benedetto XVI e le aggressioni contro Pio X in difesa del modernismo, contro Pio XII per il presunto "silenzio" nei confronti del nazionalsocialismo e le persecuzioni ebraiche e contro Paolo VI per l’Humanae vitae. Ha ragione anche su un altro punto, e cioè sul fatto che questa campagna denigratoria e sottilmente demolitoria, fondata sul tentativo di trasformare le colpe individuali in una colpa collettiva, esprime, al fondo, un vero e proprio scontro fra due concezioni della vita, della famiglia, della società, della storia. La nostra epoca, per usare una forte espressione del filosofo cattolico, Augusto Del Noce, è l’«epoca della secolarizzazione», ovvero l’epoca nella quale il divino è stato mondanizzato e si assiste a un fenomeno di «espansione dell’ateismo» grazie alla diffusione di una cultura, filosofica e non, di tipo progressista. Una cultura che rifiuta i cosiddetti «valori permanenti» o «valori tradizionali», ai quali Benedetto XVI, da teologo profondo, ha fatto più volte implicito richiamo. Questa cultura progressista si presenta, dal punto di vista filosofico, sotto forma di neo-illuminismo e, dal punto di vista religioso, sotto forma di neomodernismo: essa ha portato sugli altari gli idoli della scienza e del progresso inneggiando a una società del benessere che esprime, nella sua essenza, una profonda empietà e una altrettanto profonda irreligiosità. Lo scontro fra concezioni della vita, della famiglia, della società, della storia - lo scontro cui fa riferimento, come si rilevava, il cardinal Sodano - sta proprio in questa contrapposizione tra una cultura, non solo filosofica, a base materialistica e una cultura di tipo tradizionale. È uno scontro che riguarda gran parte del mondo occidentale, soprattutto (e comprensibilmente per motivi storici) le società anglosassoni come, per esempio, ben evidenziano le tante fiction che puntano a dare una rappresentazione, nella migliore delle ipotesi, caricaturale e, nella peggiore delle ipotesi, meschina del clero cattolico.

In Italia gli attacchi a Benedetto XVI e alla Chiesa Cattolica hanno una portata ancora maggiore. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 10.4.10 in edicola



L’EDITORIALE DI MARIO SECHI – Braille News 3.4.10

IL VINCITORE E I VINTI

 

All’uomo qualunque il risultato delle regionali 2010 è apparso chiaro fin da subito: la destra ha vinto, la sinistra ha perso. All’uomo qualunque. Pier Luigi Bersani però non è uno qualunque, lui ha visto un’altra partita. Non pronuncia mai la parola sconfitta, viene colpito dal virus lessicale del «ma anche» di veltroniana memoria e con un colpo degno di Houdini riesce a dire che il Cavaliere è nientemeno che «al tramonto». Strano, perché dopo il voto nel Lazio c’è chi lo dipinge iperbolicamente «eterno». Esagerati. Come in senso opposto lo è la sinistra magica che deve mascherare la batosta. Solo che il maquillage di Bersani finisce per sporcare un risultato che dalle urne è uscito limpido.

Avrei preferito vedere un Bersani grintoso, combattivo, ma onesto sul piano intellettuale. Ammettere una sconfitta non significa essere deboli, casomai più forti per affrontare il domani. Niente. Se questo è il carattere dell’opposizione stiamo freschi. La sua netta chiusura verso una riforma presidenzialista, inoltre, fa riemergere l’antico pregiudizio della sinistra che ogni volta vede «l’uomo forte» dietro l’angolo. Abbacinati dal mito di un parlamentarismo che non funziona più ed è anacronistico rispetto ai bisogni del Paese, i democratici rischiano di perdere l’ennesima occasione per imboccare la strada riformista. Di questi passi falsi non si può gioire: un Pd debole è solo un sacco sospeso che Italia dei Valori e grillini nascenti prenderanno a pugni ogni volta che fa comodo. A noi piacerebbe vedere un altro spettacolo. Intanto qui in redazione ci siamo presi la briga di fare un po’ di pagelle, dare i nomi di eletti e trombati, ristabilire chi sono i vincitori e i vinti di queste regionali. Non occorre essere laureati ad Harvard per capire che il vincente si chiama Berlusconi. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha giustamente auspicato che si apra una volta per tutte una stagione di riforme. Silvio ha subito raccolto l’invito e lanciato la palla sul campo del centrosinistra. Bersani l’ha mandata in tribuna senza pensare neppure a come giocarla. L’arbitro del Quirinale riproverà nei prossimi giorni a far ripartire il gioco, ma l’opposizione appare sotto choc. Nel Pd avevano già fatto stampare i manifesti per dare l’estremo saluto al premier, si ritrovano in sala di rianimazione e un tale di nome Nichi Vendola minaccia di staccare a tutti la spina. Tra gli sconfitti ci sono i giornaloni dell’establishment, Repubblica in prima fila. Hanno trascorso gli ultimi mesi a spiegarci che il centrodestra era agli sgoccioli e sono rimasti con la bocca all’asciutto. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari è una macchina formidabile, ma il suo lessico politico, la sua ideologia di giornale-partito, hanno condizionato fino ad oggi una sinistra incapace di essere originale. La segreteria dell’opposizione è in redazione e non nella sede del Pd. Inseguire un mondo autoreferenziale come quello di Repubblica ha condotto il partito a un distacco dalla realtà che fa impressione. Solo che Repubblica alla fine, di fronte a una notizia, rosica ma si arrende e ammette la vittoria di Berlusconi. Bersani resta su Marte.

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REGIONALI, RENATA POLVERINI PRESIDENTE DEL LAZIO– Braille News 3.4.10

 

Il risultato romano

Renata Polverini è il nuovo presidente della Regione Lazio con il 51,14% dei voti. Il responso delle urne nella Capitale, concluso il conteggio delle 2.600 sezioni del territorio comunale: Bonino 54,17%, Polverini 45,24%, Marzoli 0,59%. A Roma l’affluenza al voto si è attestata al 56,50%. Alle regionali del 2005 aveva votato il 69,65% degli aventi diritto; alle amministrative 2008 il 73,52%, ma in quel caso si votava anche per le politiche.

 

LA PICCOLA RENATA SOGNAVA GIÀ IN GRANDE – Braille News 3.4.10

 

Che cosa ha pensato Renata Polverini, lunedì notte, baciata dalla luna piena, idolatrata dai supporter, issata sulle loro braccia poderose, ebbra di gioia? Lei che in quel momento era un po’ Cenerentola e un po’ onorevole Angelina, si premurava di telefonare alla sua mamma. «Stai là, aspettami» le aveva detto prima assicurandosi che stesse bene. Perché se dietro a un grande uomo c’è una grande donna, dietro una grande donna c’è un’altra grande donna, la mamma. La favola bella di Renata infatti comincia dalla signora Giovanna. La Polverini ha vissuto l’infanzia nel quartiere della Magliana e proviene da una famiglia povera, ormai è risaputo. All’età di due anni e mezzo ha perso il padre (Renata è nata il 14 maggio 1962, dunque è una Toro tosta e determinata). Per sbarcare il lunario la madre ha fatto svariati lavori: donna delle pulizie, addette allo scarico delle cassette di frutta alla Sma. Nel frattempo è pure diventata una giovane delegata della Cisnal, il sindacato della destra. Ha conosciuto un altro uomo che poi ha fatto da secondo padre alla figlia. Renatina è cresciua così, a pane e sindacato. C’è una foto che la ritrare piccolina in braccio alla mamma durante una «noiosa» riunione sindacale: «Non sapeva dove mettermi e mi portava con sé». La scuola primaria l’ha fatta invece in un collegio di suore, a Focene, vicino a Fiumicino. Le medie dai gesuiti. Poi l’Istituto di Ragioneria alla Magliana: «Avrei voluto iscrivermi all’Isef, ma quando lo annunciai a mia madre mi fece capire che non potevamo permettercelo». Cominciò così a lavorare come segretaria in una scuola. Nel frattempo si era fidanzata con l’attuale marito, un ex sindacalista della Cgil: «Lui viveva con la nonna comunista che ci leggeva l’Unità a voce alta. Era fissata: ci mandò a vedere la salma di Berlinguer perché lei non poteva uscire». Sono gli anni in cui Renata ascolta le canzoni di Lucio Battisti (Io vorrei, non vorrei ma se vuoi) ma, a sorpresa, è pure una fan sfegatata di Francesco Guccini, il cantante-mito della sinistra (la canzone preferita resta «L’avvelenata»). «Io e il mio fidanzato lo sentivamo a casa della nonna che non voleva perché diceva che nelle sue canzoni c’erano troppe parolacce». La svolta arriva quando entra in Cisnal. Prima come segretaria nell’ufficio di un vecchio dirigente: un fascista di altri tempi. Poi nell’ufficio stampa: «Facevo l’angelo delle fotocopie, portavo pacchi...». Insomma la gavetta: però è già in nuce la sindacalista. Che avesse la stoffa della leader, lo hanno capito subito i suoi dirigenti. Negli anni Novanta è, infatti, tutto uno scatto di carriera. Intanto la Cisnal si è trasformata in Ugl. La Polverini, come vice segretario generale si occupa (dal 1999 al 2005) fra l’altro Leggi tutto l’articolo su Braille News del 3.4.10 in edicola!

 

LA DESTRA BULGARA – Braille News 3.4.10

 

Una maggioranza «bulgara»: il 63,29% dei voti. Nessuno spazio all’opposizione, nessun tentennamento nell’elettorato. Non stiamo parlando però dell’area dei Paesi dell’Est durante la guerra fredda, fedeli alleati della Russia comunista, ma della «fascista» Latina degli Anni 2000, l’antica Littoria, che ha regalato alla Polverini il carburante giusto per vincere lo sprint nella competizione elettorale per la Regione. Una provincia che vede l’intero centrodestra calcare la mano sui propri risultati, senza distinzione tra vecchi partiti confluiti nel Pdl o attuali alleati. Dalle oltre 28.000 preferenze del senatore Fazzone (ex Forza Italia) all’exploit del giovane Stefano Galetto (in quota An, vicino al sindaco Zaccheo ma anche al sindaco di Roma, Alemanno). Fino ad arrivare all’Udc che, grazie alla guida di Aldo Forte, consigliere uscente (e rientrante), ha puntato tutto sulla lista arrivando con il suo +10% ad essere leader di consensi, nel proprio alveo, su base regionale. A dirla tutta, che la provincia di Latina potesse diventare determinante per un risultato elettorale non è cosa nuova. Accadde anche alle ultime elezioni politiche, quando il computo dei voti su base regionale, per il Senato, premiò il centrodestra grazie al fiume di voti, circa 90.000, provenienti dall’area pontina. E Latina, per fortuna della Polverini, non è stata un caso isolato. Tutte le province hanno risposto alla grande. Frosinone, che pure tanto ha dato al centrosinistra, gli ha rifilato una scoppola significativa: oltre il 60% dei voti disponibili sono andati al centrodestra. Appena un anno fa, dopo quindici anni di assoluto dominio, gli uomini del Pd avevano perso la Provincia. Ma evidentemente, come ha sottolineato il sindaco di Frosinone Marini, non sono stati capiti gli errori fatti. Probabilmente lo sbaglio più grande, a parte Scalia (e forse Buschini), è stato proprio la scelta dei candidati, che non hanno fatto breccia nell’elettorato post-comunista. Anche Leggi tutto l’articolo su Braille News del 3.4.10 in edicola!

