| L’EDITORIALE - 28.1.12 | |
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IL PDL HA I VOTI MA NEL GOVERNO NON PESANO Cosa sta succedendo tra il governo e i partiti che lo sostengono? Il quadretto è questo: il Pd di Bersani trova ascolto e fa valere i suoi voti, i centristi di Casini ne sono il faro e fanno pesare i seggi che non hanno, il Pdl viene consultato e preso in considerazione a intermittenza, oggi sì, domani non si sa, e i voti pesano meno di quanto valgano. C’è un grande problema di identità in tutte le formazioni politiche. Il partito di Berlusconi e quello di Bersani rischiano grosso e i centristi sono sovrastimati. In ogni caso, il problema degli assetti presenti influenza gli scenari futuri e la sempre più prossima corsa per le elezioni. Nessuno dei partiti che sostengono Monti sa quale sarà lo scenario del voto nel 2013 e questo elemento di incertezza pesa sull’iniziativa autonoma del Parlamento (ridotta a ben poca cosa e non da oggi) e sui destini dei gruppi politici che fin dal 1994 hanno dato un’impronta ai nostri ultimi diciotto anni di storia repubblicana. Non siamo di fronte a una semplice transizione, a una crisi passeggera, ma a una rivoluzione del quadro politico dentro e fuori dal Parlamento. La crisi italiana non è solo economica, ma morale. E siamo in buona compagnia, perché i nostri destini sono legati a quelli dell’Europa e la nostra sorte si decide non a Roma ma a Berlino, ma al netto dei desideri teutonici, in Italia si gioca una mano di poker decisiva: quella dei partiti. Destra e sinistra vivono una fase di ristrutturazione impensabile fino a pochi mesi fa: l’asse del Nord tra Pdl e Lega è finito e ricostruirlo su basi credibili e non di semplice convenienza elettorale non sarà facile; il Pd deve fare i conti con la scelta di appoggiare Monti e il suo programma «brussellese» fatto di lacrime e sangue, mentre l’Idv di Di Pietro scalcia, la sinistra altermondista di Vendola morde e i centristi di Casini lanciano una scalata ostile contro i resti del prodismo e del berlusconismo. Il bipolarismo italiano è in fase di smontaggio. È vero che finché non si cambia la legge elettorale e si fanno due o tre riforme istituzionali tutto può gattopardescamente restare come prima, ma l’Italia in questo momento è un laboratorio politico non felice, ma certamente molto interessante per chiunque voglia misurarsi con i problemi di un Occidente smarrito. Nonostante le incertezze nel far valere il proprio peso specifico nei confronti del governo Monti, quello del centrodestra resta il campo decisivo per il futuro. Berlusconi non ha deciso cosa fare dei prossimi mesi di legislatura, mentre il segretario Alfano non ha tracciato una road map che porti alla scadenza elettorale. Questo percorso non si può fare senza parlare con il Pd e chiarire il destino di Monti e dei suoi ministri. Serve un primo passo: il Pdl deve cominciare a far pesare i suoi voti. MARIO SECHI IL COMMENTO - 28.1.12 IL CARNEVALE DEL CARROCCIO Alla faccia del «consiglio», come Umberto Bossi davanti al Duomo di Milano ha definito l’invito a Silvio Berlusconi a ritirare l’appoggio al governo «infame» di Mario Monti. Più che di un consiglio, esso ha preso le sembianze di un ricatto, per la minaccia ritorsiva di un colpo di grazia al governo regionale lombardo di Roberto Formigoni, indebolito di suo dalle vicende giudiziarie che investono «ogni giorno» uomini considerati a lui vicini. O Berlusconi, quindi, si decide a staccare la spina all’odiato Monti, e a far precipitare il Paese verso le urne, tra i marosi di una perdurante crisi economica e finanziaria, o potrà rischiare le elezioni anticipate in Lombardia. Dove, bene che gli vada, ammesso e non concesso che egli voglia davvero salvare ancora l’alleanza con questa Lega, il Cavaliere potrebbe essere costretto a mollare al Carroccio la carica di governatore. Come ha dovuto già fare nelle altre due grandi regioni del Nord: il Piemonte e il Veneto. Tra un «fancul» e l’altro a Roma, Bossi ha quindi voluto alzare ulteriormente il tono e il tiro della sua opposizione al governo. Senza riuscire peraltro a sedare veramente l’incandescente situazione interna del suo movimento, dove Maroni ha vinto una battaglia ma non ancora la guerra contro il cosiddetto «cerchio magico» dello storico, seppur claudicante, capo del partito. A dispetto, tuttavia, di tanto furore verbale contro il governo, e di tanta smania elettorale ostentata con gli insulti, la pistola di Bossi sembra scarica. Stanco forse anche come attore, egli si è infatti lasciato scappare con la folla una battuta indicativa del suo stato più di debolezza che di forza. È accaduto quando, volendo interrompere troppi fischi che cominciavano a levarsi contro i «due piedi in una scarpa» da lui appena contestati al Cavaliere per il suo appoggio a Monti e per una certa corte perdurante al Carroccio, ha detto: «Calma, non vorrete che Berlusconi e il Pd si mettano d’accordo per fare una legge elettorale che ci faccia fuori?». Testuale. E Maroni, dal canto suo, agli amici che gli chiedevano se veramente si potrà andare alle elezioni anticipate, ha risposto: «Spero di sì, ma mi pare difficile». D’altronde, siamo in ordinario periodo di Carnevale. E quello di rito ambrosiano è anche più lungo. FRANCESCO DAMATO L’INTERVENTO- 28.1.12 MEGLIO SECCHIONE CHE SFIGATO Secondo Michel Martone, viceministro al lavoro, chi non si laurea entro i 28 anni è uno «sfigato». A parte la scelta del vocabolo, ha ragione. A patto, però, d’intendersi. Egli ha anche detto che chi sceglie di frequentare un istituto professionale è bravo, così come è da ammirare chi studia sodo, spregiativamente denominato «secchione», piuttosto che chi fa il furbo, copia e si diploma passando impermeabile al sapere. Dopo le sue parole s’è scatenata la buriana, giacché nulla offende il luogocomunismo più delle cose ovvie. Martone è giovane (38 anni) ed è andato in cattedra giovanissimo (29). Essendo figlio di padre noto se ne fa discendere che tutto ciò sia dovuto all’interessamento familiare. Non ne ho idea. Mi piace credere di no. L’uomo ha i numeri. Ora, però, trascinato dall’effetto di quelle sue parole, dimostri anche di avere testa per reggere la sfida e non indietreggiare. Quel che ha detto è giusto, ma solo se si è conseguenti fino in fondo, senza aver paura di pestare i piedi a una scuola di pensiero adagiatasi sull’idea che la cultura non sia competizione, ma letteraria sapienza. Ho letto le prime reazioni: Martone non sa quel che dice, sostengono, perché non si può mettere sullo stesso piano il figlio dell’operaio e quello del ricco professionista. Dal punto di vista civico io li metto esattamente sullo stesso piano, non per questo mi sfugge l’evidente differenza economica, dalla quale, però, consegue che il figlio di chi ha meno soldi dovrà laurearsi il più in fretta possibile, per passare al lavoro e non essere un costo, mentre il figlio del ricco ha un bonus più ampio, con il quale fare lo scemo e dilapidare i soldi paterni. Anche questo è un modo di rendersi utili, separando i quattrini dagli incapaci. Questi ragionamenti hanno un senso se s’intende la laurea quale acquisizione di competenze e titoli per entrare nel mercato (del lavoro, delle professioni, dell’arte, dove si crede). Non si deve confondere il titolo di studio con l’accesso alla cultura, che non ha e non deve avere limiti d’età. Se le competenze sono vere è chiaro che disporne è un vantaggio, mentre il loro valore è dato dal mercato. Se le competenze sono fasulle, come capita a tante lauree e a troppi laureati analfabeti, allora il vantaggio consiste solo nel pezzo di carta. Vantaggio spendibile dove, visto che non ha sostanza? Nello Stato, ovvero esattamente dove ora si trova Martone: molti studenti attempati sono dipendenti statali, militari compresi, in cerca del titolo per fare carriera. Se si vuole evitare il protrarsi dello sconcio, quindi, si deve cancellare il valore legale del titolo di studio. Martone ha ragione, ma completi in questo modo la sua affermazione, altrimenti la contraddizione è insita nella posizione che ricopre. Abbiamo tutti letto che, durante lo scorso Consiglio dei ministri, s’è aperta (e non chiusa) una discussione sul valore da attribuire al voto di laurea nei concorsi pubblici, posto che i voti non sono paragonabili, dato che esistono università di qualità e severità diverse. Discussione oziosa: il problema non è il voto, ma il valore legale del titolo. State certi che da un ateneo serio chi esce con il massimo dei voti sarà sempre avvantaggiato, mentre chi esce con il bacio in fronte e pensando che il congiuntivo sia una malattia degli occhi sarà sempre una bestia. Il che, però, presuppone libertà nel mondo del lavoro, quindi premio al merito e non al titolo. C’è chi non si è laureato, pur di far valere questo principio. Martone, che sta sia in cattedra che al ministero, non indietreggi e si spinga oltre. Oggi ha il potere di porre quella questione, quindi la responsabilità di non mancare a un dovere. DAVIDE GIACALONE | |
| L’EDITORIALE – 21.1.12 | |
GLI DARANNO PURE LA MEDAGLIA
Il prode comandante della nave da crociera Concordia torna a casa. Agli arresti domiciliari, tra le accoglienti mura domestiche e non in una cella dove avrebbe potuto meditare sulla sua epica impresa con meno distrazioni. Il procuratore di Grosseto dice di non aver capito la magnanima decisione del giudice per le indagini preliminari e attende curioso di leggere le motivazioni. Anche noi. E come noi milioni e milioni di italiani che un’idea se la sono fatta su questa pazzesca storia. Non mancava certo il materiale per poter apprezzare le qualità innate del lupo di mare Schettino, le sue doti di indomito solcatore delle acque, la sua mano ferma fino all’ultimo al timone della nave, la lucidità di direzione degli alti ufficiali e, naturalmente, il coraggio da leone nel salvare i passeggeri. Le telefonate con Gregorio De Falco (uno in gamba, con senso del comando), ufficiale della Capitaneria di porto di Livorno, sono un perfetto manuale di viltà marinara per cui a questo punto manca solo la medaglia. Il curriculum per averla c’è: un numero di vittime ancora in divenire e dei dispersi che non hanno un nome, un colosso che cola a picco e