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LA MODA È A ROMA - Braille News 27.2.10

La moda a Roma? Non c’è partita né competizione. A giocarsela ci sono Milano, New York, Parigi. Parola del patron del gruppo Tod’s, Diego Della Valle. Che, per carità, ribadisce: la capitale è una «città stupenda» ma se si parla di business, di leadership del sistema moda, allora le sfilate capitoline si ritrovano a fare la parte della Cenerentola. L’intervento del padrone della Fiorentina, ieri mattina a «La telefonata», la rubrica di Maurizio Belpietro all’interno di Mattino Cinque, non ha lasciato indifferente il mondo dell’alta moda romana. «Le nostre sfilate non sono un fatto solo cittadino - spiega il maestro Fausto Sarli, icona dell’haute couture - Noi esportiamo e vendiamo in tutto il mondo. Siamo sui giornali, sulle riviste specializzate, su internet. La manifestazione organizzata da AltaRoma sta crescendo, insieme con l’interesse internazionale. Certo va potenziata e incentivata ma qui non si organizza certo una semplice festa in famiglia. Bisogna fare forza comune, Roma deve continuare a essere il punto di riferimento per l’alta moda all’interno di un sistema moda Italia che comprende Milano per il pret a porter e Firenze per l’uomo». Ma la sinergia, Della Valle, la vede tutta e solo milanese. E se la prende ancora con gli stilisti che hanno stravolto il calendario delle sfilate meneghine per far piacere al potente direttore di Vogue America, Anne Wintour. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 27.2.10 in edicola!

 

APPUNTI DI STILE- Braille News 20.2.10
Diavolo-Wintour colpisce ancora. La potentissima direttrice di Vogue America, interpretata al cinema da Meryl Streep, ha telefonato agli stilisti in passerella a Milano a fine mese e ha comunicato di non avere alcuna intenzione di restare nel capoluogo lombardo una settimana intera. Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola!

ASPETTANDO LA SINDONE- Braille News 20.2.10

Prosegue l’antica diatriba tra scienza e fede sulla Sacra Sindone. Ora, alcune tracce di scritte impresse sul telo della Sindone riemergono alla luce come prova, secondo la studiosa Barbara Frale, che l’antico sudario risalga agli inizi del primo secolo e vi fosse stato avvolto un uomo chiamato Gesù Nazareno. Nel saggio «La Sindone di Gesù Nazareno», l’officiale dell’Archivio segreto vaticano, Frale, ricostruisce e decifra delle scritte in greco, latino ed aramaico, già emerse nel 1978 esaminando alcuni negativi fotografici. Nel libro, la studiosa si muove nel terreno dell’archeologia e della paleografia, con un lavoro di confronto e deduzioni, per rilevare una dicitura che parla di un uomo, «Gesù Nazareno», che nell’anno 16 dell’impero di «Tiberio», una volta «deposto sul far della sera», dopo essere stato condannato «a morte», da un giudice romano «perché trovato» colpevole di qualcosa, viene avviato a sepoltura con l’obbligo di essere consegnato ai familiari solo dopo un anno esatto.

Leggi tutto l’articolo su Braille News del 20.2.10 in edicola!

EXTRA-APPUNTI DI STILE - Braille News 13.2.10

Antipioggia, antiodore, antibatterici. Ecologici, usa e getta, tecnologici. Fino ad oggi ne avevamo visti davvero di tutti i tipi ma di tessuti antiproiettile non avevamo ancora sentito parlare. Ed ecco che arriva la novità da un sarto colombiano che, neanche a farlo apposta, si chiama Miguel Caballero. Il suo pare sia già un business miliardario perché i suoi abiti sono capaci di proteggere chi li indossa da colpi di arma da fuoco, anche sparati a distanza ravvicinata. La rete televisiva americana Cnn si è incuriosita al fenomeno ed è andata ad intervistarlo. Caballero, dopo aver dichiarato che il suo mestiere consiste nell\'unire il bisogno di sicurezza crescente in tutto il mondo con il desiderio naturale di vestirsi bene, ha fatto indossare al giornalista uno dei suoi vestiti e gli ha sparato addosso senza alcuna conseguenza. Gli abiti del sarto colombiano sarebbero richiestissimi da uomini politici di tutto il mondo, cantanti rap, e da tutti coloro che temono per la propria incolumità. Il cliente più illustre? Pare sia Barack Obama: c’è chi giura che il giorno del giuramento alla Nazione indossasse proprio un abito made in Caballero.

KATIA PERRINI(Il Tempo)



BOTTICELLE, LE NUOVE NORME RESTANO SOLO SULLA CARTA- Braille News 6.2.10

Microchip per tutti i cavalli, visite mediche per stabilire l’idoneità, registro delle attività giornaliere, pronto soccorso con assistenza 24 ore su 24, ambulanza adibita a soccorso per i cavalli, nuove stalle al Galoppatoio di Villa Borghese, dispositivi catarifrangenti sul pettorale degli animali, realizzazione di una targa da apporre alla carrozza, così come previsto dal codice della strada e indicazione di percorsi e aree di sosta, l’alternativa di convertire la licenza o di optare per una nuova, rivoluzionaria "botticella elettrica". E l’apertura di un tavolo per valutare l’introduzione di una tariffa fissa. È il nuovo regolamento sulle botticelle, presentato il 4 marzo scorso in Campidoglio dal sindaco Alemanno, dall’assessore all’Ambiente, Fabio De Lillo, alla presenza del sottosegretario a Welfare e Salute, Francesca Martini. La delibera con il nuovo regolamento è stata invece approvata il 20 luglio con 33 voti favorevoli, un contrario e un astenuto. Da quel momento si sarebbero dovuti indicare i percorsi entro novanta giorni e la realizzazione delle targhe entro sei mesi. Peccato però che, a quasi un anno dalla presentazione e a sette mesi dall’approvazione definitiva, resti ben poco di quelle "dieci regole" che avrebbero rivoluzionato le botticelle romane.

A fare una verifica sull’applicazione del regolamento, il presidente della commissione capitolina alle Politiche ambientali, Andrea De Priamo. Di fatto, l’unico documento concreto è una memoria di giunta approvata pochi giorni fa sulle botticelle elettriche. «Ho inviato una lettera per sollecitare l’applicazione del regolamento - spiega De Priamo - soprattutto in previsione della prossima estate, quando rischiamo di ritrovarci a combattere con i problemi legati al caldo e al lavoro di questi animali. L’obiettivo del regolamento è quello di garantire prima di tutto il benessere dei cavalli e io ho sollecitato gli uffici preposti a mettere in pratica il regolamento». Il problema sarebbe soprattutto di competenze. L’indicazione dei percorsi da autorizzare alle botticelle, ovvero strade che per pendenza e tipologia di asfalto non gravano sul lavoro dei cavalli, era prevista al massimo entro ottobre. Eppure, nulla si è fatto, sembrerebbe per un problema di competenze e comunicazione con l’assessorato alla Mobilità. Un’indicazione che non dovrebbe tuttavia costituire particolari difficoltà. E su questo la stessa delibera non lascia dubbi: «È fatto obbligo ai titolari di licenza di svolgere l’attività nei percorsi protetti e negli orari autorizzati; i percorsi e le aree di sosta più adeguate sono individuati con provvedimento dirigenziale entro 90 giorni dall’approvazione del presente atto. Con medesimo provvedimento - continua la delibera - sono individuate le modalità di monitoraggio del servizio eventualmente tramite controllo satellitare». E se non risultasse abbastanza chiaro, la delibera incalza: «...è inibito il passaggio delle vetture pubbliche a trazione animale in strade non ritenute idonee e/o con pendenze eccessive indicate con apposito provvedimento dirigenziale». Ora, passi per il monitoraggio satellitare e per il microchip su tutti i cavalli (per i quali è prevista la dotazione ai vigili urbani dell’apposito strumento per la lettura), operazioni che richiedono certamente tempi di organizzazione più complessi, ma individuare i percorsi da autorizzare alle botticelle, così come realizzare il modello di targa da apporre sulla carrozza, il libretto di registrazione delle attività e le visite mediche per accertare l’idoneità del cavallo sono tutte promesse che sarebbero già dovute diventare realtà. E l’estate non è poi così lontana.

SUSANNA NOVELLI(Il Tempo)



EXTRA - APPUNTI DI STILE- Braille News 6.2.10
 

La punizione peggiore per un adolescente indisciplinato? Obbligarlo ad ascoltare per due ore di seguito la musica di Mozart. È l’ultimo metodo educativo adottato Oltremanica dalla «West Park School» di Derby. Chi non raggiunge la sufficienza in condotta si becca il «polpettone» uditivo ogni venerdì dopo la scuola. Così, secondo i prof della scuola britannica, anche i più ribelli perderanno il vizio di disturbare le lezioni e parlare troppo in classe. Devono aver sentito parlare dell’ultima ricerca scientifica dell’università di Tel Aviv, i prof di Derby, secondo la quale Mozart avrebbe un effetto benefico sulla crescita dei bambini. La musica del grande compositore austriaco, dicono i ricercatori, rilassa, regala la calma e combatte lo stress. Vaglielo a spiegare a quei ragazzini esagitati, con la voglia di andare in estasi col rock o con l’ultima popstar mandata a palla nell’iPod, che quelle due ore di «supplizio» per le orecchie sono un toccasana!(Il Tempo)



MARITO DISTRATTO LA PAGA CARA- Braille News 30.1.10
Mentre lui chiedeva il divorzio lei fuggiva dalla Puglia a Roma verso il suo recente amore e partoriva un figlio nato dalla nuova relazione. Il Tribunale assegnò allora, e la Cassazione conferma oggi, un assegno mensile di mantenimento di 500 euro per la moglie (in carica 30 mesi senza figli) che nel frattempo ha messo su casa con il padre del bambino. Un medico agiato. Nulla potrà cambiare la decisione dei giudici perché questa situazione era la stessa nel momento in cui il tribunale fissava l’ammontare del sostegno. Anche il marito era agiato. Ed era anche molto distratto. Non è valsa, per i giudici, la giustificazione che lui non s’occupava della moglie mentre ella diventava ex. Quel suo voler cancellare le scelte di lei gliela faranno ricordare per tutta la vita. La legge non ammette ignoranza, l’assunto è stato rispettato più che alla lettera. Ed è per questo che la sentenza fa riflettere su un punto, si potrebbe dire, più esteso. La distrazione che, stavolta, costa 500 euro al mese per sempre, ha un prezzo assai più esoso. Sta alla base di quasi tutti i ripensamenti amorosi. È il \"reato\" evocato soprattutto dalle donne nei confronti del coniuge di cui anche gli uomini cominciano a provare l’amarezza. Mariti distratti, mogli annoiate. Mogli distratte, mariti oppressi dalla solitudine. Va così troppe volte. Ora la Cassazione dice che rimanere all’oscuro di accadimenti importanti della \"dolce metà\" può costare caro. Un precedente pericolosissimo. ANNA FIORINO(Il Tempo)

MEDICINA – Braille News 23.1.10

CARIE, ADDIO TRAPANO. ARRIVANO RAGGI AL PLASMA

Nel giro di 3-5 anni le carie si cureranno con un getto di plasma, ossia con lampi di gas plasma freddo che, spruzzato nella carie, ripulisce da tutti i batteri patogeni ed elimina il tessuto infetto senza danneggiare il dente. La soluzione rivoluzionaria è dell\'equipe di Stefan Rupf dell\'università Saarland ad Amburgo. Secondo quanto riferito sul Journal of Medical Microbiology, i lampi di plasma sono in grado di ridurre di 10 mila volte la concentrazione di batteri dentali in pochi secondi. Oggi per rimuovere le carie, il risultato di un\'infezione batterica che corrode smalto e dentina, si agisce con il trapano, rimuovendo il tessuto infetto e quindi intaccando l\'integrità del dente. Il "gas plasma" consiste di una nube reattiva di particelle cariche elettricamente (radicali liberi) prodotta dall\'azione di un forte campo elettromagnetico su acqua ossigenata vaporizzata. Oggi è già in uso per la sterilizzazione di strumenti chirurgici sensibili al calore poiché la temperatura di questo processo con il plasma non supera i 50 gradi. Il plasma usato dai ricercatori tedeschi è un plasma freddo e indolore; gli esperti lo hanno testato su dentina estratta da denti umani e "cariata" dai due principali batteri della carie. Gli esperti hanno bombardato i denti in provetta per 6, 12 o 18 secondi e visto che ciò basta ad eliminare il tessuto infetto. Più a lungo il dente è esposto al getto di plasma maggiore è la densità di batteri eliminata. «Grazie alla bassa temperatura si possono uccidere i microbi preservando i denti», spiega Rupf. In questo modo totalmente privo di contatto fisico col dente stesso, il sorriso è al sicuro e la seduta dal dentista cessa di essere un incubo. Sulla stessa scia un\'altra scoperta dello scorso anno. Un\'equipe di scienziati del Leeds Dental Institute ha scoperto una proteina che permette di riparare i buchi sulla superficie smaltata dei denti in maniera naturale, "attirandò i minerali che formano lo smalto nello stesso modo in cui il corpo crea i denti. La nuova proteina potrebbe essere utilizzata anche per riempire i piccoli buchi sullo smalto dei denti che li rendono sensibili al caldo e al freddo. Solo un italiano su 10 può vantare una bocca veramente sana, senza neanche una carie o una infiammazione. Il Nord è più sano, seguito dal Centro. Quasi il 60% degli individui di età compresa tra i 13 ed i 18 anni ha già avuto almeno una lesione cariosa. (Il Tempo)



APPUNTI DI STILE Braille News 16.1.2010

Tempi duri per chi ha ancora una visione «romantica» del mondo. Dove l’uomo resiste stoicamente all’invasione della macchina. I dati delle vendite natalizie parlano chiaro: tra gli oggetti high tech più venduti c’è il personal trainer virtuale. Piazzi una telecamere sopra alla tua tv, attivi il videogioco e ti dicono quanto devi pesare e quali esercizi devi fare per avere il fisico di una modella. Con buona pace dei titolari delle palestre, l’attività fisica si fa nel salotto di casa in un «corpo a corpo» con la tecnologia. Rapporti umani ridotti allo zero. Tralasciando poi tutto il discorso social network, dove l’amicizia è via computer (strette di mano, abbracci, baci, sguardi di complicità sostituiti da una tastiera), il colpo di grazia arriva con l’ultima notizia: il body scanner che negli aeroporti sta per arrivare ma che la moda italiana ha già messo all’opera. Addio alle sarte, quindi, e all’occhio professionale dello stilista. A prendere le misure e al controllo di qualità nell’alta moda ci pensa un aggeggio che scansiona il cliente e in 4 secondi crea un avatar virtuale. A Valentino è già venuta la pelle d’oca.

KATIA PERRINI(Il Tempo)



MEDICINA FACILE COME IL TEST DEL DNA Braille News 16.1.2010

È finalmente a disposizione di tutti gli italiani, negli studi dei medici di famiglia, dall’inizio di quest’anno, un innovativo servizio, di analisi e consulenza genomica, basato su test del Dna, indirizzato inizialmente alla valutazione del rischio nell’area cardiovascolare, del diabete, dell’osteoporosi e delle principali malattie degenerative. Questo servizio è a disposizione del medico di medicina generale, fondamentale referente per le famiglie, che grazie a un semplice e immediato tampone salivare sarà in grado di trasmettere il reperto genetico del paziente ai laboratori fiorentini GenHealth per le relative analisi.

In tempi brevi questi restituiranno al medico stesso, attraverso la consulenza di un pool di specialisti operanti in diversi settori, i referti, mettendolo in condizione di indirizzare il paziente verso una corretta profilassi mirata alle potenziali patologie evidenziate. Il dott. Claudio Cricelli Presidente della SIMG, il braccio scientifico dei medici di famiglia, spiega: «il referto indicherà una percentuale obiettiva di rischio o di protezione nei confronti delle malattie in esame e consentirà ai pazienti di prendere le opportune precauzioni, assumendo uno stile di vita consono e un’alimentazione adeguata, oltre alle necessarie azioni di prevenzione (esami diagnostici personalizzati, check up, supplementi nutrizionali)».

A tutela del servizio, un board scientifico di grande prestigio con la presenza oltre che di Cricelli e Novelli, di Giovanni Scapagnini Professore di Biochimica, Università del Molise, e Michele Carruba, Professore di Farmacologia dell’Università di Milano. Secondo Giuseppe Novelli preside della facoltà di medicina dell’Università di Tor Vergata «La "genomica" è la disciplina nata alla fine degli anni ’70 che sviluppa l’analisi del genoma degli esseri viventi; laboratori dotati di apparecchiature altamente sofisticate, sono in grado adesso di analizzare l’intero patrimonio genetico, decodificandone il Dna, il "manuale delle istruzioni" di ogni individuo. Il Dna, identico al 99,9% in tutti gli esseri umani, contiene alcune alterazioni che caratterizzano l’individuo. Alcune di queste predispongono la persona a soffrire di determinate malattie. La fase diagnostica del servizio myGeneSis verte proprio sull’individuazione di queste alterazioni denominate "SNP" (Polimorfismi a Singolo Nucleotide). Il test presenta quindi risultati sostanzialmente infallibili, evidenziati attraverso percentuali di probabilità individuale di predisposizione alle diverse patologie». Si apre dunque la possibilità di mettere in atto una prevenzione efficace, attivabile teoricamente fin dai primi anni di età. Questo nuovo sistema rappresenta, sicuramente, il mezzo più efficace per migliorare la propria aspettativa di vita. Possiamo aggiungere che il medico di Medicina generale ha anche a disposizione la possibilità di utilizzare per i suoi pazienti integratori alimentari innovativi, da affiancare alle analisi genetiche, per migliorare la qualità della vita del paziente. Una prevenzione lo ripetiamo ancora, ancora più avanzata perché rivolta soprattutto alle persone che possono trovarsi in situazione critica in un futuro non proprio immediato. Se possiamo azzardare una conclusione (forse senza termini scientifici ma sicuramente più comprensibile) adesso siamo in grado di sperare in una medicina non più diretta soltanto ai malati con patologie evidenti e conclamate, ma anche indicata e consigliata, soprattutto, per le persone che, in altri tempi, avremmo definito sane. E questo costituisce uno straordinario passo in avanti, non solo per i singoli, ma per tutta la società.

GIANCARLO CALZOLARI(Il Tempo)



«SISSI» SPIATA DALLA STASI FACEVA PAURA ALLA DDR- Braille News 26.12.09

Quando morì - a Parigi, il 29 maggio 1982, e aveva 44 anni - si disse infarto, ma si pensò overdose di barbiturici, e anche a un suicidio. Come Marilyn. Ma nessuno poteva immaginare che Romy Schneider - fulgida e inquieta da sempre - potesse essere spiata, pedinata, «lobotomizzata» dalla Stasi, la polizia segreta della Ddr. E non lo si poteva immaginare perché non sembrava, negli ultimi anni di vita, una donna in grado di invischiarsi in trame segrete. Era solo un relitto di se stessa, resa così dal dolore più grande in mezzo ai tanti che aveva avuto. Dieci mesi prima era morto il figlio di 14 anni. Un incidente. Scavalcava esuberante un cancello, rimase infilzato dalle lance. E poi Romy non si era mai ripresa dalla fine dell’amore con Alain Delon, un legame che due matrimoni, dopo, e la nascita di due figli non erano riusciti a farle dimenticare.

Invece la «Bild», il quotidiano di Amburgo, rivela che fino all’ultimo respiro Romy - l’austriaca trapiantata nella Ville Lumiere convinta proprio da Delon - era guardata a vista dagli sbirri di Berlino Est. Lo testimonia un faldone spuntato fuori a ridosso dalle celebrazioni per la caduta del Muro. I documenti dicono che la Sissi di celluloide - tanto amata dal pubblico e tanto utile a rilanciare il mito degli Asburgo che le ferrovie austriache hanno dato il suo nome a un treno - passava soldi all’opposizione del regime della Ddr. Steffen Meyer, portavoce della «Birthler Behoerde», l’autorithy che conserva l’archivio della Stasi, ha spiegato alla Bild che la Schneider fu seguita non appena cominciò a sostenere il "Comitato per la protezione della libertà e del socialismo", nato nel 1976 a Berlino Ovest, che lottava per la liberazione dei prigionieri politici della Ddr. Fu il ministero per la Sicurezza dello Stato, responsabile della Stasi, a impartire l’ordine "urgente" di spiare l’attrice. Era il 28 dicembre 1976. Due anni dopo, il 19 gennaio 1978, sui documenti raccolti venne apposto il timbro "Segreto!".

Insomma, la diva di Visconti, la Califfa di Bevilacqua schedata come sospetta dagli agenti segreti di Honecker. C’era un rapporto sempre aggiornato sulla "persona di Romy Schneider, nata a Vienna nel 1938, cittadina austriaca, attrice, abitante a Berlino, Winklerstrasse 22". Come obiettivi d’indagine venivano indicati la documentazione dei titoli di viaggio suoi e degli accompagnatori. E c’era l’ordine di mobilitare immediatamente l'unità spionistica se l'attrice avesse attraversato la Ddr per recarsi a Berlino Ovest.

Che fosse attiva nell’impegno contro il regime lo dimostra il fatto che Romy riuscì a convincere i suoi amici parigini Yves Montand e Simone Signoret, dichiaratamente di sinistra, ad aderire al comitato pro perseguitati politici. Ecco un rapporto della Stasi: «Sch. ha appoggiato lo "Schutzkomitee" con versamenti in denaro ed ha ottenuto l'iscrizione di Yves Montand e di Simone Signoret». E poi: «Ha firmato il 25.9.1981 la "lettera aperta" al compagno L. Breznev di Havemann». E Havemann era uno scienziato-filosofo dissidente della Ddr.

Ma lei viveva pericolosamente soprattutto per gli accidenti della vita. Giovanissima, dall’Austria era andata in Germania perché non sopportava il patrigno. Dopo i primi due film su Sissi il pubblico l’adorava ma lei era stufa del ruolo e fece di malavoglia la terza pellicola. Nel 1958, su un set, il colpo di fulmine con Delon, il trasferimento a Parigi e la fine di quell’amore, nel ’64, perché lui non voleva sposarla. Romy reagì con i contratti di Hollywood, poi col matrimonio. Scelse Herry Meyen, un regista tedesco. Fu lui a consigliarle pillole e vino per reagire al dolore per la perdita del padre. E Romy, depressa, cominciò a dipendere dall’alcool e dagli psicofarmaci. Divorziò da Meyen, si risposò col suo segretario, Daniele Biasini, 11 anni più giovane. Ma lo lasciò, per paura di essere tradita e abbandonata. Poi la morte del figlio e, dieci mesi dopo, la sua. Al funerale Delon lasciò un biglietto sulla bara: «Non sei mai stata così bella». Ma di lei, qualche giorno dopo, il 7 giugno, la Stasi annotava a mano sul dossier segreto: «Deceduta il 29-5-1982».

LIDIA LOMBARDI(Il Tempo)



SMARTPHONE E FACEBOOK TECNOLOGIA SOTTO L’ALBERO– Braille News 19.12.09

L’anno di Facebook. Ma anche del passaggio al digitale terrestre. Sono queste le novità tecnologiche dell’anno che sta per concludersi e che troveranno posto sotto l’albero del Natale 2009 nelle loro infinite declinazioni.

Ai primi posti della lista dei desideri degli appassionati di tecnologia ci sono infatti gli smartphone di ultima generazione. Per i telefonini tuttofare, con i quali è possibile condividere video e foto, navigare su internet e usare e-mail e social network come Facebook e Twitter, c’è l’imbarazzo della scelta. Il Nokia X6 (599 euro) permette di visualizzare in ogni momento l’attività dei propri amici nelle community più popolari, mentre l’LG Pathfinder (200 euro con Wind) ha una spiccata predisposizione per le immagini. Con 5 Megapixel di risoluzione è possibile scattare una foto e condividerla in pochi secondi sul sito per fotoamatori Flickr, che grazie al Gps riuscirà anche a localizzare il luogo esatto dello scatto. Blackberry invece propone uno smartphone completo (Bold 9700, a partire da 49 euro in abbonamento con Tre) che integra un player multimediale (fino a 38 ore di musica) e un sistema di mappe. Per il nuovo gioiellino di casa Apple, l’iPhone 3GS (a partire da 599 euro), il navigatore invece viene integrato da Google StreetView, il sistema che mostra immagini reali in 3d. E a proposito del famoso motore di ricerca, chi sperava di ricevere in regalo il «Nexus One» con sistema «Android» dovrà rassegnarsi. Google non venderà lo smartphone con il proprio marchio prima del 2010.

In molti questo Natale coglieranno l’occasione per rinnovare anche la tv dopo il passaggio dal sistema analogico a quello digitale. Tra i modelli più venduti ci sono quelli dei marchi più noti come LG, Sony, Samsung e Phillips, ma il più desiderato è sicuramente lo Sharp Aquos LE700 (1.399 euro). Oltre alla qualità assoluta della tecnologia full led, l’ultimo nato della casa giapponese si distingue anche per i ridotti consumi di energia.

La qualità dell’immagine è poca cosa, però, se non è supportata da un audio all’altezza. Il Panasonic SC-BTX70 (800 euro) è un amplificatore da 400 watt capace di sfruttare al massimo la qualità audio dei lettori blu-ray, altro «must» di queste feste natalizie. Per quanto riguarda la musica il lettore mp3 è diventato ormai un oggetto indispensabile per chi è sempre in movimento. L’iPod touch (189 euro) è sicuramente il player portatile più desiderato. La marcia in più rispetto agli altri? La connessione internet wi-fi che lo rende un palmare con cui accedere comodamente a internet, e-mail e social network e tante applicazioni da scaricare. Chi cerca qualcosa di più personalizzato, invece, può acquistare on line l’iPod Nano (169 euro) e farsi incidere gratis una dedica a scelta. Per chi invece la musica non la vuole solo ascoltare ci sono i dj controller Hercules (a partire da 99 euro). Per «remixare» i brani preferiti basta collegare la consolle al pc di casa e il salotto diventa una pista da ballo. Insomma, l’offerta è tanta e per tutte le tasche. Ma conviene affrettarsi: il Natale hi-tech è ormai alle porte. (IlTempo)



SPECIALE NATALE HI-TECH DAL CELLULARE GIOIELLO AL CYBER ASPIRAPOLVERE– Braille News 19.12.09

Smartphone, tv a schermo piatto, mp3 e netbook. Eccoli i regali più gettonati che migliaia di italiani troveranno sotto l’albero. Il conto alla rovescia per la festa più attesa dell’anno è cominciato, e se è vero che il Natale 2009 sarà all’insegna del risparmio è altrettanto vero che il dono più ambito, anche per il gentil sesso, resta quello tecnologico.