 

L’INTERVISTA AL SINDACO DI LATINA

ZACCHEO: HA VINTO IL RADICAMENTO– Braille News 3.4.10

 

Ha stappato la prima bottiglia di spumante verso le 17, dopo aver fatto due conti sui numeri dell’astensionismo, molto prima della proclamazione ufficiale della vittoria di Renata Polverini. «A Roma l’astensionismo era al 13% circa, nel resto d’Italia al 10. Quei tre punti sapevo che li perdevamo noi, ma nelle province avevamo raggiunto quote sufficienti per "coprirli" e vincere. Così è stato». Il sindaco di Latina, Vincenzo Zaccheo, ci credeva. Tanto da prendere persino un elicottero (pagato con i propri soldi) per volare fino a Ponza e fare campagna elettorale sul campo.

Dunque ha tribolato meno degli altri...

«Abbiamo fatto una campagna elettorale attenta, e sapevamo su cosa potevamo contare. Il successo di Renata è il risultato di un impegno di lungo corso, coerente, fatto di passione, valori e presenza tra la gente e con la gente».

Dica la verità, non ha mai tentennato?

«Beh, in verità il successo ottenuto sa davvero di trionfo. Non dimentichiamoci le condizioni di partenza: una Regione egemonizzata per 5 anni dal centrosinistra, le macroscopiche dimensioni dell’astensionismo, l’esclusione della lista del Pdl a Roma e provincia. Ci credevo, ma qualche perplessità era giustificata».

E invece...

«E invece la bontà della scelta della candidata presidente e il consolidato radicamento del centrodestra in una Regione come il Lazio ha fatto la differenza».

Un dato che ha una forte valenza politica, non trova?

«Sì. Lo sa bene Massimo D’Alema quando ebbe a legare la sorte del suo governo all’esito del voto di Roma e di questa Regione».

Passate le feste, c’è da lavorare. Priorità?

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L’EDITORIALE- ALLEANZA PER LA VITA- Braille News 27.3.2010

Dopo aver letto le parole del presidente della Conferenza Episcopale Italiana sulla campagna elettorale mi è venuto in mente un libro scritto dal cardinale Giacomo Biffi. S’intitola "Pecore e pastori" ed è un viaggio dentro la comunità di Cristo, "dal Papa al più recente dei battezzati". "Dio resta il padrone delle pecore, ma al compito divino di prendersene cura è associato Gesù di Nazaret" spiega Biffi. I nostri pastori sono i sacerdoti, noi siamo il gregge. E sono giorni difficili per tutti. La Chiesa sta affrontando a testa alta il dramma della pedofilia. I fedeli s’interrogano e in molti casi si sentono smarriti. Joseph Ratzinger a Subiaco il 1° aprile del 2005 disse: "La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta all’incredulità. (…) Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini". Papa Benedetto XVI è in prima linea per salvare l’istituzione dallo scandalo, ridarle fiducia, forza, credibilità. La Chiesa è sotto attacco, ma non può rinunciare al suo magistero. La sua storia millenaria è costellata di momenti difficili. Li ha sempre superati. E la prospettiva storica di un movimento religioso non è il breve tragitto della vita di un singolo uomo. Il suo essere nel mondo non è paragonabile a quello di altre istituzioni. Le nostre democrazie rispetto alla Chiesa sono come acerbi giovinetti che stanno imparando a camminare sulle loro gambe. La presa di posizione dei vescovi sui temi della vita e dell’aborto è un passo irrinunciabile per una Chiesa che vuol dire la sua sulla società e indicare la via ai suoi fedeli. Sia pure nella prospettiva di una «minoranza creativa», i cattolici hanno non solo un’anima ma anche una voce che si fa sentire.

La campagna elettorale finora è stata aspra, lontana dai problemi della gente, deviata. Il monito del presidente Cei riporta tutti sulla terra, riconduce le nostre riflessioni a temi essenziali: la vita e la famiglia. Il cardinale Bagnasco è stato chiaro: «I valori non negoziabili sono la dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna». Sono questi i valori irrinunciabili di cui parla la Conferenza episcopale. Il resto viene dopo, molto dopo. Le fondamenta dalle quali si parte per la costruzione di una comunità. Vedo già le facce dei laicisti, le loro ciglia aggrottarsi, lo sguardo farsi corrucciato. Ognuno ha le sue idee. Il problema è che a sinistra spesso si fatica a capire che la Chiesa quelle idee ha diritto di esprimerle. Soffocarle la voce equivale a una privazione della libertà, parola di cui i progressisti de noantri si riempiono la bocca senza coglierne spesso il significato più profondo. Vedo anche i puristi del Palazzo agitare la bacchetta e dire: lo Stato è laico, la Chiesa non ha alcun diritto di intervenire nei processi politici. È la categoria dei cavourriani alle vongole. Camillo Benso riposa in pace da tempo, ma loro pensano ancora alla presa di Porta Pia e a un Vaticano che esiste solo nelle loro ossessioni e in qualche romanzo. Eppure la politica italiana è colma di queste sciocchezze, non è matura abbastanza per capire che questo - piaccia o meno - è un paese cattolico. Roma è la sede del Papato, culla della cristianità. La storia del nostro Paese sarebbe incomprensibile senza la presenza della Chiesa. Guardatevi intorno, cari lettori de Il Tempo, sollevate lo sguardo e osservate il paesaggio che vi circonda. È segnato dalla presenza della Chiesa, dai suoi monumenti, dai simboli piccoli e grandi. E non parlo solo delle metropoli. MARIO SECHI Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.3.10 in edicola!

  

IL CONFRONTO BONINO POLVERINI SCINTILLE IN TV- Braille News 27.3.2010

 

«È andata bene», dicono all’unisono uscendo dallo studio Sky dove si sono confrontate per la seconda volta in due giorni. Tutt’e due sono convinte d’aver superato a pieni voti la prova tv. L’epilogo - ma solo quello - è comune per entrambe. Per il resto, nell’ora di trasmissione che le ha viste opposte, si sono confrontate e - piuttosto spesso rispetto alla tenzone di lunedì mattina al TgR - scontrate. Praticamente su tutti i temi caldi di quest’ultimo scorcio di campagna elettorale: Berlusconi, la sanità, i rifiuti, la Cei.

Si comincia con i convenevoli ridotti all’osso. I baci reciproci di Fiumicino sono lontani. S’incontrano nei corridoi di Sky: scambio veloce di battute. «Oggi sono in arancione», scherza la candidata di centrodestra alla presidenza del Lazio Renata Polverini, riferendosi alla giacca che indossa. La «rivale» di centrosinistra, Emma Bonino, invece, non abbandona quel tocco di giallo che contraddistingue la propria campagna elettorale: giacca grigia, lupetto blu, pantaloni e sciarpa canarino. Si entra negli studi di «Decidi Tu 2010», partono i flash di rito e la stretta di mano di circostanza. S’accendono le telecamere e comincia il duello. I tempi li dettano i due «testimoni» scelti per l’occasione: il direttore de Il Tempo Mario Sechi e il vicedirettore de Il Messaggero Stefano Barigelli. Primo scontro sul presidente del Consiglio e il suo blitz nella campagna elettorale laziale. «Certamente c’è una sproporzione, anche con la discesa in campo di Berlusconi», attacca la Bonino. La Polverini non fa in tempo a replicare che la leader radicale incalza: «Generalmente il governo ne sta fuori. Le elezioni non sono un referendum sul governo: quando si arriva a promettere di sconfiggere il cancro, mi darei una regolata».

Altro tema, altra polemica: il deficit sanitario. La Polverini è la prima a prendere la parola: «Io i miei stati generali li ho già fatti perché la sanità è malata e appena sarò eletta dovrò occuparmene. Ho visitato oltre 40 ospedali» Due i problemi: le liste d’attesa e i «tagli indiscriminati fatti dalla giunta di centrosinistra per rientrare da un debito che non si può continuare ad addebitare alla giunta di centrodestra». La Bonino alza stupita gli occhi al cielo e sciorina i documenti che tiene in mano. «Tira fuori tutte le carte che vuoi. I conti li conosco benissimo e intendo andare avanti», incalza la Polverini. Ma la Bonino torna all’attacco: «È molto semplice: il debito era di 10 miliardi, ereditato in parte da Badaloni e duplicato dalla giunta Storace». «Che però - replica la Polverini - ha aperto tre ospedali e non ne abbiamo chiuso neanche uno». «Erano pronti e li avete aperti voi - risponde la leader radicale - e ne avete venduti una cinquantina di cui si paga l’affitto fino al 2033 e non si sa neanche dove sono andati i soldi». «Va bene, va bene», sorride la candidata del centrodestra, ma la

DANIELE DI MARIO Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.3.10 in edicola!

 

TRIBUNO POLITICO – Braille News 20.03.2010

Non ci voleva un genio per capire che prima o poi la scena sarebbe stata occupata da lui, Michele Santoro. La campagna elettorale con la sua comparsa sulla soglia del tribunale di Trani fa un salto di qualità: dalle tribune politiche al tribuno politico, dall’annoso problema della giustizia a orologeria all’Annozero della politica. Chiacchieropoli è un intruglio che finirà per avvelenare ancora di più la vita politica italiana. E pazienza se qualcuno si farà male senza aver alcuna colpa. Nelle redazioni dei giornali è un susseguirsi di boatos, rivelazioni, annunci di campane a morto per il big di turno. I buoni cronisti (ci sono) cercano di separare le cose vere dalle cose false, altri preferiscono buttare tutto in rotativa e poi si vedrà. L’inchiesta di Trani è fin dal primo giorno un pasticciaccio giuridico ma il problema non è quello di far bene le inchieste.Siamo in campagna elettorale e tutto fa brodo per cucinare Silvio nel pentolone. Santoro è il peperoncino del menù. Sa fare televisione come pochi e nel corso degli anni il suo ruolo è mutato in quello di tribuno: Michele da tempo non è più solo un anchorman, ma l’icona di un popolo. Santoro sta sul trono, mentre Marco Travaglio agita lo scettro. «L’editto bulgaro» in realtà ha fatto la loro fortuna e non a caso anche ieri il padre di Annozero l’ha rievocato.

Mentre la folla lo acclamava come un eroe, Santoro ha annunciato che si costituirà parte civile. Ciliegina sulla torta di una storia grottesca. In realtà il conduttore Rai ha detto una cosa molto interessante quando ha usato la frase «dominio pubblico» per parlare della vicenda Annozero e delle lamentele del presidente del Consiglio. Se le opinioni di Berlusconi sono di dominio pubblico come dice Santoro, che senso ha intercettare il Cavaliere? Che non gli piaccia Annozero è cosa arcinota, che non voglia vederlo in onda è stranoto, che non si accontenti di pigiare solo il tasto del telecomando per cambiare canale è ultranoto. E allora? Allora in questa storia di brogliacci e nastri registrati c’è ben altro. E non mi riferisco ad alcuna teoria del complotto, a chissà quale regia occulta. É tutto molto sgangherato per esservi un progetto, una manona e una manina. Qui l’origine di tutto è il caos in cui è piombato da tempo non solo il pianeta giustizia, ma il sistema istituzionale nel suo insieme.

MARIO SECHI

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IL PDL PAGA LA CAMPAGNA ELETTORALE AGLI ESCLUSI– Braille News 20.03.2010

Centomila euro ciascuno ai consiglieri del Pdl esclusi dalle Regionali del Lazio perché continuino a fare campagna elettorale. L’hanno deciso i vertici del Pdl nella riunione notturna di martedì al comitato elettorale della Polverini.