viene abbandonato mentre tra le cabine qualcuno affoga, altri si aggrappano alle corde, molti provano il fai da te della scialuppa in mare e altri sono paralizzati dalla paura. Il naufragio della nave Concordia è una fotografia crudissima dell’Italia. Nel bene e soprattutto nel male. C’è la guapperia di chi s’avvicina all’isola per gioco, incurante del tonnellaggio del mezzo in navigazione; c’è la codardia di chi ha i gradi del comando ma non sa esercitarlo e disonora la marineria italiana; c’è la solita Italietta dei furbi con le mostrine che prendono la scialuppa subito e dei poveri fessi a cui non è rimasto neppure il salvagente; c’è l’eroismo di quelli che sono rimasti a salvare il prossimo e poi sono rimasti intrappolati e hanno rivisto la luce con i loro occhi per miracolo; c’è un Paese che attonito guarda questo glaciale spettacolo e oggi si chiede: com’è possibile che il comandante non sia chiuso in cella? Questo surreale epilogo è un tradimento del senso di giustizia. Non sono tra quelli che pensano che il diritto si applichi ascoltando la folla urlante, ciò è lontano dalla mia cultura, ma è francamente difficile arrivare a comprendere una decisione che avrà pure il suo fondamento giuridico, il suo codicillo che calza a pennello, ma stride con la realtà, la portata immane della tragedia, il lutto e il dolore di chi ha perso tutto e non riavrà l’amore dei propri cari. Il vero abisso l’abbiamo toccato quando qualcos’altro è naufragato sinistramente: la fiducia. MARIO SECHI
IL FATTO– 21.1.12
IL NAUFRAGIO DELLA CONCORDIA
Una cosa è certa. Non è un sospetto. Non è un dato suscettibile di «revisioni» alla luce dello sviluppo delle indagini. Ed è una cosa grave: il comandante della Costa Concordia ha abbandonato la nave, la sua nave, quando ancora a bordo c’erano passeggeri, molti passeggeri. Vite umane da mettere in salvo, da proteggere prima di pensare a se stessi. Francesco Schettino non lo ha fatto. Si è preoccupato della sua incolumità, è salito su una scialuppa che avrebbe dovuto trasportare i «civili». «Prima le donne e i bambini», siamo abituati a sentire e a vedere nei film sulle tragedie del mare. Così non è stato al Giglio. A prescindere dalle accuse che gli sono state rivolte, oltre che dalla magistratura anche dal «popolo del web» e da tutti gli italiani che hanno seguito la tragica vicenda del naufragio in tv e sui giornali, questa è una colpa che il comandante non riuscirà a cancellare. Non è un atteggiamento forcaiolo. L’inchiesta stabilirà le altre responsabilità: l’errore di avvicinarsi eccessivamente alla scogliera, l’allarme dato con circa un’ora di ritardo alla Capitaneria di Porto), che avrebbe provocato perdite umane, l’ordine di lasciare l’imbarcazione oltre sessanta minuti dopo l’impatto, infine la ritrosia a tornare sulla carcassa piegata su un lato come una balena morente dell’enorme nave da crociera malgrado le veementi sollecitazioni del capitano di fregata De Falco. Un ufficiale che, per contrasto, è apparso agli occhi del mondo come un eroe mentre ha fatto semplicemente il suo dovere e si si è soltanto comportato da uomo. Non solo. Il sospetto degli inquirenti è che Schettino abbia addirittura tentato di impossessarsi della scatola nera al fine di sabotarla. Ma, come si dice, questo spetterà alla magistratura appurarlo con certezza e dovizia di particolari. Per ora basta, e avanza, quella che nel mondo della marineria è considerata un’onta indelebile: «Ha lasciato la nave mentre ancora c’erano tante persone da soccorrere», ha spiegato il procuratore capo di Grosseto Francesco Verusio. Certo, tutto è spiegabile, anche se non giustificabile. Dopo la diffusione della shoccante telefonata fra i due «capitani», gli esperti hanno tracciato uno spietato ritratto psicologico di quest’uomo che aveva la responsabilità di 4300 persone. Per Massimo di Giannantonio, docente di psichiatria all’ateneo di Chieti, il suo è un «comportamento incongruo rispetto alle sue responsabilità» e la sua «una percezione alterata della realtà». Il comandante della Concordia ascolta incredulo e sbigottito le parole di De Falco, «non crede alle proprie orecchie, cerca di costruire un dialogo su ciò che gli sembra evidente e obbligatorio». Di Giannantonio si chiede anche se Schettino fosse ubriaco o drogato, ma questo lo sapremo quando saranno resi noti gli esami tossicologici. E sarebbe un’aggravante, non un’attenuante. «Schettino non sembra spaventato ma inadeguato al suo ruolo, un po’ confuso. E sembra non rendersi conto di quello che accade - chiosa Alberto Siracusano, direttore del dipartimento di Neuroscienze di Tor Vergata - Dice mezze bugie, dà risposte che appaiono quelle di un bambino, quando dice che è buio. In genere questo succede nelle personalità molto rigide». Secondo Donatella Galliani, psicologa e collaboratice dlela Protezione civile, «usa le difese tipiche di chi ha disturbi di personalità, come la megazione della realtà e la scissione, senza fare una valutazione reale dei fatti e dei suoi errori». Non esiste solo il codice penale. C’è anche quello morale. E in base a quest’ultimo, Schettino è colpevole.