Le donne, spesso emancipate più degli uomini sul tema, possono ormai vantare un’ampia scelta nel panorama dell’hi-tech: oggetti piccoli e ultramoderni in grado di unire l’utile al dilettevole. È l’ultimo «gioiello» firmato «Alcatel» a non passare inosservato alle più vanitose. Il telefonino «Crystal» con finiture cromate e cristalli Swarovsky è il connubio perfetto di tecnologia e bellezza dedicato a chi adora sfoggiare il cellulare (costo 99 euro). Non a caso, secondo una ricerca effettuata da «Nextplora» per «Samsung Electronics Italia», il 39% delle donne italiane sembra proprio sognare di poter scartare sotto l’albero un telefonino nuovo. E in prima linea, accanto al cellulare, si piazza anche lo «smartphone».

Per lei che non vuole restare indietro l’ultimo modello pink di «Armani Samsung» rappresenta il top in stile e tecnologia con lo schermo touch e l’ultima versione di Windows Mobile (costo 700 euro). Se poi si preferisce l’estro all’eleganza allora c’è il «Sony Ericsson» di Dolce&Gabbana (costo 500 euro).

Grandi novità anche per le donne che amano leggere restando al passo con i tempi grazie al libro formato elettronico che consente di portare sempre con sé il proprio autore preferito. Ideale in borsetta è il «Booken Cybook Opus» ultracompatto con 6" di schermo (costo 249 euro). Ma la vera novità 2009 è l’«Amazon Kindle», il lettore e-book sottile come una matita. I testi si comprano sul web via umts oppure con il pc (costo 186 euro).

E ancora, se al posto della lettura, si preferisce ascoltare musica mentre si è in giro non si può rinunciare al player musicale mp3 «Sony S540» da 8 GB. Quarantadue ore di autonomia e uno schermo che consente di guardare anche i film (costo 129 euro).

Tutta un’altra storia per la donna manager, viaggiatrice incallita. Per lei è in arrivo il «Trolley Scooter» di Samsonite e Micro Mobility, l’evoluzione naturale del trolley che si trasforma in valigia filante. Il top nel suo genere: micro, leggero e comodo da manovrare (costo intorno ai 100 euro). Le tecno-idee non mancano nemmeno per il gentil sesso pazzo per lo sport che vuole abbinare i gadget giusti. Il mini computer sportivo di «Nike più Sportband» è un braccialetto impermeabile che dialoga con il sensore indossato nella scarpa e indica velocità, ritmo e distanza (costo 60 euro). Se invece il problema è il senso dell’orientamento in auto, «TomTom» ha realizzato il nuovissimo gps «Start» in versione colorata, sette varianti e nuovi menù più intuitivi (costo 149 euro).

Per tutti i gusti, gli hobby e le età: dalla donna manager a quella sportiva senza dimenticare la tecno-casalinga: «IRobot Roomba 520» è la cyber aspirapolvere di ultima generazione che parla italiano e dà una vera mano in casa.

SILVIA SFREGOLA(Il Tempo)



IL REGALO IDEALE? UTILE E HI-TECH- Braille News 12.12.09

Vie dello shopping prese d’assalto in questi giorni anche se i negozianti parlano di «acquisti ancora tiepidi e all’insegna del risparmio». Che sia negozio, centro commerciale o mercatino di Natale la parola d’ordine quest’anno è fare un regalo utile senza spendere una fortuna e giocare d’anticipo, evitando così le file dell’ultimo minuto e i prezzi inevitabilmente più «salati». La crisi, infatti, si sente e la spesa da destinare per i doni a parenti e amici si assottiglia rispetto allo scorso anno: meno di 190 euro a famiglia, stimano Confcommercio e Confersercenti, tra i 100 e i 150 euro secondo le principali associazioni dei consumatori. Il must resta il regalo tecnologico, videocamere, decoder (in tempi di passaggio all’analogico è entrato nella lista dei regali più gettonati), così come per la stessa ragione televisori al plasma. Ai primi posti anche consolle per divertirsi da soli o in compagnia e computer portatili. Mentre scendono in classifica telefonini e satellitari per le auto. Fa sempre la sua figura per questo Natale 2009 il capo di abbigliamento anche se per la Confesercenti «i saldi che iniziano il 2 gennaio spingeranno molte persone a lasciare un coupon di acquisto sotto l’albero che rimanderà il vero e proprio regalo nel periodo delle svendite». Regge il genere alimentari, ma calano i classici pacchi di Natale sostituiti, piuttosto, dalla bottiglia di vino particolare, dall’aceto d’annata, dalla forma di parmigiano Dop, che fa sempre la sua figura. Entra nella lista dei regali più alla moda il trattamento dal centro estetico di fiducia. Per le donne, in particolare, ma si fa largo sempre di più anche negli uomini, è l’idea che piace e che sta andando molto bene grazie anche alle offerte e alle proposte di pacchetti studiati per le Feste e disponibili nella maggior parte dei centri. Si fa la fila, soprattutto nei centri commerciali e nei negozi specializzati, per acquistare cd, dvd: un regalo di poco prezzo che difficilmente dispiace a chi lo riceve. E, naturalmente, i giochi per i bambini: quelli classici, ma anche più ricercati come i giochi di legno. Stanno andando piuttosto bene le vendite di articoli sportivi per il fitness in generale e le diverse macchine per tenersi in forma. Per questo genere, tuttavia, ci si affida sempre più spesso all’acquisto on-line che se ben mirato fa certamente risparmiare. Non tramonta l’elettrodomestico utile da regalare alla mamma o alla suocera. Via quindi a scope elettriche, friggitrici, forni a microonde: in questi giorni ai centri Trony ed Euronics sono tra gli oggetti più richiesti. Al papà, invece, o al proprio fidanzato, il rasoio elettrico per farsi la barba è l’idea sicuramente non originale che continua, comunque, ad essere venduta bene. Va molto, invece, tra i mercatini di Natale, l’oggetto artigianale a prezzi non proibitivi, ad esempio l’orologio da taschino, la cornice d’argento, la riproduzione di gioielli d’epoca. E a proposito di gioielli, le oreficerie accusano il colpo della crisi e reagiscono vendendo sempre più spesso bigiotteria di marca. Una scelta vincente, preferita soprattutto dai più giovani.

DAMIANA VERUCCI(IL Tempo)



EXTRA APPUNTI DI STILE - Braille News 5.12.09

Sarà anche in crisi di ascolti il Grande Fratello 10. Ma non è certo colpa della sua frizzante conduttrice ma di quei lagnoni dei concorrenti sempre lì a piangersi addosso e a litigare. Alessia Marcuzzi, invece, mai è apparsa in forma come in questa edizione. Sexissima nei suoi miniabiti firmati Versace, le unghie smaltate di rosso-nero, l’acconciatura a carrè sfilacciato che più di moda non si può. E soprattutto quegli stivali alti sopra il ginocchio, ammiratissimi dagli uomini e copiatissimi dalle donne. Se ne vedono tante, in giro coi cuissard (così si chiamano in francese) stretti e fascianti la coscia. Coi tacchi bassi, anche. Ma soprattutto con quelli alti, altissimi. Che andrebbero indossati più al calar del sole che per andare a fare la spesa. Attenzione però: lo stivale-guepiere lanciato da tutti gli stilisti sulle passerelle per questo inverno, abbassa parecchio. E se siete alte meno di un metro e sessanta e non vantate un peso piuma rischiate di sembrare delle botoline...altro che seducenti gatte con gli stivali! KATIA PERRINI (Il Tempo)



EXTRA APPUNTI DI STILE- Braille News 28.11.09

Sarà pure arrivato da Oltreoceano, firmatissimo e a tiratura limitata solo per poche elette, ma pare più adatto a una nuova razza di «visitors», lo smalto verde acido dipinto sulle unghie di Barbara D’Urso. La conduttrice di Pomeriggio 5 e del contenitore domenicale della rete ammiraglia Mediaset, pare non sappia più farne a meno. Poco importa se al telespettatore arriva come un colpo allo stomaco e se la modella d’eccezione non usa alcun riguardo per l’abbinamento dei colori. È vero che quello smalto da extraterrestre fa a pugni con qualsiasi altro colore, ma ritrovarselo abbinato a rossi, fuxia, bordeaux, abiti fantasia, fa davvero girare la testa. I bene informati dicono che la boccetta introvabile in Italia sia stata un dono del fidanzato volato a Los Angeles per acquistarlo, ma per far piacere a lui la Barbara nazionale potrebbe anche sfoggiarlo solo tra le mura domestiche. Alle affezionate dell’estetica non resta che cambiar canale e augurarsi che la D’Urso non trovi presto delle emule.

KATIA PERRINI(Il Tempo)



MEDICINA- VIETATO SOPRATTUTTO DENTRO CASA- Braille News 28.11.09

L’influenza AH1N1, che ha occupato per mesi i primi posti di giornali e televisioni, preoccupa talmente oggi i genitori da spingerli ad assediare gli ospedali. I nostri figli, però, possono essere sottoposti ad attentati alla salute più subdoli e spesso volutamente ignorati come quelli indotti, ad esempio, dal fumo passivo.

La combustione del tabacco e della carta produce il fumo che viene aspirato dalla sigaretta. Una piccola parte resta nell\'organismo ed un\'altra viene immessa nell’ambiente con l\'espirazione. Vi è poi una quota importante del fumo che deriva dalla lenta combustione della sigaretta tra una boccata e l\'altra o dalla sigaretta lasciata accesa. Questa quota poiché brucia a temperatura più bassa contiene maggiore quantità di sostanze nocive: benzopirene, fenoli, ammoniaca, monossido di carbonio. Studi condotti in tutto il mondo (il danno da fumo rappresenta una spesa enorme per i sistemi sanitari dei diversi paesi) hanno stabilito che da una parte il fumo produce direttamente danni all\'organismo, dall\'altra favorisce lo sviluppo di patologie a cui il soggetto è predisposto. Il Tabagismo è una vera e propria malattia. Nel fumo sono state rintracciate circa 5.000 sostanze chimiche di cui almeno 50 cancerogene. Nessun organo viene risparmiato: polmoni, cuore, encefalo, apparato digerente. Il fumo è causa o concausa di malattie del cuore e dei vasi come infarti ed icuts, di disturbi gastroenterici cronici, di malattie broncopolmonari come il cancro del polmone. In italia muoiono ogni anno circa 30.000 persone per cancro polmonare: l’incidenza dei fumatori è assai alta. Tra le tante malattie, legate al fumo, è bene ricordare la Brocopneumopatia Cronica Ostruttiva, temibile associazione tra Enfisema e Bronchite cronica che può portare all’insufficienza respiratoria. Muoiono per questa malattia in Italia circa 50 persone al giorno! Il "fumo passivo" è quello che il non fumatore involontariamente respira. È stato ormai dimostrato che questo nel lungo periodo può avere gli stessi effetti del fumo. Nei bambini in particolare il fumo passivo può sviluppare o peggiorare l\'iperrattività delle vie aeree e conseguentemente indurre uno sviluppo precoce di asma o un aumento della severità dell\'asma stessa. Studi sperimentali hanno provato con fibrobroncoscopie che le donne che convivono con forti fumatori possono presentare lesioni delle mucose bronchiali a volte di tipo precanceroso. Attualmente l’esame più sensibile per individuare lesioni precoci del parenchima polmonare è la Tac " ad alta risoluzione" o HRTC. Con questa metodica possono essere svelati i primi segni delle alterazioni anatomiche che condurranno all\'enfisema e alla bronchite cronica. Esame fondale è la Spirometria semplice o con test farmacodinamico con cui si può valutare l\'entità del danno e l\'eventuale reversibilità. La visita otorinolaringoiatria con la fibroscopia ed eventualmente la TAC e la RMN permetteranno di valutare la presenza di infiammazione acuta o cronica delle altre vie respiratorie. Il cardiologo deciderà se sottoporre il fumatore, che già presenta lieve dispnea, ad un esame ecografico o a un test da sforzo. La prevenzione è una sola: smettere di fumare e soprattutto smettere di fumare in casa.

FRANCESCO ARIENZO Pneumologo, dirigente medico dell\'Azienda San Camillo Forlanini di Roma(Il Tempo)



EXTRA– 21.11.09 Braille News

Troniste e corteggiatrici, c’è aria di ammutinamento. Disgustate dal comportamento degli uomini, le protagoniste del pomeriggio di Maria De Filippi battono in ritirata. La romanissima tronista Monica, ha deciso di non uscire con nessuno dei più o meno muscolati a sua disposizione. Le corteggiatrici del tronista Marco (quello che le bacia tutte, basta che respirino), invece, si sono ridotte talmente all’osso che la produzione ha alzato le mani e ha sostituito prontamente il «bello che non balla». Umiliate, bistrattate, insultate ma pur sempre a favor di telecamera, le donne che popolano la tv più seguita paiono intenzionate a prendersi una pausa di riflessione e, forse, a chiedersi cos’è che non va. Se, per una volta, i consigli delle nonne valgono più di qualsiasi strategia da rimorchio. Se non sia il caso di allungare le minigonne inguinali, coprire il seno troppo a vista, «tirarsela» un po’ di più, dimostrare un po’ meno di disponibilità e un po’ più cervello. Chissà se è solo un’impressione o un sincero augurio da donna a donna.

KATIA PERRINI(Il Tempo)



MEDICINA POLMONITE, UN NEMICO CHE SI PUÒ VINCERE– 14.11.09 Braille News

Quest\'anno i pericoli per la nostra salute si moltiplicano: è sotto gli occhi di tutti che, agli abituali 4-5 milioni di casi di influenza stagionale, si stanno sommando quelli dell\'influenza suina, raddoppiando o addirittura triplicando il numero delle persone costrette a letto. Ma c\'è un altro nemico, a volte persino letale, in agguato: la polmonite. Questa patologia è la prima complicanza dei virus influenzali: spesso un fisico debilitato dall\'influenza è soggetto ad una infezione secondaria, quasi sempre una polmonite. Nel 70 per cento dei casi responsabile è un agente patogeno molto aggressivo, lo pneumococco. Potremmo pertanto assistere a quello che accadde poco meno di un secolo fa per la "spagnola", quando la maggior parte dei decessi fu dovuta non tanto all\'influenza in se stessa ma a una complicanza provocata dallo pneumococco. Moltissime infezioni da pneumococco, come per l\'appunto la polmonite - ma anche tutta una serie di patologie caratterizzate da alta mortalità e morbilità, come meningiti, sepsi, batteriemie ed otiti - non possono essere curate nemmeno da una terapia antibiotica mirata. L\'uso spesso inappropriato degli antibiotici ha portato ad alti livelli di antibioticoresistenza: proprio lo Streptococcus pneumoniae è uno di quei batteri che ha sviluppato nel tempo una forte resistenza, toccando addirittura percentuali del 15-20 percento. Il che vuol dire che in un caso su cinque si corre il rischio di curarsi senza guarire.

Ma esiste una via d\'uscita: la vaccinazione. Nello specifico, in tempo di H1N1, la si percorre vaccinandosi sia contro l\'influenza che contro lo pneumococco. Per proteggersi dalle infezioni pneumococciche, esistono 3 vaccini, 2 già disponibili e uno in arrivo, ma soltanto uno fra i due è in grado di prevenire la polmonite, il 7valente. Sulla base dell\'esperienza clinica del 7valente, di cui in dieci anni sono state impiegate oltre 200 milioni di dosi nel mondo, si attende per i primi mesi del 2010 un nuovo vaccino antipneumococcico coniugato 13-valente, perfezionamento del 7valente. Questo nuovo vaccino potrà essere utilizzato anche dagli anziani, con l\'aspettativa che gli importanti risultati ottenuti per i bambini si possano replicare a vantaggio di chi ha una certa età. La polmonite quindi spaventa oggi più di ieri a causa dell\'influenza suina. Ed a confermarlo una fonte internazionale autorevole: il Center of Disease Control and Prevention (CDC) ha infatti stabilito che il 50% dei decessi dell\'attuale influenza H1N1 in caso di superinfezione sono stati provocati proprio dalla polmonite pneumococcica.

FABRIZIO PREGLIASCO  VIROLOGO DELL\'UNIVERSITÀ DI MILANO(Il Tempo)



IN DIFESA DEL CROCIFISSO DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO CHE NE VIETA L’ESPOSIZIONE IN CLASSE LA MALAFEDE DEI GIUDICI– 14.11.09 Braille News

Per i credenti, vale la massima di Tommaso Moro: fare di tutto per restar fedeli alle leggi, finché sono compatibili con la propria coscienza; ma quando è necessario rendere testimonianza, farlo. A qualunque costo. Per tutti i cittadini, per tutti gli uomini liberi, vale il principio: io non condivido in nulla il tuo credo, ma sono disposto a qualunque rischio affinché tu continui ad esser libero di professarlo.

Ero a Parigi alcuni mesi fa, quando scattò la legge che vietava di portare negli edifici pubblici il hijab, cioè il "velo" che protegge simbolicamente il pudore delle musulmane coprendo capelli e collo e che, lasciando scoperto il volto, non impedisce l’identificazione di chi lo porta. Ricordo ancora con commozione un piccolo, agguerrito gruppo di studentesse trotzkiste di solito fedeli a scollature e a minigonne: quel giorno, si presentarono compatte nell’istituto dove lavoravo in compostissimi abiti scuri e abbigliate con un foulard che copriva loro i capelli. Non condividevano affatto la fede delle loro colleghe musulmane: ma stavano difendendo, in quel momento, la libertà e la dignità di tutti.

So bene che, nei confronti del crocifisso, esiste un’antica repulsione da parte di ebrei e di musulmani: motivata anzitutto dal divieto presso di loro di rappresentare la figura umana, quindi dal loro atteggiamento dinanzi a Gesù, ormai per moltissimi ebrei grande Maestro della loro tradizione da recuperare ad essa e per i musulmani santo profeta, ma non effettivamente morto sull’odioso patibolo della croce. Non pretendo certo che essi esibiscano un crocifisso per solidarietà con i cristiani: ma chiedo loro di comprendere che la difesa della libertà di esibirlo in pubblico riguarda la loro stessa libertà. La proibizione di esibire un qualunque simbolo religioso rappresenta sempre un pericoloso precedente. L\'Alta Corte europea, domani, potrebbe pretendere di legiferare anche su stella di David e su «mano di Fathma», su menorah e mezzaluna.

Ai laici, chiedo di meditare sul modello offerto da un oscuro professore toscano di scuola media, anarchico ed ateo: il quale, durante uno dei tanti dibattiti televisivi sull’argomento, dichiarava di temere un domani nel quale ai giovani l’immagine di quell’uomo agonizzante su un patibolo di legno, tanto importante per la nostra arte, la nostra cultura e il nostro senso profondo di umanità e di solidarietà, fosse divenuta ormai estranea e incomprensibile.

Il crocifisso è il simbolo di una fede: ma non comporta di per sé alcuna imposizione, alcun obbligo di adesione a Chiese e dogmi storici. Reimposto in Italia nel ’23 e sancito come obbligatorio nei pubblici uffici col concordato del ’29, ai tempi della «religione di stato», la revisione concordataria dell’84 ne ha abolito l’obbligatorietà: ha lasciato spazio tuttavia alla sua presenza là dove essa sia sentita come un’esigenza condivisa dai cittadini, e alla sua assenza là dove prevalga un parere opposto. Ma nessuno può credere che il crocifisso sia davvero lesivo per la libertà oppure offensivo per la coscienza di chicchessia: solo in malafede si potrebbe sostenerlo. Da secoli siamo accompagnati dall’immagine di quel giovane morente appeso a quel legno: assiste chi nasce e chi muore. E\' l’immagine dell’amore inerme, disinteressato e totale. Nessuno può sentirsene offeso. «Il crocifisso è il segno del dolore umano. Il crocifisso fa parte della storia del mondo», scriveva Natalia Ginzburg su «L’Unità» il 22 marzo del 1988 in un articolo splendido, che dovrebb’essere letto in tutte le scuole e inviato ai signori della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo. Quei signori che finora non hanno mostrato la minima preoccupazione per il fatto che, nelle scuole dell\'Unione, non esiste nemmeno una traccia d’insegnamento di storia comune e condivisa della nostra patria europea; mentre adesso emettono a freddo, con burocratica astrattezza, un verdetto che rischia di resuscitare antiche divisioni e che configura una ben strana concezione dell’identità, fondata sulla negazione dei valori. Domattina, recandomi alla mia sede universitaria, porterò con me un piccolo crocifisso, una copia di quello di San Damiano che parlò a Francesco d’Assisi: e lo attaccherò al muro dietro la mia scrivania. Non ne avevo mai sentito la necessità: la fede si porta nel cuore. Ma i signori della Corte meritano una risposta. Chi vuole, può denunziarmi.

FRANCO CARDINI(Il Tempo)



SCOMPARSA A MILANO LEVY-STRAUSS, L’UMANISTA MORTO A 101 ANNI L’ANTROPOLOGO-FILOSOFO CHE HA CAMBIATO IL CONCETTO DI CULTURA– Braille News 7.11.09

Claude Levi Strauss è stato nell’ambito dell’antropologia culturale un autentico rivoluzionario. Prima di lui la scuola storica dell’antropologia culturale, da Morgan in poi, aveva pensato che tutte le istituzioni sociali fossero sottomesse al divenire della storia e fossero quindi destinate a cambiare al variare del tempo. In modo particolare questa analisi veniva applicata alla famiglia. Si voleva negare una struttura naturale della famiglia e si preferiva invece immaginare una pluralità indefinita di forme di famiglia nel passato e il riproporsi di una analoga pluralità di forme di famiglia nel futuro.

Prima del 1989 la libertà era garantita solamente al di qua della Cortina di Ferro, solo nella parte occidentale dell’Europa. Ma era una libertà costantemente minacciata. Era certo una libertà consolidata, ma non da molto tempo.

Difficile era il rapporto fra antropologia culturale e psicanalisi. A Freud veniva rimproverata la tesi del triangolo edipico: padre madre e bambino. La psicanalisi infatti sosteneva che l’identità dell’essere umano si forma nel rapporto dialettico con il (un) padre e la (una) madre. È facile trarne la conseguenza che esiste una forma naturale della famiglia fatta da un padre una madre ed un certo numero di figli.

Diversi antropologi si sono avventurati in paesi lontani alla ricerca di un modello di famiglia che contraddicesse la tesi freudiana. Invano. Bronislaw Malinowski si avventurò in un viaggio alle isole Trobriand e ne estrasse un libro a suo tempo famoso «Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi»; Margaret Mead scrisse invece «L’adolescenza in Samoa» ma ambedue non riuscirono a trovare il modello di una società matriarcale in cui la famiglia fosse sconosciuta e le relazioni sessuali fossero totalmente non regolamentate. Levi Strauss capovolge questo paradigma. Nel suo libro sulle forme elementari della parentela, l’antropologo francese tenta di costruire una matrice originaria da cui possono essere derivate tutte le forme storicamente conosciute di sistemi parentali. La matrice originaria delle forme della parentela che egli scopre riconduce al tabù dell’incesto.

Il tabù dell’incesto impone la conoscenza dei rapporti di filiazione e fa quindi giustizia di ogni ipotesi di società matriarcali originarie in cui fosse ignoto il ruolo del padre nella generazione.

Questo approccio mette in evidenza una profonda affinità tra psicanalisi ed antropologia culturale. Questa affinità è fondata sulla scoperta di una struttura originaria, naturale che sottende un numero potenzialmente infinito di varianti storiche. Levi Strauss rinnova in tal modo ed amplifica nell’ambito dell’antropologia culturale la grande lezione di Emile Durkheim e di Marcel Mauss. In una fase appena poco successiva Noam Chomski nell’ambito della linguistica costruiva la sua grammatica generazionale cioè una grammatica universale dalla quale tutte le grammatiche effettivamente esistenti potessero essere derivate attraverso un sistema di variazioni. Chomski che si colloca sulla scia di De Saussure fa perno anche lui sul concetto di struttura. Lo strutturalismo che metteva insieme antropologia culturale, linguistica e psicanalisi divenne poi una moda dominate, ancorché talvolta un po’ orecchiata e non sempre ben compresa nella cultura europea degli anni ’70. Il perno era appunto l’idea di struttura opposta alla idea di una integrale storicizzazione dell’essere umano. È evidente che tra l’idea di struttura e l’idea di natura nel senso della tradizione filosofica-classica c’è appena un passo. Questo passo per altro Levi Strauss si guardò sempre bene dal compierlo. Godeva del fatto di essere considerato un precursore un profeta ed un maestro della esoterica setta degli strutturalisti ma si guardava bene dall’accettare generalizzazioni eccessive tratte da una lettura affrettata della sua opera. Piuttosto Levi Strauss in quegli anni rifletteva sulle molteplicità delle culture umane che corre parallela alla molteplicità dei sistemi di parentela e delle lingue e sulla unicità irripetibile di ciascuna di esse, che sempre riflette un lato, altrimenti inavvicinabile, del fenomeno umano.

ROCCO BUTTIGLIONE(Il Tempo)



L’ULTIMA INTERVISTA AD ALDA MERINI LA PIù GRANDE POETESAS DEL NOVECENTO– Braille News 7.11.09

Ho incontrato Alda Merini appena prima che il cancro cominciasse a farla soffrire. Ecco, sollecitata dalle mie domande, la sua toccante confessione.

Ha esordito nel mondo della letteratura grazie a Giacinto Spagnoletti, considerato il suo "scopritore"; mentre il suo maestro è ritenuto Giorgio Manganelli.

Spagnoletti lasciamolo perdere. Non sono d\'accordo neanche con quei critici che parlano di Manganelli. Il mio punto di riferimento è uno: Rainer Maria Rilke.

Come ricorda Vanni Scheiwiller, suo editore, amico, ispiratore?

Dovevamo sposarci. Era il sogno di suo padre. Però io e Vanni ci siamo sempre odiati da ragazzi. Quando morì il povero Giovann Scheiwiller, Vanni mi si presentò in calzoncini e mi disse: "Io sono il tuo editore!" E io, di rimando: "Ma si metta almeno i calzoni"! E lo piantai in asso.

Lei si è dedicata anche allo studio del pianoforte, forse per questo i suoi versi sembrano giri d\'accordi.

Mio nonno era maestro d\'organo. Io ho assorbito tanto dai cantautori. Mi piace Celentano, la Vanoni che parla di una Milano particolare; e poi Lucio Dalla. Dicono la verità immediata, senza finire nei vortici della poesia.

È stata una bambina solitaria?

Sì. Ma anche molto felice.

A 15 anni fece leggere a suo padre la prima recensione (scritta da Spagnoletti) ad una sua poesia. Lui la strappò e le disse che i versi non danno il pane.

Le rispondo come ho risposto a quelli che mi han chiesto perché ho sposato un fornaio. L\'ho sposato perché ho pensato proprio al pane!

Le sue figlie sono state date in affidamento a causa dei suoi internamenti in manicomio.

Questa è stata la vera tragedia della mia vita. Io ero gelosissima dei miei figli. Sono dei grandi amori.