C’erano Alemanno, Cicchitto, Gasparri, Piso, Augello, Rampelli e altri. La Polverini è arrivata poco prima di mezzanotte. Il confronto è andato avanti per ore. Alla fine è stato deciso che saranno i primi venti candidati inseriti nella formazione presentata al Tribunale fuori tempo a ricevere il «contributo» per le prossime spese. Sono quasi tutti consiglieri regionali uscenti, a cui queste elezioni sono già costate parecchi soldi e soprattutto amarezze.

L’obiettivo è che non disdicano le manifestazioni pubbliche già programmate. Un rischio concreto che potrebbe far perdere migliaia di voti alla coalizione. Non è tutto. Nella riunione dei vertici del Pdl è stata elaborata la strategia per gli ultimi dieci giorni di campagna elettorale. Il coordinamento nazionale del partito ha stanziato 3 milioni di euro, con cui saranno finanziati incontri, manifesti, gazebo, comizi, esclusa la manifestazione del 20 marzo. Il consigliere comunale Mollicone si occuperà dei manifesti «tematici» che usciranno nei prossimi giorni: sulla sanità, i rifiuti, i servizi sociali. Segneranno gli insuccessi della Giunta Marrazzo. L’idea è mostrare la Bonino legata alla vecchia gestione. Gli slogan ipotizzati sono «Marrazzo, Bonino: stessa gente, stesso destino»

ALBERTO DI MAJO

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L’INTERVISTA A FIORONI VENDOLA LEADER? NON CI SERVONO METEORE– Braille News 20.03.2010

«Le rispondo con una battuta: grazie a Dio il Pd non è un’azienda quotata in Borsa e quindi è impossibile da comprare». Giuseppe Fioroni replica così quando gli si chiede se Nichi Vendola abbia lanciato un’opa sul futuro del Partito Democratico. L’ex ministro dell’Istruzione del governo Prodi non ha dubbi: «Non siamo la brutta copia del Pdl e quindi non possiamo essere sottoposti a opa ostili».

Come fa a esserne così sicuro?

«Il Pd nasce, prima di ogni altra motivazione, per tornare alla politica con la "p" maiuscola».

Tradotto?

«Fino a 20 anni fa il rapporto tra cittadini e politica era definito dal verbo essere. Gli elettori dicevano "io sono democristiano", "io sono comunista". C’era una dimensione di identità e di appartenenza fondata su valori condivisi. Si era disposti a rinunciare a qualcosa di proprio per il bene di tutti».

E poi? Che cosa è cambiato?

NICOLA IMBERTI

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L’EDITORIALE - IL MISTERO DI VIA POMA SUICIDA IL PORTIERE DOVEVA TESTIMONIARE AL PROCESSO È AFFOGATA LA VERITÀ – Braille News 13.3.10

La giustizia forse non verrà mai a galla. È affogata la verità. Quello di via Poma è destinato a restare uno dei grandi misteri della cronaca italiana. Un intreccio di vite che si rincorrono, un romanzo nero lungo vent’anni su cui non è stata scritta ancora la parola «fine». Quando è arrivata in redazione la notizia del suicidio di Pietrino Vanacore, un brivido mi ha percorso la schiena. Perché i protagonisti di questa storia maledetta sono sempre stati solo due: Simonetta e Pietrino. Gli altri erano e restano comparse. Anche se il prossimo capitolo dovesse darci la sorpresa di un colpevole del delitto. Perché la segretaria e il portiere sono diventati la metafora dell’esistenza spezzata, la strage dell’innocenza e il sospetto della conoscenza. La terribile ombra di un segreto profondo e inconfessabile. Vanacore tra qualche giorno avrebbe dovuto comparire in tribunale. Ha portato sulle sue spalle un macigno. E alla fine ha lasciato che questo peso sovrumano lo trascinasse in fondo al mare. Che cosa l’ha spinto a farla finita? L’assurdo ingranaggio della giustizia? Un senso di colpa mai espiata? Una inconfessabile verità? Perché Simonetta è stata uccisa? Quale mano le ha strappato la vita? Nessuno di noi ha la risposta. MARIO SECHI  

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TROPPI DUBBI PER UN OMICIDIO IRRISOLTO– Braille News 13.3.10

È il giallo per antonomasia. L’omicidio di Simonetta Cesaroni è un delitto pieno di misteri che, dopo vent’anni, non si sono ancora dissipati. Tutt’altro. Si infittiscono. Il suicidio, se tale è, di Pietrino Vanacore, il primo a essere indagato per quell’omicidio, non fa altro che ingarbugliare la vicenda. Alcune prove si dissolvono. Altre appaiono come d’incanto dagli scantinati polverosi del tribunale di Roma e dagli armadi dell’Istituto di Medicina legale. Sette agosto 1990, in una Roma sorniona che si prepara a chiudere per ferie, l’omicidio di Simonetta Cesaroni risvegliò l’attenzione della città. La scoperta del delitto è il primo tassello del «giallo». Paola Cesaroni, sorella di Simonetta, non vedendola rientrare a casa per cena, la cerca. Il titolare della Reli Sas, Salvatore Volponi, sostenne di non conoscere il luogo dove Simonetta lavori. È questo è il primo buco nero. Trascorse più di un’ora di tira e molla, di urla e strepiti di Paola Cesaroni con Volponi prima che lo stesso riveli: Simonetta quel pomeriggio è andata a lavorare presso la sede degli alberghi della gioventù in via Poma 2, in Prati. Paola, accompagnata dal fidanzato, Antonello Barone, prelevò Volponi e suo figlio dalla loro abitazione e i quattro si diressero insieme nello stabile di via Poma. Qui, alle 23.30 circa, il secondo «giallo». Nessuno sembra avere le chiavi di quell’ufficio al secondo piano. Il portiere dello stabile, Pietrino Vanacore non si trovava. La moglie Giuseppa De Luca, non aveva intenzione di consegnare le chiavi. Le verranno strappate di mano da un agente delle Volanti chiamato da Paola Cesaroni. Una corsa per le scale, la porta che viene aperta e il corpo senza vita di Simonetta, seminuda, nella stanza d’angolo, in fondo al corridoio. La ragazza presentava vistose ferite da taglio, ma intorno non c’era sangue. La scena del crimine non fu congelata e questo creerà altri problemi alle indagini. In tanti si affollarono in quella stanza e in quell’appartamento. E qualche dato importante probabilmente fu inquinato. A terra il corpo senza vita di Simonetta, innaturalmente disteso, a gambe e braccia divaricate, destò qualche dubbio agli investigatori.

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COSTANZO: PIETRO MI LASCIÒ UNA LETTERA– Braille News 13.3.10

Costanzo, lei abita in via Poma.

«Andai a vivere in quello stabile nella primavera del ’91, pochi mesi dopo l’assassinio di Simonetta».

Non la spaventava quel che era successo lì?

«Fu una casualità. Lo scenografo Mario Catalano aveva acquistato un appartamento nel palazzo, ma non aveva neppure iniziato i lavori di ristrutturazione e accade il fattaccio. Siccome aveva una figlia piccola impaurita da quel bailamme, decise di andarsene. Mario sapeva che io stavo cercando casa, così subentrammo io e Maria. Siamo lì da vent’anni, con nostro figlio adottivo, e ci stiamo benissimo».

Conobbe Vanacore.

«Sì, fino a quando non si trasferì in Puglia, pochi anni dopo. Era stato prosciolto dall’accusa di essere l’omicida».

Parlò mai con lei di quello che stava vivendo?

«Quando partì mi lasciò una lettera. Il senso era più o meno lo stesso del biglietto che ha scritto prima di suicidarsi. Questo particolare mi dà i brividi».

Che conferma come Vanacore si tenesse dentro, già allora, un dolore insopprimibile.

«Sì. E in quel momento non era ancora stato tirato in ballo su altri versanti processuali. In teoria, poteva sentirsi sollevato. Far tesoro della forza che può trovare in sé un uomo scagionato dopo un’accusa ingiusta. Invece...».

Invece?

«Invece me lo ricordo sempre con quell’espressione malinconica sul volto. Spazzava, puliva, svolgeva il suo lavoro con meticolosità. Era sempre molto gentile».

Possibile che il portiere non abbia mai fermato sulle scale il grande giornalista per fargli delle confidenze?

«Macché. Il nostro era un rapporto di rispetto, come con tutti gli altri inquilini. Non si andava oltre il buongiorno e buonasera. In tre o quattro anni sarà accaduto un paio di volte, e sempre fugacemente».

Eppure avrebbe potuto chiederle di venire al "Costanzo show"...

«Non lo fece mai. E in quegli anni il mio talk show faceva ascolti molto alti.

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CROCIFISSO, LA CORTE DÀ RAGIONE ALL’ITALIA– Braille News 6.3.10

Il Crocifisso non si tocca. Il Tempo, che aveva avviato una sottoscrizione, ha vinto la sua battaglia. La Corte dei diritti dell'uomo ha giudicato ammissibile il ricorso presentato dal governo italiano contro la sentenza con la quale, il 3 novembre scorso, gli stessi giudici di Strasburgo avevano di fatto bocciato l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. La decisione è stata accolta con soddisfazione dal ministro degli Esteri Frattini e valutata positivamente da numerosi esponenti politici di maggioranza e opposizione, nonché, come prevedibile, dalla Conferenza episcopale italiana per la quale è stato compiuto «un passo avanti nella giusta direzione». L’iter del nuovo procedimento che durerà alcuni mesi e si concluderà con la sentenza, stavolta definitiva, emessa dai 17 giudici che compongono la Grande Camera di Strasburgo. Il tutto dopo che saranno state sentite tutte le parti interessate in udienza pubblica. La novità principale sta nel fatto che a esporre davanti ai giudici le loro ragioni non saranno questa volta solo la signora Soile Lautsi (promotrice dell\'azione legale che ha portato alla prima sentenza della Corte) e il governo italiano, ma anche terzi che ne faranno richiesta. Quella di San Marino è una delle prime. MARINO COLLACCIANI Leggi tutto l’articolo su Braille News del 6.3.10 in edicola!



SCALFARO NEL ’95 PROROGÒ I TERMINI PER LE LISTE– Braille News 6.3.10

Ormai è una questione di cavilli legislativi. Una roba da Azzeccagarbugli. Da giorni gli esperti di liste e listini sono al lavoro alla ricerca di un appiglio, di un precedente che possa salvare il salvabile. E forse qualcosa c’è. Non a caso, nelle ultime ore, in molti ripetono, quasi fosse una formula salvifica, un numero: 1995.

Quindici anni fa, esattamente il 16 marzo. Oscar Luigi Scalfaro sedeva al Quirinale, Lamberto Dini a Palazzo Chigi. Le elezioni provinciali e comunali erano fissate per il 23 aprile, ma in molti erano in difficoltà nella presentazione delle liste. Così il governo, d’accordo con il Quirinale, decise di far slittare il termine di quattro giorni (dal 30° giorno antecedente il voto al 26°). E chi rischiava non potè far altro che ringraziare tanta maganimità. NICOLA IMBERTI

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POLVERIZZATI – Braille News 6.3.10

Partiamo, come nostra abitudine, dai fatti e dai misfatti: il listino civico della Polverini è stato fatto secco per l’assenza di una firma. Bingo. Sì, lo so, siamo alla quarta riga e già vi viene il mal di testa, ma questa storia delle liste polverizzate per mano giudiziaria merita tutta la vostra attenzione e un po’ di pazienza. La situazione è infatti grave e purtroppo anche seria perché riguarda almeno tre aspetti fondamentali della vita politica nazionale: quello della burocrazia legislativa (una tagliola), quello organizzativo del centrodestra (un disastro) e quello della democrazia sostanziale (che sosteniamo con l’iniziativa «fateci votare Pdl»). È un triangolo ad alta tensione che è andato in cortocircuito e rischia di incendiare il Palazzo. Non tocca a noi spegnere l’incendio, ma è nostro dovere fare un po’ di chiarezza sulla partita che alla fine si sta giocando tutta sulla pelle del corpo elettorale.