DE FALCO EROE SUO MALGRADO– 21.1.12
«Ho fatto soltanto il mio dovere. Adesso bisogna pensare a recuperare i corpi delle vittime e a mettere in sicurezza la zona». Gregorio De Falco, l’ufficiale operativo della Capitaneria di porto di Livorno che venerdì sera ha intimato al comandante della Concordia di risalire a bordo per coordinare i soccorsi, è diventato, suo malgrado, un eroe. Sul web si sprecano i commenti a suo favore. Qualcuno arriva, provocatoriamente, a proporlo come presidente del consiglio. Ma lui ha deciso di chiudersi in uno stretto riserbo e di non rilasciare altre dichiarazioni. Aveva spiegato al «Tirreno» cosa era successo la sera della tragedia: dall’allarme lanciato da una passeggera e giunto alla Capitaneria tramite i carabinieri, alla concitata telefonata che ha fatto il giro del mondo. E aveva raccontato di essersi reso conto che Schettino mentiva più dal tono della sua voce che dalle parole pronunciate con evidente imbarazzo. Quella maledetta sera di venerdì nella sala operativa erano presenti in cinque. Oltre a De Falco, c’erano il capoturno, l’operatore radio, l’addetto alla «Port approach control» (Pac) e l’ufficiale di ispezione. La sala è attrezzata con una moderna apparecchiatura utilizzata per monitorare le navi in transito. Dopo l’allarme, l’intera struttura ha tenuto sotto controllo la situazione, fino alla drammatica telefonata di De Falco al comandante della Concordia. E se sulla rete (ma non solo) Schettino è diventato ormai l’archetipo del pavido, bersaglio di disprezzo e dileggio, De Falco è considerato l’eroe del momento. L’uomo che ha riscattato l’immagine dell’Italia e degli italiani agli occhi del mondo. Il suo «Vada a bordo, cazzo» è stato ripreso dai siti dei principali quotidiani dell’intero pianeta, dal New York Post che lo traduce «Go on board, for f*ck\'s sake» all’inglese «Guardian», dall’argentino «Clarin» a «Le Soir», da «El Mundo» al «Figaro». «Nell’Italia degli Schettino e dei De Falco voglio essere una De Falco»: solo uno dei commenti di ammirazione che è possibile leggere su Twitter. Un gigante, suo malgrado. Perché De Falco ha pensato, come ha ribadito, solo a fare il suo dovere e a soccorrere gli occupanti della nave arenata. «La mia vocazione - spiegava ancora al «Tirreno» - è il soccorso e non sono soddisfatto se non porto tutti a casa. Purtroppo ci sono stati dei morti». Rispetto alla codardia dimostrata da Schettino, una figura che giganteggia. Sullo stesso piano del capo commissario della Concordia, Manrico Giampetroni, rimasto intrappolato per 36 ore nel relitto con una gamba rotta, dopo aver aiutato decine di crocieristi a salire nelle scialuppe di salvataggio. Ieri il commissario ha ricevuto la visita di Pierluigi Foschi, presidente e amministratore delegato di Costa Crociere. «Non me l’aspettavo, ero veramente emozionato» ha detto Giampetroni. Foschi, appena terminata la riunione dell’unità di crisi, si è recato all’ospedale Misericordia di Grosseto per salutare e verificare di persona le condizioni del «commissario eroe» e per ringraziarlo del lavoro che ha fatto dopo il naufragio. «Mi ha fatto veramente piacere» aggiunge Giampetroni. Oggi sarà sottoposto a un intervento chirurgico, «per un po’ non ci sentiremo» aggiunge. E a chi gli chiedeva se Foschi gli avesse annunciato un premio, ha risposto che «il premio per me è stato quello di essere salvato. Appena sarà possibile, tornerò a lavorare sulle navi della Costa». ANDREA ACALI
POLITICA
IL COMMENTO – 21.1.12 IL PIATTO DELLA VENDETTA
Fra gli emendamenti al decreto legge "mille proroghe" in votazione nelle competenti commissioni della Camera, ce n\'è uno che puzza terribilmente di ritorsione contro il partito radicale per il contributo decisivo dato alla bocciatura della richiesta d\'arresto del deputato del Pdl Nicola Cosentino. Firmato da Roberto Zaccaria, del Pd, ex presidente della Rai, e da Linda Lanzillotta, del Terzo Polo, esso risulta depositato il 16 gennaio, alla regolare scadenza dei termini. Ma era già stato annunciato dall\'Ansa alle 17,27 del 12 gennaio, poco più di tre ore dopo la votazione a Montecitorio su Cosentino. Il cui esito era stato commentato dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani denunciando "il nodo della Lega", dove erano mancati i sì dei deputati più fedeli a Umberto Bossi, e dal presidente dello stesso partito Rosy Bindi "il nodino dei radicali". Che avevano votato no con una motivazione letta in aula da Maurizio Turco, già incorso con i suoi cinque colleghi di partito altre volte negli insulti della Bindi- "stronzi che galleggiano"- per non essersi allineati alle direttive tattiche della sinistra contro l\'allora governo di Silvio Berlusconi. Alla già diabolica coincidenza delle date del voto su Cosentino e dell\'annuncio dell\'iniziativa contro Radio Radicale se ne aggiunge un\'altra, ancora più diabolica, apparsa troppo imbarazzante anche a qualche esponente del Pd, per esempio il deputato pugliese Francesco Boccia, destinato forse a diventare pure lui un "nodino" per Rosy Bindi. Lo Zaccaria firmatario dell\'emendamento è lo stesso incaricato dal suo gruppo di annunciare e motivare il voto in aula per l\'arresto di Cosentino. La Lanzillotta è la stessa deputata del Terzo Polo a nome del quale quel 12 gennaio Pier Ferdinando Casini definì "suicida" il no della Camera alle manette per Cosentino. Di cui peraltro l\'Udc è alleata alla Regione Campania. Probabilmente non sono abbastanza garantista come il buon Casini a parole dice di essere, ma gli indizi mi sembrano francamente troppi per non avvertire puzza di ritorsione, come dicevo, attorno al tentativo di togliere a Radio Radicale i 7 milioni di euro della proroga della convenzione per il servizio di trasmissione delle sedute parlamentari. Che essa svolge meritoriamente da anni in un contesto generalmente apprezzato di pubblico e di ascolto, difficilmente sostituibile con un\'affrettata gara, entro poco più di due mesi, invocata all\'insegna delle liberalizzazioni. Il piatto della vendetta, da servire freddo secondo gli astuti, di scuola che potremmo definire machiavellica, è già di per sé indigesto. Ma caldo potrebbe anche risultare tossico, persino agli organismi più allenati nelle diete ad alto rischio. FRANCESCO DAMATO
