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ECONOMIA

LE BANCHE NON FANNO IL LORO MESTIERE- Braille News 6.2.10
 

Il ministro Tremonti torna a menare fendenti contro le banche. Colpevoli, secondo il responsabile di Via XX settembre, di fare un altro mestiere rispetto alla loro missione: finanziare l’economia reale. «L’impressione è che i banchieri, sia in vacanza sia al lavoro sia locali sia centrali, facciano qualcosa che non è il loro mestiere e che i governi non facciano quello che è nel loro dovere». Un Tremonti così duro contro il credito non si sentiva da tempo. Negli ultimi mesi si era affermata un sorta di pax con le banche italiane. Ma il clima che si è respirato a Davos con le autorità nazionali determinate a mettere regole precise all\'attività delle banche lo ha certamente motivato a rialzare la trincea. Tremonti si è, infatti, soffermato sul piano Obama per regolare il settore bancario sottolineando che prima «ha avuto un approccio abbastanza soft e poi, con il discorso all’Unione, ha modificato il piano iniziale con un approccio hard». «È difficile pensare - ha sostenuto - che la prossima crisi si eviti con la tecnica».

Intanto anche nella crisi più nera, che continua a falcidiare posti di lavoro e a tagliare i redditi dei lavoratori, arrivano segnali, piccoli, ma in grado di spargere semi di ottimismo. Così l’Istat ha confermato che le retribuzioni nel 2009 sono cresciute più dei prezzi al consumo, anche grazie al rinnovo di gran parte degli accordi scaduti, alcuni dei quali con il nuovo modello contrattuale. Secondo i dati diffusi dall’Istituto di statistica le retribuzioni contrattuali orarie nell’anno sono aumentate del 3% rispetto al 2008, meno del 3,5% registrato nell’anno precedente, ma molto più velocemente dell’inflazione che si è attestata allo 0,8%. Molti, soprattutto quelli messi in cassaintegrazione, non lo avranno sentito, ma per chi il posto di lavoro lo ha salvaguardato la notizia dà conforto. Lo stesso che avranno sentito al ministero del Tesoro dopo i dati sulle entrate fiscali di gennaio. La novità è infatti nessun fabbisogno a gennaio. Anzi: un avanzo di cassa di 4,2 miliardi che dipende - spiega il Tesoro - principalmente dall’incremento del gettito tributario, da sempre un buon indicatore dell\'andamento dell\'economia. Il dato arriva proprio mentre l\'Agenzia delle Entrate rende noto ufficialmente le prime elaborazioni sulle dichiarazioni 2009, che segnano come, anche nel 2008, il gettito è cresciuto grazie anche ad un aumento del 3,07% (+570 euro in media) dei redditi dichiarati dagli italiani: dai 18.540 euro del 2007 ai 19.110 euro del 2008. Infine è operativa la moratoria per la famiglie in difficoltà nel pagare le rate dei mutui. Altro ossigeno che può rianimare i redditi delle famiglie.

FILIPPO CALERI(Il Tempo)

 



IL SANO REALISMO DI TREMONTI - Braille News 6.2.10
 

Gli incontri riservati sono destinati tutti a divenire, nel tempo, pubblici, e se i meeting hanno successo, si trasformano in mega manifestazioni. Così è accaduto anche a Davos, dove il seminario di riflessione dei banchieri sull\'andamento annuale della finanza mondiale si è trasformato in un\'indisciplinata kermesse. 2500 importanti signori, tra i quali 1550 imprenditori e banchieri, 90 delegazioni di altrettanti paesi , 30 tra capi di stato e di governo hanno cercato di volare alto per "ripensare, ridisegnare, ricostruire" la finanza mondiale alle soglie di una nuova probabile bolla speculativa mondiale. I 2500 hanno volato così in alto da averli noi mortali, persi di vista. Se qualcuno avesse pensato che a Davos, finalmente, si sarebbe discusso degli errori delle banche per non più commetterli e delle misure necessarie per rimettere in corsa l\'economia, si è dovuto ricredere. Il rimprovero all\'impostazione e alle conclusioni dell\'incontro è venuto, in modo diverso, da due protagonisti della politica europea. Nicolas Sarkozy e Giulio Tremonti. Il primo pronunziando il discorso di apertura a Davos, il secondo evitando di frequentare tante persone che non possono prendere una sola decisione, ma riproponendo, con autorevolezza, la strada maestra per il risanamento: regole universali (legal standard) e nuova Bretton Wood. Al di là della accertata inutilità di Davos, è importante sottolineare la convergenza degli Stati Uniti, della Francia e dell\'Italia sulla necessità di riformare la finanza mondiale. Obama, parlando al Congresso nel tradizionale discorso sullo stato dell\'Unione, Sarkozy e Tremonti hanno espresso con parole diverse la stessa preoccupazione, che è quella di risanare il capitalismo finanziario adottando provvedimenti che riportino il controllo sull\'unico prodotto, quello finanziario, che finora sfugge, nel mondo globalizzato dell\'economia, a regole stringenti. Obama che ha ripreso, dopo la sconfitta elettorale nel Massachusetts, lo stile linconiano della sua campagna elettorale, ha denunciato i cattivi comportamenti di Wall Street, ha reclamato" una vera riforma del sistema finanziario", ha lanciato un monito grave ai gruppi di pressione delle banche dichiarando che " non gli lasceremo vincere questo combattimento". Sarkozy non è stato da meno, denunciando " un capitalismo meramente finanziario" e criticando "una mondializzazione che ha deragliato nello stesso momento in cui ha ammesso che il mercato ha sempre ragione". Tremonti, uno dei pochi governanti del mondo che è assieme tecnico di valore, perché fine scienziato delle finanze, e determinato politico ha rivendicato da Sestola, una stazione sciistica italiana certamente meno celebre di Davos ma di sicuro fascino ed efficienza, il primato della politica chiamata a convertire i buoni propositi in trattati internazionali perché " fare un trattato sull\'economia mondiale, coinvolgendo i Parlamenti, è difficilissimo ma fare regole tecniche è inutile, anzi peggio, è dannoso perché fa perdere tempo". La consonanza di Obama con Francia e Italia ( in attesa della Germania) e la visita del segretario di stato Hillary Clinton a Parigi sembrano indicare un possibile ritorno della politica estera americana ad una maggiore attenzione all\'Europa, dopo la sbandata filo asiatica del primo anno di presidenza. Lo sforzo del Financial Stability Board, presieduto da Mario Draghi, per ridurre i rischi di crack, diminuirne le probabilità e facilitare la loro gestione, appare, dopo le dichiarazioni USA ed europee, soltanto un appello ad una comune convergenza di principi . Troppo poco per tessere la tela di un ordine finanziario nuovo che nuocerebbe soprattutto a un sistema angloamericano che il governatore Draghi conosce bene. Il ministro Tremonti non nasconde le sue perplessità per un piano che prevederebbe, secondo il Financial Times, la creazione di un fondo assicurativo finanziato dalle banche, che dovrebbe servire a evitare fallimenti. Riportano le agenzie che Tremonti non ha direttamente ed esplicitamente commentato le attività del governatore Draghi, ma è certo che ha dichiarato: «Quella che qualcuno fa passare come divergenze personali è una profonda e diversa visione del mondo». Una visione, quella del ministro, che apprezziamo perché in modo chiaro e netto cerca di risolvere a favore dei risparmiatori i danni di un capitalismo senza regole, che ha creato tanti problemi difficili ancora oggi a risolversi. GIUSEPPE SCANNI(Il Tempo)