La burocrazia

Leggi e regolamenti elettorali hanno lo scopo di assicurare un corretto svolgimento delle elezioni. Fin dal primo atto, la formazione delle liste, la loro regolarità sul piano formale e sostanziale. Queste regole servono per evitare la proliferazione delle liste fai da te, la frantumazione del voto, la confusione e la nascita di movimenti che nulla hanno a che vedere con la politica. La tutela dei simboli dei partiti, la loro posizione sulla scheda, sono aspetti molto importanti in ogni elezione. Questa rete di protezione tutela i partiti che hanno storia e tradizione, li protegge da comportamenti fraudolenti, disinnesca i piani dei soliti furboni. Paradossalmente il centrodestra rischia di uscire a pezzi da questa serie di verifiche e controlli. Ma paradossalmente il maggior partito italiano invece di essere tutelato è stato finora preso a schiaffoni. Risulato: il formalismo giuridico si sta mangiando spensieratamente un pezzo di politica.

L’organizzazione

Come si è potuti arrivare a una situazione così grave? Sciatteria, leggerezza, disorganizzazione, imprudenza, arroganza e inciviltà dei rapporti tra partiti. Le parole e le formule che possiamo usare sono tante, ma il punto essenziale resta solo uno: la presentazione di una lista è uno degli atti più delicati che si compiono nella vita di un partito, affidarla a Gianni e Pinotto che arrivano all’ultimo minuto e riescono pure a farsi prendere a sganassoni dal primo che capita in tribunale è una scelta demenziale. Il Pdl del Lazio (ma non scherzano neppure in Lombardia) ha mostrato tutta la sua inefficienza e dopo le elezioni sarà bene aprire la porta e accompagnare i responsabili di questa Caporetto a un ufficio di collocamento. Le ragioni di questa situazione le ho già spiegate, qui voglio essere sintetico: il Pdl è diventato un partito enorme con delle teste troppo piccole per pensare in grande. Mentre Berlusconi era impegnato a governare e a cercare di resistere a un assalto senza precedenti da parte della magistratura e dell’establishment che non l’ha mai digerito fino in fondo, la struttura del Pdl sul territorio s’è data alla pazza gioia senza costruire un fico secco perché «tanto c’è Berlusconi che ci salva sempre». Sarò chiaro: anche Berlusconi ha le sue colpe. La principale è che non ha mai voluto prendere la motosega per tagliare i rami secchi e anche di fronte ad errori grossolani ha sempre mostrato comprensione. La sua dimensione umana è quella di un uomo generoso che perdona. Ma in politica questo può diventare un problema, perché i mediocri poi pensano di continuare come prima e più di prima. MARIO SECHI

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REDTV, MAX SCONFITTA- Braille News 27.2.10

Redtv, la televisione voluta da Massimo D’Alema è a un passo dalla chiusura. Un fallimento personale, prima di tutto, per l’ex ministro degli Esteri, ma anche la prima vittima del taglio ai contributi pubblici agli organi di informazione politica. Nella stessa condizione ci sono 96 testate (comprese L’Unità e Il Secolo d’Italia) ma la tv via web è la prima ad annunciare che, senza quei soldi, non resta altro da fare che chiudere tutto. Se il decreto Milleproroghe, che contiene il taglio, non verrà modificato entro la prossima settimana, da lunedì primo marzo potrebbe partire la cassa integrazione per i 14 redattori. E, di lì a poco anche le trasmissioni potrebbero definitivamente cessare.

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L’ANALISI-IL RUOLO DI SILVIO SU LIBIA E TURCHIA- Braille News 27.2.10

Tutti i ministri degli esteri dell\'Ue, riuniti a Bruxelles, hanno ringraziato Silvio Berlusconi per il suo intervento su Gheddafi che ha disinnescato una gravissima crisi con la Libia, che in mattinata aveva addirittura fatto circondare l\'ambasciata svizzera a Tripoli dai gendarmi. Con una telefonata a Gheddafi, Berlusconi è infatti riuscito a incanalare una gravissima crisi diplomatica - innescata dall\'avventurismo del governo svizzero - verso una soluzione concordata. Ancora una volta, dopo la crisi tra Georgia e Russia dell’estate 2008 (là dove la moderazione di Berlusconi ha bloccato un Ue sbilanciata sulle posizioni avventuriste di Tiblisi), dopo il G8 dell'Aquila (straordinario successo italiano), dopo la normalizzazione dei rapporti con la Libia (che ha permesso di risolvere la crisi con la Svizzera), dopo il viaggio in Israele e Palestina (apprezzato enormemente sia da Netanyhau che da Abu Mazen), l'Europa deve prendere atto che Berlusconi ha sviluppato una politica estera lungimirante, che colloca l'Italia in una posizione chiave per risolvere le crisi che via via deflagrano.

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L’EDITORIALE - PRONTO? MANETTE IN LINEA- Braille News 27.2.10

Piange il telefono. E piangono le migliaia di risparmiatori che hanno investito i loro capitali in titoli azionari delle aziende di telecomunicazione. Ma piange soprattutto la classe dirigente di un Paese che diciotto anni dopo Mani Pulite sembra avviarsi a vivere con rassegnazione un’altra stagione della rivoluzione giudiziaria permanente. Dalla mazzetta di Mario Chiesa del 1992 ai conti telefonici taroccati del 2010, passando per una miriade di indagini, processi e rivelazioni che non sembrano aver scosso il sistema della corruzione. Ieri si rubava per il partito, oggi si arraffa per arricchirsi. Siamo garantisti, non ci piace la giustizia-spettacolo, ma bisogna avere il salame sugli occhi per non vedere che nel Paese non si è mai rimarginata la ferita della questione morale. Non siamo di fronte a una nuova Tangentopoli e abbiamo già spiegato perché: è diverso il sistema politico (dal pentapartito al quasi bipartitismo), non paragonabile la forza di quei partiti del passato rispetto alla incosistenza di quelli di oggi, impossibile fare parallelismi tra i leader di ieri e quelli che calcano la scena attualmente. Per le condanne dovremo aspettare processi e prove. Ma il quadro è devastante. MARIO SECHI 

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I VERBALI DELL’INCHIESTA MINACCE E FAVORI COSÌ VIVEVA LA CRICCA- Braille News 20.2.10
I tentacoli della cricca non si limitavano agli appalti per i lavori alla Maddalena, ma si estendevano anche alle raccomandazioni per superare gli esami d’ammissione per i corsi di laurea. E a gestire il giro di «favori» era sempre l’ingegnere Angelo Balducci, in carcere per corruzione. Accuse contenute in una informativa del Ros, nella quale gli investigatori spiegano qual era la complicità tra gli indagati e tre professori della facoltà di Architettura. Le accuse sono contenute nell’informativa del 9 ottobre del 2009, nella quale gli investigatori fanno riferimento al «solito sistema gelatinoso» per far superare esami all’università «La Sapienza» grazie alla complicità di tre professori della facoltà di Architettura. Docenti che nel tempo si sono occupati proprio di progettare lavori che poi sono finiti nel mirino della magistratura fiorentina. Nel documento del Ros sono infatti coinvolti Giampaolo Imbrighi, professore di Tecnologia dell’architettura, autore del progetto architettonico della piscina di Valco San Paolo (Mondiali di nuoto Roma 2009) e interressato dall’ingegner De Santis (anche lui in carcere) «per la questione degli Uffizi a Firenze». Il secondo è invece Orazio Carpenzano, professore associato di Progettazione architettonica e Urbana, collaudatore per i lavori del G8 alla Maddalena e coinvolto da De Santis nella «redazione della variante strutturale per la Scuola marescialli di Firenze». E infine, il professor Livio De Santoli, ordinario presso la facoltà di Architettura presso Valle Giulia, autore della progettazione dell’impiantistica della «piscina di Valco San Paolo». Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola!

PROCESSO A BERTOLASO- Braille News 20.2.10

Il suo rammarico principale, spiegano i più stretti collaboratori, è quello di non potersi presentare davanti ai magistrati per difendersi. Infatti, nonostante da giorni i quotidiani pubblichino notizie relative all’indagine che lo ha colpito, non è ancora chiaro quale sia la procura competente (alla fine dovrebbe essere Perugia). Guido Bertolaso lo dice apertamente, parlando in rappresentanza del governo, ai deputati della commissione Ambiente che stanno discutendo il decreto sulle emergenze. Un rammarico che il numero uno della Protezione trasforma in azione. E così, dopo aver risposto alle 10 domande che Eugenio Scalfari gli ha rivolto sulle pagine di Repubblica (ha lasciato passare meno di 24 ore) va in televisione a raccontare la sua versione dei fatti. E sceglie la platea di Ballarò. Per l’occasione Giovanni Floris prepara un’accoglienza con i fiocchi. Tra gli ospiti, oltre al ministro Raffaele Fitto, ci sono Antonio Di Pietro che, come un disco rotto, continua a chiedere le dimissioni di Bertolaso (ha anche presentato una mozione di sfiducia personale), la direttrice dell’Unità Concita De Gregorio e il senatore Pdl Mario Baldassarri che, per primo, ha reso pubblico il proprio malumore per la creazione della Protezione civile spa voluta dal governo. Il Pd, invece, si concede un giro di valzer. In un primo momento viene annunciata la «pasionaria» Rosy Bindi poi, a metà pomeriggio, tocca all’ex magistrato Luciano Violante, ma in serata, in studio, fa la sua apparizione il vicecapogruppo democratico a Palazzo Madama Luigi Zanda. A metà trasmissione c’è anche una telefonata di Eugenio Scalfari. Insomma, non proprio un consesso di amici. Guido non si spaventa. Toglie la giacca blu e la cravatta con cui si è presentato alla Camera, incassa il sostegno compatto del governo e del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi che incontra per circa un’ora a Palazzo Grazioli, indossa il maglioncino con le bande tricolori e il simbolo della Protezione civile e va in trincea. Anche perché è subito chiaro che i presenti colpiscono lui ma il vero obiettivo, in fondo, è un altro: Silvio Berlusconi. Il «processo», infatti, si apre con l’interrogatorio del principale accusato cui vengono rinfacciate le mancate dimissioni.

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USCIRNE BENE E A TESTA ALTA- Braille News 20.2.10

Guido Bertolaso resta al suo posto, gli arrestati restano in cella, i magistrati indagano, il Paese si interroga e la politica non sa ancora che pesci pigliare. È questa la plastica rappresentazione dei pezzi che si muovono sulla scacchiera dell’inchiesta che sta scuotendo il Paese. Fin dal primo momento Il Tempo ha preso una posizione netta: abbiamo difeso la figura del capo della Protezione civile e su questo punto non cediamo di un millimetro. Abbiamo ottime ragioni per farlo con serenità e fermezza. Bertolaso non è un volgare mazzettaro, è un eroe positivo di cui la coscienza collettiva del Paese ha bisogno per non sentirsi perduta e smarrita.