SUPERDONNE IN GIUNTA CON L’ORDINANZA ROSA– 21.1.12
«Super deleghe» alle due donne della giunta Alemanno per evitare, il 25 gennaio, un altro azzeramento del governo capitolino da parte dei giudici amministrativi che proprio martedì prossimo si dovranno pronunciare sul secondo ricorso sulle quote rosa. Sostanzialmente alla Belviso, già vicesindaco viene affidata anche la sicurezza, mentre a Rosella Sensi, tra l’altro, la delicatissima delega del nuovo assetto istituzionale di Roma Capitale. Una mossa "tecnica" quella del sindaco che tiene fede alla prima sentenza del Tar, quella del luglio scorso che azzerò la giunta che contava la sola presenza della Belviso. In quelle motivazioni infatti i giudici sottolineavano che il "giusto equilibrio di genere" previsto dallo statuto del Comune di Roma per tutte le strutture di governo (dalla giunta ai Cda delle aziende) si sarebbe raggiunto non solo nel numero ma anche nelle funzioni attribuite. Per questo la nomina di Sveva Belviso a vice sindaco sembrava aver risolto il problema. Che invece si è ripresentato con il secondo ricorso, sempre promosso dalle consigliere capitoline del Pd, Monica Cirinnà e di Sel, Maria Gemma Azuni. A qualche giorno dalla sentenza che potrebbe nuovamente costringere il primo cittadino a rivedere i suoi assessori in "rosa", in Campidoglio si è agito di anticipo. Azzerata e subito rinominata la giunta non cambia nomi e, di fatto, anche le deleghe restano sostanzialmente invariate. Nel dettaglio: al vicesindaco Belviso, ferme restando le deleghe a Giorgio Ciardi (che non avrebbe ben gradito), è stato affidato il coordinamento generale degli interventi in materia di politiche sociali e della sicurezza. La Belviso continuerà ovviamente ad occuparsi della promozione della salute, l’attuazione del Piano nomadi, il miglioramento della sicurezza dei lavoratori, i rapporti con il garante dei detenuti. Per quanto riguarda l’assessore Rosella Sensi, oltre alle deleghe già conferite, come comunicazione e diritti dei cittadini, promozione della candidatura olimpica, promozione e coordinamento grandi eventi e moda, progetto Millenium, si affidano anche le deleghe per il nuovo assetto istituzionale di Roma Capitale, le relazioni internazionali e verifica degli indirizzi gestionali dell’agenzia per lo sviluppo territoriale. L’obiettivo dell’ordinanza: «È quello di dimostrare quanto la componente femminile sia presente nel nostro esecutivo - dice Alemanno -. Ci auguriamo che porti anche alla disponibilità a ritirare il ricorso da parte di chi lo ha presentato». Difficile il ritiro del ricorso, così come prevedere l’esito della sentenza del Tar. Facile invece sollevare perplessità non tanto nel metodo, visto che il sindaco dispone di ampia discrezionalità nella scelta della sua governo (discrezionalità che andrebbe rispettata politicamente e giuridicamente), quanto nel merito. La Belviso viene caricata al limite umano, mentre la delega al nuovo assetto di Roma Capitale alla Sensi solleva più di un dubbio. Non per le capacità dell’ex presidente della As Roma ma per il momento decisivo in cui si trova l’iter della riforma, che è in discussione alla bicamerale. SUSANNA NOVELLI | |
| L'EDITORIALE DI MARIO SECHI- 14.1.2012 | |
| Frankenstein nascerà nel 2013 Come saranno le nostre elezioni del 2013? Quali temi affronteranno i partiti? Chi saranno i candidati? Bastano queste tre semplicissime domande per capire in quale buco nero d’incertezza siamo piombati in Italia. Leggevo le notizie sulla campagna elettorale americana, i duri attacchi di repubblicani e democratici ai superstipendi, bonus e liquidazioni di Wall Street (tre fondatori del fondo Carlyle l’anno scorso hanno incassato 400 milioni di dollari) e d’istinto mi sono chiesto: come saranno le nostre elezioni del 2013? Quali temi affronteranno i partiti? Chi saranno i candidati? Bastano queste tre semplicissime domande per capire in quale buco nero d’incertezza siamo piombati in Italia. Cominciamo dall’ultima delle tre questioni, chi saranno i candidati? Negli Stati Uniti hanno una certezza: c’è un presidente uscente che corre ancora per i Democratici e si chiama Barack Obama. Altra certezza, l’avversario verrà fuori dalle elezioni primarie dei repubblicani. Altro punto fissato: le elezioni presidenziali saranno il 9 novembre. E da noi? Sappiamo che Berlusconi (forse) non sarà più candidato a Palazzo Chigi. Per il resto, buio fitto. Chi correrà per il centrodestra? E quale sarà la coalizione visto che con la Lega tira aria di tempesta perfetta e l’Udc andrà (forse) per i fatti suoi? L’unica (semi)certezza è che si vota nella primavera del 2013. Ma le elezioni anticipate in Italia sono sempre una possibilità. Suicida, ma esiste e qualche kamikaze compare sempre sulla