 


 


 



LA MANOVRA VA AVANTI A TRAMEZZINI- Braille News 12.12.09

Nella sala della Commissione Bilancio ci sono ancora sul tavolo un paio di sacchetti con tramezzini e panini sbocconcellati e qualche bottiglia di acqua minerale, residui di una lunga notte insonne. Era da circa un anno che i quarantotto membri della Commissione più strategica ma anche quella in cui «si lavora davvero» (lo dice con orgoglio un deputato che però si trincera: «Per carità non me lo attribuisca altrimenti sembra che gli altri colleghi sono dei fannulloni») passano la notte in bianco. Ventiquattr’ore chiusi in una stanza, gomito a gomito, mentre il Transatlantico e i corridoi di Montecitorio si svuotano. Per i deputati milanesi c’è la festa di Sant’Ambrogio mentre per gli altri il consueto ponte dell’Immacolata. La Camera è avvolta dal silenzio e i commessi sono le uniche presenze.

Mugugni e lamentele per il mancato long week end? Non vi sentite un po’ i secchioni di Montecitorio? La domanda viene spontanea appena Massimo Corsaro, relatore alla Finanziaria, fa capolino dalla Commissione, al termine della maratona notturna. «Neanche per sogno - risponde -. Questa Commissione è la più prestigiosa della Camera e c’è la corsa a farne parte. Di qui passano tutti quei provvedimenti che prevedono un impegno di spesa». Vuol dire che altrove si lavora poco? «Non mi faccia dire cose che non penso. Le altre commissioni si riunisocno una volta a settimana mentre la Bilancio è convocata anche tra due riunioni dell’Aula. Chi decide di farne parte sa che ci sono momenti di gran lavoro che possono anche coincidere con il ponte dell’Immacolata. Ma nessuno se ne lamenta».

Nella stanza della Commissione sono tutti presenti i 48 deputati (26 della maggioranza e 22 dell’opposizione) e il clima è da fortino assediato. L’assedio è quello che viene dall’esterno, impalpabile ma non meno incisivo, delle varie lobby che sperano, complice anche la stanchezza dell’esame notturno, di poter aprire qualche breccia nel testo della Finanziaria. Ma la maggioranza ha fatto un lavoro di blindatura della Manovra tant’è che sia il Pdl che la Lega decidono di ritirare le proprie proposte di modifica.

I lavori iniziano all’una e trenta di notte di domenica. L’opposizione ha ridotto i suoi emendamenti a circa 200. Si decide di partire con il voto dalprimo emendamento segnalato dall’opposizione, quello per il sostegno alla famiglia. Ma a questo punto comincia il dibattito. «L’obiettivo è parso subito chiaro: l’opposizione voleva creare un caso e arrivare ad accusare la maggioranza di non aver concesso il voto e di far passare un testo blindato» riferisce Corsaro. Mentre dalla buvette arrivano i termos con tè e caffè e vassoi di panini e tramezzini, si alternano a parlare i membri del centrosinistra. La discussione che non entra nel dettaglio dei provvedimenti ma è focalizzata sull’impianto complessivo della Manovra, va avanti fino al mattino. Il relatore e il viceministro all’Economia Vegas spiegano che gli argomenti avanzati dall’opposizione sono validi nel merito ma accoglierli significherebbe fare una scelta di spesa diversa da quella che si è prefissa la maggioranza.

La notte, nella discussione, si accorcia. I tempi sono risicati; il testo è atteso in aula mercoledì dopo la pausa dell’Immacolata. Dopo una seduta fiume di quasi sette ore ancora non si comincia a votare.

La minoranza quindi, tramite il capogruppo in commissione Pier Paolo Baretta, fa la richiesta di sospendere i lavori per consentire alla maggioranza una riflessione sulla possibilità di accogliere qualche loro proposta, ma il relatore Corsaro respinge la mozione. La temperatura sale con la sinistra che accusa la maggioranza di accettare supinamente le indicazioni del governo mentre Corsaro risponde che «c’è totale sintonia tra maggioranza e governo».

Alle 8,30 di domenica mattina la situazione sembra essersi impantanata. L’opposizione si alza e va da Fini per cercare una sponda e fargli presente che la maggioranza non ha accettato nessuna proposta di modifica. Il presidente della Camera però fa presente che il regolamento dei lavori è stato rispettato. L’incontro con Fini non è ancora ultimato che la sinistra fissa uan conferenza stampa dicendo già che intende abbandonare la commissione. Alle 11 l’opposizione abbandona i lavori. Poche dichiarazioni all’uscita e poi via verso la stazione per uno scampolo di ponte.