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IRAN, «MORTE A BERLUSCONI» GLI AYATOLLAH MANDANO IN CAMPO GLI SQUADRISTI- Braille News 13.2.10

Gli squadristi degli ayatollah all’assalto dell’ambasciata d’Italia. Uova, pietre e slogan. «Morte a Berlusconi e all’Italia», scanditi da un centinaio di basiji, la milizia giovanile dei pasdaran. Una manifestazione inscenata alla vigilia dell’anniversario della rivoluzione khomeinista e nel giorno dell’avvio dell'arricchimento dell’uranio. Una sfida all’Europa, assaltate anche le rappresentanze di Francia e Olanda, ma soprattutto un messaggio interno. La situazione in Iran resta problematica. La crisi economica da anni grava pesantemente sul popolo. Gli avvenimenti drammatici seguiti dopo le ultime elezioni presidenziali, continuano a tenere alta la tensione. L’«Onda Verde» è ormai una minaccia per il regime di Ahmadinejad e gli equilibri nel clero sciita sono ormai rotti. Da una parte la Guida suprema Ali Khamenei dall’altra Rafsanjani e i teologi della città santa di Qom. Il regime per sopravvivere agita lo spauracchio dei nemici esterni. Vecchio refrain di tante dittature. L’altro giorno Khamenei ha acceso gli ardori dei cadetti dell’Accademia aeronautica con la promessa di «un pugno in faccia all’Occidente». Sono stati mandati in piazza i basiji con le bandiere della repubblica islamica a minacciare l’Italia: paese ostile che ha osato sostenere, per bocca del suo premier e, ulteriore affronto, al parlamento degli ebrei, la necessità di «imporre dure sanzioni all’Iran». Le minacce e lo stemma d’Italia preso a bersaglio dagli squadristi basjij non faranno cambiare linea al nostro governo. Tutt’altro. Il ministro Frattini, appena venuto a conoscenza dell’attacco, ha convenuto con gli altri ministri europei, di far disertare dagli ambasciatori, le manifestazioni per l’anniversario della rivoluzione khomeinista. Il regime rispolvera vecchi schemi, l’assalto alle ambasciate, per intimidire. Ma resta sempre più isolato. L\'Iran, come preannunciato, ha avviato le operazioni per l’arricchimento dell’uranio al 20% nell\'ambito del suo programma nucleare, nonostante le proteste dell\'Occidente e la preoccupazione espressa dall\'Agenzia internazionale per l\'energia atomica (Aiea). Una prova di forza che è stata condannata anche dalla Russia. Anche Mosca, finora contraria a severe misure contro Teheran, ha reagito duramente all\'avvio dell\'arricchimento, affermando che ciò «accresce i dubbi sulla sincerità delle intenzioni» della Repubblica islamica di giungere ad una soluzione del contenzioso sul suo programma nucleare. A parlare è stato Nikolaj Patruschev, segretario del Consiglio per la sicurezza della Federazione russa ed ex direttore dell’Fsb, l’erede del Kgb. «Siamo naturalmente delusi - ha detto Patruschev - che Teheran abbia rinunciato alla strada della diplomazia. La minaccia di una guerra contro l\'Iran è diventata una teoria più realistica». Tra i possibili partecipanti all\'ipotetica azione militare contro Teheran, Patruschev ha ricordato in particolare Israele. Il dirigente delle strutture di intelligence russe, ha sottolineato che Mosca continua a vedere con favore «la soluzione pacifica del problema iraniano", senza negare però che la «situazione si sta surriscaldando». Il regime degli ayatollah può contare solo sul veto della Cina in Consiglio di sicurezza per evitare altre sanzioni che gli Usa vorrebbero applicare entro pochi giorni. E da Israele arriva la richiesta di applicarle anche senza l’imprimatur del Palazzo di vetro. E nel pressing diplomatico scende in campo la Turchia per cercare una mediazione.

MAURIZIO PICCIRILLI(Il Tempo)



ADDIO AL BOLLO AUTO- Braille News 13.2.10

LA TENTAZIONE DEL PDL PER FAR VINCERE RENATA

L’idea sarebbe stata lanciata da alcuni esponenti di area Forza Italia, che puntano a «saldare» la campagna elettorale laziale col premier. Del resto l’addio alla tassa su auto e moto era stato proposto proprio da Berlusconi nella primavera del 2008. Allora il Cavaliere parlò di una diminuzione della tassa da attuare «gradualmente e compatibilmente con le possibilità di bilancio, dopo aver riavviato la crescita economica e rimesso in ordine i conti dello Stato». Un provvedimento da realizzare, precisò il presidente del Consiglio, «nella seconda parte della legislatura». Dunque perché non pianificare un’azione coordinata e giocare tra un paio di settimane, nel pieno della campagna elettorale, l’asso nella manica?

Ci sono anche ragioni politiche. La campagna elettorale del Lazio è stata guidata finora dai big romani di Alleanza Nazionale. Forza Italia, già emarginata in Campidoglio (ha soltanto due poltrone nelle società partecipate dal Comune), è stata messa all’angolo anche nell’elaborazione del programma. Una strategia Berlusconi-Polverini sull’abolizione (o almeno diminuzione) del bollo su auto e moto sarebbe l’occasione per tornare in primo piano. Per dimostrare che senza Berlusconi (cioè senza Forza Italia) non si va lontano. Non sarebbero tutti d’accordo. Il sindaco Alemanno e il senatore Augello, responsabile della campagna elettorale, avrebbero già espresso la loro contrarietà al provvedimento. Ma i conti «azzurri» lo renderebbero possibile. Il bollo su auto, moto e motorini vale 650 milioni di euro all’anno. È la principale entrata della Regione. Ma «gradualmente», «riducendo le Asl a una soltanto, le comunità montane e tutti gli altri sprechi» e «con l’aiuto del governo», si può tagliare. «C’erano perplessità anche sull’Ici. Si diceva che i Comuni sarebbero andati a gambe all’aria, non è stato così». E mentre i big locali fanno i conti, si attende il via libera di Berlusconi. Allora sì che il coniglio potrà uscire dal cilindro.

ALBERTO DI MAJO(Il Tempo)



È IL TEMPO DI DIRE DUE O TRE COSE- Braille News 13.2.10

Prima di cominciare questa mia avventura a Il Tempo ho ripreso in mano un libro di Giampaolo Pansa, «Carte False». Lo acquistai nel 1987, poco prima della maturità. Ero un ragazzino che sognava di fare il giornalista e quelle pagine contribuirono in maniera decisiva a indicarmi la strada futura, il mio lavoro. Allora non potevo immaginare di diventare collega di un mostro sacro come Pansa né poteva passarmi per l’anticamera del cervello l’idea di dirigere un giornale. Ventitrè anni dopo eccomi qua a scrivere il mio primo editoriale per un giornale carico di storia come Il Tempo. Guidare un quotidiano... per fare cosa? Credo che la risposta più sincera sia quella più semplice, già chiara in quelle pagine ingiallite ma sempre vive: fare buon giornalismo, «serio, onesto, coraggioso, rispettoso dei lettori». È questo il mio programma di lavoro da direttore de Il Tempo, non altro. Questa testata è nel cuore di Roma (in tutti i sensi) e in quello dei suoi lettori fedeli. Ora puntiamo a conquistare la fiducia e l’affetto dei nuovi che verranno. I fatti da raccontare non mancano. Roma è l’unica vera metropoli italiana, centro di tutte le decisioni che contano, città che conserva attrazione e respiro internazionale. Lasciate perdere i luoghi comuni che si sono sparsi a piene mani in questi anni: senza la Capitale, l’Italia sarebbe un Paese dannatamente più piccolo e provinciale. Senza i suoi tesori, la sua arte, la sua cultura, la nostra storia sarebbe ridotta a ben poca cosa. Partiamo da qui, non abbiamo bisogno di inventarci una nuova strada da seguire, perché Il Tempo rappresenta un mix ideale di identità e territorio. L’identità di un giornale moderato ma non conformista, vicino alle idee della maggioranza silenziosa di italiani che non ci sta a farsi sopraffare dalle minoranze rumorose che affollano le piazze ma non riempiono le urne. L’identità di un quotidiano che sta fisicamente accanto al Palazzo ma non è del Palazzo: lo racconta, lo osserva, lo critica quando sbaglia e lo loda quando fa bene. È il compito di qualsiasi buon giornale che voglia farsi rispettare e abbia a cuore i suoi lettori, vero patrimonio di ogni testata. Il territorio è quello immenso della Capitale, delle province del Lazio, dell’Abruzzo e del Molise, popolato di gente che lavora e contribuisce in maniera importante all’economia nazionale. Si sono scritti saggi voluminosi sul Nord che produce, forse bisognerebbe aggiornare la biblioteca ricordando che nella produzione di valore aggiunto il Lazio è secondo solo alla Lombardia e che la crisi ha colpito la regione in misura minore rispetto al resto d’Italia. Non ci sembra il quadro di una società immobile, intenta a consumare le risorse create da altri. Una delle missioni de Il Tempo, sarà proprio quella di demolire l’immagine di una Capitale e del suo territorio che non corrispondono alla realtà. Roma ha solo un grande bisogno di raccogliere le sfide che offre la contemporaneità. Sfide che richiedono risposte, progetti, decisioni, rapidità. La Capitale presto dovrà affrontarne due e saranno decisive: la candidatura per le Olimpiadi e i progetti legati al Gran Premio di Formula Uno. Qualcuno penserà che con il giavellotto e gli alettoni non si spicca il volo nella competizione internazionale. Povero ingenuo. In realtà è su questi due punti dell’agenda che Roma si gioca parte del suo futuro, della sua capacità di attrarre idee, investimenti, lavoro. Il Gran Premio all’Eur sembra avere tutte le carte in regola per diventare un perfetto circuito cittadino, affascinante quanto quello di Montecarlo. E se Monza strilla, pazienza. Forse in Lombardia hanno dimenticato che fino a pochi anni fa le auto sfrecciavano anche sull’asfalto di Imola? Perché farsi venire il travaso di bile per la bandiera a scacchi che sventola all’Eur? Vogliamo sentir rombare i motori. E vedere Roma tornare ai fasti degli anni Sessanta, quando i giochi olimpici consegnarono ai cittadini una città più bella e moderna. L’organizzazione fu perfetta, la televisione per la prima volta programmò massicciamente la manifestazione con 106 ore di trasmissione. Abebe Bikila vinse la sua prima maratona a piedi nudi, un uomo solo al comando per le vie della Città Eterna. Entro il 5 marzo il Comune di Roma presenterà il piano per agganciare il treno dei giochi olimpici. È in competizione con Venezia, candidatura che appare in acqua alta. Non vorremmo che la «retorica del Nord» mandi a carte quarantotto le aspirazioni dell’unica città che può competere a livello internazionale. Il Comitato Olimpico è popolato da vecchi volponi e per questo Roma ha bisogno del sostegno pieno e totale di tutte le istituzioni, non di lotte fratricide. Presentarsi divisi alla meta potrebbe aggiungere oltre al danno, anche il sapore amaro della beffa. E Il Tempo non starà a guardare.

MARIO SECHI(Il Tempo)



BERLUSCONI PRONTO AL RIBALTONE- Braille News 6.2.10

Le Regionali non saranno solo un test sulla forza del Pdl in alcune aree chiave del Paese ma saranno soprattutto il momento della verifica degli assetti interni al partito e dell’efficacia della struttura che si è data. Berlusconi è pronto a fare la pagella soprattutto se il risultato elettorale dovesse essere poco entusiasmante. Il premier, dopo essersi scontrato un paio di volte con alcuni esponenti del partito su alcune candidature, ha deciso la linea di lasciare la regia di questa tornata elettorale interamente nelle mani della nomenklatura del partito. Salvo poi, a urne chiuse, chieder conto dei risultati. Non è un caso che nella sua agenda, al momento ci sia solo l’intervento a una cena per il 10 febbraio a favore di Renata Polverini. Nessuna sortita invece a fianco di Rocco Palese, tormentata candidatura in Puglia.