Nei periodi più difficili della sua vita, si è sentita un gladiatore nell\'arena, o si è lasciata andare?

Io mi sono rimessa alla volontà divina. E ho capito che l\'uomo non è padrone del proprio destino. Ho avuto fiducia nella Provvidenza. Ma abbiamo un Dio - oserei dire - violento. Sì, d\'accordo: "prendi tuo figlio e immolalo", è una prova d\'amore tremenda. Però obbediscono: la Madonna obbedisce.

Che cos\'è che la affascina di più nella fede?

È un trasporto verso l\'Universo. Il nostro Dio si identifica con la natura proprio perché fa paura: è un Dio terreno. L\'uomo ha avuto paura del fuoco, dell\'acqua, dei torrenti. E, finalmente, ha creato il suo Dio. Il nostro Dio terrestre.

Lei ritiene la follia come un capitale enorme, che può amministrare solo un poeta.

La follia è un momento di stasi. E\' la salvezza di cuore e anima. Quando uno diventa pazzo è perché va a vivere in un altro mondo. Ma non è follia, è riposo. Io non avevo più voglia di scrivere in manicomio. Ero così felice di aver perso di vista l\'uomo che c\'era fuori, che mi sono dedicata ai malati; e li ho trovati così interessanti, così bambini e così... poeti!

Ha scritto molto dell\'amore che comincia e finisce. Ma cosa succede in mezzo?

Dei traumi orrendi. I miei amori sono accaduti quando ero in uno stato depressivo, o di malanimo. Sempre d\'estate, quando fa molto caldo. E allora vi sono stati due corpi indeboliti, credo. Ma non so se chiamarli amori: sono grandi intese spirituali, grandi moralità che si scontrano e si interrogano.

Quanto comprende il lettore la sua poesia?

Non so. La poesia è una grande menzogna. Il poeta è menzognero, nasconde i propri sentimenti, è un timido.

Si siede aspettando l\'ispirazione, o è un\'esplosione inaspettata?

Mai avuta la scrivania. I versi più belli mi sono venuti mentre lavavo i piatti o scopavo il pavimento...O nell’avviso del parto: perdevo le acque e allora sentivo subito il bisogno di scrivere.

Si sente sola?

No, io sto così bene con me: sono il migliore amico di me stessa.

Molti grandi poeti non hanno avuto il Nobel. Molti ritengono che il premio più bello è avere una grande messe di lettori. E lei?

Non ho mai pensato al Nobel, anche perché non sono pochi quelli che lo hanno vinto con demerito. Questo premio è ambito perché ricchissimo. Se mai dovessi vincerlo penserei a distribuire tutti quei soldi ai poveri. Con l\'assegno della legge Bacchelli ho comprato la casa alle mie figlie; sono portata a pensare agli altri. Più che il Nobel, mi piacerebbe che mi dessero una laurea: è da sempre il mio sogno!

Pensa che questo nostro Paese ami poco i poeti?

Non amo molto questo Paese che non ama i poeti. Ma le dirò, parafrasando Celentano: "Francamente me ne infischio"!

BIANCA MARIA SIMEONI(Il Tempo)



LE PROFESSORESSE GRIDANO TROPPO- Braille News 31.10.09
Per arrivare alle ultime file adottano un tono di voce più alto del normale, e lo usano per tutto il tempo, a volte anche a casa. Ecco perchè, secondo un recente studio americano, gli insegnanti sono esposti 32 volte più di altri lavoratori a incappare in problemi alla voce. E le donne stressano più degli uomini le corde vocali, anche quando il loro strumento di lavoro è \"fuori gioco\". I ricercatori del National Center for Voice and Speech (Ncvs) americano hanno scoperto che maestre e professoresse tendono a mettere alla prova la loro voce più dei colleghi maschi, analizzando in tutto 20 milioni di campioni di voce di un gruppo di insegnanti, seguiti ognuno per un periodo di 14 giorni, a casa e in classe. Il vicedirettore del Ncvs Eric Hunter e i suoi colleghi hanno equipaggiato i professori con un dosimetro vocale, un apparecchio portatile che cattura e registra caratteristiche come tono, intensità, volume e acutezza. Così, spiegano i ricercatori, hanno scoperto che le donne usano le loro voci circa il 10percento più dei colleghi maschi quando insegnano, e il 7percento in più quando sono \"fuori servizio\". Insomma, parlano di più. Inoltre in classe le prime spiegano a voce più alta degli uomini. Tutti gli insegnanti tendono, infine, a usare un tono più alto della media (di circa 3 decibel). Infine, anche se sembra incredibile, anzichè riposare la loro voce iper-stressata quando sono a casa, gli insegnanti passano gran parte del tempo a parlare. Lo studio è stato presentato in occasione di un congresso dell\'Acoustical Society of America, in corso a San Antonio (Texas).Il Tempo

I "REGALI" DI FIDO- Braille News 31.10.09
Sono i migliori amici dell'uomo, ma possono essere inconsapevoli veicoli di malattie e infezioni spesso fastidiose, a volte (raramente) anche gravi. I cani e i gatti, come gli altri animali domestici, trasmettono all\'uomo direttamente o indirettamente (tramite cioè i parassiti di cui sono infestati) qualcosa come 150 malattie, le cosiddette zoonosi, ed è fondamentale seguire delle regole precise di igiene e prevenzione, soprattutto se in casa si hanno bambini piccoli o si è in gravidanza. «Le zoonosi sono molto frequenti - avverte il veterinario Federico Coccia, che dirige la clinica veterinaria Vigna Clara a Roma - anche perchè solo in Italia abbiamo 7,5 milioni di gatti domestici e 7 milioni di cani censiti. Animali che vivono con noi, dormono con noi, mangiano e leccano vicino a dove mangiamo noi e via dicendo. Per questo la prima regola deve essere quella della massima igiene». C'è il rischio di parassiti come pulci e zecche, che proliferano specie nei cani nelle stagioni più calde: «Contro questi parassiti abbiamo diverse soluzioni - spiega l'esperto - basate sulla prevenzione: spray da spruzzare su tutto il corpo del cane, "spot on", cioè gocce da versare sopra il collo una volta al mese, o i collari antiparassitari. In particolare io consiglio il collare che tiene lontano anche il Flebotomo, pappatace responsabile della Leishmaniosi, una grave malattia della pelle che può uccidere in breve tempo il cane e infettare anche l\'uomo». Le zecche, invece, possono trasmettere la Rickettsiosi, «un emoprotozoo che porta l\'animale alla morte». Quelle animali non \"amano\" l\'uomo e quindi non lo infestano, ma possono pungere, portando per esempio la pericolosa febbre Q. Meno gravi, ma molto più frequenti, sono rogna e tigna, che vengono trasmeese soprattutto dal gatto. Per questo \"è fondamentale portare il proprio micio a fare un check up completo dal veterinario, con relativa vaccinazione, una o due volte l\'anno, anche perchè nel caso della tigna, ad esempio, l\'infezione micotica può essere del tutto asintomatica nel gatto, mentre noi a contatto con l\'animale ce la prendiamo e poi dobbiamo correre dal dermatologo\". Molto pericolosa, invece, è la leptospirosi, malattia spesso mortale frequente nel cane, che la contrae a contatto con urina di topo. Anche nell\'uomo può provocare epatite e nefrite, portando a volte alla morte. «Chi ha cani in giardino - ammonisce Coccia - non deve mai lasciare la ciotola fuori dopo che hanno mangiato, perchè di notte possono avvicinarsi i topi e infettare acqua o cibo. E poi bisogna stare attenti a lavare sempre almeno le zampe del cane dopo che è stato fuori». «Dobbiamo sempre lavarci le mani dopo aver giocato con cane o gatto, e soprattutto farle lavare ai nostri figli - spiega il veterinario - e bisogna tenere conto che soprattutto il cane, che esce, gioca al parco, annusa e lecca, può portare in casa ogni genere di infezioni. Bisogna lavarlo a fondo e disinfestarlo almeno una volta al mese, ma pulirgli le zampe ogni volta che torniamo dal parco». Inoltre sono fondamentali i vaccini, che debellano nel cane malattie gravi come leptospirosi e epatite virale, e la periodica disinfestazione da eventuali parassiti\". Con queste semplici norme di comportamento, «cane e gatto sono assolutamente consigliabili in ogni casa, anche con bimbi piccoli, che anzi ne traggono giovamento sia a livello comportamentale che in termini di rafforzamento delle difese immunitarie». PAOLO GIORGI (Il Tempo)

INTERVENTI ALLA TIROIDE CON UN TAGKLIO DI 2 CM- Braille News 17.10.09
La chirurgia italiana si mantiene su ottimi livelli tecnici e innovativi: «Andiamo sempre più verso la chirurgia mininvasiva, specie con le tecniche endoscopiche e labaroscopiche. Alla Cattolica - dice Rocco Bellantone, direttore dell\'unità di endocrinochirurgia del Policlinico Gemelli di Roma e segretario generale della Sic - abbiamo messo a punto una tecnica mininvasiva alla tiroide, con un\'incisione di solo due centimetri invece degli attuali 10-12. E poi siamo ben rodati sulla microchirurgia al colon, al retto, allo stomaco, al polmone". Il futuro, poi, passa dai robot: «La chirurgia robotica ha fatto passi da gigante nel nostro paese. Consente movimenti finissimi e iper-precisi coordinati da un chirurgo ma compiuti da un robot tarato al millimetro, una tecnica che dà già ottimi risultati per esempio nel carcinoma prostatico». ( Il Tempo)

I DIECI SINTOMI PER RICONOSCERE L’ARTRITE - Braille News 17.10.09
Un decalogo per aiutare gli italiani a riconoscere in tempo i primi sintomi delle malattie reumatiche. E una campagna di raccolta fondi per la ricerca sull\'artrite, che ha come testimonial la regina della danza classica italiana: Carla Fracci. Sono le iniziative lanciate dalla Fondazione italiana per la ricerca sull\'artrite (Fira). L\'idea della Fondazione è di offrire uno strumento concreto per arrivare a una diagnosi precoce di queste malattie che, se non curate, possono portare progressivamente all\'invalidità. Il decalogo raccoglie i 10 sintomi più comuni. Dal dolore e gonfiore alle articolazioni di mani e polsi alla rigidità articolare prolungata per oltre un\'ora al mattino. E ancora: sbiancamento delle dita delle mani e sensazioni di secchezza o di sabbia negli occhi, associata a secchezza della bocca e dolori articolari o muscolari. Alcuni dei sintomi citati nel decalogo sono tipici esclusivamente dei giovani o degli over 50, altri compaiono nelle donne in post-menopausa o nei pazienti in cura con cortisone e in quelli affetti da psoriasi. Una missione a cui Carla Fracci presterà il volto: «Desidero contribuire a promuovere e stimolare la ricerca sull’artrite perché danneggia le articolazioni, compromettendo anche gravemente la vita, l’autonomia e le capacità lavorative di chi ne soffre». ( Il Tempo)

IL BELLO DELLA PERIFRASTICA- Braille News 17.10.09
Dice il Vangelo: il sabato è fatto per l\'uomo, non l\'uomo per il sabato. Allo stesso modo, l\'itala gente deve convincersi che l\'informatica, la telematica e i mass media sono stati inventati ed elaborati per servire all\'uomo, non viceversa. Invece, sembriamo ormai esserne divenuti schiavi: il che vuol dire che basta un black out, e siamo rovinati. Svegliatevi, italiani. Esistono ancora i libri, i dizionari, le enciclopedie, magari perfino i manuali di grammatica e di sintassi. Non è che alla prima constatazione della vostra ignoranza (ch\'è ormai, siamo d\'accordo, abissale), la vostra unica risorsa debba esser quella di rifugiarvi nel web, di consultare l\'oracolo di Google, di rivolgervi imploranti alla Minerva oscura di Wikipedia o, se proprio siete alla disperazione, di scrivere ai giornali. Che cosa ci tenete nei mobili- bibliotechina dei vostri tinelli, accanto alla gondola made in Hong Kong ma souvenir of Venice e alle foto di famiglia incorniciate? Perché non provar a sistemarci anche qualche Garzantina, e a consultarla ogni tanto? Furoreggia in questi giorni in TV uno spot nel quale un ormai attempato Christian De Sica - che ci fa sempre più rimpiangere il suo Grande Padre - corteggia una professoressa di scuola media inverosimilmente bella; e lei lo bacchetta rimproverandogli un\'ignoranza che a quanto pare fa ormai parte del DNA nazionalpopolare della nostra patria. Ultimamente, la fascinosa profe se n\'è uscita con un termine misterioso, che le sue labbra stupende pronunziano con crudele noncuranza: "Perifrastica". E chedè? Un nuovo materiale sintetico? Un attrezzo ginnico? Un altro modo per indicare le escort? La periferia di Frascati? Una malattia infantile? Un piatto regionale marchigiano? Pare che blogs e redazioni dei quotidiani siano stati presi d\'assalto da gente ignorante sì, ma finalmente conscia della sua ignoranza e assetata di sapere. Che sarà mai la perifrastica? Ohimè, o italici analfabeti (magari "di ritorno"), trattasi di materia di studio della scuola media inferiore: roba che dovrebbe saperla un ragazzino di dodici anni. Il termine "Perifrastica" deriva dal verbo greco classico perifràzomai, "pensare attentamente", ma anche "chiudere con un recinto che giri attorno a qualcosa". Siamo quindi nello stesso campo semantico della "Perifrasi", espressione costituita da un insieme di parole che sostituisce un unico termine che sarebbe più proprio e diretto: insomma una circonlocuzione, un "giro di parole". Se per dire che ho mangiato polenta e baccalà affermo che mi sono stati serviti "pesce veloce del Baltico e purè di mais", ho costruito una perifrasi. Dalla perifrasi deriva appunto la perifrastica, complessa figura grammaticale che però, essendo finalizzata alla costruzione del discorso, sfocia nella sintassi e addirittura nella stilistica. La perifrastica riguarda la lingua latina e si distingue in "attiva" e "passiva". Spieghiamolo, per i più attenti ed esigenti, in termini tecnici. Nella grammatica latina chiamasi coniugazione perifrastica attiva un costrutto finalizzato a rendere un concetto in modo elegante e vigoroso al tempo stesso. Esso è costituito da un participio futuro accompagnato dal verbo ausiliare sum ("essere"). Tanto il participio quanto il verbo ausiliare concordano con il soggetto: il primo, in quanto aggettivo verbale, deve concordare in genere, numero e caso; il secondo in persona e numero: Per esempio: Si iturus est, eat ("Se sta per andare, che vada"). La coniugazione perifrastica passiva esprime la necessità inderogabile di compiere un\'azione: essa è composta dal gerundivo e dal verbo sum. Il gerundivo è declinabile in tutti i generi, numeri e casi; il verbo è coniugabile nei modi, tempi e persone richiesti dal contesto. Esempio: Nobis vincendum est (letteralmente: "Noi dobbiamo vincere"). Questo secondo esempio, è fatidico. Tutti gli scolaretti-studentelli balilla che avevano tra gli undici e i tredici anni fra 1940 e 1943 se lo ricorderanno ancora benissimo, perché faceva continua mostra di sé sulle lavagne e veniva trascritto obbligatoriamente nei loro quaderni: è la traduzione latina solennemente e romanamente corretta del "Vincere bisogna!", esclamazione che Giosuè Carducci, nella Canzone di Legnano, mette sulle labbra del leggendario Alberto da Giussano e che il Duce riciclò come variante del "Vincere!" trionfalmente conclusivo del celebre ma ohimè sfortunato discorso del 10 giugno 1940, quello della dichiarazione di guerra.Anche i dialetti padani sono neolatini, ancorché gravidi di reminiscenze celtogermaniche. I lumbard che in questi giorni gremiscono le sale cinematografiche per assistere al bugiardo e pessimo Barbarossa, dovrebbero sapere almeno che il loro eroe Alberto - uno sconosciuto il cui nome ricorre una volta sola in un documento del XII secolo, e che come figura pseudostorica fu inventato nel primo Trecento dal cronista domenicano Galvano Fiamma - fu costretto nell\'Ottocento da un poeta toscano arcifautore dell\'unità d\'Italia a pronunziare una frase che, detta in latino, sarebbe stata una perifrastica perfetta. Certo, non si finisce mai d\'imparare.FRANCO CARDINI( Il Tempo)

SE LUI CONFESSA INDIRETTA: HO TRADITO MIA MOGLIE- Braille News 10.10.09

Tradiscono e non confesserebbero. Mai. Neanche morti. Poi arrivano le foto sbattute sui giornali, l’amante che spiffera tutto (magari pure incinta) o, peggio, la richiesta di riscatto per non rivelare il segreto. E allora non resta altra soluzione: ammettere il tradimento e sperare nel buon cuore di mogli e compagne. L’ultima «vittima» (e le virgolette sono d’obbligo), è un personaggio famosissimo della tv americana: David Letterman, che conduce sulla Cbs uno show campione di ascolti. Con la sua solita ironia, in diretta, Letterman ha spiegato al suo pubblico d’aver avuto «relazioni sessuali con donne che lavorano per me in questo show». Aggiungendo d’essere stato vittima di un ricatto di un assistente di produzione della Cbs, Joe Halderman, che gli avrebbe chiesto 2 milioni di dollari per non rivelare nulla sulle sue scappatelle. Il conduttore a quel punto si è messo d’accordo con la polizia e ha consegnato un assegno falso al ricattatore, poi ammanettato e incriminato per tentata estorsione. Ora il malcapitato rischia sino a 22 anni di carcere. S’è alleggerito di un bel peso, David. Scaltro com’è, sapendo che comunque la notizia sarebbe venuta fuori, ha spiazzato tutti spiattellando la verità. E si suppone, dal tono ironico e scanzonato, che in famiglia non sia scoppiato un inferno irrecuperabile. La compagna da molti anni, Regina Lasko, che ha sposato a marzo scorso e gli ha dato un bimbo di sei anni, deve aver abbozzato, come prima di lei a molte altre consorti tradite era accaduto. L’esempio più fulgido di «cornuta e contenta», è Hillary Clinton, che non solo ha perdonato la storia con Monica Lewinsky, ma è sempre stata al fianco del suo Bill. Così come la moglie di Amedeo D’Aosta che da una love story parallela ha per giunta avuto una bambina riconosciuta. Moglie e amante di Pupo, invece, convivono allegramente sapendo l’una dell’altra. E Raz Degan, beccato in flagrante con la bellissima Kasia Smutniak, continua a filare d’amore e d’accordo con Paola Barale. Contente loro...

KATIA PERRINI( IL Tempo)



LA RICETTA - BRODO DI GIUGGIOLE– Braille News 3.10.09

Ingredienti:

1 chilo di giuggiole

1 chilo di zucchero

2 grappoli di uva Zibibbo

2 bicchieri di vino bianco

2 mele cotogne

buccia grattugiata di un limone

acqua quanto basta

Preparazione:

In un tegame aggiungere le giuggiole (precedentemente lavate) e coprirle con acqua. Aggiungere l\'uva e lo zucchero. Cuocere per 1 ora a fuoco dolce, mescolare ogni tanto con un cucchiaio di legno.

Aggiungere le mele prive di buccia (tagliate sottili) e il vino.

Alzare la fiamma e fare evaporare il vino, a fine cottura (quando si sta gelificando) aggiungere la buccia del limone grattuggiato, passare il composto con un colino e invasare a caldo, capovolgere i vasetti e lasciare raffreddare.(Il Tempo)



FRUTTA SPARITA– Braille News 3.10.09

C\'è il «giuggiolo» e il «biricoccolo», il pero reale e il fico regina, ma anche le ciliegie bianche, i corbezzoli, la susina di colore verde pisello e centinaia di tipi di arance, albicocche, limoni, mele. Tutta frutta che rischia l\'estinzione nel giro di poche decine di anni. I ricercatori esperti di scienza delle produzioni del Cnr hanno lanciato l\'allarme: se non si interviene mettendo in salvo queste specie «protette», oltre 1.500 tipi di frutta potrebbero sparire per sempre dalla nostra tavola nel giro di un ventennio.

Per colpa della concorrenza di altri prodotti magari meno gustosi, ma dall\'aspetto più attraente. In poche parole, la mela grande e dal colore rosso vivo di Biancaneve attrae sicuramente di più di un biricoccolo che produce frutti pelosi di colore rosso nella parte esposta ai raggi del sole e giallo in quella in ombra, con la buccia vellutata al tatto. O di uno giuggiolo, della stessa grandezza di un oliva, rosso-violaceo o brunastro quando matura, dal sapore subacido-dolciastro che ricorda quello del dattero.

Eppure proprio questi due erano molto diffusi fino ad una ventina di anni fa e nel caso delle giuggiole utilizzate per produrre ottime confetture, sciroppi, nonché il famoso brodo di giuggiole, un antico liquore molto di moda in alcune zone del Veneto e del mantovano con cui gli antichi contadini omaggiavano i loro visitatori più illustri. Storia antica, ma illustre anche per il biricoccolo, un incrocio naturale tra l\'albicocco e il susino, caratteristico delle campagne parmigiane ed emiliane, che ha il sapore della susina ma l\'aroma dell\'albicocca, dolce all\'esterno, leggermente acidulo attorno al seme. Utilizzo prevalente? Per le marmellate dopo aver tolto i semi e aggiunto una quantità di zucchero quasi uguale al peso della polpa. Di questi frutti, oggi, non è rimasto che un lontano ricordo insieme, ad esempio, alla pera Mamoi (parola sarda che indica l\'«uomo nero»), e al limone Santu Ghironi di Cagliari, molto conosciuto tra i pasticceri per l\'ottima qualità della buccia, ma sempre più introvabile. Sono stati ormai finiti nell\'oblio anche sapori come quello della mela Appio, citata in alcuni testi latini, tipica per quelle macchie sulla sua buccia verde che rendono i punti corrispondenti della polpa molto dolci, o della pera Cannella di Isernia dall\'inconfondibile sapore speziato. E nella categoria dei «dimenticati» e a rischio estinzione entrano di diritto anche alcune specie di arancia italiana tra cui le Ovaletto di Catania e la Belladonna di Enna, di ciliegie come la Del Fiore di Foggia, Le Durone di Pavia, le Cuore Nero di Piacenza, di pere e in questo caso sono tante che rischiano di scomparire: dalle Angelica di Ravenna, alle Dea di Foggia, fino alle Mamoi di Nuoro e alle Piviri di Olbia. Purtroppo anche per i frutti più gustosi il rischio che non riescano a sopravvivere nei prossimi anni, c\'è. È il caso del fico Regina, una varietà propria al territorio di Roma ma ormai rarissima da trovare sui banchi dei mercati rionali e ancora meno al supermercato. O della mela Limoncella sempre di Roma, di cui non si ha praticamente più traccia nei mercati da tempo. La spiegazione è sempre la stessa: costa troppo produrla rispetto ai livelli di domanda dei consumatori e dunque di vendita.

DAMIANA VERUCCI(Il Tempo)



NERONE DELLE MERAVIGLIE – Braille News 3.10.09

Il segno del potere è anche un sogno. Una fantasticheria nella quale cullarsi, e cullare gli ospiti. «Maraviglia» nel barocco, mollezza nei regni d’Asia. Il castello di Ludwig di Baviera, un’apparizione tra le brume. O il Canopo di Adriano per Antinoo, a Tivoli. Adesso c’è un altro posto. La sala da pranzo di Nerone. Scoperta per caso sul Palatino, il colle più nobile e più in pericolo di Roma. Una struttura mai vista, dice il sovrintendente archeologico della Capitale, Bottini. Non se l’aspettava, anche se aveva sollecitato lui lo scavo nel terreno della Vigna Barberini, un declivio a rischio smottamento, che andava consolidato.

Si scava, ecco spuntare un rudere. Si scava ancora, giù fino a dieci metri. Si trova un torrione col diametro di quattro metri, un sistema di doppi archi a raggiera. «Una struttura che a prima vista non rivelava una funzione precisa», spiega Bottini. Poi si fa largo una plausibilissima ipotesi. «Crediamo che sul pilone si poggiasse una piazzaforma circolare di legno, capace di girare come un mulino. Insomma, una specie di giostra con un meccanismo ad acqua. Che sosteneva una sala di 16 metri di diametro, un gazebo ante litteram». È la «coenatio rotunda» della quale parla Svetonio, lo storico-cronista dell’impero dei Claudi. Girava su se stessa fino a 360 gradi, insomma ruotava coma la Terra, seguendo il cammino del sole, simbologia cara al figlio di Agrippina. Affacciata sulla terrazza naturale del colle. Mozzafiato la vista: sotto - dove i Flavi vollero il popolarissimo Colosseo - c’era il lago. E tutt’intorno grandi palazzi, boschetti popolati da animali, vigneti, padiglioni per la musica e i ricevimenti, coi soffitti d’avorio dal quale cadevano sui commensali petali di fiori. Insomma la Domus Aurea. Il sogno di magnificenza Nerone, salito sul trono fanciullo, fatto suicidare a 31 anni, dopo 13 di regno.

«La Domus Aurea non era confinata sul Colle Oppio - ricorda il professor Romolo Staccioli, già professore alla Sapienza e fondatore dell’Archeoclub - Era una cittadella della bellezza, che s’allargava al Palatino. Nerone aveva preso a modello il Palazzo reale di Alessandria. E tanto si era estesa, la sua residenza, che girava una "pasquinata" tra il popolo: "Roma ormai è una sola grande casa. Emigrate a Veio, o quiriti, se pure questa casa non arriverà lì". Preveggenti, senato e popolo romano: Veio era l’attuale Formello, dove tanti capitolini sono andati ad abitare».

Si continuerà a scavare, grazie ai fondi speciali scaturiti dal commissariamento dei Fori imperiali. Duecentomila euro a disposizione, per avere la conferma che è questa la «sala da pranzo» «rotunda», finora erroneamente localizzata nella sala ottagonale del Colle Oppio. «Diventerà elemento di attrattiva per nuovi percorsi espositivi. Pensiamo al futuro», prospetta Bottini.

Ma è un tassello che definisce meglio la figura di Nerone, questo «gazebo» per i triclinii e gli arrosti di salvaggina cari ai romani. Ad Anzio, la città dove nacque nel 37, in una mostra in corso uin brozetto lo presenta giovanetto scattante, in leggera corazza da guerra. Ma Nerone non fu guerriero, piuttosto delegò al generale Domizio Corbulone la campagna più fortunata del suo regno, quella contro i Parti, che fruttò a Roma la colonia dell’Armenia. Era incline alle feste, alle celebrazioni, l’imperatore. Così più che la battaglia preferì la cerimonia per Tigrane, l’armeno che incoronò re al Teatro Marcello. Ai romani diede 14 anni di pace e appena eletto, sedicenne, elargì 400 sesterzi ai cittadini.