LAURA DELLA PASQUA (IL Tempo)



I PREZZI AL CONSUMO E L’ANNO CHE VERRÀ- Braille News 5.12.09

In Europa, dopo sei mesi, si riaffaccia l'inflazione, con buona pace di chi era certo che la crisi sarebbe sfociata in una spirale deflattiva di rincorsa al ribasso tra propensione all’acquisto e prezzi. E d’inflazione sentiremo parlare anche nei prossimi mesi, perché le Banche Centrali hanno immesso dosi massicce di liquidità e mantengono ai livelli minimi i tassi di riferimento. I primi segnali d’inflazione sono anche il portato delle politiche monetarie espansive dei mesi scorsi e questo è senz’altro un tratto comune a tutti i Paesi dell’area Euro. Ma gli effetti di queste misure comuni saranno differenziati da Paese a Paese, perché diversi sono i meccanismi di trasformazione dello stimolo monetario in crescita reale. È naturale, allora domandarsi che cosa accadrà in Italia, visto che da noi, già durante la crisi, si sono registrate tensioni al rialzo sui prezzi al consumo. I prezzi alla produzione hanno registrato una contrazione significativa seguendo l’andamento della domanda e dell’offerta, la contrazione del prezzo del barile, il rapido aumento degli eccessi di capacità installata, l’intensità delle dinamiche concorrenziali sui mercati interni e internazionali. Al contrario, dal 2007, in Italia per i prezzi al consumo non si sono registrate variazioni al ribasso, nonostante la fiammata inflazionistica che si è osservata sino a tutto agosto 2008. Dopo di allora i ritmi di crescita dei prezzi sono diminuiti, ma senza che si sia mai realizzato un qualche rientro dai livelli di volta in volta raggiunti. Questo scollamento tra andamento dei prezzi alla produzione e andamento prezzi al consumo fa comprendere quanto attuale sia la richiesta di liberalizzazione dei saldi di fine stagione, per promuovere concorrenza, per stimolare la riduzione dei prezzi, per sostenere la domanda delle famiglie e la ripresa del circuito domanda-produzione-redditi.

È inaccettabile che, mentre si discute dei vantaggi di componenti flessibili e premiali delle retribuzioni del lavoro dipendente e della flexsecurity, mentre si discute su come rifinanziare gli ammortizzatori contro la disoccupazione in condizioni di emergenza del bilancio pubblico, permangano regolamentazioni corporative, che ostacolano il buon funzionamento dell’economia e rallentano la ripresa. L’inflazione accumulata dal 2007 pesa sulla capacità di spesa delle famiglie, mantiene debole la domanda aggregata, frena la ripresa. Serve un segnale tangibile di consapevolezza e di attenzione. Serve un decreto di liberalizzazione dei saldi di fine stagione. Non si tratta, certo, di una misura di riordino strutturale della distribuzione, né possiamo attenderci che essa possa generare, di per sé, la magia della fiducia e della voglia di spendere. Tuttavia, sarebbe un segnale positivo, di richiamo al significato profondo dei valori della concorrenza e della libertà d’intrapresa. Un segnale che, ne siamo certi, contribuirebbe a far cominciare meglio l’anno che verrà.

FABIO PAMMOLLI DIRETTORE DEL CERM(Il Tempo)



TREMONTI E LA SVOLTA DEL POSTO FISSO- Braille News 24.10.09

È stato l’uomo delle «partite Iva». Dell’esaltazione del valore dell’autoimprenditorialità. E non ha esitato ad applicare l’ingegneria finanziaria ai conti pubblici. Il ministro dell’economia, Giulio Tremonti, ha espresso in maniera netta il ritorno alla sua formazione economica originaria e cioè al pensiero socialista: «Solo il posto di lavoro fisso assicura la base sui cui organizzare il proprio progetto di vita e di famiglia». «Non credo che la mobilità di per sé sia un valore» ha specificato Tremonti che ha aggiunto nel suo intervento a un convegno della Banca Popolare di Milano: «La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità - ha aggiunto il ministro nel suo intervento a un convegno della Banca Popolare di Milano - per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no». Una piroetta ideologica che, resa palese, in realtà parte da lontano. Senza arrivare agli ideali del socialismo riformista sposati nella sua giovinezza politica, già ad aprile del 2008 caduto il governo Prodi e alla fine della campagna elettorale Tremonti aveva esposto più o meno lo stesso concetto: «Difendo la logica del posto fisso. La nostra tradizione è questa. Non accetto un mondo dove la precarietà è segno di modernità». Insomma il cambiamento era allora in nuce. Ma già condensato nel suo manifesto ideologico racchiuso nel libro: «Paura e Speranza. Europa la crisi globale che si avvicina e la via per superarla» giusto in quei momenti uscito nelle librerie italiane. Allora lo tsumani finanziario era appena cominciato negli Stati Uniti e in pochi capivano cosa sarebbe accaduto in Europa. E allora le tesi di Tremonti sulla necessità di etica e di regole nell’economia suonavano ancora come meri esercizi intellettuali. Oggi le sue illuminazioni non sono più guardate con scetticismo. E per un motivo semplice. Nel frattempo a indicare la strada a un nuovo modello di economia è arrivata l’enciclica di Benedetto XVI «Caritas in Veritate». Una prosecuzione ideale e aggiornata della dottrina sociale della chiesa iniziata da Leone XIII nel 1891 con la Rerum Novarum e seguita dalla Centesimus Annus di Giovanni Paolo II. Così il disegno che oggi ispira l’azione del ministro Tremonti trova un’ancora ideologica Oltretevere, un punto di riferimento che nella crisi dei valori della società moderna, può rappresentare una proponibile «terza via».

FILIPPO CALERI(Il Tempo)



SCARPE E BORSE USCIRE DALLA CRISI PARTENDO DAI PIEDI– Braille News 26.9.09

Desiderare un paio di scarpe da sogno da 300 euro, ma non comprarle perchè la spesa è eccessiva? Mai cosa fu più sbagliata. O almeno non lo è in questo momento. Per uscire dalla crisi economica che sta colpendo anche la moda, la salvezza sono proprio loro, lo status symbol a cui nessuna vorrebbe rinunciare: le scarpe. Alte, basse, eccentriche, borchiate, classiche o uniche. Vanno bene tutte purché si comprino.