Come pure non è casuale che vada ripetendo spesso di volersi dedicare esclusivamente alle «cose di governo». Ma questo non vuol dire che non segua da vicino le vicende interne al Pdl che continua a considerare uno strumento smontabile se per caso non dovesse funzionare. E qualcosa in effetti nel partito sta cambiando e non nella direzione che il premier si era prefissata. Ancora non si può parlare di correnti ma gruppi di potere si stanno coagulando e stanno condizionando le scelte del Pdl. Alessandro Campi, direttore di FareFuturo, la Fondazione di Fini, ha osservato che «si è creato una specie di correntone attorno a La Russa e Gasparri e si stanno rafforzando delle componenti di provenienza An ma non finiane». E di queste componenti, sostiene Campi, «gli ex forzisti hanno più paura». Questo deriva dal fatto che la componente forzista ha una «strutturale debolezza territoriale». E gli equilibri di forza tra ex An e ex FI si stanno giocando sulle Regioni. Di qui la scelta di candidati anche deboli ma che possano rafforzare questa o quella componente. Nel «correntone» di Gasparri e La Russa sarebbero confluiti ex socialisti e ex Dc; quindi da Sacconi a Fitto. A questa logica si oppone Sandro Bondi, che più di una volta ha polemizzato contro le nomenklature. Attorno al ministro dei beni Culturali si sono ritrovati oltre a Giro, il ministro Gelmini, Quagliariello, Stracquadanio e Valducci. C’è poi il nucleo che fa capo a Bocchino che riunisce i finiani.

Questa nomenklatura, stando agli scenari delineati da alcune fonti del partito, si starebbero spartendo il territorio. Così La Russa sta tentando un asse con Formigoni in Lombardia, Bocchino ha messo fuori gioco Cosentino in Campania, Sacconi in Veneto fa squadra con gli ex socialisti e gli ex An, Fitto con Palese controlla la Puglia, Gasparri è dominus in Calabria.

Ma fino a che punto questa strategia è vincente lo dirà l’esito elettorale. Quagliariello richiama all’ortodossia berlusconiana: «L’unica ricetta possibile - dice - è di dar vita a una classe dirigente politica coesa. Se prendessero il sopravvento i particolarismi degli ex An ci divideremmo in tante piccole scialuppe».

Dopo le Regionali potrebbe esserci la verifica interna e non sono esclusi ribaltoni. Se Bondi dovesse lasciare il ministero al quale tiene molto, il sacrificio verrebbe ricompensato con la nomina a coordinatore unico del Pdl. Accanto a lui un vice, che non sarebbe La Russa (scattando l’incompatibilità con l’incarico di governo, opterebbe per il ministero) ma il finiano Italo Bocchino. Per Verdini un ruolo nell’organizzazione del partito. Sarebbe quindi ridiscusso il meccanismo delle quote in modo più paritario tra ex An e ex FI. Soprattutto verrebbe data più sostanza ai Dipartimenti che finora non hanno prodotto nessun documento. La cartina tornasole che qualcosa nel partito si è inceppato è nell’andamento del tesseramento, finora deludente. Il vicepresidente della Camera Lupi ha incontrato La Russa e Fontana e avrebbero fatto il punto proprio sul tesseramento e sui problemi interni al partito. Dandosi appuntamento al dopo-Regionali.

LAURA DELLA PASQUA (Il Tempo)



LA SINISTRA ANNIENTATA DA TROPPO SESSO E BUGIE- Braille News 30.1.10
La frottola che per un uomo politico le dimissioni sono l’ultima cosa a cui pensare, la carta da giocare prima del suicidio, è una storia che ha le gambe corte. Qualche volta le dimissioni sono una scappatoia per sfuggire ai riflettori, imboscarsi nel comodo anonimato, sottrarsi allo scrutinio scassaballe dei giornalisti. Detto questo, la piccola catena di dimissioni che ultimamente lega le storie meno edificanti degli amministratori di razza democrat ci pone di fronte al rischio che la dimissione dei singoli sia l’anticamera della dismissione di un intero partito. Allora, l’abbiamo detto mille volte e adesso sono mille e una: è finito il comunismo, Marx è morto e nemmeno i postcomunisti si sentono benissimo. Ma da un piccolo malanno stagionale, anche se la stagione politica è lunga, a una malattia che sta devastando il corpo di ciò che fu la grande tradizione della sinistra italiana, il passo è lungo, accidentato e pericoloso. La catena di dimissioni-dismissioni che da Piero Marrazzo arriva a Flavio Delbono, mettendoci a cavacecio la storiaccia del Bianchini Luca dirigente democratico e stupratore meno democratico, segnala molte, troppe cose. Segnala che il vanto della diversità morale è ricordo antico di un’era che, retrospettivamente, forse non è mai esistita. E segnala che il sesso, nella sua versione morbosa, nel caso Marrazzo, omicida, nel caso Bianchini, e ridicola, nel caso Delbono, sta diventando il tormento del Partito democratico più e peggio delle turbe adolescenziali di un giovane seminarista. Il silenzio pressoché totale delle femministe, eccezion fatta – mi pare – per Ritanna Armeni, di fronte al Cinzia-gate, che sarà ridicolo e patetico quanto ci pare ma sempre storia è di amanti, di borse e vestiti regalati alla fidanzatina come sostitutivo di coccole e sicurezza di coppia, mostra l’immagine (al di là degli eventuali profili penali, che non mi interessano) di un uomo che pare uscito da una commediola italiana degli anni Cinquanta, quelle commediole un poco morbose dove c’è l’amante che si sente tradita e, vista la mala parata, decide di sputtanare il “di lui” in pubblica piazza per la serie: tu m’hai lasciato, e io ti fotto la carriera. Che strazio. E che salto indietro nel tempo, che deviazione rispetto all’immagine di diversità etica che il Pd ha cercato di opporre di fronte alla goliardia berlusconiana in nome del rispetto della dignità della donna. Su Marrazzo c’è poco da aggiungere, se non che, in questo caso come il quello di Delbono, le istituzioni, le amministrazioni paiono diventare luoghi utilizzati strumentalmente per soddisfare i propri desideri, le voluttà di uomini politici che non riescono a reggere il peso della doverosa distinzione tra la sfera pubblica e la sfera privata. Non è necessario essere moralisti o guardoni per restare perplessi, tristemente perplessi, di fronte allo spettacolo di un partito che intima a un sindaco (e prima a un presidente di Regione) di abbandonare la scena pubblica per limitare i danni. Qui non si tratta di un gesto doveroso, ma del mero tentativo di non sputtanarsi troppo, in questa gigantesca puttanopoli della coscienza e della vita politica. Di questo passo, per salvare il salvabile, il Pd si costringerà alla trasformazione in un partito sessuofobico, come il vecchio Pci al tempo dell’amore Togliatti-Iotti. ANGELO MELLONE (Il Tempo)

E PIER LUIGI TORNA DA DI PIETRO- Braille News 30.1.10

Non ha avuto certamente un esordio felice il terzo forno aperto in Puglia dall’Udc di Pier Ferdinando Casini per togliere voti al centrodestra con la candidatura di Adriana Poli Bortone alla presidenza della Regione, e rendere più facile, o meno difficile, la conferma dello schieramento di cosiddetto centrosinistra nuovamente guidato da Nichi Vendola, di cultura e formazione orgogliosamente comunista. Anziché ringraziare l’ex presidente della Camera, magari restandosene zitto per qualche giorno, il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si è affrettato ad annunciare, con aria visibilmente compiaciuta, la conferma della pur controversa alleanza del suo partito con Antonio Di Pietro in ben undici delle tredici Regioni in cui si voterà il 28 marzo, compresa naturalmente la Puglia. Dove l’ex magistrato, in verità, non aveva nascosto le sue riserve, anzi la sua ostilità a Vendola, specie quando sembrò coinvolto nelle indagini giudiziarie su brutti affari sanitari, scoprendone però disinvoltamente le qualità quando si è accorto che nel Pd tifavano per il governatore uscente tutti coloro che a livello nazionale difendono la validità dell’apparentamento con l’Italia dei Valori.

Eppure, è a questo Pd ancora legato mani e piedi alla componente più dura dell’opposizione, feroce anche quando parla dei morti, com’è accaduto nella recente celebrazione del decimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, che Casini ha voluto tendere la mano alleandosi in alcune Regioni del Nord, formalmente in odio alla Lega, ed evitando di farlo con il centrodestra in Puglia, dove la Lega non c’è, pur di scongiurare la vittoria dello schieramento berlusconiano. Essa sarebbe in effetti uno smacco durissimo per il Pd, rovinosamente spaccatosi nelle primarie proprio sulla proposta, rappresentata dalla fallita candidatura del dalemiano Francesco Boccia, di costruire il prototipo di un rapporto sostanzialmente privilegiato con l’Udc. Se l’intenzione di Casini, nell’aprire il suo terzo forno a Bari, era di tenere caldi i rapporti con Bersani e con Massimo D’Alema per meglio coltivarli dopo le elezioni regionali, aiutando per il momento l’uno e l’altro a non perdere una Regione così importante e a non farsi per questo stritolare da un’opposizione interna contraria a rompere con Di Pietro per spostare il partito verso il centro, il segretario del Pd l’ha clamorosamente contraddetta. È come avere opposto uno schiaffo ad un sorriso o ad una mano tesa, sotto lo sguardo divertito di un Di Pietro che non si è risparmiato il gusto di dire che il partito di Casini non è «né maschio né femmina».

Resta solo da capire se l’iniziativa di Bersani, con tanto di conferenza stampa congiunta con l’ingombrante alleato, è stata condivisa da D’Alema, tentato forse di defilarsi un po’ dal marasma del suo partito grazie al ruolo istituzionale appena assunto di presidente del Comitato parlamentare di controllo dei servizi segreti. Ma era stato proprio lui, secondo indiscrezioni pubblicate da alcuni giornali e sinora non smentite, a telefonare a Casini, dopo avere perduto con Boccia le primarie di domenica, per chiedergli e ottenere soccorso con l’apertura del terzo forno.

Si sa tuttavia che non tutti i mali vengono per nuocere. La valorizzazione così imprudente dell’alleanza con Di Pietro da parte di Bersani potrebbe indurre gli elettori moderati della Puglia ad aprire di più gli occhi, a sfuggire alla trappola di Casini, a compattarsi attorno al centrodestra, per quanto debole possa apparire a prima vista la candidatura del capogruppo regionale uscente del Pdl Rocco Palese, e a non risparmiare al Pd, dopo l’umiliazione infertagli nelle primarie da Vendola con la bocciatura di Boccia, la meritata perdita di una Regione così importante, miracolosamente conquistata cinque anni fa dalla sinistra. Ad un gruppo dirigente troppo incerto e contraddittorio, quale si rivela ogni tanto quello del Pd, una terapia d’urto potrebbe far meglio delle brioches di Casini.

