| CONCORDIA - 28.1.12 | |
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LA GITA MACABRA DEI NUOVI BARBARI Uno degli aspetti più inquietanti della contemporaneità è la spettacolarizzazione del dolore, la banalizzazione della morte, la degradazione del lutto a evento voyeuristico, frammento da cliccare, fotografare e postare su Facebook per farsi belli con gli «amici». È un macabro gioco amplificato all’infinito in quell’era del social network di cui prima o poi qualcuno dovrà incaricarsi di elencare i guasti. Prendere il traghetto, andare all’isola del Giglio per fare un pic nic nei dintorni di quella che è una bara galleggiante è un brutto segno dei tempi. Non siamo di fronte al semplice «guardare», ma alla messa in scena di set fotografici digitali in cui le coppiette si baciano sorridenti e le famigliole portano i bimbi dove s’erge come uno scoglio d’acciaio un gigante dei mari che è la metafora della Grande Mietitrice, la morte. È un balletto di indifferenza, un sinistro racconto sulla tragica fine del senso e il trionfo del controsenso. Tutti in posa, un sorriso e... clic! il naufragio diventa lo show personale dei collezionisti del dolore altrui, i nuovi barbari. MARIO SECHI IL LIBRO DI MARA PARMEGIANI SUL NAUFRAGIO DELLA COSTA CONCORDIA PRIMA PARTE LA NAVE SALPA- 28.1.12 Ore 19.30 Mi imbarco sulla nave Costa Concordia tra uno sfavillio di luci e sorrisi di sconosciuti di ogni nazionalità. Ho consegnato al personale di bordo cinque valigie. All’interno di queste, come in uno scrigno, un patrimonio di cultura. Si tratta di abiti, ma non sono abiti qualunque. Le consegno con lo stato d’animo di chi lascia in altre mani un bene prezioso, un grande valore affettivo. Si tratta di un pezzo di Storia italiana, di mezzo secolo di arte-artigiana, del racconto evidente in ogni piega, in ogni taglio di una manualità che ha le sue profonde radici nel Rinascimento. Il racconto delle mani sapienti delle sarte chine sulle pezze per creare punto dopo punto un capolavoro, delle dita veloci e attente delle ragazze di laboratorio per dar vita ad un’idea creativa di stampo squisitamente italiano, per renderla concreta e indossabile di fronte al mondo intero. Penso che la responsabilità di chi abbia la fortuna di avere tra le mani un simile patrimonio culturale sia quello di mostrarlo, perché si sappia chi siamo, da dove veniamo, noi che con il biglietto da visita del "made in Italy" abbiamo conquistato il globo. Moda non vuol dire vacuità, nemmeno fatuità. Oggi siamo sopraffatti dalla Storia, rotoliamo insieme ad essa. Tuttavia, ci sono testimonianze che restano e nostro dovere è conservarle con amore, divulgarle alle nuove generazioni. Quale migliore occasione, penso, di questo invito a bordo di una nave che riunisce più di quattromila persone, per offrire alla vista di chi non la conosce la virtù artigiana del nostro Paese? Mi sento una sorta di ambasciatore e sorrido anch’io come gli altri, ma non per la gioia di una vacanza d’inverno. Le acque nere intorno alla nave mandano riflessi metallici. Il cielo sopra di noi è muto, come ascoltasse perplesso il nostro vociare. Per un attimo, mi sfiora una sorta di presentimento, gettando un’occhiata al mare nero mi trafigge fugacemente un’idea di discesa nelle tenebre senza remissione. Ma il gigante buono, generoso di luci e chiasso mi accoglie e l’euforia della mia missione di nuovo mi afferra. Ore 20.00. Entro in cabina. E’ la numero 1003 al decimo ponte. Una suite e subito percepisco quell’avvolgente senso di benessere che il lusso sa dare. Sul tavolo una bottiglia di champagne, calici e un vassoio di frutta matura. La cabina-armadio è spaziosa. L’arredo essenziale ma di qualità. Sarà la mia "casa" privata per una settimana. Conto le valigie, ne manca una.Una parete è di vetro: è quella che dà su un ampio balcone che affaccia sul mare. L’istinto mi porta ad aprire la porta-finestra. Vorrei