A New York è ripartita così la stagione dello shopping «che per fortuna si sta risvegliando e i dati delle vendite, con quelli delle calzature in testa - dice Franco Penè, addetto di Gibò - stanno tornando positivi. C’è finalmente almeno lì una ripresa dei consumi». Un spintarella è arrivata dalla settembrina Fashion week e ora si spera nella netta ripresa con le passerelle di Londra, Milano e Parigi. Soprattutto Milano, soprattutto l’Italia. Sì perchè proprio il Paese della moda è quello che stenta nella ripresa nonostante qualche buon segnale: «Dopo le vacanze - spiega ancora Penè - ci sono stati riordini da parte di molti negozi che avevano tagliato i budget». Nessun senso di colpa se si vedono scarpe costose e non si resiste alla tentazione di metterle ai piedi, siano stivali inguinali o ballerine luccicanti. Per una volta la cattiva coscienza diventa l’angelo del mercato e il piacere di sentirsi fashion. E se proprio non si ha il coraggio di spendere così tanto per qualcosa che magari l’anno prossimo finirà in soffitta niente paura: l’accessorio si può affittare.

Succede soprattutto per le borse, altro punto debole tutto al femminile. Non avere 1400 euro per una «Peek-A-Book» non impedirà alle più modaiole di sfoggiarla quanto basta per mostrare che la borsa mito di Fendi è alla portata di tutti, o quasi, spendendo meno e rendendola al legittimo proprietario una volta che le ha stancate. Stessa cosa per la «Muse 2» di Yves Saint Laurant: basta andare a cercare su internet la borsa «escort» e per una settimana la si potrà avere per soli 75 euro o a 200 per un mese intero.

Donne, il sogno si realizza: mani al portafogli, alla carta di credito e al libretto degli assegni. Davanti a una vetrina seguite l’istinto entrate e «comprate, comprate, comprate».

VITTORIA MARCONI(Il Tempo)



INTERNI: IN ITALIA SI SCOMMETTE SEMPRE DI PIÙ - Braille News 4.7.09
 
La crisi c’è ma non per tutti. O forse potremmo dire che visto che c’è la crisi, per paradosso, c’è più gente disponibile a tentare la carta della fortuna. Non è una sensazione ma un dato di fatto corroborato da numeri e statistiche. Il settore dei giochi in Italia va infatti in controtendenza rispetto alla maggior parte dei mercati. Al giro di boa del primo semestre, il bilancio per giochi e scommesse si chiude nettamente in positivo: +10,6 per cento di incremento di raccolta rispetto ai primi 6 mesi del 2008. In totale gli italiani hanno giocato da gennaio a giugno 2009 ben 26,2 miliardi di euro, contro i circa 23,7 miliardi raccolti nello stesso periodo dello scorso anno. Vale a dire che ogni giorno in Italia si sono spesi per tentare la fortuna circa 145 milioni di euro. Se il trend positivo dovesse confermarsi anche per la seconda metà dell’anno, il mercato potrebbe chiudere con incassi per oltre 52 miliardi di euro, cifra nettamente superiore ai 47,5 miliardi raccolti nel 2008. (Il Tempo)


ECONOMIA: IL SUD E IL TRENO DELLA GLOBALIZZAZIONE- Braille News 27.6.09
L’Italia è un paese duale. Tutti gli indici, dall’occupazione al reddito, dagli investimenti al costo della vita, mostrano forti e crescenti differenze, tra il Sud e il Nord del Paese. È in questa cornice che va posto il tema della differenziazione territoriale dei salari, entrato da alcuni mesi nell’agenda politica. Il tema costituisce una chiave di lettura utile per trattare del passato e del futuro del Mezzogiorno d’Italia. Nel Nord Italia il tasso di occupazione (Rapporto Ipi-Confindustria, 2009) è del 66,7 per cento, nel Mezzogiorno del 46,5 per cento. In nessun paese dell’UE si scende al di sotto del 57 per cento. La Campania, con il 42,4 per cento, è la regione con il tasso di occupazione più basso. Dati alla mano, negare che vi sia spazio, necessità e urgenza per introdurre innovazioni che possano incrementare la redditività degli investimenti e la competitività delle imprese al Sud appare poco ragionevole. A meno che non si aderisca ancora allo schema, che la storia ha bocciato, secondo il quale per rimediare a questi ritardi occorre un intervento dall’esterno e dall’alto, essenzialmente un intervento dello Stato, quindi più fisco e più aiuti (ma quindi, anche se si ha un certo imbarazzo ad ammetterlo, anche più burocrazia, più clientela, più corruzione, meno meritocrazìa). Per i fautori di questo schema, la differenziazione territoriale dei salari, ponendosi all’interno di uno schema opposto, orientato non allo Stato ma al mercato, sarebbe una impensabile rivoluzione. La vera rivoluzione è però un’altra ed è già avvenuta da tempo: è la concorrenza globale, il cui schema è quello con il quale ragionano, operano, investono ed assumono le imprese di tutto il mondo. È all’interno di questo schema che, dal 2003 al 2008, la Romania e la Turchia hanno aumentato il loro Pil quasi del 50 per cento. Non sono state le Agenzie pubbliche di aiuto allo sviluppo, bensì gli investimenti privati, a fare dell’India, del Brasile, del Sud Africa e della Tunisia delle economie in grande espansione. In questi decenni, il Mezzogiorno d’Italia non ha partecipato alla corsa all’oro del mercato globale ed è rimasto sostanzialmente aggrappato alla debole e sforacchiata scialuppa dell’intervento pubblico. Che la scialuppa ora stia affondando appare evidente, eppure il formalismo egualitarista vorrebbe continuare ad impedire ogni innovazione. L’Accordo quadro per la riforma degli assetti contrattuali ed il Libro Bianco del ministro del Lavoro segnano novità importanti, riconoscendo ufficialmente la rilevante importanza della contrattazione territoriale. Un tema che può essere letto in varie maniere, ma forse la lettura più corretta è quella che lo riconduce ad una questione più grande, che riguarda la necessità, vitale, di ricercare una realistica prospettiva di sviluppo per il Mezzogiorno d’Italia, nel tempo della competizione globale.
Pasquale Giuliano, Senatore del Pdl, presidente della Commissione Lavoro(Il Tempo)