FRANCESCO DAMATO(Il  Tempo)



L’EDITORIALE - NO AL BURQA ANCHE IN ITALIA- Braille News 30.1.10

Una volta tanto dobbiamo prendere l’esempio dai cugini francesi e introdurre al più presto nel nostro ordinamento il divieto al burqa nei luoghi pubblici. I francesi ci stanno pensando e c’è un primo orientamento favorevole di un gruppo di lavoro parlamentare. Potremmo allora cogliere l’occasione e battere sul tempo i «galletti» d’oltralpe, magari dando retta al ministro Carfagna che da mesi insiste su questo tema. Potremmo cioè mettere subito al lavoro il Parlamento, approvando una norma nel giro di pochi mesi. Pdl e Lega sembrano infatti concordi, mentre da sinistra iniziano, tanto per cambiare, a levarsi voci in dissenso. Qual è il punto che ci fa essere tanto convinti della bontà della norma? Il punto è molto semplice: tra le grandi conquiste di libertà del nostro tempo c’è il fatto che si gira per strada solo mostrando il volto, che non può essere coperto per nessuna ragione: militare, politica, religiosa o altro. A questo principio non sono ammesse deroghe proprio per il fatto che la riconoscibilità è parte integrante della persona e dell’essere cittadino. In poche parole: noi siamo la nostra faccia. Il principio è tanto più vero se declinato al femminile, poiché è di tutta evidenza che il burqa (che nulla ha a che fare con i sacri precetti dell’Islam) è uno strumento di prova della sottomissione della donna all’uomo, un certificato pubblico di inferiorità, una patente di dipendenza dal «sesso forte» che in realtà è solo arrogante e vigliacco. Questo nostro Occidente invecchiato e timoroso non può così facilmente accettare l’idea di un declino totale. Possiamo accettare quello demografico e economico, anche perché con India, Cina e grandi nazioni islamiche (Pakistan e Egitto ad esempio) non possiamo competere su questi terreni. Ma non possiamo accettare anche il declino delle idee, di quelle idee di progresso e libertà che proprio in Europa hanno trovato spazio per crescere e trionfare. Per quelle idee milioni di persone hanno perso la vita, per quelle idee vale la pena di non transigere, di non accettare compromessi. Su un punto occorre essere inflessibili: non c’è libertà collettiva che lascia da parte le libertà individuali. Per questo dobbiamo riconoscerci per strada, perché così fanno le persone libere da ogni condizionamento. Il punto centrale è nel volto, come risulta chiaro dal copricapo indossato da molte religiose cattoliche. Quel volto scoperto, soprattutto se femminile, è bandiera vivente di libertà. Rispettiamolo e difendiamolo, ricordando che nulla è meno scontato della libertà.

ROBERTO ARDITTI(Il  Tempo)



LE NUOVE BR: BOMBE E CYBERTERRORISMO– Braille News 23.1.10

Irriducibili. Giovani leve e veterani uniti per far risorgere la stella a cinque punte e rilanciare la lotta armata. A suon di bombe - loro l’attentato alla caserma dei parà a Livorno e il progetto di far saltare in aria il G8 - «per il comunismo». Antichi slogan per una stessa utopia trasmessa con il Dna. In carcere, infatti, è finito Manolo Morlacchi figlio di Piero, morto nel 1999, tra i fondatori con Curcio e Franceschini del gruppo terroristico Brigate Rosse.Le manette sono scattate anche per un’altra giovane leva Costantino Virgilio. Entrambi fermati a Milano sono impiegati presso un’agenzia di gestione archivio, il primo con funzioni manageriali, l’altro semplice dipendente, erano già stati indagati e avevano subìto una perquisizione domiciliare il 10 giugno scorso, quando la Digos di Roma aveva arrestato tra Roma e Genova un gruppo di presunti brigatisti. I reati contestati vanno dall’associazione eversiva alla banda armata, alla detenzione di armi. Nell’ordinanza figurano altri due indagati, Francesco Paladino e Maurizio Calia. E, come negli anni di piombo, si manifesta la solidarietà militante. Una trentina di manifestanti, tra giovani dei centri sociali di Milano ed esponenti dei gruppi anarchici, si sono radunati davanti al carcere milanese di San Vittore per esprimere solidarietà nei confronti di Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio. La svolta nelle indagini era arrivata grazie a una chiamata, partita da una cabina telefonica, intercettata a febbraio del 2007 e attribuita a Luigi Fallico. Il «corniciaio» è l’anello di congiunzione con il gruppo di Nadia Desdemona Lioce. In particolare, in una delle telefonate Fallico parlava di un attentato alla Maddalena nei giorni del G8. Oltre a Fallico, arrestato nella capitale e considerato il capo del gruppo, a giugno finirono in carcere anche Bruno Bellomonte, rappresentante di spicco dell’indipendentismo sardo, e Bernardino Vincenzi. A Genova invece a finire in manette furono Riccardo Porcile e Gianfranco Zoja. Tra gli indagati anche il fratello di Manolo, Ernesto Morlacchi. Gli uomini arrestati, secondo gli investigatori risultano legati all’organizzazione e hanno partecipato a «incontri strategici». A incastrarli, telefonate in codice per fissare appuntamenti con gli altri compagni. Nell’ordinanza firmata dal gip di Roma si sottolinea come i due arrestati avessero più volte incontrato i presunti capi dell’associazione con finalità di terrorismo già finiti in manette a giugno. Incontri documentati con telecamere e intercettazioni ambientali che hanno portato il gip a chiedere l’arresto. Entrambi, poi, erano incappati anche in alcune intercettazioni sul gruppo sgominato con l’Operazione Tramonto nel febbraio 2008. «Manolo Morlacchi - ha spiegato il dirigente della Digos di Roma, Lamberto Giannini - è entrato in contatto con Luigi Fallico. Le nostre indagini non sono partite dall\'ambiente milanese ma da quello romano. Poi abbiamo documentato la presenza di rapporti che noi e l\'autorità giudiziaria riteniamo diversi da quelli di amicizia o da contatto di tipo politico» Costantino è risultato in possesso di materiale informatico che espone i criteri e le modalità di criptazione dei documenti per «finalità eversive», una sorta di manuale di istruzioni destinato agli esponenti del gruppo, che riporta le indicazioni per l’utilizzo del pc: «una specie di codice di condotta che consigliamo ai militanti rivoluzionari», con una serie di «consigli» finalizzati a evitare controlli da parte delle forze dell’ordine.

MAURIZIO PICCIRILLI(Il Tempo)



BR E KAMIKAZE ALLARME TERRORISMO– Braille News 23.1.10

Torna l’allarme attentato kamikaze in Italia. E stavolta è donna. La segnalazione degli investigatori parla di una «azione suicidiaria da parte di una fondamentalista islamica che potrebbe aver luogo sul territorio nazionale». Allertate forze di polizia e soprattutto presidi militari. L’obiettivo infatti potrebbe essere proprio una caserma, come lo fu la mattina del 12 ottobre, quando il libico Mohamed Game, 34 anni, regolare in Italia, fece saltare in aria un ordigno rudimentale con circa 5 chili di nitrato d’ammonio (buona parte inesploso) contro la caserma Santa Barbara di Milano. Rimase lievemente ferito un militare raggiunto da una scheggia, e seriamente colpito l’attentatore: ha perso una mano e la vista. La segnalazione è partita dalla Questura di Torino il 14 gennaio. Si parla di «ipotesi del compimento di una azione suicidiaria da parte di una fondamentalista islamica che potrebbe aver luogo sul territorio nazionale contro strutture e mezzi militari e anche contro appartenenti alle forze di polizia». La nota è circolata negli uffici come un tam tam. Probabilmente non è il primo. Dopo il fattaccio di Milano, considerato il primo attentato kamikaze in Italia, la barriera dei controlli si è alzata, fatta più fitta. Le forze di polizia passano a un setaccio più stretto gli immigrati in arrivo nel Paese. Talvolta con risultati inaspettati. Nel giugno scorso nell’area partenze internazionali dell’aeroporto di Fiumicino, per un imbarco per la Tunisia, la Digos della Questura di Roma ha fermato Essid Sami Ben Kemais, detto Saber, poi allontanato dall’Italia. Pesante il curriculum: ritenuto personaggio di spicco dell’estremismo islamico, e finito in un procedimento penale davanti al gup di Milano Clementina Forleo per un’inchiesta per associazione a delinquere con l’aggravante delle finalità di terrorismo. Gli investigatori moltiplicano l’attenzione pure sui luoghi di preghiera della Mezzaluna, badando soprattutto a quelli che spuntano come funghi in negozi e scantinati sotto il nome di centri culturali o perfino del tutto clandestini, ma che potrebbero ospitare integralisti in cerca di adepti da dirottare nei luoghi delle «guerre sante» contro l’Occidente - dall’Afghanistan all’Iraq, fino a obiettivi più ambiti Oltreoceano - o colpire nel cuore delle società «infedeli», come è avvenuto a Londra, in Spagna e a ottobre anche in Italia. E poi ci sono gli obiettivi ancora più difficili da monitorare: le cellule terroristiche fai-da-te, come per quella rappresentata dal libico Game coi suoi due complici, Mahmoud Abdelaziz Kol, idraulico, 52 anni, che lo avrebbe indottrinato, e Mohamaed Israfel, 33 anni e qualche lavoro saltuario). Una difficoltà denunciata anche dal ministro dell’interno Roberto Maroni che le ha definite «difficilmente controllabili».

FABIO DI CHIO(Il Tempo)



L’EDITORIALE -TROPPA IPOCRISIA SU CRAXI – Braille News 23.1.10

Dieci anni fa moriva Bettino Craxi e oggi il giudizio su di lui è molto diverso da quello di allora. Si fa strada anche a sinistra una certa serenità d’analisi, che consente di smussare le durissime contrapposizioni degli anni ’80 e ’90. Il fenomeno sarebbe di per sé positivo, se non fosse che è inquinato dal modo tutto italiano di crocifiggere i vivi e santificare i morti. Dopo averlo venerato come un Dio in terra, inseguendolo con codazzi di "clientes" sempre più imbarazzanti, gli italiani (magari non tutti, ma certo moltissimi) lo hanno eletto tra il 1992 e il 2000 a colpevole morale e materiale di tutti i mali della Repubblica, finendo per andare oltre il segno nella direzione opposta. In realtà Craxi è stato, con pregi e difetti, uno dei protagonisti veri della politica italiana. Robusto sostenitore di una idea moderna e concreta dell’essere di sinistra, ha difeso come ha potuto la sua famiglia politica, quella socialista, in una nazione dove i comunisti sono sempre stati i cugini più numerosi, più ricchi, più potenti. Il Craxi degli anni da premier è un italiano di cui andare orgogliosi nel mondo. Il Craxi del Caf, tra l\'87 e il ’92, è un leader che troppo indulge nella corte attorno a sé e finge di non vedere l’andazzo non proprio commendevole dei finanziamenti al suo partito (in tutto uguali a quelli degli altri). I processi che lo hanno visto condannato non bastano a spiegarne la personalità. Sarebbe una scorciatoia politica e intellettuale. Craxi merita oggi quel rispetto che gli è stato negato negli ultimi anni della sua vita. Rispetto, naturalmente, non significa acritica adesione.

ROBERTO ARDITTI(Il Tempo)



A DIECI ANNI DALLA MORTE DI CRAXI MODERNIZZÒ L’ITALIA MA LA SINISTRA NON GLIELO PERDONÒ Braille News 16.1.2010

Chi ha oggi venti anni troverà difficoltà a seguire quanto si scrive rievocando la scomparsa di Bettino Craxi, morto ad Hammameth, in Tunisia, alle 17 del 19 gennaio 2000.

Eppure i ventenni d'oggi, ma anche quelli di domani, dovranno parlare di Craxi, perché la sua figura rappresenta un drammatico passaggio tra la fine di un secolo, il '900, e l'inizio di un altro; perché sul suo nome si sviluppa oramai da diciotto anni un'irrisolta questione di poteri all'interno delle istituzioni; perché in pochi anni la sua leadership socialista e di governo confuse prima e mise in crisi poi il più grande, influente e autorevole Partito Comunista dell'Occidente, il PCI, aprendo la strada a cambiamenti storici.