Panem ed circenses, per questo era amato. E la storia dell’incendio di Roma? E la carneficina dei cristiani? La cose stanno così. La città in fiamme non fu suo dolo. È invece vero che nulla fece per ricostruire dove il fuoco aveva distrutto. Proprio quell’immenso spazio, quel ground zero degli anni Sessanta dopo Cristo, gli servì per la Domus Aurea. E però, a sventare agli disastri, abbozzò una sorta di nuovo piano regolatore: strade larghe, case in laterizi al posto di quelle in legno, portici finanziati a sue spese.

Coi battezzati invece uscì fuori la machiavellica perfidia. Scaricò su di loro l’accusa rivolta a lui, di aver incendiato la caput mundi. E ne fece carneficina. Il resto è l’assassinio della madre Agrippina, con la scusa che ella tramava contro di lui. E ancora, il balletto delle spose: Ottavia, la sposa bambina (aveva dodici anni) che ripudiò per unirsi a Poppea. E questa che morì mentr’era gravida (le diede un calcio, si dice) e fu sostituita con Messalina. Il suo precettore, il filosofo Seneca, non gli aveva insegnato la temperanza. Una congiura lo indusse al suicidio, nel giugno del 68 dopo Cristo. S’era goduto la Domus Aurea una manciata di mesi. E fu tra i pochi imperatori a non essere divinizzato. Anzi, i Flavi ne decretarono la damnatio memoriae. (Il Tempo)



DA ROMA ALL’AUSTRALIA INSEGUENDO FERRETTI– Braille News 26.9.09

«L’ottimismo della sragionevolezza» è scritto a pennarello sul post-it attaccato alla parete, sopra il tavolone ingombro di schizzi, di cataloghi, di libri (c’è «Angeli e Demoni» ma anche «L’Italia spezzata» di Bruno Vespa). Uno spazio tutto bianco dove quadri e soprammobili sono bozzetti e modellini che hanno fatto la storia del cinema: la biblioteca de «Il nome della rosa», gli interni sontuosi di «The Aviator», la forma di cartapesta per l’«Amleto» di Zeffirelli, il mascherone dorato (era il sole) del «Münchausen» di Gilliam. È la fucina visionaria di mister doppio Oscar, leggi Dante Ferretti, lo scenografo che Hollywood ama di più, dopo che lo hanno amato Fellini, Scola, Petri, Ferreri, Pasolini. L’antro dell’invenzione, che Ferretti - maceratese, faccia paciosa ma guizzi negli occhi - volentieri condivide con la moglie Francesca Lo Schiavo - a lei altri due premi Oscar come set decorer, arredatrice - sta nella vecchia, cara Cinecittà. Studio 8-9.

«Il miglior posto al mondo per lavorare, dove porterei tutti i registi del mondo», dice Ferretti mentre scarabocchia un «manichino magrittiano» e sistema il suo passato. Mettendo in ordine targhe, diplomi, pergamene con le nomination agli Oscar, i David di Donatello, gli inglesi Bafta Awards, i Nastri d’argento. E la fotografie con Fellini e Luigi De Filippo e quella mentre stringe l’Oscar con la moglie: l’ha ritoccata mettendoci la sua faccia da giovane, coi capelli crespi che ora non ci sono più.

Invece a Cinecittà si fanno più fiction che film, Ferretti.

Già. Io sto qui da 35 anni, ho girato sei film con Fellini, finché posso vi trascino i set stranieri, come Gangs of New York o Titus di Taymor. Ma da vent’anni i set sono pochi. Così per il cinema lavoro più all’estero che in Italia».

L’ultimo film, insieme con sua moglie, lo ha fatto con Scorsese. È Shutter Island, protagonista DiCaprio. Girato a Boston, interni ed esterni per lo più ricostruiti. In Usa i set sono spesso negli studios, quello che una volta era regola a Roma.

Il fatto è che oltreoceano il cinema è un’industria vera. Dicono che l’intrattenimento è la seconda voce dell’economia Usa. Dunque, un film è un prodotto, si deve fare, si innesta in un sistema articolato di maestranze, attori, sindacati. Insomma, una realtà solida, perché ha un mercato. La gente ama il cinema, impazzisce per le star, andare a vedere un film è un modo per incontrarsi. Il pubblico è pure facilitato. Per esempio, i parcheggi. Ce li hanno, grandi, tutte le sale. Anche questo aiuta il cinema. Se succedesse pure da noi, dove sono state chiuse a centinaia...».

In Italia soprattutto i giovani consumano film.

Sì, salvano il cinema. E si vede nel tipo di pellicole girate. Effetti speciali, storie seriali. Oddio, anche in Usa la crisi si sente. L’uscita di Shutter Island, prevista per ottobre, slitta a febbraio. La promozione in questo periodo pre-nomination agli Oscar costa troppo. Anche alla Paramount.

Scorsese come Fellini, intesa perfetta con lei.

Con Martin il mio prossimo set. Ambientazione, il Giappone del ’600. Dal romanzo del nipponico Endo. Si gira da marzo, in Nuova Zelanda e in parte in Giappone. Un anno di lavorazione. Non mi chieda il cast, ancora è top secret. È l’ottavo film con Scorsese. Per Fellini ne ho fatti sei».

Ma intanto a Rimini lavora sotto il segno di Federico.

Già, il museo intitolato a lui e la ristrutturazione del suo cinema, il Fulgor. Sarà una posto tipicamente felliniano, due sale tecnologicamente avanzatissime, ma atmosfera anni Quaranta, con quei bassorilievi di una volta. Ecco l’altro Ferretti, quello che ridisegna musei, spazi, eventi. Parli di Torino e di Roma. A Torino il Museo Egizio sarà pronto per il 2013. Agli archeologi la parte didattica, a me il compito di portare indietro nel tempo. Ma con materiali autentici, mica finti, come davanti alla cinepresa. A Roma poi firmo l’allestimento della Mostra su Sergio Leone. Appuntamento il 15 ottobre prossimo all’Auditorium, Festival del Cinema.

Arriva Francesca Lo Schiavo, sistema i suoi disegni sull’altra scrivania. Regala il segreto della sua soddisfazione: «Ho cominciato a lavorare per il cinema con Dante, insieme facciamo team, ci capiamo al volo, ciascuno nella nostra autonomia. Non chiedetemi perché non affronti impegni da sola. Mi bastano le gratificazioni che ho avuto con grandi registi e con Dante, che capisce perfettamente, e senza far mai perdere tempo alla produzione, che cosa vogliono. Magari un lavoro lo accetterei, senza di lui. Un progetto per Roma».

LIDIA LOMBARDI(Il Tempo)



ROMA ANTICA FINALMENTE DI MUOVE- Braille News 19.9.09

 

Esce anche questo dalla riunione plenaria al capezzale di Roma. Mentre il video, nel salone di Palazzo Altemps, mostra un rocciatore arrampicato sulle antiche pietre dell’Anfiteatro Flavio. Serve anche questo per mettere in sicurezza il monumento. Per la sua manutenzione si spendono 686 mila euro l’anno (dati 2008-2009). Divisi per la superficie, 13 mila metri quadrati, fanno 52 euro a metro quadrato l’anno, ovvero 14 centesimi al giorno. Al Colosseo entrano 4 milioni di visitatori in dodici mesi. I custodi sono 38, gli impiegati e tecnici 3. Anche la voce pulizia fa stringere il cuore. Al Foro-Palatino si spendono 61 centesimi a metro quadrato l’anno. «Forse un colpo di scopa a settimana», ironizza Roberto Cecchi. È il commissario straordinario all’area archeologica di Roma e di Ostia, una poltrona da fachiro sulla quale si è seduto due mesi fa. Sciorina una sfilza di slides, replicando numeri e confronti su tutte le aree di sua competenza. Dal Foro-Palatino a Caracalla, dall’Aventino fino al Museo Nazionale Romano, a Ostia Antica, alla via Ostiense, alla periferia archeologica che pochi visitano e che pure molto conta: Gabii e la Villa di Livia, Grottarossa, Malborghetto, il Casale Ponte di Nona. Ad ascoltare il suo rapporto sullo stato dell’arte c’è il gotha di quanti devono rispondere di Roma antica: Alemanno appunto, il sottosegrerario Giro, il sovrintendente statale Bottini e quello comunale Broccoli, il direttore generale per la valorizzazione, Mario Resca, il presidente del consiglio superiore dei Beni Culturali, Carandini. Gli attori di un rilancio del patrimonio archeologico capitolino che rispondono con questo libro bianco alle polemiche sollevate in primavera dalla sinistra e dagli archeologi di sinistra sul commissariamento. «Che è stato una scelta politica fondamentale. La carenza strutturale, i rischi di crollo, gli accessi chiusi, le rovine impraticabili, o, se praticabili, pericolose, sono la realtà fotografata tra giugno e agosto nei 19 chilometri della città, all’interno delle Mura Aurealiane, e oltre. Ecco la foto di bambini che giocano a Villa delle Vignacce. Sotto un rudere sporgente, tenuto da staffe. Ecco il Colosseo. Le acque di caduta si infiltrano nel coronamento, spappolano il muro. Ecco il Palatino: detriti centenari hanno creato una stratificazione profonda 12 metri, molto instabile. «I fenomeni di dissesto sono tenuti sotto controllo con un doppio sistema, a terra e satellitare», spiega Cecchi. Dall’analisi all’azione. Entro dicembre al Palatino si incrementeranno del 30 % le aree accessibili. Tra questi la meraviglia che è l’Uccelliera Farnesiana, idem per Vigna Barberini e la Passeggiata sopra le arcate Severiniane. A via Appia si avvia il restauro della pavimentazione, ridotta a pozzanghera dall’alluvione del 2008. «La presenza del commissario ha dato un’accelerazione ai progetti e alle stretegie di questa sovrintendenza», dice Bottini, il primo, durante lo scorso governo a sollecitare la nomina di un coordinatore straordinario. Anche se poi si sfoga: «Questa forse è la mia ultima uscita nel ruolo, sono prepensionato, di fatto licenziato. A 60 anni». Carandini parla di buon inizio, di operazione «trasparenza», ma pungola: «La situazione d’allarme c’era e resta. Ma tra un anno dobbiamo rivederci, per verificare quello che si è fatto. Al Palatino e al Foro mancano perfino le didascalie, come si capisce Roma se non si spiega?». Ma Giro e Cecchi elencano: «Individuati 71 progetti, del 37 per cento affidati i lavori, per una spesa di 11,2 milioni di euro. Più spazi visitabili significa più entrate. Potremo raddoppiare gli incassi delle biglietterie se riusciremo a rendere maggiormente accessibili luoghi che già fruttano 35 milioni di euro l’anno». Il termine di paragone è l’estero. «Il Louvre ha il doppio di visitatori del Colosseo», semplifica Giro. La svolta nel 2010, «il contributo di Roma per le celebrazioni dell’Unità d’Italia». Il sindaco Alemanno si galvanizza, gli piace l’approccio «sistemico» al nodo archeologia, il tavolo comune Campidoglio-Collegio Romano. Sa che l’indotto di 1.500 milioni annui è parzialissimo, che il patrimonio archeologico può reggere l’economia della Capitale. «Ma per il Colosseo, la mia preoccupazione quotidiana, ci vogliono 5 milioni di euro. E l’aiuto di sponsor internazionali. Una mobilitazione come per Firenze dopo l’alluvione o per la Cappella Sistina. Insomma, tempi certi e visibilità mondiale. E via le brutture, le transenne, i tubi innocenti. E ok al Museo Portale di Roma, nella sede di via dei Cerchi», conclude rispondendo a Carandini, l’ideatore, che lo inchiodava a un sì o a un no. Resca è pragmatico: «Il polo archeologico romano vanta un indotto da un miliardo e mezzo di euro. Attenzione allora al visitatore-cliente. La prima richiesta è la pulizia. Non siamo all’altezza». Già, con 61 centesimi al metro quadrato! LIDIA LOMBARDI(Il Tempo)



WOJTYLA, IL PAPA CHE TRASFORMÒ IL DOLORE IN VITA- Braille News 19.9.09

 

È appena arrivato in libreria un libro ricco e completo sul pontificato Wojtyla: «Un papa che non muore - L’eredità di Giovanni Paolo II», firmato da Gian Franco Svidercoschi. anticipiamo un estratto dalla terza parte del testo intitolata: «L’eredità di Giovanni Paolo II», capitolo 14: «I volti della santità». È il 16 ottobre del 1978. Hanno già annunciato il nome del nuovo papa: è proprio lui, Karol Wojtyla! Si affaccia dal balcone della basilica vaticana. È emozionato, commosso, ma conquista subito tutti: «Se mi sbaglio, mi corigerete…». La domenica dopo c’è la Messa per l’inizio ufficiale del pontificato. Giovanni Paolo II alza gli occhi dal testo scritto, e ripete con forza: «Aprite le porte a Cristo! non abbiate paura!». Cambia lo scenario, siamo a Varsavia: la gioia si tramuta in lacrime, lacrime di commozione ma anche di orgoglio. La gente infiora le strade al passaggio di Karol Wojtyla. E comincia da lì, da quella visita, lo sgretolamento del muro. I colombi puntano verso il cielo, spaventati da quei due colpi di pistola in piazza San pietro. Sulla jeep che lo trascina via, ferito gravemente, Giovanni Paolo II ha gli occhi chiusi, ma l’espressione del viso è serena, quasi dolce, come quella di chi sa di aver messo la sua vita in buone "mani". Ed è poi quasi uno shock vederlo in pigiama – un papa in pigiama! – nella sua stanza all’ospedale. Per la prima volta un capo della Chiesa Cattolica entra in una sinagoga; poi entrerà in un tempio buddista, e perfino in una moschea. Ad Assisi, a pregare per la pace, ci sono tutte le religioni. E intanto i viaggi portano il papa a conoscere i luoghi della disumanità, come Hiroshima, come Gorée, l’isola degli schiavi, e i luoghi dove ancora dominano povertà e ingiustizie, in America Latina, in Africa, in Asia. Karol fa il girotondo con dei bambini australiani. Karol abbraccia delle ragazze malgasce. È sommerso dall’entusiasmo di una marea di giovani nelle Filippine, per una delle Giornate mondiali della Gioventù. Karol accompagna i canti facendo roteare il bastone, forse anche per dire che non ne ha bisogno, che può farne a meno; e invece è il primo segno dei mali che, uno dopo l’altro, lo assaliranno. I suoi occhi non riescono più a sorridere. Fa una fatica immane ad aprire la Porta Santa per il Giubileo del Duemila. E si arriva alle ultime penose settimane, all’ultima Pasqua, con quella drammatica smorfia che, più che di dolore, è di impotenza. E poi, la fine. Quel catafalco in San Pietro che suscita così tanta tristezza, tanta nostalgia, e il volto di Karol che non sembra più nemmeno il suo. In queste immagini, tra le mille altre che si potrebbero scegliere, scorre come in un film la trama della vita di Karol Wojtyla. È il racconto visivo di un percorso umano e spirituale che ha dello straordinario. Ma è anche accompagnato, con una continuità impressionante, dalla sofferenza, dalla croce. Fin da bambino, da ragazzo, Karol aveva conosciuto la povertà, la guerra; aveva perduto tutti i suoi famigliari e molti amici; aveva sperimentato sulla sua pelle la malvagità umana, quella del nazismo e quella del comunismo. Aveva solo 58 anni, quando era stato eletto pontefice. Era giovane, atletico, vigoroso, sicuro di sé. Tornava da viaggi lunghissimi, faticosi, e non sembrava mai stanco. «Il papa globetrotter», scrivevano i giornali. Ma ecco la violenza irrompere nel "cuore" del cristianesimo, e dimostrare come anche un grande personaggio religioso, che pure predicava la pace, fosse vulnerabile, e potesse venir colpito, ucciso, al pari di qualsiasi altro uomo. Lui si salvò, miracolosamente. Riprese a viaggiare, a compiere la sua missione alla guida della chiesa universale. Ma il suo calvario era solo all’inizio. Cominciarono i guai fisici, le malattie, il morbo di Parkinson. E, a quel punto, cominciò anche la "metamorfosi" del suo corpo. Perché fu il corpo, con il progressivo decadimento, a "portare" all’esterno la sua sofferenza. Come del resto capita, con l’invecchiamento, o a causa di qualche male degenerativo, a tanti altri esseri umani. Ma che nel suo caso, nel caso di un papa, e per di più di un papa che girava il mondo, e che era costantemente sotto milioni di occhi, provocò un’angoscia collettiva. La gente ammirava il suo indomito coraggio, ma provava una gran pena a vederlo così, impedito di camminare. Impedito perfino di parlare! (...) Era come se Karol Wojtyla fosse "predestinato" alla sofferenza, per dimostrarne il valore salvifico, il posto che essa ha nella vita di ogni uomo. E infatti, proprio nei momenti più tormentosi, quando il corpo denunciava tutta la precarietà, tutta la fragilità del suo stato, lui sembrava trovare dentro di sé la forza per sopportare quel lungo estenuante martirio. Era la forza del Vangelo, che si manifestava nella debolezza di quel testimone, di quell’uomo che per l’intera esistenza era "vissuto" di Dio. GIAN FRANCO SVIDERCOSCHI(Il Tempo)



ROMA TORNA «IN»
 

Tra minigonne, scollature, paillettes e profumi Roma si risveglia dal lungo letargo agostano sotto il segno del lusso e della voglia di incontri, brindisi e allegria. è «calda», al di là delle temperature fuori stagione, questa fine estate che prelude a un autunno altrettanto «hot». E si comincia subito con i big della moda che scelgono la piazza capitolina per fare business. Con relativa corsa all\'invito per le feste «blindate», almeno sulla carta, perché il mestiere dell\'imbucato non tramonta mai. Tra gli appuntamenti più ghiotti, da segnare in agenda, l\'inaugurazione della nuova boutique di Brunello Cucinelli in via Borgognona l\'11 settembre. In contemporanea, il re del cachemire dai colori dell\'arcobaleno, presenterà le sue «riflessioni sui temi, umani politici ed economici». L\'imprenditore umbro, moderno mecenate innamorato della filosofia e dell\'etica, ha immaginato un colloquio ideale tra Barack Obama e Marc\'Aurelio e l\'ha dato alle stampe. La nuova avventura «letteraria» fa parte del percorso culturale di Cucinelli iniziato con il recupero dell\'antico borgo medievale di Solomeo, alle porte di Perugia, diventato la sede di quella che lo stesso Brunello definisce «Impresa umanistica» e proseguito con l\'inaugurazione del Teatro Cucinelli (aperto non solo al pubblico ma anche ai dipendenti dell\'azienda). Eva Herzigova ha inaugurato in via del Babuino il nuovo punto vendita di Janet & Janet, il marchio marchigiano di calzature. E la carrellata di super modelle continua mercoledì con Claudia Schiffer, volto immagine del primo profumo da donna griffato Alberta Ferretti. La regina dello chiffon, reduce dalle «fatiche» veneziane (il suo yacht è attraccato al lido e ospita le star del Festival del cinema), ha deciso di debuttare proprio nella Città Eterna che già aveva ospitato negli anni passati la sua sfilata-evento in piazza del Campidoglio. L\'appuntamento è nella boutique Ferretti in via Condotti dalle 18 alle 19. Il 30percento del ricavato della vendita del profumo, realizzato da Elizabeth Arden, sarà devoluto all\'associazione «Smile» che si occupa di dare supporto psicologico ai giovani colpiti dal terremoto in Abruzzo. Cocktail benefic-mondano anche per la griffe «Piazza Sempione» che, a sostegno della Onlus «Progetto sorriso nel mondo», ha invitato i suoi clienti per la presentazione della nuova collezione autunno inverno. Fervono infine i preparativi per la nuova mega-boutique di Louis Vuitton in piazza San Lorenzo in Lucina. I lavori di ristrutturazione dovrebbero iniziare a breve ma le fashion victims della capitale stanno già contando i giorni.
KATIA PERRINI (Il Tempo)



LA POLONIA VERA CAVIA DEL PROGETTO NAZICOMUNISTA- Braille News 5.9.09
 

Angela Merkel e Vladimir Putin, rappresentanti dei due Stati massimamente responsabili di quell’esplosione di follia distruttiva, che prese le mosse proprio col fare a pezzi Polonia e polacchi. Ricorrenza storicamente significativa, insomma, ma anche risarcimento morale alla grande martoriata nazione slava. Sarà presente anche il premier Silvio Berlusconi, benché l’Italia non sia stata tra le nazioni belligeranti sin dal 1° settembre 1939, essendo intervenuta a fianco del III Reich il 10 giugno 1940. Tuttavia, l’Italia fascista fin dal primo giorno raccontò e propagandò le «ragioni» naziste, sostenendo la tesi di Hitler di essere animato da sentimenti più che nobili, in nome di una «guerra umanitaria». Il «Corriere della Sera» aprì col titolo: «Scoppia l’ora decisiva/Le proposte di Hitler per Danzica e il Corridoio leali ragionevoli ed eseguibilissime lasciate stoltamente cadere da Varsavia e da Londra/ Inghilterra e compagni inchiodati alle loro tremende responsabilità». D’altro canto, il 22 maggio 1939, era stato firmato il patto d’acciaio: «Sua Maestà il Re d’Italia e di Albania, Imperatore di Etiopia e il cancelliere del Reich tedesco ritengono giunto il momento di confermare con un patto solenne gli stretti legami di amicizia e di solidarietà che esistono tra l’Italia Fascista e la Germania Nazionalsocialista...». Il coinvolgimento italiano, inoltre, a parte l’evidente, totale, imperdonabile correità del fascismo, si sostanzia anche delle colpe del Pci e di Palmiro Togliatti. Un viatico fondamentale per la guerra fu il patto Molotov-Ribbentrop, 23 agosto 1939, l’intesa scellerata, corredata da un protocollo segreto, riguardante la spartizione dell’Europa, a partire dallo smembramento della Polonia, invasa il 1° settembre dalla Wermacht e, pochi giorni dopo, il 17, dall’Armata rossa. Da notare che nei libri di testo utilizzati nelle scuole e nelle università italiane, è stata tradizionalmente ben evidenziata l’invasione nazista del 1° settembre e del tutto glissata quella sovietica del 17. La Polonia, rinata l’11 novembre 1918, dopo 123 anni di cattività, sotto il dominio austriaco, prussiano e russo, fu, così, la cavia del progetto nazicomunista, per la ridefinizione della carta geografica europea, secondo le mire dei due totalitarismi. Stalin, tuttavia, per godere della piena libertà di optare, a futura memoria, per l’accordo con Hitler, che in teoria avrebbe dovuto essere il suo maggior nemico, aveva dovuto preventivamente decapitare ed azzerare il partito comunista polacco (Kpp), che, certo, sia per il patriottismo, sia per la forte presenza israelita, non avrebbe potuto accettare forma alcuna di connivenza col nazionalsocialismo ferocemente antisemita e tantomeno la prevista spartizione-occupazione. Così, l’anno prima, 16 agosto 1938, i comunisti polacchi vennero proditoriamente accusati di tradimento («Banda di spie e di provocatori che si è instaurata nella direzione del Partito comunista polacco e che ha piazzato i propri agenti su tutto il territorio...»). Tra i firmatari della risoluzione per lo scioglimento dell’«infame agenzia di spionaggio», insieme ai peggiori sanguinari del Komintern (Manuilskij, Florin, Dimitrov, Moskvin, Kuusinen), spicca il nome di Palmiro Togliatti, giunto appositamente in aereo dalla Spagna, per partecipare alla liquidazione politica, trasformatasi immediatamente in deportazioni e massacri di circa quattro mila comunisti polacchi residenti in Urss. Una delle vittime di Togliatti, il leggendario fondatore del PPK, Warszawski-Warski, morì pazzo nelle prigioni dell’Nkvd. Non potendo credere che a torturarlo fossero dei compagni comunisti, cominciò a rispondere in tedesco agli inquisitori, convinto che fossero gli aguzzini della Gestapo. Quindi, la presenza risarcitoria di Berlusconi verso la Polonia riguarda sia le responsabilità dei fascisti, sia quelle dei nostri comunisti. E il premier farà bene, in nome dell’Italia liberaldemocratica, a chiedere scusa alla nazione polacca. Tanto per non dimenticare, vale la pena di rimarcare la vergogna del Pci, che, di contro ad altri partiti europei affiliati a Mosca, accettò subito ed acriticamente il patto Molotov-Ribbentrop, arrivando al punto di espellere gli unici tre militanti critici: i confinati Terracini e Ravera, nonché Valiani, rinchiuso in un lager francese gestito dalla Gestapo. L’apice dell’ignominia fu, infine, toccato da Togliatti in veste impudentemente nazicomunista. Dapprima, mentì per la gola, facendo passare la Finlandia aggredita dall’Urss come paese aggressore e guerrafondaio; quindi definì «criminali, cani, provocatori di guerra» democratici e socialisti colpevoli d’essere antinazisti ed antistalinisti. A suggello di tanta infamia, (Lettere di Spartaco, n.11, 1-15 aprile 1940, pp.13-18), Togliatti spiegò così, rappresentando Hitler nella parte dell’agnellino aggredito, le cause dello scoppio della guerra mondiale: «Firmato il patto di non aggressione tra l’Urss e la Germania, l’imperialismo inglese e l’imperialismo francese si gettarono addosso al loro rivale tedesco e incominciò la guerra». Sì, anche noi italiani abbiamo da farci perdonare gli orrori dei nostri opposti estremismi di settant’anni fa. GIANCARLO LEHNER(Il Tempo)



A DANZICA 70 ANNI DOPO LA CONDANNA DI PUTIN - Braille News 5.9.09
 

DANZICA Con una lettera aperta ai polacchi pubblicata dalla Gazeta Wyborcza il premier russo Wladimir Putin ha sparigliato le carte delle celebrazioni per il 70° dell’aggressione di Hitler alla Polonia. Alla vigilia delle manifestazioni a Westerplatte, la penisola fortificata contro cui la corazzata Schleswig Holstein scaricò alle 4,45 del I settembre 1939 la salva di cannone che diede l’innesco alla seconda guerra mondiale, Putin ha scritto un articolo nel quale, contrariamente ai toni che Varsavia era solita ascoltare da Mosca, non ha avuto remore nel condannare il patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 come «immorale» e già definito tale «nel 1989 dal parlamento russo perché ha vanificato le speranze di costruire un blocco unitario contro il nazismo». L’altro argomento tabù è l’eccidio dei 22.000 ufficiali polacchi caduti prigionieri dell’Armata Rossa e giustiziati nel 1940 con un colpo alla nuca dal NKVD stalinista e su cui il «niet» di Putin (quando era presidente) alla consultazione dei fascicoli ha di fatto impedito agli storici di fare chiarezza. Nella sua lettera aperta dichiara adesso di comprendere «i sentimenti polacchi» e propone di riconoscere i cimiteri a Katyn e Miednoje come simboli «del rimpianto e del perdono reciproco». D’altro canto Putin chiede «gratitudine e rispetto per le tombe dei soldati russi sepolti nella terra polacca» e auspica una rinnovata concordia per diventare «partner nella politica europea e globale». A Westerplatte, a 70 anni esatti, si celebra l’inizio della mattanza europea, con una cerimonia al cospetto dei veterani iniziata proprio alle 4,45. Poi spazio ai capi di governo, da Berlusconi alla Merkel, da Putin a Tusk, e ai ministri degli esteri di Paesi che hanno pagato il pesante tributo di sangue al secondo conflitto mondiale. E ai sindaci delle città martiri, dall’inglese Coventry che per prima sperimentò l’orrore del bombardamento terroristico a Nagasaki che con l’olocausto nucleare chiuse questa pagina di storia. Da condividere, anche se il cammino è arduo. Ma la lettera aperta di Putin è un buon viatico. MARCO PATRICELLI(Il Tempo)