scena del Belpaese. Non trovate desolante che a 12 mesi dalla campagna elettorale non ci siano nomi certi e neppure lo straccio di una regola condivisa (a proposito, con quale legge elettorale si voterà?) per selezionare i candidati? Non vi pare bizzarro un Paese dove le coalizioni si sono liquefatte, la politica si è arresa ai tecnici e questi ultimi a loro volta cominciano a trasformarsi kafkianamente in politici mutuandone persino i vizi più meschini. Passare dal «non chi mi ha pagato la casa» di Scajola al «non so chi mi ha pagato le vacanze» di Malinconico è davvero troppo. Ma andiamo avanti. Quali temi affronteranno i partiti? Voi direte, i soliti degli ultimi vent’anni. Sì, perché i problemi sono ancora in parte quelli, ma nessuno si chiede cosa succederà nelle urne con il vento dell’antipolitica che tira. Fossi un leader di un grande partito, mi porrei il problema di presentarmi ai miei elettori con una seria autoriforma già fatta in Parlamento. Invece no. E il rischio enorme è quello di lasciare voti, stabilità e governabilità in balìa del voto di protesta e di chi lo brandirà come una clava, cioè Lega, Italia dei Valori, la Sinistra vendoliana e spezzoni vari in cerca di consenso e non di reale proposta politica al servizio dei cittadini. Ma la cosa più surreale è un’altra: tutto quello che Monti farà in questi mesi non sarà sottoposto al giudizio degli elettori:il governo dei tecnici è «figlio di nessuno» oggi figuriamoci domani quando si voterà. Imprevisti in agguato: chi si candiderà al Quirinale (scade il mandato di Napolitano) e cosa ne sarà dei «tecnici» che ci hanno preso gusto e dietro le quinte già manovrano? Monti torna in cattedra? E Passera rientra in banca? Figuriamoci. L’ultima domanda è da brivido: come sarà la campagna elettorale? C’è da giurarci, sarà più crudele delle altre. Perché per molti sarà l’occasione finale per attaccarsi al collo delle istituzioni e succhiare l’ultima stilla di sangue, altri ingaggeranno una lotta per non estinguersi, mentre per moltissimi sarà un esperimento genetico. Troppe provette in giro, ne verrà fuori un Frankenstein della politica.
NON SOLO DEBOLEZZE PRIVATE TROPPI AFFARI PER I POLITICI- 14.1.2012 Anche con Carlo Malinconico la scena è sempre la stessa, e mette tristezza: si svela un episodio inaccettabile, il protagonista nega inventando panzane, poi resiste al suo posto contro ogni evidenza, quindi, richiamato da chi rischia di essere da tale condotta danneggiato, rassegna le dimissioni dicendo che vuole essere libero nel difendersi, ed è salutato con i complimenti per il senso di responsabilità. Già visto. Ora rivisto. Quel che fa rabbia è l'inevitabilità dell'accaduto e l'insensibilità etica di chi non avverte l'orrore dell'errore commesso.L'inevitabilità sembra una maledizione. Mario Monti ha potuto scegliere liberamente i ministri e i sottosegretari, accompagnato dalla totale copertura del Quirinale e dall'inesistenza politica dei partiti. La maggioranza di cui dispone non ha altra scelta che sostenerlo, nessuno avendo la voglia e lo spessore per porre questioni che possano portare alla caduta del governo. Almeno per ora. Il compito che gli è stato affidato è di tale difficoltà, tutto concentrato nel fronteggiare la crisi dell'euro (sbaglia a negarla, e vedremo già nelle prossime ore quanto può essere per noi pericolosa), che qualsiasi altra sua scelta sarebbe stata accompagnata dal consenso. Financo eccessivamente acritico. Possiamo ben scriverlo noi, che ne analizzammo la nascita quale conseguenza, e non causa, dell'implosione politica. In queste condizioni di straordinaria forza interna e totale libertà Monti ha scelto fra nomi che dovevano essere di consolidata competenza e al di sopra di ogni possibile attacco personale (che non fosse strumentale e infondato). È andata diversamente.Dobbiamo chiedercene il perché. E dobbiamo escludere che Monti non conoscesse chi stava nominando o avesse alternative migliori, scartate per ragioni di potere ed equilibrio fra potentati. Ne andrebbe della sua competenza e serietà. Allora, perché? Questa è una possibile risposta: perché non puoi chiamare al governo chi sconosca completamente la cosa pubblica, giacché amministrare e governare è un compito altamente specialistico, precluso agli estranei, ma se chiami chi ha esperienza rischi incidenti di questo tipo, perché l'intermediazione pubblica di denari e favori è troppo vasta e pervasiva, sicché nessuno che abbia calcato la scena, a quei livelli, può considerarsi al di sopra di ogni sospetto. E Malinconico la scena la calcava da lungo tempo.Per capire i mali pubblici non basta scandagliare le debolezze private, perché il guasto non deve ripararsi nell'animo degli uomini, ma negli ingranaggi delle istituzioni. Le imprese che dipendono dalla spesa pubblica sono troppe, gli affari che dipendono da decisioni politiche sono troppi, sicché gestire la mediazione significa gestire affari. Con quel che segue. L'onestà personale è importante, naturalmente, e non è vero che tutti devono necessariamente corrompersi, ma va riassorbita la palude corruttiva, alimentata da troppo Stato nel mercato. Per farlo occorre privatizzare le gestioni e vendere ciò che non c\'è ragione resti pubblico.Poi c\'è l\'insensibilità. A Malinconico (che io sappia) non si contestano reati. Ove la procura decidesse di farlo egli, come chiunque altro, sarebbe da considerarsi innocente, almeno fino a eventuale condanna definitiva. Valeva la stessa cosa per Claudio Scajola, e lo scrivemmo