| L’ANALISI | |
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IL RE COSTAVA MENO– 21.1.12
Nel 1960, alla vigilia del primo centenario dell\'unità d\'Italia, apparve un volume dal titolo Il Re costava meno. Lo aveva scritto un giornalista e saggista di origine piemontese, Mario Viana, che, nazionalista della prima ora e antifascista da sempre, si era spostato a Roma dal volontario esilio nella tenuta romagnola, per riprendere nella nuova Italia democratica e repubblicana l\'attività politico-giornalistica. Quel lavoro ottenne, comprensibilmente, largo successo tra i monarchici e fece rumore. Oggi, avrebbe un pubblico assai più vasto perché i costi della politica - non solo quelli del Quirinale - sono cresciuti in misura esponenziale. E gli italiani, monarchici o non monarchici, ne hanno, ormai, diciamolo pure, le scatole piene. E sì che, alle origini della repubblica, un bell'esempio di parsimonia lo aveva dato Enrico De Nicola. Il quale, com'è noto, di auto blu, per uso personale non voleva saperne al punto che, dovendosi recare nella città natale per votare, fece una delle sue scenatacce al povero autista che aveva predisposto un buono di rifornimento della benzina e pretese di pagare di tasca sua il pieno di carburante. Per De Nicola la distinzione tra privato e pubblico era sacra. Si faceva addebitare persino la spesa dei francobolli per la corrispondeva personale per evitare che le proprie lettere venissero inviate in franchigia, quindi a spese dello Stato. Erano altri tempi. E De Nicola era uomo d'altri tempi. Era convinto che essere eletto, pur come semplice parlamentare, o essere chiamato a ricoprire una carica pubblica, come quella di capo provvisorio dello Stato, implicasse l\'esercizio della modestia. E, soprattutto, della parsimonia. Un "uomo pubblico" doveva essere, per lui, il "rappresentante" del paese e adempiere ai suoi compiti non per professione o vocazione, ma per missione e per il bene comune. Con il tempo tutto è cambiato. I costi della politica sono diventati abnormi. E i parlamentari, tutti "uomini pubblici", si sono convinti di non dover essere affatto - malgrado quanto recita l\'art. 67 della Costituzione e cioè che "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione" - considerati i rappresentanti del paese. Ed è tanto vero, questo, che quando il paese si pronuncia in maniera chiara e inequivocabile su qualche cosa che non piace loro o ne sfiora li interessi, essi corrono immediatamente ai ripari dimenticando di dover rappresentare, almeno secondo il dettato costituzionale, la nazione. Se gli italiani, per esempio, aboliscono il finanziamento pubblico dei partiti, si precipitano a reinserirlo (magari rimpinguato) sotto forma di rimborso per le spese elettorali. Se gli italiani, ancora, si pronunciano per la soppressione del ministero dell\'Agricoltura, ecco che si affrettano a mettere in piedi un ministero delle Politiche Agricole. E si potrebbe continuare a lungo. Ma, come direbbero i nostri padri latini, de hoc est satis. La verità è che i parlamentari, nel nostro paese, sono ormai avvezzi a considerarsi non già "rappresentanti della Nazione", ma piuttosto (d\'altro canto è difficile dar loro torto se è vero che "l\'Italia è una repubblica fondata sul lavoro") lavoratori. Anzi lavoratori statali. A tutti gli effetti e con tutti i diritti (molti) e i doveri (pochi) degli impiegati dello stato. Sono travet di alto grado, insomma. E hanno diritto a ferie pagate, aumenti periodici di stipendio, assistenza sanitaria, qualche benefit e via dicendo. E, per arrotondare, a un po\' di assenteismo e di doppio lavoro. Ma se così è - e pare proprio che sia così - allora perché non considerarli davvero, i nostri parlamentari, dei lavoratori? E, perché, allora, in un momento di