MODA... - Braille News 29.8.09

 

L’ALTA MODA DI ROMA Roberto Capucci, il maestro degli abiti-scultura, dice che l’alta moda è svanita. Che, oramai, nel mondo, il numero delle signore disposte a pagare cifre stratosferiche per acquistare mise cucite su misura si è ridotto talmente tanto da costringere gli stilisti a inventarsi altri percorsi di lavoro. Il pret a porter, prima di tutto, che con i suoi prezzi contenuti e con la sua vocazione modaiola attira le simpatie (e il portafogli) di un folto numero di clienti. E poi profumi, occhiali, arredi per la casa, borsette e accessori di ogni tipo. Solo così sopravvive l’haute couture parigina, anche lei ridotta a uno stretto numero di couturier «eletti» che mettono in scena il sogno con sfilate-spettacolo costosissime. L’alta moda a Roma, invece, è tutta un’altra cosa. L’atmosfera è rimasta quella degli atelier dove negli anni della Dolce vita passavano le star di Hollywood e le mogli dei «grandi» della Terra. Nessun mega evento, solo la maestria di pochissimi superstiti che ancora cuciono su misura. La crisi si fa sentire e le sfilate nei luoghi storici della Capitale sotto le stelle quest’anno non ci sono state. Tutto al chiuso, per lo più all’interno del Complesso monumentale del Santo Spirito in Sassia. Fausto Sarli, il maestro dei tagli ha portato in passerella il suo omaggio all’Abruzzo con l’abito «Onna» il ricavato della cui vendita è stato devoluto ai terremotati. Gattinoni ha messo all’asta, con la stessa finalità, una creazione interamente dipinta a mano dove troneggia una grande Aquila, simbolo della città ferita, ma anche di libertà e di forza per riprendere quel volo dolorosamente interrotto. Lella Curiel, per il prossimo autunno-inverno si è ispirata alle donne d’Oriente che hanno affascinato e ispirato i grandi maestri delle arti figurative, soprattutto dal primo \'800 fino agli anni \'30. KATIA PERRINICELLULITE, L’INCUBO DELLE DONNE Non c’è salvezza, solo rassegnazione. A vent’anni (ma le più sfortunate anche a 14 o a 16) i primi buchetti. Poi, col passare degli anni, una buccia d’arancia diffusa, per finire, a cinquant’anni, con l’allentamento dei tessuti che scivolano l’uno sull’altro. Un incubo, una tragedia, con una sola parola: cellulite. L’80% delle italiane ne soffre, così dicono i medici. Ma se vai in spiaggia la percentuale delle «cellulitiche» aumenta vertiginosamente. E il rito del bikini, che a casa, davanti allo specchio, è dramma, al mare si trasforma in consolazione collettiva. A meno che non si scelgano le spiagge vip pullulanti di Veline e simili (uniche categorie al mondo esenti da ciccia o inestetismi). Lì il rischio-suicidio aumenta vertiginosamente. Nessuna possibilità di confronto, unica scelta la ritirata. Le giovanissime in perfetta forma che vogliono fare le vamp, poi, stiano attente. Quei jeans attillatissimi, quasi seconda pelle, portati con i tacchi altissimi, saranno anche belli ma sono i nemici numero uno del microcircolo. Parola del chirurgo plastico del San Filippo Neri di Roma, Maurizio Valeriani che stila poi la lista nera delle cose da evitare. «No» a troppi insaccati, fritti e cibi salati che favoriscono la ritenzione idrica. Da bere con parsimonia il vino e la birra, da evitare i superalcolici e i dolci. Via libera invece alla dieta colorata, ossia a frutta e verdura ricche di antiossidanti e vitamina A, C, E. Dunque more, lamponi, uva, arance, carote, melanzane, albicocche e melone. Ma anche tanto pesce. Inutile dire che ricordarsi in giugno dell’esistenza della cellulite è assolutamente inutile. Erbe miracolose e diete dell’ultim’ora fanno più male che bene. Lottare contro la cellulite è un lavoro e richiede impegno costante. Se ti distrai un attimo è finita. Palestra tre volte a settimana, almeno una seduta di massaggi, dieta disintossicante. Ma questo non dà garanzia di successo. Ci sono donne (anche nel mondo dello spettacolo e, udite udite, dello sport) che le hanno provate tutte, si sono dannate tutta la vita, nulla. Una soluzione però c’è: poiché, in fondo, agli uomini della cellulite non importa proprio nulla, anzi a qualcuno piace pure, perché non iniziamo ad abbassare la guardia? Siamo belle così. Alla faccia delle varie Belen, Aida e via dicendo. Che si tengano i loro tatuati muscolosi. Noi ci teniamo quelli che la nostra cellulite la adorano. LO SPORT ACCENDE IL DESIDERIO Il dubbio, a essere sinceri, c’era venuto. Perché vedere fior fiore di ragazze (veline, letterine, schedine e vallettine varie) sempre e solo al fianco di calciatori, doveva avere un senso. La conferma arriva da uno studio medico serio, non roba da discussioni al bar o dalla parrucchiera. «Lo sport fa bene al sesso»: ecco il responso dettato dagli andrologi che hanno compiuto la ricerca su un campione di 60 pazienti italiani con disfunzioni erettili. «È risaputo che l’attività fisica, in linea generale - ha spiegato il presidente dalla Società italiana di Andrologia, Vincenzo Gentile - fa bene alla salute; fino ad oggi è risultata essere anche un fattore protettivo della funzione erettile, ma non è stato mai valutato il suo potenziale valore terapeutico. È sufficiente bruciare circa 1.500 kilocalorie a settimana facendo jogging, esercizi aerobici, bicicletta o cyclette, una passeggiate nel parco o una nuotata, per avere giovamento anche nei rapporti sessuali». Capito l’antifona? Il sesso sarà anche vietato prima di una gara (almeno secondo alcune teorie vecchio stampo un po’ meno in auge negli ultimi anni), ma viceversa, lo sport è un toccasana per il sesso. Ecco spiegata, soldi a parte (che pure quelli di serie C rimorchiano), la corsa allo sportivo. Qualche esperto di antropologia, poi, aggiungerà che la donna che voglia mettere su famiglia sin dai tempi delle caverne, ha sempre messo gli occhi sull’uomo possente, capace di difendersi e di cacciare e che, quindi, potesse occuparsi del sostentamento suo e dei loro pargoli. Gli specialisti in materia di oggi, invece, danno i consigli per vivere sani è belli: «Svolgere un’attività fisica regolare, senza esagerazioni o sessioni intense per buttare giù qualche chilo di troppo prima delle prova costume - raccomanda Giuseppe Maio, del Policlinico di Abano Terme, autore dello studio - Perché sia efficace è necessario che l’attività fisica duri almeno 30 minuti per sessione, sia distribuita su almeno 3 giorni per una quantità settimanale complessiva di almeno 3 ore». Ma non basta. Per avere delle prestazioni da campione bisogna evitare accuratamente i nemici giurati del sesso: fumo, alcol, droghe e alimentazione scorretta. Tanto per sfatare il vecchio mito del «sex, drugs and rock ’n roll», tutti e tre le cose insieme non vanno affatto d’accordo. Parola dei medici riuniti al XXV Congresso nazionale della Società italiana di Andrologia che quest’anno si è svolto a Catania. KATIA PERRINIARMANI CONTRO GLI STRACCI PARIGI Si può osare nel dire che l\'alta moda di «re Giorgio» stavolta è femminista. Forse la definizione è un po’ sconveniente, dato l\'ambiente, i prezzi (da un minimo di 30 mila euro per un tailleur a 100 mila per un abito lungo) e il genere di clientela. Eppure viene da notare che quella presentata a Parigi è una couture per donne che, seppure riccamente privilegiate, non sopportano gli «uomini che odiano le donne». E se questo ricorda qualcuno, magari quella Lisbeth Salander protagonista di successo in libreria e al cinema, non sembri un caso: la giacchina da biker, le zip, la catena, la tuta, soprattutto la grinta, sembrano fatte per una tipa tosta, indipendente e determinata a trovare la sua strada senza sculettare davanti ai maschi di potere. Certo, questa è comunque una donna sexy, e lo sa, ma è quella sensualità che risale alle origini del successo di Armani, quando le femmine emancipate trovarono in lui l\'interprete del loro bisogno di autonomia tradotto in vestiti, anzi in tailleur pantaloni. Tanti in passerella per la collezione Armani Privè, i calzoni che, in questa versione da street-couture contemporanea, non sono più sciolti, lunghi e fluttuanti, ma piuttosto maschili, sartoriali, con piega stirata, taglio e caduta perfetti, un po’ stretti sul fondo, talvolta vagamente cargo. E le giacche, molte, piccole, con collo a sciarpa o scollo a ruches, femminili, impeccabili, spalle misurate ma forti e decise, qualche volta un po’ a blouson. Colori trattenuti dal bianco al nero e al blu copiativo, dal grigio al metallico. Sì, perché questo è un film in bianco e nero, di quelli che lasciano impressioni, che si fissano nel ricordo. Impossibile, per esempio, dimenticare il motivo ricorrente della cerniera-lampo tradotta in decorazione, in gioiello, funzionale all\'apertura di una giacca o anche solo maliziosamente allusiva sul dorso iperbolicamente scollato dell\'abito da sera. Tante zip-bijoux dappertutto, dunque, anche sull\'abito lungo da sirena. L\'eroina di Armani Privè è una donna che vuole rispetto anche se frequenta quel jet set dove tutto sembra fatuo e irreale. Con questa collezione, spiega Armani «ho voluto riportare in scena un\'eleganza vera, dopo tanta straccioneria. Ho voluto riportare l\'alta moda nella vita vera, facendo abiti che non fossero solo da copertina, ma che le donne potessero sognare di comprare». IL MERCATO TAROCCO FA AFFARI D’ORO D’ESTATE La voglia di griffe si scatena con l’arrivo dell’estate e il mercato del falso si fa rico. Secondo i dati dello studio dell’Istituto Piepoli e Confcommercio (2008) resi noti da Axerta spa, agenzia di investigazione privata che collabora alla security di diversi marchi di lusso, il 45% degli acquirenti di prodotti contraffatti dichiara di avere colto le maggiori opportunità o durante una vacanza o in occasione di una visita turistica o durante un viaggio all’estero. Questo avviene, secondo le interviste della ricerca (1.010, su un campione rappresentativo della popolazione italiana dai 18 anni in su), soprattutto tra i 18-34 enni (52%), contro il 45% degli over 55enni e il 40% dei 35-54enni. I prodotti contraffatti si acquistano per lo più in spiaggia (12%), sui marciapiedi delle vie dei centri storici (9%), nelle strade di periferia (7%), in montagna (6%), nei pressi delle fermate della metro (4%), nei dintorni delle stazioni ferroviarie (3%), alle fermate di bus (1%). Gli investigatori privati - dichiara Vincenzo Francese, amministratore delegato di Axerta e specializzato nelle indagini nel settore "falsi" della moda - vengono sempre più coinvolti dalle griffe nelle attività di security a tutela del marchio. Secondo i bollettini di aprile della Guardia di Finanza è stato registrato l’11,4% in più negli interventi, le persone arrestate sono passate da 119 a 413 (+247%), i sequestri di prodotti alla moda hanno registrato un +38,7% (14,9 milioni di pezzi nei primi mesi di quest’anno contro i 12,6 milioni del 2008), ben oltre il 60% del totale pezzi sequestrati (23 milioni). Nel 2008 sono stati sequestrati dalla Guardia di Finanza 95 milioni di prodotti contraffatti e negli ultimi due anni ci sono state 32 mila denunce conclusesi con 1.200 arresti. Nel solo settore della moda sono stati sequestrati, sempre nel 2008, 12,6 milioni di prodotti contraffatti, con un aumento del 50% rispetto al 2007 e gli arresti sono passati dai 500 del 2007 ai 700 del 2008 e ai 212 dei primi due mesi del 2009. Un italiano su tre ha dichiarato di avere acquistato un prodotto contraffatto negli ultimi 2 anni. Tra i 18-34enni la media sale al 39%. Il motivo principale che spinge all’acquisto tarocco è la convenienza del prezzo (nel 50% dei casi), mentre per il 10% quella del falso è una via obbligata. Tra uomini e donne, i comportamenti di acquisto si differenziano così: i primi si orientano su occhiali (23% contro 19%) e scarpe (17% contro 11%); le seconde verso magliette, camicie e jeans (40% contro il 29%), borse (38% vs 20%) e cinture (22% vs 20%). Nel settore moda in Italia nella top ten della contraffazione al primo posto c’è il Lazio col 28% seguito da Campania (19%), Lombardia (16%) ed Emilia Romagna (8%). Nella classifica dei marchi più contraffatti al primo posto c’è Fendi (26%), poi Vuitton (19%), Prada (5%), Chanel, Adidas, Alviero Martini e Burberry (al 4%). PANAMA DA CITTÀ INVECE DEGLI OCCHIALI Il cappello di paglia da portare in città, accessorio moda indiscusso dell\'estate, ha soppiantato gli occhiali da sole. È quanto dicono gli esperti di tendenze in Francia, e il settimanale Le Nouvel Observateur parla già di una nuova forma di eleganza. Rilanciato dalle star del cinema e della moda, da Pete Doherty a Brad Pitt, dalla pin up Jessica Alba alle top-model Elle MacPherson e Kate Moss, immancabile sulle passerelle, la versione 2009 del cappello, il cosiddetto panama, disimpegnata e unisex - viene proposta su abiti lunghi o su jeans e t-shirt - lo allontana dall\'ideale «borghese» di un tempo. Per Vincent Gregoire dell\'agenzia di stile Nelly Rodi a Parigi «è l\'alternativa agli occhiali da sole, una forma di eleganza più naturale, che rinvia alla nostalgia del passato quando la classe era legata alla raffinatezza piuttosto che all\'esibizione di un logo». «Il cappello di paglia è il best seller dell\'estate 2009», assicura Sylvie Pourrat del Salon Premiere Classe di Parigi, il Salone internazionale dei creatori di accessori per la moda. E quest\'inverno, assicura, sarà ripreso anche in feltro. «Se i cappelli dell\'anno scorso erano spesso colorati, la tendenza di quest\'anno è in paglia naturale. Le marche di moda ne propongono anche a basso prezzo in sisal, una carta particolarmente morbida», osserva Dauphine de Jerphanion, responsabile stile del reparto accessori al grande magazzino parigino Bon Marchè. Le parigine sono tuttavia restie a indossarlo: «se a Barcellona o a Berlino non è un problema passeggiare con il cappello - aggiunge Gregoire - le parigine ancora non osano». TELEFONINI, IN GIOIELLERIA QUELLO DA 30 MILA EURO La marca svizzera di orologi Tag Heuer, filiale del gruppo francese Lvmh, venderà i suoi nuovi telefonini di lusso in una cinquantina di gioiellerie tra le più prestigiose del mondo e non nei negozi di telefonia. I cellulari Meridiist costano da 3.400 a 30.000 euro per il modello tempestato di 1.232 diamanti, e sono realizzati in acciaio ipoallergenico, lo schermo è in vetro di zaffiro e hanno un\'autonomia di sette ore. Per testarne la solidità prima di essere commercializzati vengono fatti cadere per sette volte da 1,80 metri d\'altezza, rinchiusi in una lavatrice con la sabbia, esposti a dosi massicce di raggi ultravioletti, immersi in un ambiente pieno di umidità e sottomessi a choc termici estremi, con temperature fino a -40 gradi. Rispetto al BlackBerry e all\'iPhone, sui Meridiist non si possono consultare le e-mail. Tag Heuer funziona sulle bande Nokia, che aveva già lanciato con successo anche il telefonino di lusso Dior (altra filiale di Lvmh). A prezzi più abbordabili anche altri giganti del lusso si erano lanciati nel mondo della telefonia mobile come Prada, che si è associata al coreano Lg, Dolce&Gabbana con l\'americano Motorola, Armani con il coreano Samsung. PONZA FA TENDENZA Per lui occhiali stile Jackie Kennedy, grandi e tondeggianti, meglio se firmati Gucci. I turisti maschi che affollano Ponza prediligono i bermuda con camicie a scacchi, la sera maglioncini «tartan» che fanno tanto scottish. Si badi bene, la tendenza vale solo per i turisti non palestrati. Quelli muscolosi, amanti del fitness e dei tatuaggi vanno in giro rigorosamente senza niente addosso, perlomeno nella parte superiore. Petti nudi e mai (orrore) villosi e pantaloni lunghi fino al polpaccio, preferibilmente bianchi. Per le donne cappellino stile alpino, pantaloncini jeans che lasciano scoperte metà natiche (si sa che veline, velette e velone sono spesso proprietarie di un lato «b» più che apprezzato dagli uomini) e soprattutto stivaletti di pelle, che vanno tanto di moda e non se ne capisce il motivo, dal momento che le proposte degli stilisti solo raramente offrono calzature di questo tipo che possano definirsi di classe. A Ponza, al posto delle ciabattine da mare, più opportune, si vedono in giro stivaletti di ogni foggia. I peggiori? Quelli bianchi con le frange. Le turiste straniere (qualche americana) appoggiano gli stilisti emergenti di casa propria, Rebecca Taylor in testa. Agli stivaletti non rinunciano neanche loro. UNA BORSA PER CIASCUNO I social network fanno proseliti e ispirano idee creative che possono fare la differenza. Soprattutto per le donne. Ispirandosi a Facebook, che regala l\'ebbrezza della celebrità e del protagonismo conviviale, il sito «Facebags» offre l\'opportunità a tutte le donne di crearsi la loro borsa dei desideri personalizzata senza limiti alla fantasia e soprattutto senza standard dettati dai guru della moda. L\'idea è di Gabriella Desario, romana di 43 anni, creativa doc, con studi all\'Istituto europeo di Design, cresciuta nelle grandi sartorie di teatro e spettacolo, con una lunga gavetta nella storica sartoria teatrale Tirelli, costumista per anni al festival di Spoleto, che ha creato il sito www.facebags.it dove a nove tipologie femminili, dalla vanitosa alla glamour passando per la sportiva, è collegato un modello di borsa, che può essere modificato a piacimento dalle clienti virtuali, tra materiali, colori, design, dettagli, accessori, decorazioni, strategie del look. Il tutto realizzato a mano da un laboratorio artigianale di Roma, in zona Torrevecchia, secondo tecniche e metodi della più autorevole tradizione. E come tutto ciò che naviga in rete, una volta prenotato il modello finale, arriva a casa via posta. «L\'idea è nata dal fatto che c\'è una forte tendenza da parte delle persone a unirsi in gruppo - racconta Gabriella Desario - La moda oggi tende a imporre la personalità di chi crea. Io invece parto dall\'esperienza di teatro, dove si costruiscono i costumi intorno al personaggio. Ogni donna è un tipo e come tale va accontentata». DONNE AL TIRO Al poligono a tiro ora «comandano» le donne. Il cinema fa scuola, mentre in tv con le serie televisive come «Distretto di Polizia» si è confermata la tendenza. È uno sport che non vive sotto i riflettori anche se molte donne lo mettono prima di tutto. Imprenditrici, casalinghe, agenti di commercio, studentesse universitarie, vip e non solo trascorrono anche due ore alla settimana al poligono di tiro, dove pistola alla mano e cuffie sulle orecchie cercano di fare centro. A Roma dal 1883 esiste uno dei più vecchi tiro a segno nazionali (dove sono stati realizzati anche quattro campionati mondiali). Meta di molti vip e di donne a una distanza di 50 metri pronte a cogliere i 30 bersagli. Una passione che è diventata una moda. La dimensione del bersaglio cambia a seconda se si esegue il tiro in piedi o proni: un diametro di 45 mm per il tiro a terra e di 115 mm per il tiro in piedi. L\'atleta può scegliere la linea dalla quale sparare nella gara individuale, in tutte le altre deve allinearsi, secondo i dovuti accorgimenti previsti da un rigido regolamento. A Brescia, invece, sono due donne a guidare il più grande poligono al coperto d\'Europa. Una vera cittadella del tiro: una grande armeria con pistole, fucili e carabine di ogni tipo, accanto a uno show room di abbigliamento e accessori per il settore, una zona riservata alle armi da collezione (che possono costare sino a 30/40 mila euro a pezzo), un ristorante e un’ altra parte di poligono sotterraneo. Largo uso di tecnologie: dal sistema di ventilazione-aspirazione-filtro per catturare i fumi degli spari, all’ impianto antincendio, ai bersagli semoventi che si possono piazzare, schiacciando un pulsante. La mania dilaga anche se ancora non ragigunge i livelli degli Usa dove sono sempre più i corsi per sole donne e gli articoli realizzati ad hoc per questa disciplina sportiva. ESTER MIELI NON CI SI SPOSA PIÙ COME UNA VOLTA Just married. Sì, ma al risparmio. Il matrimonio diventa low cost: abiti su eBay e foto con macchine usa e getta. Da organizzare a tutti i costi, ad ogni costo. I budget da destinare al giorno del sì sono sempre più ridotti così ecco abiti poco farzosi. E se fino a non molto tempo fa l\'abito si usava solo il giorno del matrimonio, ora c\'è chi propone modelli riutilizzabili almeno in parte, ad esempio per alcuni accessori. Il bustino s\'abbina così ai jeans e il completo per lui è adatto anche per il lavoro. Il bianco, poi, non sembra più essere un dogma. Torna il colorato. Nella lista di nozze oggetti utili e il viaggio da sogno. E c\'è chi sceglie un bed and breakfast sul mare. Così le partecipazioni diventano fuori moda. Ora meglio le mail. Come ha fatto l\'ex ministro alle Politiche giovanili e allo Sport Giovanna Melandri, che pochi mesi fa è arrivata all\'altare con un abito verde acqua e qualche fiore tra i capelli biondi. Un po’ easy chic. I coraggiosi, quelli che hanno deciso di sposarsi nonostante la crisi, hanno dunque lavorato di fantasia, riuscendo a sbalordire amici e parenti e a ridurre la nota spese anche del 50 per cento. Per il pranzo va benissimo l\'agriturismo o un parco, con poche portate e qualche drink a persona. Allo champagne si sostituisce lo spumante, ma solo per il brindisi. Se poi si sceglie un giorno infrasettimanale il prezzo è ancora più basso. Le bomboniere scompaiono, semmai qualche confetto da prendere con il cucchiaio prima di andare via. Di buon augurio. Easy Jet lancia, invece, l\'idea di celebrare matrimoni in volo. Proprio come accade durante una crociera o un’immersione subacquea, un sì detto ad alta quota ha il suo fascino. Ma non è ancora detto che si possa fare. La compagnia low cost sta infatti verificando che anche i piloti abbiano i requisiti per officiare le nozze. In attesa di conoscere l\'esito della ricerca e certa del successo dell’iniziativa, Easy Jet ha già pensato a tutto. I futuri sposi potranno convolare a nozze sulla tratta Milano-Parigi, a un\' altezza di 1000 metri, e poi andare direttamente in luna di miele nella città più romantica del mondo per eccellenza, prenotando l\'albergo direttamente dal sito della compagnia. Una cosa resta invariata: la fede. D\'argento o oro, non tramonta mai. TRIONFA L’UOMO ECOCHIC Ecocompatibile ed ecosolidale, soprattutto tecnologico. L’uomo del 2010 sarà eco-chic, viaggiatore incallito, instancabile globetrotter per vocazione e necessità. Un pO’ nomade, un pO’ bohemien, meravigliosamente dandy. Libertario, ottimista, nonostante la crisi e la recessione in atto. Una sorta di nuova filosofia esistenziale. Un nuovo modo di vivere più semplice, più autentico, rigenerante, anche attraverso l\'abito. E se i rampolli delle grandi famiglie europee e americane (Kennedy, i Goldsmith, i Gaetani Lovatelli dell\'Aquila d\'Aragona, il principe Carlo d\'Inghilterra) tifano, ormai da anni, per una cultura biologica, per la salvaguardia dell\'ambiente, anche la moda interviene con proposte mirate e colori naturali. Il grigio, l\'indaco, il beige, il bianco, il verde, il coloniale e il kaki ma anche il giallo, il turchese e il verde. Debuttano sul mercato lini e canape per giacche «up date» da gentiluomo di campagna, ma anche lane riciclate, cotte e tinte con il fango, il curry e la ciliegia. Tra non molto anche con la ginestra e l\'ortica resa morbida e duttile. Si rifà ad antiche tecniche adotatte dai monaci benedettini nel XIV secolo la realizzazione di sacche da viaggio firmate Ferragamo, mentre Ermanno Scervino ha adottato un\'intera oasi a Siwa, in Egitto, dove lavorano abili ricamatrici. «Moda sotto il segno dell\'ecocompatibilità che ha portato a cambiamenti storici e generazionali - spiega Stefano Dominella, presidente di Gattinoni e consigliere della Camera nazionale della Moda - Non soltanto in ambiti di gusto e trend, ma anche occupazionali. Rivoluzioni che sempre più coinvolgono il mondo delle imprese tessili, dell\'industria manifatturiera. Sono convinto - prosegue - che il rilancio del made in Italy debba partire proprio dai tessuti, forte di una storia che vanta oltre 60 anni di tradizione e qualità». CHIARA BRUNOIL DIRETTORE DI VOGUE «MODELLE PIÙ GRASSE CON IL FOTOSHOP» L\'ultra-magro non va più di moda. Il look emaciato, con le ossa che sporgono fuori dal corpo, braccia e gambe sottili come stecchini, volto scavato, pare giunto al capolinea. Lo dice Alexandra Shulman, da vent\'anni direttrice dell\'edizione britannica di Vogue, una dei guru più ascoltati dagli stilisti. Lo scrive in una lettera di protesta ai più famosi fashion designer, affinché smettano di produrre abiti che solo una donna ai confini dell\'anoressia è in grado di indossare. E lo fa con una rivelazione: per la prima volta, le riviste di moda usano fotoshop, il programma di fotoritocco, per far sembrare le modelle più grasse anzichè più magre. NUOVI ARRIVI ENTRO IL 2010 IL TELEFONINO-COCCODRILLO La griffe di moda Lacoste si lancia nella telefonia mobile e crea il primo cellulare Lacoste che sarà sul mercato entro l\'anno prossimo. La nota marca francese «del coccodrillo» - già presente nel settore abbigliamento, casa e accessori - vuole così accompagnare i suoi clienti al di là di uno stile di vita «verso un modo di vita». Per il suo cellulare il gruppo Lacoste S.A. ha firmato un partenariato con ModeLabs Groups, specialista della telefonia mobile di nuova generazione, mentre il modello è stato concepito su misura da Christophe Pillet, direttore del design da Lacoste. L’INTERVISTA A OTTAVIO MISSONICome è diventato Ottavio Missoni? «Non so cosa voglia dire Ottavio Missoni. Amo la vita ho amato tanto lo sport e mi sono interessato di moda». In azienda ha fatto tutto da solo? «Devo tutto a mia moglie ed ora anche ai miei figli. Per il lavoro in azienda noi, tutta la famiglia continuiamo a fare da soli. Io disegno delle linee, a volte assemblo colori, all’organizzazione aziendale ci pensano i miei figli. Ormai sono loro che mi dicono quello che deve fare». Cosa ama davvero? «Preferisco la campagna dove vivo, Sumirago, mi piace occuparmi dei fiori, continuo a leggere tantissimo una volta ancora di più. Ricevo sempre stimoli da tutto e da tutti». A scuola era bravo? «Mia mamma con i due figli piccoli Attilio ed io ha sempre fatto una scelta speciale. Non sono mai andato a scuola, mia mamma diceva che i bambini hanno bisogno di dormire. Una donna straordinaria, non mi ha mai chiesto nulla, nemmeno un bicchiere d’acqua». Ed è arrivato a Milano quando? «Sono stato a Zara fino all’età di 39 anni e poi a Milano proprio per fingere di studiare, la mia passione era lo sport. Ho partecipato alla nazionale italiana di atletica leggera e sono stato campione dei 400 metri». Ha sofferto anche la guerra? «Nel ’42 fui catturato dagli inglesi e restai in Egitto per 4 anni. Una esperienza indimenticabile. E ho conosciuto e visto tante cose della vita». Tanti scrittori? «Non so scrivere ma ho molti amici scrittori come Claudio Magris, Gianni Zelici. Leggo con interesse sempre i loro libri». E la moda? «Era il 1947 e ho fondato una piccola ditta dopo aver comprato la macchina per filare alle zie. Abbiamo prodotto tute e maglie utilizzate dalla squadra italiana alle olimpiadi di Londra del ’48. E proprio a Londra ho conosciuto la donna che avrebbe cambiato la mia vita, Rosita. Nel 1953 l’ho sposata. E a Gallarate nella nostra casa abbiamo allestito un laboratorio di maglieria. Sono nati i figli Vittorio, Luca e Angela che ora lavorano a tempo pieno in azienda». Cosa è l’eleganza?«L’eleganza è una questione di armonia». ORTO FAI DA TE C’era bastato quell’abbraccio per la prima volta nella sua vita pubblica (in quella privata non ci è dato sapere) per capire che tra la Regina Elisabetta II e Michelle Obama era scoccato l’«amore». Dall’aprile scorso il feeling è continuato a distanza sino alla visita della first lady americana a Buckingham Palace con le figlie Malia e Sasha. E chissà se Michelle, in quell’occasione, non ha avuto la notizia in anteprima dalla stessa Regina dell’inaugurazione di un orticello ricavato nei 16 ettari di giardini reali. Sarebbe stato un segno ulteriore dello stretto rapporto tra le due donne, dal momento che la moglie del presidente degli Usa è stata pioniera. Da mesi, infatti, nel giardino della Casa Bianca, c’è un orto biologico. Pomodori, carote, patate e fagiolini ora spunteranno anche nei giardini di Elisabetta d’Inghilterrra in quell’«orticello di guerra» che, nei moderni tempi di crisi, fa ripensare alla campagna «Zappa per la vittoria», lanciata dal governo inglese durante la Seconda guerra mondiale. Londra, bombardata dai tedeschi, riuscì a produrre 1,3 milioni di tonnellate di verdure e ortaggi per mano dei suoi sudditi e questo bastò per dimezzare le importazioni che arrivavano via mare. Il messaggio è chiaro: coltivate in casa. Non solo una moda, quindi, ma un invito preciso a reinventarsi agricoltori-casalinghi. Difficilmente vedremo Sua Maestà con le mani nella terra, ma l’esempio delle first lady può avere i suoi vantaggi (ammesso che si sia muniti di almeno un piccolo balcone). È provato: coltivare in proprio fa bene all’autostima perché vuoi mettere un pomodoro colto dalla propria piantina, curata con amore, piuttosto che uno prodotto chissà dove? Stare a contatto con la natura rilassa (soprattutto per chi corre tutto il giorno e usa troppo la testa) e fa pure risparmiare perché le spese da sostenere sono bassissime rispetto all’acquisto al mercato o al supermarket. La Coldiretti se ne faccia una ragione e ci permetta di fare gli orti nostri. KATIA PERRINILE SUOLE DELLE CELEBRITYNASCONO A FIRENZE Nascono a Firenze le suole in cuoio più ricercate dalle grandi case di moda per realizzare le loro scarpe, anche quelle destinate ai vip. Le produce il suolificio Magonio di Montelupo Fiorentino che compie 50 anni ed è diventato punto di riferimento nel panorama internazionale delle calzature di lusso grazie a griffes come Ferragamo, Gucci, Prada, Burberry, Chanel, Christian Dior, Jimmy Choo ed altri. Tra chi di recente ha calzato scarpe con suole Magonio figurano la «first lady» americana Michelle Obama, che il giorno delle elezioni presidenziali Usa aveva scarpe della linea Jimmy Choo, e l\'attrice Jennifer Aniston con il look Ferragamo. Patron dell\'azienda è Alessandro Piccini, che guida Magonio dal 1959 e che oggi ne è al vertice insieme a Carlo e Sandra Piccini, Stefano Palazzi e Massimo Guarguaglini. Oggi Magonio conta 43 dipendenti e produce suole per circa un milione di paia di scarpe all\'anno. L\'azienda si distingue per eccellenza creativa e know-how tecnologico. WANDA FERRAGAMO, «TRAMANDARE IL SAPERE GIOVA AL MADE IN ITALY» «Le aziende hanno il dovere di tramandare ciò che hanno fatto per mantenere vivo quel saper fare che ha reso grande il Made in Italy». Lo ha dichiarato Wanda Ferragamo, presidente onorario del Gruppo Salvatore Ferragamo Spa, intervenendo in occasione della presentazione dei lavori del seminario di studi «Archivi della moda del Novecento», ospitati nella sede della sua maison. «Fin dagli anni del suo esordio negli Stati Uniti - ha aggiunto - Salvatore Ferragamo aveva sentito il bisogno di raccogliere i suoi pezzi più importanti, articoli di giornale e foto, per lasciare una testimonianza. Anni fa mi capitò per le mani un articolo del 1926 di un giornale di Los Angeles, in cui lui esprimeva la sua voglia di andare in Giappone per studiare le forme dei piedi delle persone di quel paese. Infatti poi creò le sue scarpe speciali, ogni numero di scarpa con quattro forme diverse (A, B, C, D) e fu un successo. Ritengo, perciò, che questo progetto di recupero e archiviazione del patrimonio della moda italiana sia una iniziativa splendida e preziosa per i giovani».DUE CODE AL POSTO DI UNA Si chiama «extail» (derivato di extention) la nuova tendenza. Sono due code di capelli veri, che si applicano con estrema semplicità collegate da una fascia. Oltre a proteggere i capelli da sole, salsedine, sabbia e vento, danno volume e la testa è sempre ordinata. Nata dalla fantasia della stylist Giusy Giambertone, trae ispirazione dal mare, ricordando le reti dei pescatori. Imprigiona i capelli e ne sprigiona di nuovi lunghi, morbidamente ondulati, proprio come le onde del mare. Accessorio versatile, dove l’unico limite è la fantasia di chi lo indossa, c’è anche nella versione baby, dai 6 anni in su, per poter imitare la mamma. LA BARBA PIÙ FAMOSA Quesito: la barba fa storia? C’è più fascino, più potere per chi la porta? «Grande barba uguale pidocchi, non cervello» ammoniva un anonimo aforista greco. Ma Federico Barbarossa sarebbe stato incoronato dal papa imperatore del Sacro Romano Impero senza quella faccia incorniciata? Ci scusino i compulsatori di documenti, i topi di biblioteca e d’archivi. Ma forse non è futile l’interrogativo se s’allarga alla fama a posteriori, alla molla che una volta per tutte imprime un volto nell’immaginario collettivo. Così un sondaggio condotto da Focus Storia - il mensile Gruner+Jahr/Mondadori - stabilisce che è di Karl Marx la barba più famosa della storia. Vince col 35%. Seguono nell’ordine quelle di Gesù (27%), Charles Darwin (20%), Fidel Castro, (6%) Abramo Lincoln ex aequo con il gruppo rock ZZ Top (4,4%), Pavarotti (2), Rasputin (1) e Dickens (0,2). È vero, il filosofo tedesco è di moda in questi tempi di messa sotto accusa del capitalismo viziato dalle ingegnerie finanziarie. Idem per Darwin (20 per cento) rilanciato in tutte le salse nell’anno del bicentenario. Ma perché mettere nella griglia di partenza Dickens (0,2 per cento) e non il pizzetto bianco di Giuseppe Verdi? Il sondaggio non ha alcun valore statistico, in quanto non è basato su un campione elaborato scientificamente, spiega la rivista. Vuole solo dare la possibilità di esprimersi sui temi dell’attualità. Allora chiediamo noi al filosofo Dario Antiseri: chi metterebbe in cima alla lista? «Sarebbe meglio un sondaggio che si interessasse delle teste, invece che delle barbe», ammonisce. E poi «La testa migliore? Quella di Cristo, per i valori che ha trasmesso». Simona Marchini, attrice, regista, animatrice culturale, gallerista, eccetera: «Scelgo pizzetto e baffi di D’Artagnan. Lui era arguto, coraggioso, avventuroso e cavalleresco, da piccola mi faceva sognare. Bello Rigoletto con la barba, inevitabile non radersi per i baritoni e i bassi, sempre nelle vesti di personaggi paludati. Pavarotti, tenore, faceva eccezione. e ci piaceva così». Non ha dubbi Gino Agnese, presidente della Fondazione Quadriennale e massmediologo: «Voto per la barba di Noè. Simbolo del primato maschile. Segno di carisma. Perfino le faraone, le Cleopatre, l’avevano. Finta». Ma la barba è di destra o di sinistra? «Di sinistra se è incolta. Vedi Scalfari, vedi Fidel Castro e i suoi barbudos assiepati nella Sierra Maestra per fare la festa a Batista. Ma se è modellata, diventa di destra». L’esempio in casa nostra: la barbetta a pentagono del ministro La Russa.