respirare per un attimo il profumo del mare. Ormai la nave è salpata, la sirena ha salutato i "terrestri" che la salutavano. Respirare l’aria frizzante, guardare avanti verso l’orizzonte e vivere per un momento una sensazione di sconfinata libertà. Ma la porta-finestra è bloccata. No, non si può aprire e improvvisamente mi sento prigioniera, come in un acquario. Oltre il diaframma trasparente si agita una realtà inconoscibile di nero profondo che si macchia a intermittenza di lampi e riflessi colorati. Nel vetro fluttua la mia stessa sagoma come in uno specchio d’ombre. Questa natura irraggiungibile eppure lì ad un passo, mi ispira venerazione e spavento. Lasciamo stare, sistemiamo la collezione. Il valletto della cabina è arrivato. Mi aiuta. Riusciamo a metterne nell’armadio soltanto una parte. Il valletto. Strabilia. La bellezza di queste cose che vengono da un’altra epoca, da momenti in cui l’eleganza non era solo un modo di vestire, esercita un’attrazione magnetica anche su questa persona semplice. La sua curiosità quasi fanciullesca mi scalda il cuore. L’arte sa parlare a chiunque, penso. Mi rassicura che la quinta valigia è, per errore, nella cabina 7903 e mi sarà presto recapitata Domani ci sarà da fare le prove con le modelle. Per ora, in tre valigie e nell’armadio, resta la vita sospesa di questi abiti vuoti che chiedono soltanto di essere indossati per ritrovare il loro giusto senso. Abiti vuoti, vita… Penso e mi spazzolo i capelli. Poi ci sono i miei vestiti personali: scelgo una giacca di seta rossa e pantaloni neri da mettere per la cena. Metto le scarpe basse immaginando di sentirmi più a mio agio nelle lunghe escursioni da un corridoio all’altro, su e giù per i diversi ponti di questo colosso galleggiante. La borsa, sì la borsa come contenitore di un pezzo della mia vita: il documento di identità, le carte di credito, i soldi no perché a bordo non li accettano e le mille altre sciocchezze utili che una donna vuole sempre con sé. Mi aspettano il regista, i collaboratori di quella che non sarà soltanto una sfilata di moda, ma una sorta di rituale per svelare la bellezza di una sapienza antica. Poco prima di uscire, penso di mettere l’orologio prezioso, un regalo che mi è tanto caro. Poi cambio idea e decido per un bracciale. L’orologio rimane sul tavolo, solitario, piccolo, con il suo grande carico affettivo. La chiave della camera è elettronica, a tessera. Stanno scomparendo le vecchie chiavi di metallo, pesanti. Oggi trionfa la tecnologia e qui su questa nave si percepisce che mascherata dall’opulenza degli arredi è proprio la tecnologia a trionfare. Mi domando quando verremo radunati per l’esercitazione obbligatoria in cui apprendere le regole di salvataggio in caso di problemi. Mah… so che saremo chiamati entro le prossime ventiquattr’ore. Dò un’occhiata alla collezione che dovrò portare in scena. Rimane impressa nella mia retina un’immagine perfetta, una somma di colori fantastica. Rimane nel mio udito un lievissimo suono di sete croccanti, un fruscìo di velluti. Con me resta anche il profumo delle donne che queste stoffe indossarono mescolato a quello delle sarte impegnate a tesserne la trama, a cucire orli e pieghe. Penso a qualche minima goccia di sangue causata da aghi che infliggevano punture a dita che avevano dimenticato il ditale. Mi avvio verso il Ristorante Milano al quarto ponte, vado per i corridoi, prendo ascensori di cristallo che scivolano nella fantasmagoria di spazi immensi, luci sfolgoranti, passo per i saloni del casinò, del salone da ballo, i bar, i ristoranti. In questo Dedalo, vorrei tanto avere il filo di Arianna, ma penso che comunque qui non ci sarà nessun famelico Minotauro da uccidere. Devo, tuttavia, arrivare alla meta, ma continuo a perdermi. Sarà la stanchezza, ma le indicazioni mi appaiono incomprensibili, contradditorie. Ma, insomma, devo andare avanti. Infine, "più che l’onor poté