grave crisi come l\'attuale, non fare ricorso, anche per la loro categoria, al glorioso istituto della cassa integrazione, che li esenterebbe dall\'obbligo di fornire una prestazione lavorativa garantendo loro pur sempre un apprezzabile emolumento? Naturalmente, occorrerebbe qualche attenzione. Sarebbe necessario, per esempio, scegliere i cassintegrati in modo tale da non alterare la fisionomia politica del Parlamento, rispettando le percentuali dei gruppi parlamentari. E ciò, anche se la naturale italica tendenza al trasformismo e al "girellismo" renderebbe difficile l\'impresa. Ma tant\'è. Difficoltà a parte, il ricorso, col principio della rotazione, alla cassa integrazione abbasserebbe il costo della politica. Senza nemmeno ridurre gli emolumenti dei parlamentari. E se qualcuno si preoccupasse dello svuotamento (parziale) delle aule parlamentari sbaglierebbe: in tempi di governi tecnici o del presidente, il Parlamento ha davvero tanta importanza e tanto lavoro? Intendiamoci. Questa proposta semiseria e modesta è uno scherzo. Ma ci rifletta l\'austero professor MarioMonti. È l\'unico che, a capo di un "governo di unità nazionale" frutto di emergenza ed eclissi della politica, può far digerire misure impopolari. O, addirittura, popolari. FRANCESCO PERFETTI | |
| IN ITALIA LA MAFIA È LA PRIMA BANCA– 14.01.2012 | |
| È il più grande virus che infetta la nostra società. Una holding. Si fa banca, con i suoi 65 miliardi di denaro «liquido». Si fa Stato, chiedendo «tasse» ai cittadini. È un camaleonte che si mimetizza tra centinaia di attività commerciali. È la Mafia spa. Una macchina da soldi che solo grazie al suo ramo commerciale fattura ogni anno 140 miliardi di euro, con un utile che supera i 100 miliardi. Praticamente è il 7percento del Pil italiano. Con quei guadagni il debito pubblico del nostro Paese (1900 miliardi) sparirebbe in soli 19 anni.Il tredicesimo rapporto «Sos Impresa» di Confesercenti mette i brividi alla parte sana dell'Italia. Quella rappresentata da cittadini che pagano le tasse e da imprese che oltre a pagare il prezzo della crisi, sono costrette a subire la violenta conquista del mercato della criminalità organizzata. Le aziende italiane subiscono 1300 reati al giorno. Sono 50 ogni ora, quasi uno al minuto. Il presidente di Confesercenti, Marco Venturi, spiega che «le piccole e medie imprese sono le principali vittime di racket, usura, rapine. La crisi è funzionale alla criminalità organizzata, che condiziona l'economia legale e fomenta quella illegale del sommerso sia della produzione sia del mercato abusivo. Lo Stato si è impegnato, ma serve un cambio di passo. Solo l'usura - spiega Venturi - ha provocato la chiusura di 1800 imprese e bruciato decine di migliaia di posti di lavoro. I commercianti sono quelli più esposti al fenomeno: le vittime sono circa 200 mila».Come uno StatoNonostante la Mafia spa abbia colonizzato qualsiasi ramo del commercio, infettato il mondo delle istituzioni, internazionalizzato le proprie attività e riciclato miliardi di euro sporchi, non è possibile una ricognizione sull'attività predatoria delle mafie senza partire dall'estorsione. Il pizzo è la tassa per eccellenza. Va pagata per garantire il welfare dell'organizzazione: a sostenere le famiglie, le cosche, le 'ndrine, ad assicurare uno stipendio ai «carusi», ad assistere i carcerati e pagare gli avvocati. Il fenomeno mafioso ha fatto in modo che il pizzo si paghi in una condizione di «normalità». Chi lo pretende diventa una persona di famiglia a cui chiedere cortesie e protezione. Ma è anche il prezzo della paura. La tassa ambientale che si paga per vivere e lavorare senza problemi.Il tumore dell'usuraCostringe a chiudere 50 aziende al giorno, bruciando solo in un anno 130 mila posti di lavoro. E i dati