 



CULTURA CONTRO I LUOGHI COMUNI – BRAILLE NEWS 22.08.09

 

IL RACCONTO DELL’ESTATEDECAMERONE NEL VERMONT Era stato faticoso, il biennio 1979-80. È vero ch\'era stato illuminato, in luglio, dalla nascita di Anna Maria, la quarta delle mie figlie. Ma in quello stesso anno avevo perduto uno dei due parenti più cari, lo zio materno Roberto. Poi, tra il gennaio e l\'aprile, erano venuti a mancare l\'uno dietro l\'altro, come càpita spesso a chi si è voluto bene, mio padre e mia madre. Le cose all\'Università non andavano bene. Avevo congelato anni ed anni redigendo un indigeribile mattone sulle radici della cavalleria medievale che mi aveva impedito di scrivere altro, ciò che serve a vincere i concorsi, e che non trovava un editore. Ero candidato a un concorso per professore ordinario di storia medievale, ma i rumors mi davano perdente. Ce n\'era abbastanza per "entrare in depressione", come si dice. Forse anche per questo decisi di spedir moglie e figlie al mare e di cambiar aria per un po\'. Ero insegnante a contratto nella sezione fiorentina di un\'università del Vermont, il Middlebury College: e mi era già capitato di passare qualche mese nella sua Summer School, fra i boschi e i prati che piacevano tanto anche a Soljenitzin, in un "triangolo magico" del New England, fra Québec, le cascate del Niagara e New York. Anche quell\'anno, al College si erano ricordati di me. Avrei dovuto spiegare il Decameron di Boccaccio a una cinquantina di studenti di italianistica (molti d\'origine italiana). M\'aspettavo un\'estate tranquilla. Magari un po\' noiosa: lo svago più interessante era andare al villaggio vicino, dove alla domenica mattina c\'era la messa cattolica, quindi la colazione al vecchio mulino - un posto da "ultimo dei mohicani" -, al pomeriggio un paio di sale cinematografiche e la sera due o tre pub niente male. Poi, al giovedì, il ristorante locale serviva i lobsters arrivati freschi dal Maine; e a metà estate c\'era da organizzare la festa con la rappresentazione del Midsumnmer Dream di Shakespeare. Insomma, se il Paradiso somiglia al New England (e non lo escludo), quello era il Paradiso. Mi aspettavo solo di annoiarmi un po\'. Al contrario, fu un\'estate movimentata. Il corso doveva durare tre mesi: lezioni al mattino e al pomeriggio dal lunedì al venerdì, riunione organizzativa ogni sabato mattina. La mia introduzione sarebbe durata due settimane: nelle dieci settimane seguenti, si sarebbe dovuto leggere tutta l\'opera, una novella al mattino e una al pomeriggio. Al sabato, si leggevano le relative "cornici". Un lavoro massacrante. L\'autentica sorpresa furono gli studenti. Divisi in dieci gruppi (tanti quanto i narratori delle novelle) a capo di ciascuno dei quali c\'era un leader. Nel capolavoro del Boccaccio, i narratori sono tre giovani e sette donne. I leaders si calarono perfettamente nella loro parte: c\'era un Panfilo alto, bello, sicuro di sé, che giocava bene anche a rugby; c\'era un Filostrato pallido, magro, sempre innamorato e mai corrisposto; un Dioneo scanzonato, d\'origine campana, di cui si diceva passasse con disinvoltura da un letto all\'altro delle studentesse e anche di qualche ancor piacente professoressa. Le ragazze erano ancora più incredibili: una solare Pampinea, abbigliata in botticelliani abiti giallo-oro o arancione, che ricordava Kim Novak; una sensuale Fiammetta dai capelli bruno-rame e dagli occhi verdi, che quando ti guardava piegando leggermente la testa ti faceva arrossire; una Neifile esile, capelli nerissimi e pelle di luna, che veniva dall\'Idaho e suonava il pianoforte come solo la sua origine russa poteva averle insegnato a fare. Scoprii con moderata sorpresa che, fino ad allora, del Decameron non avevo capito quasi niente: era come se lo leggessi la prima volta. Ora, con l\'aiuto di quei fanatici, mi si schiudeva un mondo di tesori insospettati. Comprendevo il sottile gioco dei rapporti simbolici tra i personaggi e i racconti, distinguevo la "storia interna" della compagnia dei narratori, che il Boccaccio finge di descrivere svagatamente e che invece disegna con mano ferma. Poi c\'erano gli annessi novecenteschi a quel "romanzo per novelle" del Trecento. La rivalità, le ripicche, gli amori, le risate. Siccome i gruppi si chiamavano con i nomi dei dieci narratori e all\'interno di ciascuno di essi i singoli studenti si erano dati per distinguersi un numero progressivo, si veniva a sapere che Dioneo 3 ed Emilia 2 si erano bisticciati e lasciati, che Filomena 4 impazziva per Filostrato 5, che Elissa 2 non aveva preparato la lezione perché il giorno prima era stata a ballare, che Panfilo 5 si era strafogato di hamburgers e birra la sera prima e ora stava male. Quasi trent\'anni dopo, ogni tanto mi arriva qualche cartolina di quei ragazzi, intanto divenuti professionisti o manager, qualcuno militare. Ero stato in Afghanistan ai primi degli Anni Settanta, e ne avevo parlato a proposito delle novelle orientali del Boccaccio: un ex-studente del Kansas, ora colonnello di fanteria, mi ha scritto qualche mese fa da Kabul dicendomi che ormai è tutto distrutto, che la gente li odia e che lui non riesce a far loro capire che invece li ama: e che li ama anche perché ricorda quel che io raccontavo di quei montanari dalle lunghe barbe, della loro allegria e generosità. Il colonnello porta un nome che non avevo mai imparato: ma si è firmato Panfilo 2, e mi sono subito ricordato di lui. Un\'estate indimenticabile. Ma non chiedetemi se mi ero preso una cotta per Pampinea. Questi sono fatti miei. FRANCO CARDINIA COLPI DI SPADAFERRO TIZIANO IL POP CRISTIANO C\'è un cantante di sentimento cristiano che spopola tra i ragazzini. E non solo. Di sentimento cristiano e cioè di sentimento italiano popolare, perché le sue canzoni parlano di perdono e di ripresa sempre. Di stupore e di dono. C\'è un cantante pop, di sentimento cristiano e di grande talento musicale e testuale che sta facendo cantare l\'Italia e l\'America Latina e che si sente ovunque. Con le sue ballate sincopate o con veri e propri giochi e speciali artifici tra musica e testo ha ridato dignità al pop italiano, infrangendo le barriere tra cantautorato colto e impegnato e musica per tutti, senza accodarsi in difficili per quanto meravigliose, irripetibili vascorossiane vie al rock italiano, e senza scopiazzare mettendo in bella copia le genialità di blues o rock altrui, come fanno Ligabue o Zucchero. Ammalia controbattendo con la voce sul ritmo profondo del cuore, del sesso, del passo, proposto con grande sapienza nelle sue canzoni. Trattiene e poi spinge. E ogni tanto si lascia andare. Scrive testi o li canta come dopo una lunga ruminazione. Dopo che hanno preso le tinte del cuore e della vita. I testi hanno trovate, e una ricchezza di senso che preme sotto slittamenti e metafore. Una densità che non è mai oziosa, ma vitale. Ha recuperato icone pop come la Carrà e sente il futuro nei brividi dei nostri figli. "La notizia sono io"- come dice in una sua canzone, poiché notizia è l\'anagramma del suo nome. Sì, la notizia musicale culturale è lui. Si chiama Tiziano, e di cognome Ferro. Davide RondoniL’AMORE SCALDA IL CUORE SOLO SE È DISINTERESSATO La puttana del potente è una figura che non tramonterà mai. Perché il potere può eccitare la personalità, l\'ego, ma in fondo è freddo. Non scalda quanto il corpo di una ragazzina. Il vecchio Re Davide, fondatore di Israele, grandissimo profeta, autore dei Salmi, divenuto potentissimo e anziano, volle che nel suo letto ci fosse Abisaig, la ragazza che lo scaldava. Perché il potere no, non scalda né il cuore né il corpo. E la vita senza calore diviene un inferno ghiacciato come quello dantesco. Non è vero che, come dicono in Sicilia, dove di calore ne hanno da vendere: comandare è meglio che fottere. Lo possono dire i Siciliani che fanno l\'amore con una tale soavità, come se fosse un semplice passaggio in più di tale loro naturale, saporoso calore. No, a parte i nostri fratelli siciliani, solo un uomo già morto dentro può scaldarsi più per il potere che per la lussuria. Il quale, sia detto subito, il grande Eliot vide come gli unici Dei che avrebbero prosperato nel \'900: usura, lussuria, potere. Ci prendeva, il poeta. Mentre altri, poveracci, pensavano che il grande Dio sarebbe divenuto lo Stato. Che forse usavano come maschera per dire "nostro potere". Ma il caldo non è mai collettivo. E infatti si ammazzavano pure quelli tra loro, o si facevano fuori politicamente usando le puttane-spia. La fellatio e lo yen muoveranno il mondo; più o meno così profetizzò Kurt Vonnegut, lo scrittore. Cosa sia successo a Palazzo Graziali non ci interessa. Il Premier va a letto con una bella ragazza? Fatti loro? Lei lo fa per soldi? Poveretta. Lui lo sa? Poveretto. E stop. Nel paese dove centomila fuochi di prostitute sono lungo le nostre strade sarà la notte di Palazzo Graziali a fare problema? Tra l\'altro pare che la Patrizia non sia stata nemmeno pagata. Il solito politico scroccone. Ma scandalizzarsi come fanno i giornali che nel frattempo nelle loro pagine culturali esaltano i libri hot scritti da prostitute o da ninfomani fa solo sorridere. Il problema sarebbe da affrontare dal punto di vista giusto. Che è quello del freddo, del niente che ci scalda abbastanza. E mentre i media nutriti di gossip fino all\'orlo fanno ora prediche da mormoni, altro che estate bollente. Un grande freddo si stende sul nostro povero paese. Vediamo perché. Finalmente facciamo cultura, partendo dal letto sfatto del potente. Leggiamo lì il freddo che ci prende tutti, chi non lo sente alzi la mano, e che vorremmo mandar via dalla vita, chi con le donnine, chi con il potere, chi con strane dedizioni… Il grande freddo del bel paese del sole. Il grande freddo del paese del bel canto. La puttana del potente di turno, con qualsiasi iniziale cominciasse il suo cognome, è stata di volta in volta la tv, la cultura, le gerarchie di vario genere, la classe industriale, la classe sindacale. Tutte puttane fredde. Che allagano il potere ma non il cuore, o meglio, l\'illusione del cuore. Perché ciò che scalda veramente è la gratuità. L\'amore gratuito. Quel che gli somiglia produce somiglianza di calore. Che svanisce subito, e lascia vane tracce. Ma dov\'è l\'amore gratuito? In quali condomini abita? In quali tinelli? In quali stanze da letto, o in quali cucine? Dove troveremo un po\' di calore che ci faccia ricordare cosa è la vita? DAVIDE RONDONIA COLPI DI SPADAFEMMINISTE A SENSO UNICO La ragazza marocchina di 17 anni che viene picchiata a sangue dai genitori perché non torna a casa all\'orario stabilito è una notizia che ormai non fa più scandalo. Purtroppo. Fa specie che mentre l\'italia è tenuta in ballo da una signorina Patrizia - disposta a vendersi - a cui il premier ha probabilmente scroccato una notte di sesso, non si odano in un caso e nell\'altro strepiti da qualche associazione femminista, in difesa della dignità della donna: nel primo caso, per l\'elementare diritto a non essere trattata secondo tradizioni arretrate (anche se i giudici hanno pensato il contrario). Nel secondo per la difesa della categoria intera delle donne che da certi eventuali atti (del premier come della signora Patrizia) si vede danneggiata. Ma il femminismo in Italia ormai è un vecchio armamentario usato da tromboni. O una forza che non ha saputo rinnovarsi culturalmente e ha finito per naufragare nelle secche di una stretta osservanza ideologica quando di una sempre più stanca militanza a senso unico. D.R. DAL GUSTO DELL’AVVENTURA NASCE LA CRATIVITÀ GIOVANILE Anche se può sembrare strano o ingenuo, devo confessare che nel mio lavoro di insegnante di liceo non avevo mai pensato alla forza trascinante del teatro, eppure è fin troppo evidente. Ma è così che spesso vanno le cose, finché non si fa un’esperienza concreta, il significato teorico e il valore di quella esperienza non si riesce a capire a priori, a livello meramente teorico. E così oggi, dopo l’esperienza del 25 e 26 maggio, le due date in cui insieme a quindici studenti abbiamo messo in scena un testo ispirato all’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, «Sunset Limited», mi trovo a fare mie la riflessione di Sam Gamgee, commovente personaggio del Signore degli Anelli, che così si rivolge al suo padron Frodo nel momento più cupo della storia: «Noi non saremmo qui, se avessimo avuto le idee un po’ più chiare prima di partire. Ma suppongo che accada spesso. Penso agli atti coraggiosi delle antiche storie e canzoni, signor Frodo, quelle ch’io chiamavo avventure. Credevo che i meravigliosi protagonisti delle leggende partissero in cerca di esse, perché le desideravano, essendo cose entusiasmanti che interrompevano la monotona della vita, uno svago, un divertimento. Ma non accadeva così nei racconti veramente importanti, in quelli che rimangono nella mente. Improvvisamente la gente si trovava coinvolta, e quello, come dite voi, era il loro sentiero. Penso che anche essi come noi ebbero molte occasioni di tornare indietro, ma non lo fecero». Anch’io ho avuto molte occasioni di fare marcia indietro e «lasciare per strada» i quindici studenti che avevano creduto in quel testo; anch’io se avessi avuto idee più chiare non mi sarei imbarcato in un’avventura così folle (mettere in scena, al di là e contro ogni programmazione scolastica, un testo così difficile come quello di McCarthy) ma sono convinto che con le idee, tanto più se «chiare», non si va arriva in nessun luogo, anzi non si parte nemmeno. Nessuno svago quindi, nessun divertimento e anche nessuna programmazione ma solo il gusto dell’avventura: al termine della lettura in classe del romanzo sono stati gli stessi ragazzi a chiedermi, più con gli occhi che con le parole: «Perché non lo mettiamo in scena?». E la risposta istintiva è stata: «Perché no?». Insomma, Sam ha ragione: «Improvvisamente la gente si trovava coinvolta» ed è vera anche la conclusione: «E quello era il loro sentiero». Seguirò questo sentiero che mi si è spalancato davanti e per l’anno prossimo ho già in mente altri testi da mettere in scena perché il teatro riesce dove spesso le lezioni frontali falliscono: far uscire dai nostri studenti il meglio, ed è tanto, che hanno dentro. Lo spettacolo ispirato a «Sunset Limited» lo abbiamo realizzato insieme, e mi ha colpito la creatività e l’affidabilità che questi ragazzi hanno dimostrato quando in classe spesso non appaiono né affidabili né creativi. I due unici personaggi del testo, il Bianco e il Nero, sono stati interpretati da dieci attori e questo è stato possibile attraverso la suddivisione del testo in dieci parti, per cui cinque coppie di due ragazzi alla volta si sono alternati. Ora è divertente parlare con questi ragazzi e notare che quel testo (così estremo e radicale sul tema della fede in Dio) è entrato a far parte del loro lessico quotidiano, a partire dall’incipit: «Che cosa devo fare con te, professore?» (è il professore infatti il Bianco, quello che ha le idee chiare ed evidenti, e quindi vuole suicidarsi); insomma, è bello farsi prendere in giro da chi ha appreso non la «lezione», ma tutta la ricchezza di un’esperienza vissuta in comune. ANDREA MONDANIENTE OBBLIGO NELLO STUDIO DELLA LETTERATURA Lo dicono le statistiche, e lo dice l’esperienza di chiunque. A scuola i grandi autori e i grandi testi vengono il più delle volte "uccisi" davanti ai ragazzi, che, finita la scuola, si guardano bene dal frequentarli. Il che dice di un grande fallimento. Certo ci sono insegnanti bravi, eccezioni. Ma è il momento di cambiare sistema. Per questo proponiamo che non si insegni più letteratura in modo obbligatorio nelle scuole superiori. Gli insegnanti propongano esempi di lettura all’inizio dell’anno e i ragazzi che vorranno ne seguiranno poi le lezioni. Nozioni di storia letteraria si diano entro le più generali lezioni di storia. Ma per il resto si sottragga l’incontro dei nostri ragazzi con la letteratura dall’impianto storico-idealistico venato di strutturalismo che ha compiuto questo generale eccidio. Si esca da questa grave irresponsabilità. Se il ministro Gelmini e il ministro Bondi (o i loro esperti) sono in ascolto, battano un colpo. D.R.MARIO VERDONE, PROF DI TUTTO È morto il 26 giugno a Roma Mario Verdone, storico del cinema, autore di oltre 150 opere (teatro, poesia, saggi), pittore e poeta. Aveva 92 anni. Laureatosi a Siena in filosofia del diritto con Bobbio, approdò a Roma negli anni Cinquanta, assunto al Centro Sperimentale di Cinematografia dove redigeva la rivista «Bianco e nero». Poi la carriera universitaria, da pioniere. Nacque con lui, nel 1965, la cattedra di «Storia e critica del film», conquistata con una lezione sul cinema giapponese, cattedra sulla quale si sedette prima a Parma e poi a «La Sapienza» di Roma, nella facoltà di magistero. Da professore emerito, ha tenuto corsi liberi di «filmologia» in vari atenei e in organizzazioni internazionali e le sue opere sono tradotte in molte lingue, specie in Usa. Un maestro anche all’interno della sua famiglia. Luca e Carlo, i suoi figli, sono rispettiamente un grande documentarista e un grande attore e regista. L’ULTIMO INCONTRO «In questa casa ci sto da cinquant’anni. Qui fuori, in terrazza, ci correvano i ragazzini in bicicletta». Affacciato al parapetto, spaziando con lo squardo su Ponte Sisto, gli occhi a fessura che brillavano. Così due anni fa, l’ultima volta che ho incontrato Mario Verdone. Aveva vinto l’ennesimo premio da saggista, da poligrafo, qual era. E allora andai a chiacchierare con quello che era anche stato il mio prof alla Sapienza per l’esame di storia del cinema. Verdone mi fece il tè in cucina, poi via in terrazza, fiero del nespoletto, delle sue fragole tra i vasi allineati alla buona sulle mattonelle granigliate anni ’50. I «ragazzini» dei ricordi erano Carlo e Luca, i suoi figli. E lui parlava colorito, mimando voci e gesti. Con quella cadenza toscana fortuita visto che era di padre