La Storia, poiché è figlia della verità, è un fiume carsico che, scorrendo nascosto nelle viscere della terra, crea l'illusione dell'oblio e infine, apparendo alla luce, con gagliardia spazza via falsità, menzogne.

Craxi era un figlio del Risorgimento italiano, si professava garibaldino e come tale aveva un amore senza limiti per la patria, era convintamente repubblicano, socialista e internazionalista. Non era massone, ma dei massoni si professava protettore contro chi intendeva limitarne le libertà, nello stesso tempo riuscì a firmare il nuovo Concordato con il Vaticano. Il nuovo Concordato, introducendo l'otto per mille, ha reso la Chiesa cattolica italiana non solo economicamente autosufficiente, ma soprattutto libera di esprimersi sui temi sociali e politici.

Il socialismo di Bettino Craxi fu riformista, democratico, libertario. Un pugno nello stomaco della sinistra italiana conservatrice e gramsciana, culturalmente «diversa» e pubblicamente pronta a rivendicare, grazie alla sua diversità, una superiorità di governo ed etica.

Accompagnando Craxi a Ginevra dal 23 al 27 novembre del 1976 assistetti al congresso di Rifondazione della Internazionale Socialista, durante il quale fu eletto presidente Willy Brandt e tra i vicepresidenti, Bettino Craxi.

Craxi era stato eletto segretario del Psi soltanto il 14 luglio dello stesso anno. Un famoso corsivista dell'Unità dell'epoca, Fortebraccio, lo definiva «il signor Nulla», la Repubblica di Eugenio Scalfari, lo accusava della terribile colpa d'essere un «socialdemocratico tedesco».

A Ginevra il giovane segretario, che già aveva avuto un ruolo nella vecchia Internazionale, impressionò i partiti presenti per la concreta indicazione di una strada socialista ed occidentale per uscire dalle contraddizioni imposte dalla Guerra Fredda, nell'ambito dell'alleanza occidentale basata sul rispetto dei partner. Ricordo che la sera del 26 novembre l'ex presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, ospite dell'ambasciatore d'Italia e in procinto d'essere nominato — grazie allo stesso Craxi — Presidente Onorario dell'Internazionale, assieme a Nenni, ebbe parole di sincero compiacimento per il giovane segretario socialista. Compiacimento e ringraziamento per l'atteggiamento che i socialisti avevano assunto nei confronti dello scandalo Lockeed, che da scandalo democristiano divenne colpa socialdemocratica con la condanna dell'uomo forte del Psdi, Mario Tanassi.

In pochi anni, passando attraverso la difesa appassionata di una scelta che assicurasse la vita all'onorevole Aldo Moro, Bettino Craxi sconfisse la politica di Compromesso Storico ideata dal segretario comunista Berlinguer e costrinse i comunisti ad affrontare il mare malmestoso della competizione alternativa di una democrazia conflittuale e non consociativa.

Dopo aver impedito all\'onorevole Andreotti di rieditare un esecutivo appoggiato dai comunisti, Craxi fu incaricato il 10 luglio 1979 di formare il Governo. Sull'aereo militare che ci accompagnava a Strasburgo per la solenne inaugurazione del nuovo Parlamento europeo, per la prima volta eletto a scrutinio universale, chiesi a Craxi cosa ci aspettava. Mi rispose che l'incarico non sarebbe sfociato in un suo governo, ma che grazie alle consultazioni si poteva lasciare un progetto un po' più solido al suo successore, in attesa di una nuova occasione.

E così accadde, perché alla fine delle consultazioni apparve chiaro che l'onorevole Cossiga avrebbe potuto guidare un governo Dc, Psdi, Pli, appoggiato dall'esterno dai repubblicani e dai socialisti.

Il governo Cossiga durò fino ad aprile del 1980, per rinascere con una formula diversa (Dc, Psi, Pri) fino all'ottobre del 1980. L'8 maggio del 1980 morì il potente presidente della Federazione Iugoslava Tito. Il 9 maggio una delegazione nazionale presieduta da Pertini e composta fra gli altri da Craxi e Berlinguer si ritrovò all'aeroporto di Ciampino per partire e partecipare ai funerali dell'illustre capo di stato.

Giunti a Ciampino trovammo Cossiga che attendeva tutti i delegati per salutarli. Dopo qualche convenevole Craxi si accorse che stava entrando nel salone Berlinguer, lo salutò e inventandosi al momento qualcosa di molto importante da dirmi, cominciò a entrare e uscire dalla sala parlandomi velocemente e impedendo a Cossiga di aprire «per caso» un incontro informale con Berlinguer, che sarebbe stato disposto a diminuire le ostilità verso il governo in cambio di un\'apertura nei confronti del suo partito. Craxi non lo permise e il secondo governo Cossiga cadde il 18 ottobre del 1980.

Si è molto favoleggiato su rapporti conflittuali tra Craxi e Pertini. Craxi, invece, mi ha sempre detto che senza Pertini al Quirinale forse non sarebbe stato nominato Presidente del Consiglio, sicuramente non sarebbe restato al suo posto per quattro anni consecutivi, e, in effetti, nel 1987, dopo che da poco Cossiga era stato nominato Presidente della Repubblica, Craxi fu costretto alle dimissioni, gli fu impedito di andare alle elezioni e fu incaricato di formare un governo elettorale il senatore Fanfani. Craxi governò brillantemente. In politica estera, allargò l'Europa a Spagna, Grecia e Portogallo; fece entrare l'Italia nel G5; riaffermò con Sigonella l'importanza di un'alleanza con gli Stati Uniti basata sulla lealtà e il rispetto tra pari e riaffermò i principi collegati all'installazione degli Euro-missili, necessaria per lo schieramento missilistico antieuropeo dell'Urss; nella politica economica abbassò drasticamente l'inflazione; superò in termini macroeconomici la Gran Bretagna, portando l'Italia per la prima volta al quinto posto tra i paesi industrializzati del mondo, rilanciò il made in Italy, modernizzò l'impresa italiana; in politica interna sbaragliò definitivamente il terrorismo di sinistra, ristabilì il buon vivere nelle città e stroncò l'industria dei rapimenti.

A partire dal 1989 Consigliere speciale, con rango di vice segretario generale, del segretario delle Nazioni Unite, riuscì in quella che era diventata una chimera, mettere d'accordo l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che unanimemente si espresse a favore, su un documento assai complesso che indicava diverse e modulate soluzioni all'aggravamento della crisi economica mondiale, provocata dal Debito. Ancora oggi quel pacchetto di soluzioni è di volta in volta adottato. Come Consigliere dell'Onu provvide fra l'altro alla ricostruzione del Libano (1991) a mirati interventi per la pace e lo sviluppo nei Balcani, in Medio Oriente, nel Corno d'Africa.

Questo leader italiano è morto, avendo vicino solo i suoi cari, a Hammameth, essendogli stato rifiutato persino un salvacondotto per curarsi dalla malattia che lo uccise e che l'onorevole Di Pietro definì «un foruncolone». Questa «brava persona», come l'ha recentemente definito l'onorevole De Mita, è stato accusato e condannato come se fosse un ladro, essendo invece parte integrante di un sistema generale che prevedeva forme irregolari di finanziamento dei partiti. A quest'uomo che ha modernizzato l'Italia, è stato impedito di riformarla istituzionalmente.

Ricordo gli incontri delle delegazioni del Pci dopo la caduta del muro di Berlino, quando oramai era chiaro il fallimento del comunismo a Oriente e Occidente. Occhetto e Fassino chiedevano di non agevolare l'uscita dal partito dei miglioristi, che avevano come leader Napolitano, di non provocare le elezioni anticipate, promettevano in cambio un comune lavoro per la riedificazione di una sinistra democratica all'interno di un comune contenitore internazionale, l'Internazionale Socialista.

Tornando da Berlino a bordo di un aereo privato sul quale erano ospitati Occhetto e Napolitano, Craxi mi chiese di parlare con Napolitano per convincere Occhetto a discutere con lui.

Dopo qualche reticenza Occhetto si sedette vicino a Craxi, che iniziò a parlare. Occhetto guardava davanti a sé e non proferì parola. Fino a Roma.

La storia dell'aggressione anche fisica e non solo giudiziaria a Craxi è nota e stranota. I comunisti pensarono davvero che una spallata giudiziaria, il cambio di nome e il silenzio sugli orrori del comunismo sarebbero stati dimenticati grazie alla supposta diversità, alla superiorità etica che faceva di Greganti un ladro in proprio e dei socialisti dei ladri professionisti. Pensarono davvero che svendere l\'Italia alla migliore finanza angloamericana sarebbe stato un salvacondotto per l'eternità.

I fatti ci dicono invece che con Craxi si è amputata la democrazia in Italia e che il segretario socialista l'aveva vista lunga nel 1978 quando partendo da Proudhon e arrivando a Bobbio, passando per Rosselli, Gilas e Russell, aveva tracciato il profilo di una dottrina democratica, laica e pluralista, in contrapposizione con la lezione marxista e i concetti di libertà collettiva e di egemonia gramsciana. La modernità della sinistra, il tentativo di riformare l'Italia, sono valse per Craxi l'esilio e la morte.

L\'Italia sta, però, iniziando a capire.

Dopo la scomparsa del Partito Socialista, convinto che in un futuro lontano ( dieci anni) i socialisti avrebbero ripreso il loro ruolo, nei miei soggiorni a Hammameth, Bettino mi invogliava a tenere accesa «la fiammella», come quelli del Movimento Sociale, mi diceva - proprio lui che per primo aveva sdoganato nel 1983 Almirante e il suo partito.

Fiducia nei giovani e tutti gli altri a casa o a far da consiglieri, suggeriva. Così non è stato e i risultati sono sotto gli occhi di vuol vedere.

Una sola nota personale vorrei aggiungere. Io non riesco ad andare in Tunisia, perché mi si stringe il cuore. Aspetto il momento nel quale ciascuno, illuminato, incontrerà i risorti e potrò allora dire: Ciao, Bettino.

GIUSEPPE SCANNI(Il Tempo)



L’EDITORIALE- CHI HA VINTO DAVVERO A ROSARNO? Braille News 16.1.2010

Le parole del presidente Napolitano sono condivisibili in tutto e per tutto: nella brutta storia di Rosarno sono venute meno legalità e solidarietà. Occorre però evitare il rischio più grosso, quello cioè di cadere vittime di una bolsa e pavida retorica buona solo per un titolo sui giornali o una frase detta al tg. È un rischio che corriamo tutti, mentre dobbiamo fare un’analisi spietata di quanto è accaduto.

A nostro avviso i fatti sono più o meno andati così: la malavita locale si è stufata di avere in zona quel migliaio di immigrati pronti a tutto e ha deciso di attaccarli per far esplodere la situazione. Non a caso personaggi di spicco della ’ndrangheta sono stati autori di aggressioni agli stranieri. Perché è accaduto tutto ciò? Bisognerà cercare di scoprirlo, magari indagando sugli effetti della fine dei contributi europei alla raccolta degli agrumi. La Calabria non è terra di rivolte spontanee e popolari, men che meno se indirizzate contro una comunità violenta e disperata. La Calabria è terra di ferreo controllo da parte della malavita di tutto e tutti: chi lo nega mente o è un cretino.

Ecco quindi il nocciolo della questione. Lo Stato è intervenuto con prontezza e determinazione riuscendo a disinnescare una situazione potenzialmente esplosiva. Ne va merito a tutti, a cominciare dal ministro Maroni e dalle forze dell’ordine. Ma vogliamo capire se non abbiamo finito per fare un favore alla ’ndrangheta.

ROBERTO ARDITTI(Il Tempo)