LA BATTAGLIA DI TREMONTI PER LE IMPRESE– Braille News 23.5.09
Buona, ottima, la strigliata di Giulio Tremonti alle banche sui tassi di interesse, sul credito ancora ridotto, sulla pigrizia nel fare ricorso agli strumenti di rafforzamento patrimoniale. Il ministro fa sentire la sua voce, richiama il mondo del credito, dà un barlume di speranza soprattutto al mondo delle imprese che continuano a lamentare lo scarso sostegno dalle banche in questa fase difficile. Ottimi i richiami, però attenzione a non cadere nel lamentismo, se ci permettete di coniare un’espressione nuova. Cioè di cadere nella condizione di chi sa che una condizione è ingiusta e lo denuncia, ma sa anche di non poter fare niente per cambiarla. E perciò esaurisce la propria soddisfazione nell\'atto stesso di lamentarsi. Anche perché Tremonti si unisce a un coro di lamentele tanto cospicuo quanto, finora, inefficace. Le banche sono state attaccate con veemenza dalla Confindustria (e dalle altre associazioni imprenditoriali). Con parole misurate ma inequivocabili si è pronunciata contro la restrizione del credito e contro i margini eccessivi di guadagno anche la Banca d’Italia. E poi è toccato anche alle altre autorità pubbliche con voce in capitolo. Mentre in Parlamento qualche presa di posizione su questi temi, e sempre in tono critico verso le banche, è praticamente un fatto quotidiano. Non che Tremonti vada a ricasco di tutte queste voci. Il ministro può rivendicare la primogenitura delle critiche al sistema del credito in Italia e anche degli atti concreti, che lo hanno portato, già in passato, a durissimi scontri di potere. Però da qualche mese a questa parte va rilevato che dalle banche sono venute solo e sempre risposte stereotipate e di totale chiusura a quelli che prima erano inviti da parte del ministro e piano piano si sono trasformati in richiami via via più duri. Lo schema, insomma, sta diventando stancamente ripetitivo: gli imprenditori denunciano, il ministro bacchetta e l’Abi, l’associazione bancaria, risponde, sempre per bocca del suo presidente Corrado Faissola, come se fosse una potenza internazionale disturbata su questioni di politica interna, che va tutto bene, che i tassi li fissa il mercato, che non ci sono differenze con il resto d’Europa. È chiaro che non è così, con l’euribor (il tasso al quale le banche reperiscono i capitali per finanziare i loro clienti) al minimo storico, poco sopra all’uno per cento, certi tassi applicati in Italia non sono difendibili, e i bilanci delle banche testimoniano di questa fase, per loro, di vacche grasse. Anche perché in Italia non si registrano fenomeni diffusi di peggioramento del merito di credito o di aumento delle sofferenze (anzi, c’è addirittura qualche miglioramento) o di deterioramento drammatico dei valori immobiliari, in grado di far saltare lo specifico settore dei mutui. Quindi non c’è alcuna ragione per tenere un atteggiamento ostile con la clientela in questa fase. Il ministro lo sa e da mesi prova a farsi sentire. Ha mobilitato anche i prefetti e ora vuole affiancare ad essi anche le strutture provinciali del Tesoro. Benissimo. Ma attenzione a non finire come il pur ottimo calciatore Ciccio Graziani, sempre ricordato, a fine partita, per l’impegno generoso con cui si prodigava in campo e non per l’effettiva bravura. L’impeto in campo va bene, ma se non porta risultati, lascia attaccato a chi lo compie solo l’epiteto di \"generoso\", che all’inizio è anche un complimento ma poi si trasforma in qualcos’altro. GIUSEPPE DE FILIPPI(Il Tempo)

LA CAMPAGNA ACQUISTI DELLA FIAT VINCE IL MODELLO DELLA RICERCA SVILUPPATA NELLE AZIENDE PRIVATE- Braille News 9.05.09
Obama ha scelto la Fiat per salvare dal disastro la Chrysler - ed è stato lui a imporre questo accordo, per una ragione cruciale: la ricerca, la capacità della fabbrica torinese di proporre sul mercato quello di cui oggi c’è bisogno, automobili a bassi consumi, alimentate da energie che diminuiscano il ricatto petrolifero. Dunque, l’Italia, non il Giappone, non la Germania, o la Francia, o l’Inghilterra, si è dimostrata paese leader nella più avanzata ricerca tecnologica. L’Italia e non solo la Fiat, perché consistenti sinergie hanno prodotto questo primato mondiale: una forte èquipe di ricerca interno, finanziamenti mirati dello Stato per finanziarlo, rapporti con un eccellente retroterra universitario un intero mondo, insomma, che ha battuto tutta la concorrenza planetaria «sul prodotto». Marchionne è partito da questo straordinario Know How per costruire poi il suo capolavoro societario. A fronte di questo exploit, che riempie d’orgoglio l’intero «sistema Italia», sarebbe bene che quel centinaio di rettori, cattedratici e soloni che nei mesi scorsi hanno accusato il governo di «immondi tagli alla ricerca» si coprissero il capo di cenere. La vicenda Fiat-Chrysler, infatti dimostra che non sono i fondi sparsi a pioggia alla varie baronie universitarie - spesi al 90% in personale - a «fare» la ricerca. Dimostra che tutti i loro alti lai erano non solo ipocriti, ma falsi. Perché in un economia di mercato, la ricerca deve essere intrinseca al mercato stesso, deve essere promossa dall’industria e compito dello Stato è solo quello di indirizzarne gli scopi verso settori utili all’interesse nazionale. Così fece il governo Berlusconi quando nel 1995 varò il primo provvedimento sulla rottamazione, accompagnato da qualche centinaio di miliardi (di lire) per indirizzare la ricerca dei laboratori Fiat verso le automobili ecocompatibili. Il riscontro lo abbiamo proprio nella vicenda del fallimento della Chrysler. Gli Usa sono il paese in cui più lo Stato investe sulla ricerca, ma nel settore automobilistico è però mancato il baricentro, si è isterilita la cultura industriale con le Big Three (GM, Ford e Chrysler) sedute sulla produzione inerziale di modelli a tecnologia obsoleta, senza alcuna tensione alla ricerca. Infine, i profeti di sventura che tanto riscontro hanno nella sinistra italiana, devono prendere atto di un dato che sempre trascurano: il tessuto industriale italiano si basa essenzialmente «sul prodotto», sulla capacità di proporre al mercato mondiale sempre nuove idee, in strutture medio-piccole ad estrema flessibilità. Il «miracolo Fiat-Chrysler» il frutto di questa cultura industriale, di un mondo dell’industria in cui vi è una straordinaria integrazione tra aziende e maestranze, che produce «ricerca» dentro la produzione. Ma questo universo ormai non è più frequentato dalla sinistra e anche per questo il 58% degli operai, ormai, sceglie il centrodestra a ha abbandonato un centrosinistra che è ormai, semplicemente, drammaticamente, sterile, che sa solo chiedere finanziamenti a pioggia. CARLO PANELLA(Il Tempo)