anche per lui. Lo scriviamo per tutti. Ma Malinconico e Scajola hanno in comune l'incredibilità delle storie che raccontano e la impressionante mancanza di etica pubblica. L'idea che qualcuno ti paghi la casa o le vacanze è per loro accettabile, benché prudentemente occultata. Accettano l'idea di mostrarsi stupidi, una volta scoperti, pur di non fare i conti con la voragine apertasi fra il predicare e il razzolare, fra l'immagine che si ha di sé e quel che si è. Arrivano alle dimissioni non prendendo atto di un proprio errore, ma arrendendosi davanti all'impossibilità di non darle.Chiedo loro scusa se li ho citati, sinceramente. So bene che essi non sono delle eccezioni, ma parte di un vastissimo esercito, marciante verso l'uso della funzione pubblica per perseguire un proprio vantaggio, anziché del considerarsi al servizio della cosa pubblica. Servire lo Stato può portare ricchezza, sana e benedetta, se aiuta a formare le competenze che poi si vendono sul mercato, da privati, ma genera ricchezza opaca e nociva, se accumulata allettando il mercato con i propri poteri. In Italia si confondono i confini, alimentando collettiva insensibilità. Ciò pone le basi per l'inevitabilità di tali scene. Una condizione che addolora. E che il dimettersi non consola. DAVIDE GIACALONEUNA DECISIONE POLITICA CHE SEPARA BOSSI E IL CAV- 14.1.2012 E pensare che, pur conoscendo la decisione della Lega di votare per l'arresto di Nicola Cosentino, come ha fatto nella competente giunta della Camera lasciando probabilmente scattare le manette ai polsi del deputato del Pdl, erano ancora in molti a scommettere nello stesso Pdl sull'alleanza politica con il Carroccio. «Ora la Lega - diceva comprensivo, per esempio, l'ex ministro degli Esteri Franco Frattini alla Stampa - fa il suo gioco perché ha un elettorato diverso dal nostro». Un elettorato notoriamente «giustizialista»: quello del cappio sventolato nell'aula di Montecitorio nel 1993, fra lo sbigottimento e le proteste dell'allora presidente della Camera Giorgio Napolitano, per sostenere i processi sommari, con relative esecuzioni mediatiche, e non solo mediatiche, contro gli inquisiti di Tangentopoli. Molti dei quali erano però destinati a non essere nemmeno rinviati a giudizio, e molti altri ad essere assolti, per non parlare di chi, finito in carcere in via "cautelare", si uccise per disperazione. O di chi preferì ammazzarsi prima, piuttosto che sperimentare una detenzione che di cautelare non prometteva proprio nulla. Furono i casi, rispettivamente, di Gabriele Cagliari, già presidente dell'Eni, del deputato socialista Sergio Moroni e di Raul Gardini. Che, per quanti errori e reati avesse potuto commettere da imprenditore, aveva pur il diritto, invece negatogli, di essere interrogato prima che il pubblico ministero che si occupava di lui, il già allora mitico Antonio Di Pietro, si facesse la convinzione di chiederne l'arresto.Alla Lega, evidentemente, quel modo di gestire indagini e di fare giustizia piaceva molto. Ed è forse tornato a piacere, se mai da quelle parti hanno smesso davvero di apprezzarlo durante i lunghi, forse troppi anni di alleanza politica e persino di collaborazione governativa con il super imputato Silvio Berlusconi. I cui governi passano, nonostante la rappresentazione da "regime" fattane dagli avversari, ma i cui processi restano. E sono probabilmente destinati a crescere, tanto per far passare al Cavaliere la voglia, se mai gli dovesse veramente tornare, di ricandidarsi anche la prossima volta a Palazzo Chigi, visto che l'arrivo di Mario Monti non ha prodotto quel miracolo dei mercati previsto o baldanzosamente annunciato dai suoi sprovveduti oppositori.Non per voler essere impietoso, ma solo per dovere di cronaca, che deve precedere ogni analisi, debbo ricordare che l'ineffabile Frattini è riuscito a spendere parole di comprensione e di fiducia persino per l'ex ministro leghista Roberto Maroni. Che nella decisione di votare per l'arresto di Cosentino ha svolto un ruolo, diciamo così, importante. E ha voluto assumersi l'onore e il piacere di annunciarla ai giornalisti che aspettavano la fine del vertice leghista dedicato a questa e ad altre vicende. «Maroni - ha detto Frattini - non ha le mani libere se prima non si impadronisce della leadership della Lega».Figuriamoci di che cosa sarà e vorrà essere capace l'ex ministro dell'Interno, pur simpatico per tanti altri versi, ed anche per le ottime prove date al Viminale, se e quando riuscirà veramente a succedere a Umberto Bossi, con le buone o con le cattive, e ad avere le «mani libere». Come le chiama Frattini, peraltro dichiaratamente consapevole dell'impegno già messo nei mesi scorsi da Maroni a favore di una precedente richiesta d'arresto contro Cosentino, allora mancando l'obbiettivo. Ma centrandolo, in compenso, con l'arresto del deputato, anche lui del Pdl, Alfonso Papa. Che è stato solo di recente rimesso in libertà, a processo già iniziato con rito peraltro immediato, motivabile solo con la consapevolezza di chi lo ha richiesto e disposto di avere raccolto tutte le prove necessarie a sostenere decentemente l'accusa, immuni quindi dai rischi di occultamento o inquinamento. Che invece, insieme con quelli ancora più improbabili di fuga e di ripetizione del resto, sono stati per un bel po' accampati per giustificare la detenzione di Papa prima del giudizio.Personalmente debbo confessare di non conoscere l'ex sottosegretario Cosentino. E persino di non avere per lui molta simpatia, non avendo in