il digiuno" e decido di ritornare sui miei passi per raggiungere di nuovo la mia camera e chiedere che mi portino la cena, lì, al riparo. Ma sulla mia strada, improvvisamente, si materializza una giovane coppia. Lui tiene in braccio una deliziosa bambina. I due mi sorridono e poi anche la bambina mi fa un sorrisetto. Dico che ho problemi di percorso. Rispondono che anche loro stanno andando al Ristorante Milano così, guardinghi come in una spedizione nella giungla, ci avventuriamo per infiniti corridoi e saloni. Ore 21.15. Il Ristorante Milano ci accoglie con il suo splendore di ottoni, cristalli, moquette, tavoli scenicamente apparecchiati con grande quantità di piatti di porcellana, calici, posate luccicanti, cestelli con bottiglie di acque e di vino. Ovunque, camerieri vestiti di bianco volteggiano tra i tavoli, ovunque grandi carrelli colmi di vivande, ovunque persone che vanno e vengono, che prendono posto. Finalmente, mi siedo, tiro il fiato, penso che adesso farò un pasto leggero e poi me ne tornerò al mio rifugio. Sono affamata, davvero stanca e un po’ frastornata. Ho bisogno di tranquillità e di riposo. Poi, domani, con nuova energia mi occuperò dei miei tesori. Attorno al tavolo, gli altri sorridono. Leggo il menù, sono indecisa nella scelta. Osservo a lungo la ricca lista di proposte e, improvvisamente, avverto una sensazione tremenda, uno strano, violento strisciare sotto i miei piedi. E’ come se un’oscura divinità sotterranea stesse emergendo dall’abisso verso il nostro pavimento per afferrarlo. Il boato che accompagna questo movimento infernale mi ferma il cuore e subito il salone precipita nelle tenebre, mentre tutto adesso si inclina e mi crollano addosso stoviglie, bicchieri, piatti, bottiglie. Mi alzo, cerco di reggermi in piedi. La luce torna, niente più è orizzontale. Attorno a me vedo scivolare, danzare carrelli delle vivande e sedie che viaggiando senza sosta scontrando mobili e persone. A terra vi sono piatti rotti, vetri, tovaglie, oggetti di ogni genere. Ovunque la miseria dei resti di una cena non consumata, tragicamente disfatta. Il frastuono sale da questo disastro. Ma adesso una voce dall’altoparlante, "a nome del Comandante", ci invita alla calma. Appello inascoltato perché la gente fugge, corre, urla. Molti cadono sotto il peso dei tavoli e dei carrelli in movimento. I bambini piangono terrorizzati, alcuni anziani implorano aiuto. "Il guasto al generatore di corrente sarà presto riparato e riprenderemo la navigazione" dice ancora quella voce "a nome del Comandante" e in questa scena surreale, come concepita dalla mente di un folle, le ottimistiche dichiarazioni che arrivano dall’altoparlante sembrano ancora più folli. Per fortuna, ho i nervi saldi, capisco che soltanto la lucidità potrà salvarmi. Non devo farmi sopraffare dal panico, ma soccorrere dal mio raziocinio. Eppure, in lampi fulminei di ricordi, le emozioni mi assalgono: i miei figli, mia sorella, i miei amici più cari, mia madre come un’ombra in uno specchio, vestita di pizzo bianco. Quando morì, io ero una bambina di sei anni. Sono frange luminose di una vita lunghissima e brevissima, di un passato che precipita rovinosamente su questo mio presente.Il raziocinio prende il sopravvento e con il telefonino chiamo l’Ansa e faccio il primo comunicato. Da quel momento i miei due telefonini squilleranno incessantemente fino all’alba. Telefonate brevi, dico. Non ho il carica-batterie. Poi, ancora il buio e mi rendo conto che la situazione è davvero gravissima. Lancio mentalmente un saluto al patrimonio della collezione di abiti: dove ve ne andrete adesso, quale abbraccio mortale vi dissolverà? Mi guardo attorno: i bambini… I bambini, gli occhi spalancati e le lacrime che rigano questi volti piccoli, paffuti, innocenti. Le braccia delle madri e dei padri che li stringono al petto, cercando di infondere loro un coraggio che loro stessi non hanno, che