IL TERREMOTO IN ABRUZZO L’AIUTO DELL’EUROPA - Braille News 25.04.09
BRUXELLES Se in Abruzzo piove, a Bruxelles sembra uscire un raggio di sole. «C\'è volontà di collaborazione. La Ue non farà mancare il suo sostegno». A Bruxelles per una serie di incontri, il presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi dice di aver «trovato grande collaborazione» ed è convinto, «lavorando in stretto contattato» con gli uffici della Commissione, di superare il complesso iter per l\'utilizzo dei fondi comunitari. La riunione che si è tenuta a livello tecnico tra la task force italiana, composta da rappresentanti della Regione, della Protezione civile e della presidenza del Consiglio, con quelli della Commissione per poter accedere «in maniera corretta» ai benefici del Fondo di solidarietà ha avuto un buon risultato, afferma il presidente, che intende avere con la Commissione «lo stesso rapporto positivo» avuto con il governo nazionale che venerdì, ricorda Chiodi, porterà al varo di un decreto legge ad hoc per far fronte al terremoto. Anche per quanto riguarda i fondi strutturali, la Regione segue le indicazioni comunitarie volte ad una riprogrammazione e Chiodi annuncia che invierà una lettera al presidente della Conferenza delle regioni, Vasco Errani, per concordare una nuova allocazione dei fondi Ue delle regioni del centro-Nord, che come l\'Abruzzo sono nel cosiddetto «obiettivo competitività», così come già accaduto per far fronte dai danni provocati dal terremoto nelle Marche e in Umbria. Le Regioni europee potrebbero adottare un monumento o comunque provvedere ai danni subiti nel terremoto dai beni culturali. Questo l’auspicio del presidente della Regione Abruzzo Gianni Chiodi, dopo aver partecipato al gruppo politico del Ppe del Comitato delle regioni europee, che si è svolto poche ore prima della seduta plenaria del «parlamentino» che nell\'Ue riunisce i rappresentanti delle Regioni e degli enti locali. Chiodi, alla sua prima seduta del Comitato, ha parlato in apertura per illustrare la situazione della regione dopo il sisma. Il Presidente Gianni Chiodi ha incontrato anche il rappresentante permanente d\'Italia presso l\'Unione Europea a Bruxelles, l\'ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, a cui ha ribadito la necessità di un sostegno forte dell\'Europa in favore delle zone colpite dal sisma.

EXTRA LA CURA DEL CORPO NON CONOSCE CRISI– Braille News 4.4.09
Il mercato dell’auto è in crisi nera? Le donne non comprano più borse griffate? Il motivo non ce lo spiega l’economista ma il medico estetico: uomini e donne rimandano le spese superflue per qualcosa che reputano più importante, la cura del corpo. Parola di Antonio Di Pietro, presidente dell’International society of plastic-aesthetic and oncology dermatology (Isplad). I dati parlano chiaro: nei soli primi due mesi del 2009 c’è stato un aumento del 20% nelle richieste di visite e terapie estetiche per le donne e del 10% per gli uomini. Dal Cosmoprof di Bologna, che apre il battenti il 3 aprile, arriva la conferma: in una situazione generale di crisi, il consumo di prodotti cosmetici nel 2008 segna, invece, un +0,8%. E della serie «levatemi tutto ma non il mio botulino», tutti a spianarsi le rughe, gonfiare gli zigomi, trapiantarsi capelli, eliminare la cellulite e spalmarsi creme, oli e pozioni magiche. Eccola risposta ai tempi bui: belli e in forma. Le donne si rivolgono al medico soprattutto per colmare i solchi del viso. Le ormai famose «punturine» sono diventate per molte una sorta di «tagliando» ogni quattro-sei mesi. Al secondo posto per i trattamenti ci sono gli schiarenti contro le macchie sul viso e, a seguire, i fillers per gonfiare gli zigomi e rassodare il volto. La maggior parte degli uomini, invece, vorrebbe avere la chioma di un ventenne e quindi chiede interventi per ridurre la calvizie. In crescita anche per il «sesso forte» i trattamenti per sembrare più giovani, le diete per far calare la pancia e le terapie contro le tanto odiate maniglie dell’amore antiestetiche assai soprattutto con la nuova moda di magliette e camicie più attillate. La novità è che anche gli uomini ora ricorrono a trattamenti antismagliature come conseguenza del crescente uso di anabolizzanti per pompare i muscoli. La tecnologia al servizio della bellezza, intanto, continua a fare passi da gigante. Si potrà testare, infatti, la qualità dei globuli rossi per capire come funziona il nostro metabolismo e risalire ad eventuali carenze. Nel campo dei fillers, invece, arrivano i nuovi riempitivi che, oltre a nascondere le rughe, nutrono la pelle. E poi ci sono i «simil-laser» che per ridurre l’età svolgono un’azione meno invasiva e più superficiale. Ma i soldi risparmiati per l’ultimo modello di spider o di scarpe tacco dodici firmatissime abbinate a borsetta in tinta, vanno a finire anche nelle casse di profumieri, farmacisti, erboristi. La vendita di creme antirughe è cresciuta dell’1,8%. Picco per gli smalti (+9,3%), bene il make-up (+5,3%) e i fondotinta cresciuti del 6,2%. Da segnalare il grandissimo uso di collutori e di prodotti sbiancanti per i denti (nel 2008 se ne sono venduti per un valore di 150 milioni di euro). 70 milioni, invece, la cifra spesa per lozioni e trattamenti d’urto contro la perdita dei capelli. L’associazione italiana delle imprese cosmetiche Unipro ha calcolato che ogni italiano viene a contatto con prodotti cosmetici almeno 6-7 volte nel corso della giornata, per arrivare a oltre 25 contatti quando si tratta di donne, più attente al trucco. Sentirsi belli e giovani pare sempre più il chiodo fisso di tutti e due i sessi. Accettare quella ruga in più comparsa a tradimento di prima mattina (come un colpo al cuore) non è facile. Lo sa bene chi tutti i giorni inietta «quintali» di botulino, magica sostanza che blocca momentaneamente le rughe e che festeggia proprio quest’anno i suoi vent’anni di onorata carriera nel campo estetico. Mentre negli anni Novanta a chiedere l’intervento erano prevalentemente donne tra i 50 e i 60 anni, oggi si fa spianare le rughe chi ne ha in media tra i 35 e i 45. È la società dell’apparire, bellezza! KATIA PERRINI(Il Tempo)