napoletano, soldato morto in guerra, e che era nato pe caso ad Alessandria ma poi era cresciuto a Siena, la città della madre, rimasta così presto vedova. «Carlo ha imparato da me a fare le voci. Era una mania. "Voglio recitare anch’io", mi diceva. E che sai fare? "I rumori, tutti, pure quello del cesso". Che ridere. Però lo mandai a studiare da Maria Signorelli». Una casa allegra, perché più di tutti era allegro lui, il professore. Una casa che si apriva agli amici, i De Sica tra tutti. Il cinema era una passione giovanile e divenne il lavoro. Ma Mario Verdone è stato poeta, librettista d’opera, pittore, saggista, appassionato alle odi armene quanto al futurismo. «Marinetti lo conobbi nel 35, a 18 anni - mi raccontò - A Siena facevo l’ufficio stampa per la rassegna dei vini tipici. Lui sentenziò che bisognava abbinarvi un concorso di poesia bacchica, amorosa e guerriera. Ci andavo a cena e un po’ lo prendevo in giro, da goliarda. Poi cominciai ad apprezzare i futuristi e a scriverne». Di De Sica il più commovente ricordo. «Chaplin venne al Centro di cinematografia e proiettammo Umberto D. Quando uscimmo dalla sala "Charlot" non c’era. E Vittorio scalpitava per avere un giudizio del film. Tornammo in saletta. Chaplin era seduto là. E piangeva». LIDIA LOMBARDILA SACRA VALLE DEI TEMPLI Ci sono sogni a cielo aperto e la Valle dei Templi è uno di questi. Ma è un sogno concreto, storia che si tocca, pietra che respiri, il tempo mai perduto che balza in pieno sole, e gli dèi che sorridono, le colonne, i santuari, i marmi, i bronzi. Tutto questo è eternità, è il passato che, per dirla con Borges, ha le sembianze del "sempre", e se ci credi devi difenderlo con nuovo alimento vitale. Perché la bellezza è, per l’appunto, patrimonio dell’umanità. Con tanto di "imprimatur" UNESCO. E proprio l’Unesco-Italia, presieduto da Gianni Pugliesi, e la casa editrice Il Cigno hanno coinvolto Christiès, il Pio Sodalizio dei Piceni e le competenti autorità in un progetto vòlto a rialzare un gigante in pietra calcarea del IV secolo. Si tratta di uno dei Telamoni dell’Olympeion: novanta frammenti a disposizione gli restituiranno il corpo, con tutte le suggestioni che da esso si sprigionano. Ma suggestioni ed emozioni, fuse in una potente miscela seduttiva, sono sostanza identitaria di questa Valle dei Templi che il linguaggio della ufficialità definisce, appropriatamente ma un po’ freddamente, "sito archeologico", ma che sarebbe meglio chiamare "spazio sacro". Nei termini impiegati dallo storico delle religioni Mircea Eliade, che coniugano il mito, il rito, il mistero, e il loro comporsi in un paesaggio, con precise scansioni, con una speciale "geografia" dell’immagine. Quella di cui Luigi Pirandello, nato nella frazione Caos di Porto Empedocle, a pochi chilometri da Agrigento, percepiva il segno fatale, anticipando il legame caos-caso-causa che in Borges è un vero e proprio "percorso di significato". Quella a cui ritornava, come a una memoria feconda di consolazioni, Salvatore Quasimodo, quando, lontano dalla Sicilia, ne vagheggiava forme, suoni, profumi. Quella che oggi, nella Vigata che Andrea Camilleri ha "inventato" pensando a Porto Empedocle, è la "terra mare" delle incursioni ispettive, ma anche affettive, del siculissimo commissario Montalbano. Immagini, presenze letterarie e poetiche, tra le pietre, i verdi e gli azzurri. E c’è il "presente" storico-mitico, dalla fondazione della Città, Akrágas, da parte di coloni rodio-ciproti di Gela intorno al 580 a.C., alla sequenza di fioriture e splendori culturali e civili, e poi di tirannie, distruzioni e devastazioni, fino al dominio cartaginese e poi alla conquista e alla "pax" romane. Quando la Sicilia, sono parole di Catone, diventa «il granaio di Roma, la balia al cui seno si nutre il popolo romano». E c’è qualcuno che a quel seno si attacca con soverchia avidità come il pretore Verre, duramente attaccato da Cicerone per le sue malversazioni e i suoi furti "artistici" (come quello della statua di Apollo sottratta al tempio di Asclepio; non riuscì invece a impadronirsi della statua di Eracle, per la fiera reazione degli Agrigentini). Seguono i fasti imperali, la decadenza, la stagione di Bisanzio e l’avvicendarsi in Sicilia dei vari dominatori, dagli Arabi ai Normanni, dagli Svevi agli Angioini, agli Aragonesi. Tutto accoglie l’isola, tutto in sé risolve e assorbe, rielaborando culture nordiche e mediterranee, l’Oriente e l’Occidente. Oggi, in un Mediterraneo più che mai ricco di conflitti e di scontri, la Valle dei Templi, "patrimonio dell’umanità", è un’icona da potenziare. Nel segno dell’identità, ma anche della sintesi. Come identitario e sintetico è lo "spazio sacro" che, modellato in onore degli dèi, racconta anche - nei templi di Era e di Eracle, di Zeus Olimpico e della Concordia, dei Dioscuri, di Vulcano, di Asclepio - la grande avventura dell’uomo, e dunque la pace e la guerra, la forza del corpo e quella dello spirito, la forza e la solidarietà, la sapienza che investiga e la memoria che custodisce. Sette templi, sette testimonianze nel nitore dello stile dorico, che hanno subito i più svariati oltraggi dal tempo e dagli uomini, e che varie istituzioni si impegnano a difendere con lodevoli iniziative. Ma se la Valle dei Templi appartiene a uno "spazio sacro", è ben più che un reperto museale sia pure collocato in un affascinante scenario naturale: è, deve essere, e non retoricamente, vita. Memoria come futuro, nell’anno di Marinetti. MARIO BERNARDI GUARDIL’ARCA DELL’ALLEANZA L’Arca dell’Alleanza, uno dei massimi simboli religiosi dell’umanità, fonte di leggende e di misteri non solo teologici che hanno attraversato la letteratura di ogni tempo, esiste ed è in un ottimo stato di conservazione. Si trova in Etiopia, uno dei più antichi paesi cristiani, e il Patriarca della Chiesa ortodossa etiope, Abba Paulos, sta valutando se collocarla in un imponente museo ad Axum la cui costruzione sarà ultimata nei prossimi due anni. «È un oggetto di culto di supremo valore spirituale, qualcosa di immensamente sacro – ha affermato l’autorità religiosa ortodossa – Io non sono chiamato a fornire prove di dove si trovi, ma devo solo dire al mondo quello che so, che ho visto, che posso testimoniare». E quello che ha visto è nientemeno che il fondamento materiale di una millenaria tradizione religiosa: il contenitore delle Tavole della Legge, la cassa che Dio ordinò a Mosé di costruire, il segno visibile della presenza dell’Onnipotente in mezzo al suo popolo. «Nell’Arca non c’era nulla se non le due tavole, che vi aveva posto Mosé sull’Oreb, dove il Signore concluse l’alleanza con gli Israeliti quando uscirono dall’Egitto»: così la Bibbia, nel secondo libro delle Cronache, rivela di questa opera. Un grosso scrigno in legno d’acacia, decorato in oro, di circa due metri di lunghezza, che contiene i Dieci Comandamenti. Fino ad oggi l’originale è stato conservato in una chiesa, e ne sarebbero state addirittura realizzate diverse copie allo scopo di sviare l’attenzione interessata di fanatici o malintenzionati. Si parla del complesso della Cattedrale di Santa Maria di Sion, dove l’oggetto sacro, avvolto in un grosso telo, sarebbe periodicamente visibile soltanto al monaco che la custodisce e ad altri pochi eletti. Tra di essi, appunto, il Patriarca Paulos. Che ha deciso di manifestare questo arcano religioso e misterico e che, insieme al nipote dello storico imperatore Haile Selassie I, sta meditando di preservarla in un museo che ospiterà anche altri reperti archeologici nazionali. «La decisione finale in merito spetta al Santo Sinodo, l’organo supremo della Chiesa ortodossa etiope, ma non credo avremo altra scelta che inserirlo nella struttura progettata ad Axum». Alla base della determinazione di Abba Paulos vi sono delle ragioni precise. Poche settimane fa si era infatti diffusa la voce che un giornalista avesse visto in prima persona l’Arca e così, per l’ennesima volta, al mistero religioso si era sovrapposta la curiosità popolare, un’aura di gossip evidentemente sgradita alle autorità religiose. D’altra parte l’Arca ha sempre unito l’alto significato biblico e teologico alla venerazione di carattere meno nobile. Ed è stata protagonista di miti e racconti affascinanti (benché non sempre veritieri), fino ad ispirare il genio di Steven Spielberg, che nel 1981 diresse Harrison Ford in «I predatori dell’Arca Perduta». Ma non si tratta solo di finzione cinematografica: nella realtà archeologi, scrittori, gruppi e sette di ogni tipo hanno cercato di autenticare l’esistenza della «sacra cassa», di vederla, di possederla. Incuranti di alcune narrazioni che la descrivono in grado di scatenare il furore di Dio – sotto forma di fulmini mortali - su chiunque cercasse di appropriarsene indebitamente. In effetti la semplice vista di un oggetto di così alto valore confessionale e culturale non può che provocare sensazioni non comuni. «L’ho guardata provando soprattutto umiltà – riferisce il Patriarca Paulos – e ho avuto gli stessi sentimenti di profonda devozione che si devono avvertire quando si entra in Chiesa». Un misterioso bagliore, stando a taluni racconti ebraici, la illuminava improvvisamente e la rendeva pericolosa. E fu grazie alle sue potenti folgori che gli ebrei riuscirono a sconfiggere tutti gli attacchi delle tribù del deserto di Gergesei, Etei e Gebusei durante il loro esodo. Basterà questa favolosa energia divina ed esoterica a scoraggiare i visitatori del museo di Axum, il giorno in cui la Chiesa ortodossa d’Etiopia dovesse decidere di esporla? RODOLFO LORENZONISTUDENTI A PERDERE Uno scrittore insegnante, Simone Consorti (autore di «In fuga dalla scuola verso il futuro» Edizioni Hacca) tiene il diario di quanto avviene in una scuola di frontiera, a Pomezia, dove peraltro insegnò il poeta Sandro Onofri. Ne emerge un ritratto impietoso della scuola italiana. LUNEDÌ I libri che parlano di scuola nascono già con le grinze, invecchiano subito, sono presto dinosauri datati. Anno dopo anno, i romanzi ex catedra diventano tanti piccoli libri «Cuore», troppo romantici e nostalgici, lasciati indietro da un mondo che corre veloce. Nessun giovane di oggi si riconoscerebbe in quelli di vent’anni fa. Perfino Holden appare troppo maturo ai ragazzi, e le sue scazzottate con Stradlater troppo poco pulp. Sandro Onofri ha insegnato nella mia scuola e, nel suo Diario di classe, racconta un mondo che ormai non c’è più. Alla sua morte a 44 anni, il romanzo giaceva come un file nel suo pc e, quando fu pubblicato postumo, i cognomi non furono cambiati. Una collega, definita "bonazza degli anni 60", si era riconosciuta e aveva fatto causa, richiedendo una ristampa con tagli importanti. A scuola mia, per Onofri, c’è la damnatio memoriae, tanto che, pur essendo passati ormai dieci anni, ed essendo quello l’unico libro che ha tolto il nostro istituto di periferia dalla categoria dei non luoghi, non è mai stato acquistato. ...I libri della scuola non piacciono ai ragazzi, ma quelli sulla scuola ancora meno. Nessuno prende in prestito «Diario di scuola» o «La scuola insegnata al mio cane», nemmeno quelli comici alla Starnone. Forse questo genere di lettura gli deve sembrare una meta-tortura. MARTEDÌ Nel suo libro «Diario di Scuola» Pennac si sofferma sulla figura del Somaro, il cui tratto distintivo consisterebbe nella sofferenza del non capire. Esistono diversi tipi di Somari. Molti l’adottano come ruolo e a volte sbagliano apposta alle interrogazioni per essere identificati in quanto tali. Sbagliano in modo accentuato, ridendone, come se cercassero un consenso. È talmente forte questa necessità di un ubi consistam per certi ragazzi, trascurati dai genitori, che la somaraggine diventa uno status, tanto che, per farsi riconoscere, quando "fanno sega", scelgono apposta di giocare al biliardino davanti a scuola, piuttosto che a quello con più palline del bar all’angolo. Già dopo un mese di scuola ti dicono che è inutile studiare, tanto già lo sanno che li intendi bocciare. Raccontano ai compagni che hanno un lavoro assicurato come meccanico o sono seguiti da talent scout di squadre di Serie A. L’identikit del Bullo è diverso: il Bullo non si sente la vittima, ma il padrone della scuola. Lui sfida il professore apertamente. Ti chiede chi credi di essere e quanto guadagni. Il padre guadagna sempre tre volte di più. Lui è l’antagonista per eccellenza e, in alcune classi difficili, afferma il suo potere più del professore. Il Vandalo, infine, non ha un identikit. Nel corso dell’anno alcuni teppisti invisibili hanno cancellato nottetempo con gli spray i bellissimi murales dei loro compagni, hanno lasciato aperti i rubinetti dei bagni inondando le aule e hanno rotto un vetro con la bombola antincendio. Loro sono anonimi che corrono rischi altissimi, senza averne gloria. Quando se ne accorgono, per rubare un po’ di popolarità ai Somari, ricorrono a Youtube. MERCOLEDÌ All’inizio dell’anno nelle Classi Prime somministriamo un anonimo Test d’Ingresso, dal quale risulta che il 70% dei quattordicenni sceglie la scuola per la sua vicinanza, ama la Geografia più della Storia, e, soprattutto, che cosa hanno letto. Circa due ragazzi su tre hanno terminato un solo libro, che quasi sempre coincide con un romanzo d Moccia, in genere «Ho voglia di te». Quando gli chiedo come hanno fatto a sorbirsi un testo così lungo, se trovano difficile tutto, mi rispondono che va via subito. Probabilmente si avvicina un po’ al loro sogno: il libro che si legge da solo! In biblioteca entrano solo se obbligati. Scelgono dal formato: chiedono libri piccoli con caratteri grandi. Alla fine prendono quello che gli suggerisci e lo restituiscono dopo mesi di ritardo, con l’orecchietta rivelatrice alle prime pagine. ... Non leggendo non hanno padronanza della lingua. Quando ho detto a un ragazzo che era ripetitivo, lui mi ha risposto, convinto, di no. - Non mi hanno mai bocciato! - mi ha risposto. La volta che gli ho gridato che sono degli Ottentotti, mi hanno ribattuto che parlano meglio di Totti. Se gli ripeto che devono leggere, dicono che mi "accollo". Il gergo giovanile si mischia con quello del luogo, mentre la lingua perde ogni anno qualche colpo. Anche le convenzioni grafiche si vanno disintegrando. Nascono accenti nuovi, a cuoricino, oppure, nel dubbio tra mettere l’acuto o il grave, l’accento orizzontale. A un esame un alunno mi ha parlato della poesia «Per agosto» (X agosto!) di Pascoli. GIOVEDÌ Verso fine marzo, passati i cento giorni, nei quinti cambia il clima. C’è chi molla, ritirandosi a un passo dal traguardo, e chi, invece, inizia a presentarsi con improbabili mappe concettuali. Vengono da te con una serie di freccette, accostando le favelas di Geografia con le Hoowerville di Storia ed i poveri di Verga, unendoli senza avere un’idea di cosa ci sia in mezzo. Stampano da internet, copia e incolla da Wikipedia, e la loro fortuna è che i Presidenti degli esami, spesso anziani, sui nuovi media non sono aggiornati. A maggio escono i nomi delle commissioni e i ragazzi passano il tempo su studenti.it in cerca di informazioni sui nuovi professori. A giugno, in attesa di spiate sulle tracce, continuano a spendere le giornate in telefonate e, alla fine, tutto si risolve in una prova d’immaturità, dove il momento dello studio non arriva mai. In genere, non arrivano neanche i professori attesi, ma solo certificati medici. ... Alcuni anni fa si aggiunse alla commissione un commercialista cinquantenne che non aveva mai insegnato e che, per sua ammissione, non era in grado di correggere i compiti. La Presidente richiamò il membro interno, che li corresse di nascosto in vece sua. Data la palese irregolarità della cosa, non si era sentita di bocciare nessuno, così un alunno, che aveva preso 19 all’orale, voto scritto a matita, passò miracolosamente a 29 la valutazione che gli necessitava per arrivare alla promozione. Più è falsa la sostanza più si curano le formalità. Mi ricordo che, durante quegli esami, ricontammo cinque volte tutti i crediti acquisiti. Sì, perché in prossimità della prova, un po’ come nei campus americani, i ragazzi fanno valere presunti meriti sportivi, portandoti patentini vari da sub o bagnini e, ogni volta, la valutazione di questo materiale, spesso falsificato, è a libera discrezione della commissione. Quest’anno abbiamo saputo solo ad aprile che i ragazzi sarebbero stati ammessi agli esami con la media del sei, anche in presenza di insufficienze. È il primo anno che la condotta fa media e molti alunni, che non sono mai stati dei santi, si ritroveranno beneficati da voti sul comportamento molto alti pur di farli arrivare agli esami. Il voto di un anno viene spesso stravolto in pochi minuti dallo scrutinio finale. In quella mezz’ora, i docenti che vogliono aiutare qualche allievo, tirano fuori storie strappalacrime di famiglie disagiate o qualche voce su frequentazioni di droghe. A volte un professore, che non ha tenuto a posto il suo registro o ha perso qualche compito, alza il voto per non rischiare reclami. Ho conosciuto un collega di Matematica che era stato minacciato, anni prima, da un genitore e, da quella volta, al momento dello scrutinio metteva solo sufficienze. ... Comunque, in prossimità della maturità i ragazzi si avvicinano ai professori, più che per nostalgia verso qualcosa che sta finendo, o "lecchinaggio" per ottenere un risultato, perché si sentono terribilmente soli, non sapendo che faranno durante l’esame e, soprattutto, poi. Dopo aver criticato per un anno la tua giacchetta a quadri, ti chiedono consigli per il look. All’orale devo mettere gli occhiali? Devo accorciarmi i capelli? Alla cena di fine anno, come è raccontato mirabilmente ne «Il professore di Storia dell’arte» di Marco Lodoli, ti propongono di proseguire la serata con un falò o in discoteca, quasi che la distanza rappresentata dall’età e dalla cattedra, nella buia ed euforica notte prima degli esami, fosse superata. SIMONE CONSORTI

 