si inventano per amore. Ma vedo con orrore che, invece, in alcune persone è scattata la logica del "si salvi chi può". E’ un’umanità in cui prevalgono gli istinti primordiali, in cui la coscienza dell’Altro è saltata con le suppellettili e sprofonda insieme a questo gigante che ci sta tenendo prigionieri. Nessuno dagli altoparlanti ci dà istruzioni, nessuno ci governa, nessuno ci dà indicazioni su che cosa fare, su dove andare, su come organizzarci. Così la gente si sposta ancora in tutte le direzioni, finché l’immanenza della voce che risuona inevitabilmente sempre "a nome del Capitano" ci invita a raggiungere il ponte numero quattro. Grazie! Ma qual è il ponte numero quattro? Seguo il flusso dei gruppi che credo si stiano muovendo proprio verso quel ponte. Andiamo e di nuovo incrocio la coppia con la bambina che mi aveva fatto da guida verso il ristorante. "Ma io la conosco, signora. La conoscevo già da prima… Mi può dire come si chiama?" mi dice lui, sempre stringendo tra le braccia la sua piccola. "Sono Mara Parmegiani…" "Ah, la giornalista!" esclama e mi fa una carezza. Sento un brivido. Mi commuovo. La bambina ha la paura negli occhi. Sto per proseguire, ma mi fermo un momento per frugare nella mia provvidenziale borsa alla ricerca di un piccolissimo orsacchiotto beige brillante di paillettes che ho comperato da poco. Un oggetto che istintivamente mi era piaciuto e che avevo pensato di attaccare al mazzo delle chiavi. Ma l’orsacchiotto è ancora lì, libero nel fondo della borsa. Lo cerco concitatamente. Lo trovo. Raggiungo la coppia che nel frattempo si è spostata. Faccio vedere il giocattolino alla bimba, glielo dò e la mia anima si riempie di gioia nel vedere che l’espressione del suo visino si trasforma in un sorriso. La piccola mi dà un bacetto sulla guancia. Poi vengono inghiottiti dalla folla. Di fronte a me, adesso, c’è quello che mi pare essere un cameriere orientale. È vestito di bianco. Distribuisce salvagenti arancioni, ma gli vengono strappati dalle mani. Il panico ha ormai il sopravvento, c’è chi teme di non riuscire ad ottenerne uno. Io ho avuto il mio, ma non riesco ad indossarlo e questa anima santa, vestita di bianco, mi aiuta ad indossarlo. Non solo, mi suggerisce anche di legarmi la borsa in vita in modo da avere le mani libere nel momento in cui dovrò scendere nella scialuppa di salvataggio. Di nuovo mi aiuta con le sue mani benedette. Più tardi, con un brivido, penso che questa borsa legata in vita e riempita d’acqua - nel caso in cui io fossi precipitata in mare, io che nuotare non so – avrebbe potuto diventare una zavorra per l’eternità. MARA PARMEGIANI | |
| I MONDI PARALLELI DI VARGAS LLOSA – 21.1.12 | |
Altro che Maggio francese. La letteratura è meglio che stia al suo posto. In quello delle realtà parallele, della critica al presente, del sogno. Quando si traduce in progetto e azione politica produce soltanto disastri. A dirlo è il Premio Nobel Mario Vargas Llosa, in queste ore a Roma dove ha assistito ai lavori della Camera dei Deputati e partecipato all’incontro organizzato dall’Upter e dedicato a «Le realtà parallele», a cui ha preso parte anche il Presidente della Camera Massimo Fini. «Non bisogna confondere la letteratura con la vita, uno è l’ingrediente fondamentale dell’altro ma credere che sia la stessa cosa ci porta al disastro - ha spiegato lo scrittore - ma è importante tenere ben distinti l’ordine della realtà e dell’irrealtà. Scegliere l’irrealtà in campo politico porta a disastri e al caos, lo sappiamo bene in Sudamerica dove agendo così si sono resi i nostri Paesi poveri e in preda al caos. Solo ora che cominciano a rassegnarsi alla realtà iniziano a risollevarsi». Se è bene tenere distinti i due piani, è altrettanto importante coltivare la letteratura come coscienza civile, consapevolezza della propria autonomia di giudizio per non cadere vittime di più o meno manifeste dittature