NAZIONALIZZARE LE BANCHE AGGRAVEREBBE LA CRISI- Braille News 28.02.09
Il disordine economico causato dalla crisi dei subprime (i mutui ipotecari americani assegnati, sulla spinta di logiche populiste, a chi ora non è in grado di rimborsare le banche) si sta oggi trasferendo al mondo della produzione. La crisi insomma si radicalizza e questo sta fatalmente riportando in auge quelle politiche economiche che avevano caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta e che già allora avevano causato tanti danni. Di fronte ad aziende del credito che potrebbero conoscere difficoltà anche molto gravi, si parla con tranquillità di nazionalizzazioni e in America la nuova amministrazione progressista guidata da Barack Obama ha già deciso l’acquisizione da parte del Tesoro di una quota rilevante della City Bank. È una strada sbagliata: per più di un motivo. Innanzi tutto, un’economia vive di incentivi e disincentivi, premi e punizioni. Con le nazionalizzazioni vengono sottratti alla loro sanzione quanti si sono comportati in maniera sconsiderata, e per giunta vengono puniti quei contribuenti che ovunque metterebbero i loro soldi, meno che in un\\\'azienda in bancarotta. Ma ci sono anche altre ragioni che militano contro il ritorno dello Stato imprenditore. Crisi e fallimenti sono segnali che vanno compresi. Se in queste settimane le aziende automobilistiche hanno i piazzali stracolmi, la lezione è che nel mondo si producono troppe vetture, che i consumatori non sono così interessati a cambiare auto ogni due anni, e che quindi bisogna orientare altrove capitali e lavoro. Per questa ragione è irragionevole evitare tali ristrutturazioni con «rottamazioni» o sussidi. La stessa cosa si può però dire (e a maggior ragione) per il settore finanziario, che deve essere ripensato, ma che proprio per questo non va consegnato nelle mani di uomini selezionati dalle segreterie di partito. Per avere un buon sistema bancario bisogna al contrario allentare il controllo - fortissimo - che lo Stato esercita su di esso. Chi voglia rendersene conto provi ad aprire un\\\'attività nel settore del credito e subito si renderà conto di come vi sia una carenza di competizione e libertà d’iniziativa. In un’economia che funziona, è normale che talune imprese nascano e altre falliscano: e questo deve valere pure per banche e assicurazioni. Ovviamente tutto ciò non esclude che si immagini una tutela per chi rischia di veder svanire i propri risparmi. I «salvataggi» di Stato tengono artificiosamente e demagogicamente in vita una serie di realtà produttive che distruggono ricchezza. Per la classe politica non è semplice ritrarsi dinanzi alla soluzione più facile, che fa sempre ricorso al denaro di Pantalone. Ma il ritorno delle nazionalizzazioni metterebbe seriamente in pericolo il futuro delle giovani generazioni. CARLO LOTTIERI(Il Tempo)

ENERGIA E BANCHE IL VERTICE BERLUSCONI SARKOZY FINALMENTE SI TORNA AL NUCLEARE- Braille News 28.02.09
Italia e Francia stringono un patto sul nucleare. Ma non solo: Roma e Parigi sono alleate, con posizioni «comuni», su molti fronti. A cominciare dall’esigenza di riscrivere le regole dell’Europa. Di un’Ue che sta affrontando la crisi finanziaria con regole del «secolo scorso» e deve cambiare il modo di funzionare. E per farlo il premier Silvio Berlusconi ed il presidente francese, Nicolas Sarkozy, cercheranno insieme anche l’appoggio della Germania. Roma e Parigi mentre stringono i rapporti su settori strategici come la Difesa apprestandosi a mettere in cantiere una portaerei comune e accelerano sulla Tav Torino-Lione, si sono presentati «con identica posizione» anche a Bruxelles, al Consiglio straordinario dei capi di Stato e di Governo per fronteggiare la crisi. Berlusconi e Sarkozy hanno fatto sentire la «loro voce comune per chiedere all’Europa decisioni forti» sulla crisi. Pronte ad «assumersi le proprie responsabilità» ma compatte nel superare le «ingenuità» ed agire con «più coordinamento e determinazione» anche in risposta alle strategie di altri player, come gli Usa. GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo)

L’INTERVISTA A MARIO VALDUCCI SUBITO LE GARE PUBBLICHE PER FARE ARRIVARE I SOLDI– Braille News 14.02.09
Le misure per risollevare l’economia italiana ci sono. «Ora l’importante è mettere in circolazione i fondi collegati agli interventi nel più breve tempo possibile. Solo così si riparte» dice a Il Tempo, Mario Valducci (FI), presidente della commissione trasporti della Camera dei deputati. Soldi presto in giro insomma? Sì. Gli interventi presi dal governo sono giusti ma devono arrivare a regime al più presto. Anche perché oltre a rimettere in moto la macchina dell’economia possono anche contribuire a elevare la qualità dei servizi pubblici offerti. È, dunque, un momento straordinario non possiamo impantanarci nella burocrazia. Dunque? «Occorre avviare con urgenza le gare collegate agli stanziamenti messi a disposizione ad esempio per grandi infrastrutture. E non solo quelle stradali. Ci sono ad esempio gli 800 milioni per aumentare la rete a banda larga. E i 900 milioni di euro per gli investimenti in treni per i pendolari. Vanno subito messi in rete per dare ossigeno a filiere importanti come quella della Tlc e quella ferroviaria. Tutta la macchina pubblica si deve mettere in moto perché si sveltiscano al massimo le procedure. In questo senso bisognerebbe dare anche più forza al commmissario straordinario per ogni opera pubblica previsto nel decreto anti crisi. Come? «Attualmente è solo una sorta di vigilante che si occupa di verificare che non ci siano intoppi all’esecuzione di un’opera pubblica. Occorre dotarlo di poteri speciali affinché possa diventare un soggetto più attivo nella loro realizzazione». Ma le risorse messe in campo sono sufficienti? «Bisogna utilizzare tutti gli strumenti possibili. E in questo senso è necessario un intervento ancora più intenso della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) che ha già fatto tantissimo. Nel 2008, ad esempio, ha erogato 835 miliardi di euro a favore di Regioni e Province stipulando 900 contratti di mutuo. Gli deve essere concessa la possibilità di utilizzare i fondi che ha a disposizione senza conteggiarli nel debito pubblico». Come possono essere autorizzate queste spese? «Il governo è giù al lavoro su questo punto. Occorre una norma ad hoc concordata con l’Europa per considerare la destinazione di fondi della Cdp verso certe infrastrutture strategiche non in aumento del deficit pubblico» Altri soggetti possono contribuire alla ripartenza dell’economia? «Anche le regioni possono fare la loro parte. La riforma costituzionale ha trasferito loro il procedimento autorizzativo per l’energia. Oggi si impiegano anche anni per aver il via libera per impianti di fotovoltaico ed eolico. Occorre che si impegnino per semplificare gli iter». Basta tutto questo per combattere la crisi? «Sicuramente sono misure che possono ridare fiducia ai consumatori. Che per timore e cautela hanno bloccato i consumi più voluttuari. Il calo del petrolio ha aumentato il loro potere d’acquisto. Devono tornare ad avere coraggio». FILIPPO CALERI(Il Tempo)