sono in crescita, anche a causa della crisi economica. I commercianti vittime dell\'usura sono circa 200 mila, ma le posizioni debitorie sono almeno il triplo e il numero degli strozzini è lievitato da 25 mila a 40 mila. Per debiti o usura hanno chiuso i battenti, negli ultimi tre anni, 190 mila imprese con un indebitamento medio di 180 mila euro. E non è un caso, allora, se a crescere sono anche i fallimenti: +46 per cento nel primo trimestre 2010. Finisce in soffitta il classico «cravattaro», crescono invece gli usurai dalla «faccia pulita», dalle società di servizi e mediazione finanziaria a reti strutturate e professionalizzate.La Mafia spa a tavolaMangiamo tutti i giorni. E il cibo, per arrivare in tavola, passa di mano in mano. Tra queste spunta anche quella della criminalità organizzata che decide tutto, dal costo a cassetta al trasporto, fino alla commercializzazione. Si può addirittura parlare di ortomafie. Le mafie non controllano solo la filiera, ma applicano truffe a ogni passaggio attraverso furti di attrezzatura e mezzi agricoli (con la pratica del «cavallo di ritorno»), eseguendo lo sfruttamento della manodopore o ingannando Inps e Unione europea sfruttando aziende agricole, falsi braccianti e cooperative fantasma. C'è poi il giro di truffe sugli alimenti scaduti (il caso più famoso è quello delle mozzarelle blu sequestrate dai Nas) e il controllo dei mercati ortofrutticoli, rionali e ittici.Vacanze mafioseIl settore del turismo è una gallina da spennare. Non è un caso se le organizzazioni puntano ai 7000 chilometri di coste italiane per entrare in modo diretto nel giro miliardario del turismo e sviluppare i traffici illeciti. Perché legato al business degli alberghi e dei resort ci sono bar, ristoranti, locali notturni, settori in cui la criminalità organizzata vuole essere protagonista. In Calabria, Campania, Puglia e nel basso Lazio (fino ad alcuni casi che hanno coinvolto anche Ostia e Ladispoli) le imprese balneari pagano regolarmente il pizzo.Mafia spa by nightSecondo alcune stime, si legge nel rapporto Sos Impresa, la «mafia dei muscoli» controllerebbe fino all'80 per cento dei locali notturni. Il business non è legato esclusivamente al divertimento di una notte in discoteca con la musica a tutto volume. Primo, i locali sono il posto per eccellenza dove poter spacciare droga e il mercato degli stupefacenti è in mano alla criminalità organizzatra. Secondo, lo sfruttamento della prostituzione non può trovare miglior location che i locali notturni. Le bande malavitose, quindi, si sono adeguate.Giochi mafiosiLa criminalità è da sempre interessata al gioco. Da quello classico legato allo sport a quello illegale nelle bische. In tutti i casi ne ha fatto un sistema dove regna racket, truffe e usura. Ma non vengono controllate solo le scommesse clandestine, gli investimenti sono legati anche alle slot machine nei bar, ai bingo, il gioco d'azzardo on line, i videogame nelle sale da gioco. Secondo Confesercenti il giro d'affari movimentato dal gioco illegale conta più di quattro miliardi di euro di cui 3,6 gestito direttamente dalle organizzazioni magiose, senza contare gli introiti dell'usura finalizzata al gioco d'azzardo (750 milioni) e la richiesta del pizzo in senso stretto (400 milioni).Costi dei commerciantiTutto ciò ha fatto alzare il livello di insicurezza di chi non si è ancora piegato alla Mafia. Polizze assicurative, blindature e sistemi di allarme, vigilanza privata rappresentano un aggravio complessivo di 2,1 miliardi di euro l\'anno. Chi ci guadagna sono le imprese per la sicurezza con più di 4000 milioni di euro di fatturato annuo. Ulteriori costi che gli imprenditori devono sostenere pur di non cadere nella rete.FABIO PERUGIA
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