politiche, religiose o militari. «La letteratura è fondamentale per mantenere uno spirito discolo - prosegue il Premio Nobel - Tutti i regimi che hanno tentato di controllare la vita delle persone dalla culla alla tomba hanno visto con sospetto la letteratura e hanno cercato di controllarla, spiegarla o combatterla». Questo perché «una società imbevuta di letteratura ha un pubblico non conforme, ribelle, che non si accontenta della realtà come è e a cui non si possono far ingoiare le menzogne. Perciò ogni tipo di dittatura, quelle politiche, sociali o religiose, ha istituito sulla letteratura censure molto rigide». L’elogio della critica letteraria va di pari passo con la condanna delle ideologie, vere e uniche nemiche della libertà di pensiero. «La cosa più interessante - spiega Vargas Llosa - è che la letteratura è una menzogna palese che, dunque, smette di essere tale. Molto più pericolose sono le ideologie che fingono di essere scientifiche e che, invece, sono vere e proprie menzogne. Vargas Llosa non si è mai nascosto. Neppure quando una ventina d’anni fa si è candidato alla presidenza del suo Paese, il Perù. Giunse al ballottaggio finale e fu superato solo sul filo del rasoio da Alberto Fujimori. La delusione di allora si tradusse nell’abbandono del suo Paese e nella scelta della Spagna come Paese d’adozione. La letteratura, però, non l’abbandonò mai. Rimase sempre il suo rifugio, il suo porto sicuro, dove ripararsi anche in piena tempesta. «Da sempre - spiega lo scrittore peruviano - la letteratura è in grado di costruire molte realtà permettendo così ai lettori di vivere mille esperienze diverse». Per Llosa così la letteratura offre alla gente «la possibilità di ampliare le proprie esperienze. E dunque chi legge può vivere tante vite». Storie che per il Nobel «partono dal vissuto rendendo immortali i momenti della vita, felici o tristi che siano, che vanno via. Questa è la funzione straordinaria della letteratura: ci tira fuori dal piccolo mondo in cui viviamo e ci rende eterni. La letteratura ci fa sognare e ha effetti reali sulla vita». Come li ebbe sulla sua vita. Quando scoprì a 11 anni di non essere orfano di padre. Andò a vivere con lui, abbandonando comodità, affetti e vizi materni. «È allora che ho scoperto la paura - conclude lo scrittore - la solitudine, il dolore. Io mi rifugiavo nella letteratura che era il mio scudo personale. Mio padre era un uomo autoritario che osteggiava la mia voglia di scrivere ma così non ha fatto altro che rafforzare la mia vocazione». I lettori ringraziano. CARLO ANTINI | |
| DAL BING BANG AGLI AFORISMI– 14.01.2012 | |
Ha scoperto i buchi neri ma non ha ancora capito le donne. Non è una battuta ma esattamente quello che dice di sé Stephen Hawking, uno dei maggiori matematici, fisici e cosmologi contemporanei. Ha appena compiuto 70 anni e la scienza si sta mobilitando per festeggiarlo ma, nonostante la «Teoria del Tutto» e la pubblicazione di decine di libri di divulgazione scientifica, a crucciarlo è soprattutto il rapporto col gentil sesso. Le donne lo lasciano senza parole e ammette che è proprio a loro che pensa per la maggior parte della giornata, definendole «un assoluto mistero». Hawking ha avuto una vita sentimentale piuttosto complessa. Si è sposato nel 1965 con la sua prima moglie Jane, con la quale ha avuto tre figli. Nel 1991 la coppia si è separata a causa, pare, del peggioramento delle sue condizioni di salute e delle pressioni che la sua fama esercitava sul loro rapporto. Nel 1995 lo studioso si è sposato per una seconda volta con Elaine Mason, un'infermiera che era entrata a far parte del suo staff medico dopo l'operazione di tracheotomia alla quale era stato sottoposto nel 1985. Di questo matrimonio sono le notizie più bizzarre, tra cui quella del 2004, quando alcune infermiere che si erano prese cura di Hawking hanno denunciato alla polizia i loro sospetti di presunti