LA GRANDE CRISI NEL 2008 INDUSTRIE FERME– Braille News 14.02.09
Crollo record della produzione industriale. A dicembre l’attività delle industrie italiane ha messo a segno un nuovo ribasso a due cifre, portando il 2008 a chiudere con una flessione che non ha precedenti negli ultimi 17 anni. Va a picco in particolare la produzione di autoveicoli, che ha registrato nell’ultimo mese dell’anno una contrazione del 48,9%. Una caduta che sembra non arrestarsi, tanto che Confindustria prevede che la caduta si accentuerà ulteriormente a gennaio e che il calo dell’indice nel corso dell’anno potrebbe incidere in maniera drastica sul Pil, con un calo anche superiore al 2,5%. Nel 2008 la produzione industriale è calata del 4,3%, la flessione più ampia mai registrata dal 1991, da quando cioè è cominciata la serie storica dell’Istat. Calo record anche a dicembre: la produzione è diminuita del 12,2% su base annua, ma considerando gli effetti di calendario la contrazione si accentua al -14,3%, il peggior calo dal gennaio 1991. Rispetto a novembre, l’attività delle industrie è diminuita del 2,5%, il quarto calo congiunturale consecutivo, ha sottolineato l’Istat, che ha anche corretto al ribasso i dati di novembre (-12,7% su base annua, da -12,3%, e -3,5% su base mensile, da -2,3%). Ad affondare il 2008 è stata soprattutto l’ultima parte dell’anno: nel quarto trimestre la produzione è calata del 7,5% rispetto al trimestre precedente, il peggior calo sempre dall’inizio della serie. Sia a dicembre che nell’intero 2008, i cali più consistenti della produzione hanno interessato soprattutto i beni intermedi e strumentali. A livello di settori, a dicembre spiccano i cali nella produzione di mezzi di trasporto e nella lavorazione di minerali non metalliferi (rispettivamente -31,5% e -25,3%), mentre nell’intero 2008 i ribassi più ampi hanno riguardato pelli e calzature (-10,2%) e legno (-9,8%). Va letteralmente a picco la produzione di autoveicoli: a dicembre si è registrato un calo del 48,9% su base annua, mentre nell’intero 2008 la produzione è calata del 18,6%. L’Isae prevede un avvio di 2009 in profondo rosso per la produzione industriale (-19,3% a gennaio), con il primo trimestre a -3,8% rispetto al trimestre precedente. (Il Tempo)

LA CRISI DELL’AUTO IL LINGOTTO PENSA GIÀ ALLA FINE DELLA CRISI- Braille News 31.1.09
Preceduto da una forte campagna di sensibilizzazione sulla crisi del settore è arrivato il vertice sull’auto. L’incontro preliminare, che potremmo definire Governo-Fiat, poi il tavolo allargato. La campagna è stata intensissima, arrivando a disegnare rischi enormi, come quello di perdere addirittura un milione di posti di lavoro. Quanto sia attendibile questa stima, per fortuna, non lo sapremo mai. Ma certamente un numero di questa importanza servirà a superare le resistenze di chi, guardando alle necessità del bilancio, si oppone a un intervento in favore del settore. Certamente qualche ragione la ha comunque chi finora ha opposto resistenza alla rottamazione nuda e cruda. Ora non serve un esborso pubblico a favore dei profitti privati di azienda e a favore dei cittadini che sono in grado, in questa fase, di affrontare la spesa dell’acquisto di una nuova auto. Serve, invece, qualcosa che riguardi tutto il mercato dei beni durevoli, quindi si va dalle automobili agli elettrodomestici, fino all’arredamento e all’acquisto di abitazioni. Per questo le misure stanno prendendo la forma anche di un sostegno al credito e di facilitazioni per la concessione di finanziamenti. La stretta delle banche si sta sentendo e le aziende che vendono quasi la loro intera produzione grazie al credito al consumo ne stanno gravemente risentendo. Ma ci sarà anche la rottamazione, per la quale dovrebbero esserci comunque modalità innovative rispetto al passato. Il governo aveva aspettato che l’Ue si muovesse in modo coordinato. Non è successo e ora si deve correre ai ripari. Perché le azioni prese da ciascun paese, per primi dai tra maggiori produttori di auto in Europa (escludendo l\'Italia), Germania, Francia e Svezia, avevano fatto saltare il banco. Sotto pressione ciascuno si è affrettato a soccorrere le proprie industrie nazionali, contro ogni principio di neutralità degli interventi sui mercati. Così la Fiat sarebbe stata sottoposta non solo alle difficoltà del momento ma anche alla concorrenza non regolare degli altri grandi produttori europei. Anche per questa ragione le ultime resistenze sono saltate. E i motivi per battere un colpo nel sostegno del settore automobilistico sono ancora più forti se si guarda al dopo-crisi. La Fiat ha fatto capire che non intende giocare di rimessa in questa difficile partita. La mossa americana, con l\'ingresso nel capitale della Chrysler e l\'apertura del mercato degli Usa per i suoi modelli a basso consumo, è significativa. Torino non si arrende. GIUSEPPE DE FILIPPI(Il Tempo)