particolare apprezzato l'ostinazione con la quale egli ha voluto conservare troppo a lungo il suo ruolo di coordinatore regionale del Pdl, anche quando era al governo ed era più evidente che non potesse fare bene contemporaneamente l'una e l'altra cosa. Ciò almeno per ragioni di tempo, da lui stesso riconosciute d'altronde quando si dimise tardivamente da sottosegretario, sotto l'incalzare di una mozione parlamentare di sfiducia. Ma mi ripugna l'idea che un deputato, qualsiasi deputato, o senatore, possa finire in manette per valutazioni politiche, per decisione di un partito più che per valutazione dei suoi parlamentari. Mi fa sempre orrore lo spettacolo delle dichiarazioni di voto che si fanno nelle aule parlamentari a nome dei gruppi, e dei partiti di riferimento, quando si deve decidere sulla vicenda giudiziaria di un deputato o senatore, di qualsiasi colore egli sia.Non so se e quanti nel Pdl vorranno ancora sognare con Frattini la ripresa dell'alleanza politica con la Lega anche dopo questo strappo, magari solo per non compromettere la collaborazione ancora esistente nelle amministrazioni regionali, provinciali e comunali del Nord. Ma non mi piacerebbe in fondo neppure l'idea che i sogni di una nuova alleanza, o della prosecuzione della vecchia, con il Carroccio finissero nel partito di Silvio Berlusconi e di Angelino Alfano solo o soprattutto per questo strappo, per quanto importante esso sia. In realtà, l'alleanza del Pdl con la Lega, prima ancora del caso Cosentino, e delle parole e dei gesti che da qualche tempo Bossi riserva personalmente anche al Cavaliere per la via libera data al governo attualmente in carica, si esaurì nella estate scorsa. Quando i leghisti, senza distinzione fra l'uno e l'altro "cerchio", magico e non, in cui sembrano articolarsi le loro vicende interne, impedirono al governo Berlusconi di adottare, d'intesa con la Banca Centrale Europea e, più in generale, con l'Unione omonima, tutte le misure imposte dalla crisi economica e finanziaria.FRANCESCO DAMATOCAMBIARE LA LEGGE ELETTORALE- 14.1.2012 Che si svolga o meno il referendum una cosa deve essere chiara: la legge elettorale va cambiata. Non garantisce la stabilità di governo (Prodi è durato due anni, Berlusconi tre e mezzo), e soprattutto ha la responsabilità di aver creato una frattura tra gli eletti e gli elettori. Ha contribuito a determinare una «casta» che si riproduce per cooptazione allontanandola dal Paese. Nelle prossime ore la Corte Costituzionale dovrà decidere se ammettere il referendum sottoscritto da un milione e duecentomila cittadini, che, nel caso dovesse superare lo scoglio del quorum, segnerebbe la fine al «Porcellum» e forse più che ripristinare la vecchia legge metterebbe le forze politiche nella necessità di trovare al più presto un\'intesa per un nuovo sistema. Per amore o per forza la riforma elettorale entrerebbe tra le priorità dei partiti. Renderebbe indispensabile una sintesi tra chi sogna un ritorno al proporzionale puro, al maggioritario, al doppio turno.Alchimie tecniche, a prima vista così lontane dalle reali esigenze dei cittadini, eppure in realtà indispensabili per ricostruire un rapporto virtuoso tra politica e società. Anche questa è un\'emergenza. Se il Palazzo si sente assediato, gli italiani sono privati del diritto di scegliere. Sono costretti ad accettare decisioni che provengono dall\'alto. Un sistema che affida un ruolo fondamentale al leader, alla figura carismatica che rappresenta un partito o uno schieramento. Tanto che mai come in questa fase sono nati e cresciuti schieramenti identificabili solo con il capo, così il Pd ha cercato sempre una figura popolare da contrapporre a Berlusconi. Di Pietro si è fatto un partito, come Casini, Vendola, Fini, Rutelli. Deputati e senatori sono solo controfigure, senza legami diretti con il collegio elettorale, ma solo legati da un debito di riconoscenza con il grande capo che decide sulla elezione. Cambiare questo sistema è una necessità vitale, perché un paese democratico ha bisogno della politica, mentre ora si rischia una cesura, la creazione di aree senza contatti.Il referendum elettorale può scardinare questo sistema. E se la Corte dice no? Sarebbe tutto più difficile senza una scadenza, senza un pronunciamento popolare. Ma l\'urgenza resterebbe. In gioco non c\'è un sistema elettorale, ma la stessa credibilità della politica italiana. Senza questo sarebbe difficile fare crescere l\'Italia. Il governo Monti è una necessaria anomalia italiana. Dal 2013 bisogna tornare alla normalità, alle maggioranze elette che esprimono un esecutivo. Ma i cittadini devono contare anche nella scelta dei rappresentanti oltre a decidere le coalizioni. Per questo, anche se la Corte boccerà il referendum, i partiti hanno il dovere di trovare un accordo per una nuova legge elettorale che garantisca la governabilità, che vanifichi i giochi dei furbetti opportunisti, che porti a eleggere i parlamentari e non a farli nominare dalle segreterie. Solo così il Parlamento riacquisterebbe dignità e autorevolezza. Va però salvaguardata l\'esperienza del bipolarismo e della vera alternanza. Per questo Pd e Pdl devono trovare il coraggio di operare delle scelte senza pensare alle future alleanze. Con decisioni che possono scontentare i propri alleati. Solo così può nascere una nuova fase. Ricadere nei giochi della Prima Repubblica ci farebbe compiere un passo indietro, pericoloso per un Paese che ha bisogno di stabilità e non di maggioranze balneari.GIUSEPPE SANZOTTA | |