abusi fisici ed emozionali nei confronti dello scienziato per mano della seconda moglie. La polizia di Cambridge aveva confermato che stava indagando sul caso, ma proprio nel mezzo delle indagini Hawking, che era in ospedale con la polmonite, aveva diffuso un video in cui smentiva tutto. Tuttavia la coppia ha divorziato poco dopo.Le sue teorie lo hanno reso uno dei più celebri fisici teorici viventi, e soprattutto negli ultimi anni hanno fatto discutere non poco le sue affermazioni al confine tra cosmologia e religione, come quella secondo la quale è possibile spiegare la creazione dell'universo senza l'intervento di Dio, e che «non c'è nulla per l'individuo oltre l'ultima scintilla di vita del cervello», tanto che il paradiso non è che una «fiaba» per chi «ha paura del buio». Una delle sue convinzioni più ferme è che la speranza di sopravvivenza dell'umanità è nella colonizzazione dello spazio.L'universo lo affascina da sempre e nel 1963 questa passione lo ha portato all'università di Cambridge. Sempre a Cambridge, dal 1976 al 30 settembre 2009, ha occupato la cattedra che era stata di Isaac Newton. Le sue ricerche sui buchi neri hanno permesso di confermare la teoria del Big Bang, l'esplosione dalla quale è nato l'universo. Dagli anni '70 sta lavorando alla possibilità di integrare le due grandi teorie della fisica contemporanea: la teoria della relatività di Einstein e la meccanica quantistica.Una delle sue teorie più recenti, formulata insieme al fisico Thomas Hertog, del Cern di Ginevra, prevede che l'universo non abbia avuto un inizio e una storia unici, ma una moltitudine di inizi e di storie diversi. La maggior parte di questi mondi alternativi sarebbe, però, scomparsa molto precocemente dopo il Big Bang, lasciando spazio all'universo che conosciamo.Hawking ama le provocazioni e ha voluto assaporare la sensazione dell'assenza di gravità in un volo parabolico, in una delle tante sfide alla forma di atrofia muscolare progressiva che lo tormenta dall'adolescenza e che progressivamente lo ha costretto alla paralisi. Una sedia a rotelle progettata su misura e un computer con sintetizzatore vocale sono i mezzi che gli permettono di comunicare con il mondo.Sua figlia Lucy, scrittrice di libri divulgativi per ragazzi, non può fare a meno di riconoscere che il primo a insegnarle a parlare di scienza con un linguaggio «sempre più semplice» è stato suo padre. Nato a Oxford l'8 gennaio 1942 (esattamente 300 anni dopo la morte di Galileo Galilei, come ha sempre tenuto a precisare) Hawking ha sempre descritto se stesso come un bambino disordinato e svogliato, tanto che ha imparato a leggere solo all'età di 8 anni. Le cose hanno preso una piega diversa quando gli è stata diagnosticata la malattia. «Tutto è cambiato: quando hai di fronte la possibilità di una morte precoce, realizzi tutte le cose che vorresti fare e che la vita deve essere vissuta a pieno», ha raccontato tempo fa.Gli anni tra il 1965 e il 1975 sono stati scientificamente tra i più produttivi della sua vita, quelli in cui ha scritto il suo libro più famoso: «Dal Big Bang ai buchi neri, breve storia del tempo».Non solo le donne. Tra gli errori di Hawking, anche qualche superficialità di troppo nella concezione dei buchi neri. L'astrofisico ha, infatti, riconosciuto come suo più grande errore l'idea che le informazioni venissero distrutte nei buchi neri: «Questo è stato il mio più grande sbaglio, o almeno il mio più grande sbaglio in campo scientifico». Proprio il suo lavoro nel settore ha infatti portato alla scoperta, non ancora pienamente confermata, del fatto che i buchi neri riportano le informazioni nell'universo attraverso effetti quantistici. Paradossale ma vero per uno scienziato come lui. Ma la sua stessa vita contraddice la scienza. Se si pensa che, quando gli diagnosticarono la patologia nel 1963, i medici non gli diedero che pochi anni di vita.CARLO ANTI | |