CUCINA... -Braille News 15.08.09
 

PESCE NOSTRO ALLA SCOPERTA DI SPECIE E SFIZI DEI BORGHI MARINI - Braille News 15.8.09 Basta con la solita orata. O con la onnipresente spigola. E basta anche con i filetti di persico, che arrivano dal Nilo, e con i gamberi dell’oceano atlantico. Il Mediterraneo, il Mare nostrum dei latini, è un mare che ci offre pesci di ogni tipo, prelibatezze conosciute — e cucinate — a livello locale, ma che fanno fatica ad approdare sulle nostre tavole. Per pigrizia, per «ignoranza» da parte di chi compra, ma anche perché nei mercati e nei supermercati alcuni prodotti arrivano molto difficilmente. Le vacanze estive possono però essere l’occasione per conoscere alcune prelibatezze regionali. Per questo Federcoopesca-Confcooperative ha pubblicato sul suo sito (www.federcoopesca.it) la mappa delle 138 specialità ittiche regionali (nella tabella a fianco l’elenco delle principali) che possono «vantare» l’appartenenza a una di queste tre categorie: denominazione di origine protetta, indicazione geografica protetta, presidio Slow Food. Tra i prodotti della costa quelli che hanno i maggiori riconoscimenti sono le acciughe, fresche o lavorate, e il pesce azzurro in genere, che trionfa dal nord al sud, e che è ammesso ormai ufficialmente dal gotha della gastronomia. Almeno due preparazioni locali meritano una menzione: la rosamarina calabrese e la colatura di alici di Cetara. La prima conosciuta anche come sardella è una salsa a base di acciughe giovani di piccolissima taglia. Più ricercata è la rosamarina di triglie la quale, grazie al colore naturale di questi pesci, risulta al momento della pesca leggermente rosata e di gusto più dolce una volta cotta rispetto alla versione commerciale a base di acciughe che appare del tutto bianca. È eccellente anche per preparare delle superbe polpette o addirittura, per i più temerari, da mangiare freschissima, appena pescata, con olio e limone. La seconda è un prodotto tipico dei marinai di Cetara, ottenuto dalla salatura delle alici pescate tra marzo e luglio nei golfi di Napoli e Salerno. Il liquido ottenuto da un doppio «passaggio» sul pesce viene utilizzato come condimento per moltissime ricette. Per quanto riguarda le acque interne, tra i prodotti tipici è un testa a testa tra anguille e trote. Calabria e Veneto rispettivamente con 21 e 17, invece, sono le Regioni che si contendono lo scettro per numero di prodotti blasonati. Per chi predilige invece i prodotti di acque dolci, occorre andare al centro-nord che offre le più importanti preparazioni tradizionali a base di anguille, trote, coregone, carpe e lucci. Ricca anche l\'offerta di mitili e crostacei. Bisogna invece spostarsi al sud per trovare pesce spada, tonno e bottarga. Ma anche chi capita in Liguria non può non provare il «musciàmme», filetto di tonno essiccato: va servito come la bottarga, tagliato a fette sottilissime come se fosse tartufo con un filo di olio. Vale il viaggio in Puglia, Abruzzo e Molise per assaggiare lo scapece, preparazione a base di pesce fritto e fatto marinare tra strati di mollica di pane imbevuta con aceto e zafferano all\'interno di tinozze. Nel Lazio ecco le telline del litorale romano e in Emilia Romagna le «acquedelle marinate», una conserva ottenuta da diverse specie di pesci di acqua dolce o salata, caratteristico del ferrarese e delle Valli di Comacchio. PAOLO ZAPPITELLI(Il Tempo) LE RICETTE SARDE QUASI BECCAFICO CON CAPONATINA E ZUCCHINA FRITTA- Braille News 15.8.09 Ingredienti: Sedano gr 150, carote gr 100, melanzane nere gr 200, zucchine verdi gr 150, basilico gr 20, capperi Pantelleria dissalati gr 20, zucchero gr 50, aceto rosso gr 50, alloro gr 10. Sarde medie sfilettate kg 1, pan grattato gr 400, pinoli tostati gr 100, uva passa gr 80, olio axtra vergine oliva gr 150, origano secco gr 10. Preparazione: Tagliare le verdure a cubetti e spadellare a fuoco vivo. A parte far ridurre l\'aceto con lo zucchero, l\'alloro e mezzo bicchiere d\'acqua, fino ad ottenere uno sciroppo. Condire il pan grattato con tutti gli ingredienti fino a renderlo umido. Disporre in uno stampino 4 filetti di sarde e riempire con poco pane. Chiudere con uno stecchino e cuocere in forno a 130 c° per 6 min. A parte riunire in una bacinella le verdure e condirle con la riduzione di aceto, profumare con basilico. Sale se necessario. Disporre al centro del piatto un cucchiaio di caponatina, adagiarvi sopra il fagottino, decorare con fettine di zucchina e gocce di pesto al finocchietto. (Il Tempo) AGUGLIA IMPERIALE MARINATA CON INSALATINA DI PESCHE BIANCHE- Braille News 15.8.09 Ingredienti: Aguglia imperiale in filetto grosso gr 800, sale di Mothia a cristalli piccoli gr 200, zucchero di canna grezzo bio gr 200, bucce di agrumi gr 40, timo gr 20, pesche bianche non trattate gr 200, melissa gr 20, olio extra gr 30, olio al cappero Preparazione: Miscelare insieme il sale, lo zucchero e gli aromi cospargere uniformemente il composto sul filetto del pesce e massaggiando delicatamente far aderire il sale. Togliere quello in eccesso. Lasciar marinare in frigo, coperto con un panno imbevuto di succo di arancia, per 24 ore. Tagliare le pesche a cubetti, condire con la melissa e l\'olio e un pizzico di sale, far marinare per qualche min. Frullare i capperi strizzati con l\'olio. Pulire i filetti dal sale, tagliare a fettine sottili, adagiare sul piatto e unire le pesche. Decorare con una fettina di pane croccante, gocce di olio al cappero e ciuffo di finocchietto selvatico in fiore, e pochissimi granelli di sale di Mothia affumicato. (Il Tempo) POMODORO, IL FRUTTO AMERICANO DIVENTATO IL RE DELLA DIETA ESTIVA- Braille News 15.8.09 Ricco di acqua, povero di calorie, il pomodoro è l\'alimento ideale per chi vuole seguire, specialmente d\'estate, una dieta ipocalorica. Cento grammi di pomodoro, infatti, contengono 94 grammi di acqua e sviluppano solo 19 calorie, con, al seguito, notevoli quantità di vitamina C, potassio, fosforo e zolfo. Diuretico e lassativo, contiene poi nella buccia un pigmento, il licopene, considerato un ottimo agente antitumorale. Per tutte queste particolarità il pomodoro continua da sempre ad essere oggetto di grande interesse scientifico: in occasione dell\'ultimo convegno londinese della British Cardiovasculary Society è stata presentata una compressa a base di licopene, appunto, in grado di bloccare il colesterolo nelle arterie, contribuendo a prevenire le malattie cardiovascolari. Originario dell\'America latina, per secoli il pomodoro fu coltivato in Europa al solo scopo ornamentale, giacché si riteneva che i suoi frutti non fossero commestibili e, addirittura, velenosi. Soltanto nel XVI secolo in Italia iniziò la coltivazione e la trasformazione alimentare del prodotto, mentre la conservazione domestica e, ovviamente, quella industriale, sono successive. Fu un napoletano (e non poteva essere altrimenti), Ippolito Cavalcanti, nella sua «Cucina Teorico-Pratica» del 1839 a descrivere la salsa di pomodoro come «il condimento ideale per la pasta di grano duro». In Italia abbiamo la possibilità di scegliere tra moltissime varietà, tra cui le più note sono i Pomodori San Marzano ed il Pachino. Nel Lazio i migliori sono i Pantano prodotti solo nella nostra regione e in particolare nella campagna romana, i Casalino o Spagnoletta, tipico di Terracina e Gaeta, il Cuore di bue pomodoro ideale per la salsa, chiamato anche «Roma», per non dimenticare i famosi San Marzano verdi e rossi, i ciliegini (o pomodori a grappoli) fino ai pomodori Colonna detti «Pomovo» per la loro tipica forma. Al consumatore attento, e goloso, si possono segnalare, oltre al Cuore di bue, il Pomodoro Canestrino, dalla tipica forma a cestino che presenta lobature più o meno pronunciate e dal sapore dolce. Tipica cultivar della penisola sorrentina è il Pomodoro Sorrentino, con frutti che possono superare il mezzo chilo. E ancora il Belmonte calabrese, il Marmande dalle origini francesi, il Tondino pugliese, il Pomodorino di Corbara e il Vesuviano, entrambi di origine campana. Dal Vesuviano proviene anche il Piccadilly caratterizzato da un bel colore rosso vivo, di facile conservazione e durata. CRISTIANO CAROCCI(Il Tempo) LE RICETTE MOUSSE DI POMODORI CON YOGURT E MAIONESE- Braille News 15.8.09 Ingredienti: 8 Pomodori Maturi Maionese 1 Vasetto Yogurth Magro 1 Spicchio Aglio 1/2 Bicchiere Panna Erba Cipollina Basilico Sale Pepe Preparazione: Lavate i pomodori, spellateli, togliete i semi, salateli, capovolgeteli perché perdano un po’ della loro acqua. Quindi frullateli, raccogliete il ricavato in una grande ciotola, unitevi l\'erba cipollina e l\'aglio tritati, mescolate. Incorporate delicatamente la maionese, poi lo yogurth e la panna. Regolate sale e pepe. Versate in coppette individuali. Mettete in frigorifero. Servite la mousse decorata con foglie di basilico (Il Tempo) POMODORI SOUFFLÉ CON PATATE E MAGGIORANA- Braille News 15.8.09 Ingredienti: 4 Pomodori Maturi Uguali 4 Patate 2 Uova Basilico Maggiorana 4 Cucchiai Formaggio Parmigiano Grattugiato Olio D\'oliva Sale Pepe Preparazione: Lessate le patate, pelatele ancora calde, passatele allo schiacciapatate e raccogliete il ricavato in una ciotola. Tagliate la calotta ai pomodori, svuotateli internamente, salateli poi capovolgeteli su una gratella e lasciate che emettano l\'acqua. Amalgamate alle patate il parmigiano, un trito di basilico e maggiorana, le uova, sale e pepe. Asciugate i pomodori con carta da cucina poi riempiteli con la farcia preparata. Disponeteli su una placca unta, irrorateli con l\'olio e cuocete in forno a 190 gradi per circa 40 minuti. (Il Tempo) ZUPPE FREDDE LE INFINITE VERSIONI DI UN PIATTO ANTI-CALDO- Braille News 15.8.09 Se d’inverno è il piatto ideale per riscaldarsi e avere il giusto apporto di calorie, d\'estate, al contrario, rinfresca, disseta e reintegra i sali minerali persi con la troppa calura. Il «Gazpacho» nella cucina spagnola, la zuppa da noi, è il caso di dirlo è il piatto per ogni stagione e in questa, quando si superano i 30 gradi e non si ha neanche tanta voglia di mangiare, si consuma rigorosamente fredda. La particolarità di una zuppa «estiva» è che non annoia mai e in teoria potrebbe anche essere mangiata tutti i giorni. Perché può essere fatta praticamente con tutto, fagioli, verdure, pesce, carne, e anche aggiungendo frutta per una zuppa agrodolce dedicata ai palati più «raffinati». Comunque la si preferisca è un\'ottima scelta per una cena da soli o in compagnia: arricchita con i giusti ingredienti può infatti dare del filo da torcere a qualunque piatto preparato da un grande chef. Allo stesso tempo può essere creata al momento da cuochi di medio livello usando la semplice fantasia, aggiungendo peperoncino o paprika se piace il piccante, vaniglia se si vuole provare qualcosa di diverso, la menta per «assaggiare» il sapore fresco. Perché la vera caratteristica che la rende riconoscibile è, appunto, il fatto di essere servita fredda. Alcuni la portano a tavola addirittura con i cubetti di ghiaccio, pratica però non sempre consigliata visto che il ghiaccio una volta sciolto diluisce la zuppa alterandone il sapore. È un piatto sicuramente economico, light e piuttosto facile da preparare se si pensa che è di origine contadina. Proprio il «gazpacho», piatto andaluso, di cui ne esisterebbero almeno 60 versioni, viene dalle campagne ed è una zuppa a base di verdure crude servita e consumata fredda in questa stagione. Una gaffe piuttosto comune per i profani è lamentarsi col cameriere perché «la zuppa è fredda». Gli ingredienti normalmente usati per la sua preparazione, ormai nota a livello internazionale, sono pomodori, peperoni, cetrioli e cipolla profumati con erbe aromatiche differenti e spezie in funzione dei vari gusti e delle diverse regioni. Un piatto che può essere reso anche piccante con l\'aggiunta di peperoncino o paprika. A differenza del «gazpacho» dove non c\'è traccia di pane, il «salmorejo», che fa parte di una vasta serie di zuppe fredde andaluse, lo usa come ingrediente principale accanto alle verdure crude, l\'aglio, l\'aceto, l\'olio e il sale. Se prendere spunto dalla Spagna per preparare una buona zuppa fredda non è certo un errore è vero anche che la nostra tradizione «impone» talvolta piatti che si allontano non poco da quelli conosciuti (e gustati) altrove. Provare per credere quando ad una cena vi troverete di fronte ad una zuppa fredda calabrese, a base di aglio, pane e pomodoro. O se, a casa di persone un po,\' diciamo, «alternative», verrete serviti con una zuppa fredda alla rapa rossa. Ricca sì di fibre e con grandi proprietà rinfrescanti, ma dal sapore decisamente «insolito», con il dolce che si mischia all\'amaro. I veri intenditori di zuppe fredde preferiscono berla dal bicchiere che sarà adeguatamente ornato con una fogliolina di menta, una di basilico, uno spicchio di limone. Di ricette su Internet c\'è solo che l\'imbarazzo della scelta, tra i siti più ricchi si segnala cucinaericette.it; buoneforchette.com. Un piccolo suggerimento per chi non è un esperto: la zuppa fredda può essere mantenuta in frigorifero per alcuni giorni e può essere «riutilizzata» anche come gustoso brodo di base per salse o altri cibi saltati in padella. DAMIANA VERUCCI(Il Tempo) LE RICETTE ZUPPA DI PISELLI, SCALOGNO E FOGLIOLINE DI MENTA- Braille News 15.8.09 Ingredienti piselli freschi sgusciati 500g uno scalogno olio d’oliva 1 cucchiaio brodo vegetale menta fresca 1 pugno di foglioline Preparazione: Tritare lo scalogno e farlo rinvenire nell’olio, facendo però attenzione a non farlo dorare. Aggiungere i piselli e coprire immediatamente con del brodo. A questo punto lasciare cuocere il tutto per una quindicina di minuti. Aggiungere la menta, frullare, e passare la zuppa al colino (se risulta troppo densa si può aggiungere un po’ di acqua). Aggiustare il condimento e trasferire in frigorifero per qualche ora. Servire a secondo della temperatura desiderata.(Il Tempo) ZUPPETTA FREDDA DI YOGURT E CETRIOLI- Braille News 15.8.09 Ingredienti per 4 persone: 4 vasetti di yogurt naturale intero qualche rametto di basilico 1 cetriolo 2 cipollotti 1 spicchio d’aglio 2 cucchiai di olio di oliva 1 limone sale, pepe Preparazione Tagliate il cetriolo a fette sottili e mettetele in una ciotolina con una buona presa di sale. Mescolare e lasciare spurgare per 10 minuti. Sminuzzate le foglie di basilico e mettetele in una ciotola. Versateci sopra olio, sale, pepe e il succo del limone. Mescolate bene e unite 6 cucchiai di acqua ben fredda. Unite lo yogurt, sbattendo bene con una forchetta. Unite il cetriolo scolato e qualche cubetto di ghiaccio. Alla fine aggiungete i cipollotti finemente affettati. (Il Tempo) CREMOLATO, FRUTTA FRESCA GHIACCIO E ZUCCHERO, LA PRELIBATEZZA CHE BATTE IL GELATO- Braille News 15.8.09 Si serve in vaschetta, ma non è un «semplice» gelato. Per farlo si usa il ghiaccio, ma non è una grattachecca. Eppure rinfresca, disseta, è molto gustoso e assomiglia in tutto e per tutto ad un gelato. Stiamo parlando del cremolato, o gremolato, fatto di acqua, zucchero e frutta fresca frullata e lasciata ghiacciare per almeno quattro ore in frigorifero. Una «prelibatezza» per i palati più raffinati che non ha però niente a che vedere, come la parola stessa spingerebbe a pensare, con la crema. Il principio da cui si ricava può essere assimilato a quello della grattachecca, la differenza sta però sia nella materia prima con cui viene ricavato, vale a dire esclusivamente frutta e non sciroppi o altro, sia nel metodo: frullata la frutta e successivamente ghiacciata, viene «grattuggiata» come si dice nel gergo dei gelatai in modo costante fino a ricavare un composto più fine di quello della granita. Una sorta di gelato molle. Facile da realizzare, in realtà, anche a casa. Quello che non deve mai mancare per la riuscita di un buon cremolato è l\'abbondanza di frutta fresca che deve essere anche visibile sotto forma di pezzi di limone, se il cremolato è al limone, piuttosto che di melone, cocomero, fichi e così via. Frutta appunto si diceva senza la quale non è un cremolato. Si conosce da tempo in Italia, ma solo negli ultimi tempi ha conquistato un posto di rilievo accanto ai più tradizionali gelati o granite. Consumato da palati un po\' più raffinati, bisogna infatti riconoscerne le differenze per apprezzarne le qualità, leggermente più costoso dei suoi prodotti «cugini», e servito soltanto in coppette piccole, medie e grandi. Più facile trovarlo nelle gelaterie artigianali perché, sebbene semplice da realizzare, deve risultare di ottima qualità per farsi scegliere. E allora quello che non deve mai mancare in un buon cremolato sono i granelli di frutta che devono essere visibili e anche sciogliersi in bocca. Il dosaggio con lo zucchero è poi fondamentale per non far venir fuori un prodotto eccessivamente dolciastro. Un cremolato che si rispetti ha anche il posto dove si serve più alla moda. A Roma, per citarne alcuni, c\'è la gelateria di Alberto Pica in pieno centro storico, il «Café du park» a Testaccio, da 30 anni sul mercato, la cremeria di fianco al Pantheon dove si serve il famoso cremolate alla mandorla, Pasquino a piazza Navona. Restando nel Lazio, chi conosce bene il Circeo e trascorre lì le proprie estati non può non passare almeno una volta al Gelatone, punto di incontro soprattutto di giovani e giovanissimi. Cambiando regione c\'è solo l\'imbarazzo della scelta. In Sicilia, ad esempio, ogni chiosco che si rispetti vende il cremolato, più spesso al limone, accanto a granite e grattachecche; in Puglia è rinomato quello ai fichi, con pochissima aggiunta di zucchero. (Il Tempo) CREMOLATO CON VANIGLIA E POLPA DI FICHI- Braille News 15.8.09 Ingredienti per 6 persone: 250 grammi di polpa di fichi 250 Cl. di acqua 60 gr. di zucchero una bacca di vaniglia Preparazione: Passare e setacciare i fichi in modo da togliere il più possibile i semi ed ottenere una polpa quanto più possibile omogenea. Ammorbidire il tutto mettendo nell\'acqua la bacca di vaniglia e lasciare solo i semi eliminando il baccello. A questo punto aggiungere nell\'acqua la polpa di fichi e i 60 grammi di zucchero. Amalgamare bene il composto e mettere nel congelatore. Rimestare di tanto in tanto affinchè la consistenza resti morbida ed il composto si possa cristallizzare senza però ghiacciare.(Il Tempo) SORBETTO CORONA CON CREMOLATO AL LIME- Braille News 15.8.09 Ingredienti: 200 gr acqua 100 gr zucchero 50 gr glucosio mezza mela verde mezza buccia di lime tritata (zestes) 450 gr di birra Corona 2 dl acqua Perrier 4 dl succo di lime 150 gr zucchero Preparazione sorbetto: Realizzare lo sciroppo con acqua, zucchero e glucosio, aggiungere a freddo la mela tagliata a cubetti. Unire le zestes di lime e la birra. Disporre il tutto in una sorbettiera. Preparazione cremolato: In un contenitore separato miscelare il succo di lime con 2 dl di acqua Perrier, aggiungere lo zucchero e miscelare bene. Riporre il tutto in un congelatore. Una volta solidificato grattare il cremolato con una Servire in una coppa Martini unendo al sorbetto il cremolato sopra.(Il Tempo) PEPERONCINO IL PICCANTE CHE FA BENE ARRIVA DALLA CIVILTÀ AZTECA- Braille News 15.8.09 Cayenna, Chiltepin, Poblano, Ancho, Jalapeno, Serrano. Nomi che rivelano l’origine sudamericana di una delle piante più diffuse in tutto il mondo e più utilizzate in cucina, il peperoncino. O meglio, di una delle varietà più conosciute e commercializzate, il capsicum annuum. Perché di piante ne esistono ben 27 specie anche se più della metà (16 per esattezza) non sono mai state utilizzate dall’uomo e crescono in aree limitate allo stato selvatico. Ne restano undici, le più note. Ma anche qui bisogna fare una scrematura, perché quelle maggiormente usate sono soltanto cinque e di queste fa parte il capsicum annuum. Spezia dei poveri, pianta antichissima, conosciuta, coltivata e utilizzata in Messico già 9000 anni fa (si racconta che l’ultimo signore degli Aztechi, Montezuma, mentre era prigioniero dello spagnolo Cortez, passasse il tempo scherzando con le sue concubine mangiando pietanze con peperoncino rosso) fu portata in Europa da Cristoforo Colombo. E nel vecchio continente ebbe un successo travolgente diventando, in cucina, la «droga» dei poveri, di tutte quelle popolazioni che non potevano permettersi le spezie più pregiate e costose. Un successo che lo ha fatto diffondere in particolare in tutto il Sud del mondo, dall’Africa all’Europa meridionale. E in Italia soprattutto in Calabria e in Sicilia. Pianta tanto importante per la gastronomia calabrese che nel 1994 a Diamante, piccolo borgo affacciato sul mare in provincia di Cosenza, è nata l\'Accademia Italiana del peperoncino, un’associazione Onlus fondata per approfondire e diffondere in Italia la «cultura piccante». Oggi conta oltre cinquemila soci e sessanta delegazioni accademiche nelle principali città italiane, mentre all\'estero ci sono sedi di rappresentanza a New York, Tokyo, Parigi, Monaco di Baviera, Basilea, Sydney, Lausanne. Per calcolare quanto sia piccante un peperoncino viene usata una scala particolare, che usa i «gradi Coville». E se sono da sconsigliare — a meno che si abbia una particolare capacità di sopportare il piccante — l’habanero, coltivato ai Caraibi e nella penisola dello Yucatan che ha una «forza» tra le 100 mila e le 300 mila unità Scoville, o il Jamaikan hot che si attesta tra le 100 mila e le 200 mila unità, possiamo tranquillamente avvicinarci ai peperoncini coltivati nell’area del Mediterraneo che al massimo raggiungono le 500 unità Scoville. O al Cayenna, il più diffuso nel mondo, che però può arrivare fino alle 50 mila unità. Insaporire i piatti con una pianta così piccante fa male? Sembra proprio di no. Anzi, il peperoncino impedisce la fermentazione dei cibi nello stomaco e favorisce la secrezione dei succhi gastrici e la digestione. Tanto è vero che molte regioni meridionali conservano nella tradizione popolare un infuso digestivo fatto di camomilla calda con l’aggiunta di un cucchiaio di polvere di peperoncino e un po’ di miele come dolcificante. PAOLO ZAPPITELLI(Il Tempo) BIRRA, ALLA CONQUISTA DELLE TAVOLE ITALIANE- Braille News 15.8.09 «Chi beve birra campa cent’anni». Lo slogan non brilla certo per originalità ma chissà, forse in qualche parte d’Italia ci sarà chi, seguendo il consiglio, avrà avvicinato la propria esistenza a quota cento. Verificarlo non è impossibile. In fondo sono passati solo 80 anni (era il 1929) da quando i birrai italiani, penalizzati da un’imposta straordinaria e dalla «battaglia del grano» del regime fascista, decisero di lanciare quella prima campagna pubblicitaria collettiva. Campagna che, però, dovette presto fare i conti con lo scoppio della guerra. E pensare che, fino ad allora, la birra aveva vissuto nel nostro Paese la sua stagione dell’oro. Nel 1907 era nata l’Unione degli industriali della birra mentre, nel 1920, la produzione aveva toccato il suo picco massimo con 1,2 milioni di ettolitri. Un vero e proprio boom per una bevanda che è sempre stata etichettata come «dissetante». Ottima lontano dai pasti, da accompagnare al massimo con un pizza. Almeno fino ad oggi. Negli ultimi anni, infatti, il consumo di birra durante pranzo e cena è notevolmente aumentato. Al punto da contendere al vino il primato nelle scelte degli italiani (nei weekend la preferiscono il 40,1% contro il 43,6% che rimane fedele alla tradizione). Non solo, ma sono sempre di più i ristoranti che la propongono nei propri menù come accompagnamento per primi e secondi piatti di carne o di pesce. Anche per questo Assobirra (Associazione degli industriali della birra e del malto) insieme alla Guida Espresso dei ristoranti italiani (la prima a dedicare una sezione speciale alle «Tavole della birra») ha lanciato nel mese di maggio l’iniziativa «Menù mediterranei nella tavole della birra». Fino a domenica 24 maggio 50 ristoranti italiani proporranno ai loro clienti piatti speciali in abbinamento con una bevanda che gli chef cominciano ad usare sempre di più. La lista di chi aderisce è disponibile sul sito www.birragustonaturale.it assieme a tutte le informazioni necessarie per muoversi con un minimo di cognizione tra malto e luppolo. Dagli stili della birra (abbazia, ale, analcolica, blanche, bock, lager, pils, weizen) ai bicchieri più indicati per non disperdere gusto e sensazioni, dagli abbinamenti con i cibi tradizionali alle ricette dei grandi cuochi, il tutto senza dimenticare la «sette regole d’oro» che ogni buon bevitore deve assolutamente rispettare. Quali sono? Anzitutto la schiuma che deve essere «alta due dita e ben compatta». Per questo la spillatura deve avvenire rispettando due velocità. Lentamente all’inizio con il bicchiere leggermente inclinato, poi veloce con boccale dritto. Ed è proprio il calice, paradossalmente, a giocare un ruolo di primo piano. Ogni birra ha il suo, ma attenzione: il vetro deve essere sempre pulito e, prima dell’uso, va bagnato con acqua fredda per eliminare eventuali tracce di polvere ma soprattutto per abbassare la temperatura ed evitare shock termici che possano compromettere la degustazione. Ogni birra, infatti, va servita con una gradazione diversa. Più è corposa e più sale la temperatura a cui gustarla. Quanto alla conservazione è importante scegliere un luogo fresco e al riparo dalla luce anche se la birra, a differenza del vino, è un prodotto «vivo» e quindi va bevuta giovane. Insomma dobbiamo prepararci ad un’epoca in cui Lager e Pils sostituiranno Chianti e Lambrusco sulle nostre tavole? Possibile. In fondo come diceva il grande chitarrista Frank Zappa: «Un Paese è veramente un Paese quando ha una compagnia aerea e una birra. E alla fine è di una bella birra che si ha più bisogno». NICOLA IMBERTI(Il Tempo) IL MELONE CHE FA ABBRONZARE- Braille News 15.8.09 Se l’Asia occidentale può considerarsi la patria del melone, è in India e in Cina che questo frutto si diffonde per poi essere coltivato e consumato anche nel bacino del Mediterraneo. Durante l\'impero romano, il melone diventa così centrale e richiesto nell\'alimentazione da esigere, al tempo dell\'imperatore Diocleziano, un apposito editto per tassare gli esemplari che superassero il peso di 200 grammi. Alexandre Dumas, ripercorrendo l\'usanza romana di mangiarlo in insalata, scrisse che «per rendere il melone digeribile, bisogna mangiarlo con pepe e sale, e berci sopra un mezzo bicchiere di Madera, o meglio di Marsala». Pianta erbacea delle Cucurbitacee, il melone succoso, dolce, ha una particolare consistenza, cattura per il profumo e per il colore solare. In Italia si coltivano essenzialmente tre gruppi di meloni, il più famoso dei quali è quello di Cantalupo (media grandezza, buccia liscia e robusta con presenza di protuberanze, polpa arancione o salmone intenso, consistenza molto soda e croccante) così chiamato perché alcuni missionari provenienti dall\'Asia nel XV secolo portarono questo frutto nel castello pontificio situato nelle vicinanze di Roma. In pieno Rinascimento, dunque, i monaci di Cantalupo coltivarono per i pontefici una specie di meloni particolarmente gustosa e ricca di succhi zuccherini. Nel Lazio la coltivazione di meloni interessa, oltre a Cantalupo, le aree di Montalto di Castro, Tarquinia e Fondi (Latina). Il profumo, la giusta consistenza e un aspetto omogeneo sono i primissimi criteri per l\'acquisto di un frutto che raramente riserva brutte sorprese. Oltre all\'uso dei sensi, intorno al melone ruotano tantissime credenze popolari che legano dolcezza, consistenza e maturazione al tipo di «suono» che emette se battuto con le nocche. Il melone deve essere conservato a una temperatura non inferiore ai 5 °C al fine di evitare la comparsa di macchie rossastre sulla buccia; in presenza di tale colorazione, infatti, riportando il melone a temperatura ambiente, si riscontrerà una perdita di consistenza della polpa. In frigo è opportuno chiudere il frutto in una busta di plastica per evitare che trasferisca il suo inconfondibile profumo a tutti i cibi. Oltre a soddisfare il palato incidendo poco sull\'apporto calorico, il melone ha numerose proprietà salutari: è diuretico, rinfrescante, lassativo, purificante, disinfiammante, rigenerante delle cellule, antianemico, fluidificante del sangue e ha un elevato apporto di vitamine A, B1, B2, C, PP e di carotenoidi. La notevole presenza di acqua rende il melone dissetante e l\'assenza di grassi e proteine lo indicano quale alimento adatto nelle diete ipocaloriche mentre il contenuto elevato in potassio lo rende particolarmente adatto alle persone ipertese. Una dieta ricca di melone aiuta a mantenere in salute l\'apparato cardiocircolatorio grazie alla presenza dell\'adenosina, sostanza che favorisce la fluidificazione del sangue. Diversamente da quanto avviene per altri frutti, come ad esempio la mela, del melone si possono sfruttare anche i semi: la fitoterapia, infatti, li utilizza per ottenere tisane calmanti e sedative della tosse. CRISTIANO CAROCCI (Il Tempo) RICETTE ZUPPETTA FREDDA DI MELONE CON SALMONE E PROVOLONE (DELLO CHEF ADRIANO CAVAGNINI)- Braille News 15.8.09 Ingredienti per 4/5 porzioni: 400 g polpa di melone ben maturo 1 cl d\'olio extra vergine d\'oliva Sale 5 g Pepe bianco a mulinello 5 Foglie di rucola 100 g di provolone stagionato a scaglie 16 piccole rosette di salmone affumicato. Preparazione: In un contenitore d\'acciaio combinare il melone a pezzi, la rucola, l\'olio extra vergine, il sale ed il pepe. Frullare il tutto con un frullatore ad immersione. Il risultato sarà una crema dolce-salata di consistenza liscia ed omogenea. Raffreddare in frigorifero per qualche istante. Versare la zuppetta in un piatto freddo e fondo ed adagiare sulla zuppetta le scaglie di provolone e le roselline di salmone affumicato. Ottimo come antipasto oppure come piatto di mezzo nelle giornate di gran caldo.(Il Tempo) RISOTTO CON PROSCIUTTO CRUDO MELONE E RIDUZIONE DI PORTO (DELLO CHEF UGO SPERONE) Ingredienti: 150 gr. di prosciutto crudo tagliato spesso, 1/2 melone retato, 1 scalogno, 1 noce di burro, un po\' di erba cipollina, 250 g di riso carnaroli, 1 bicchiere di Porto, 100 g zucchero,olio, sale e pepe, brodo vegetale Preparazione: Fare imbiondire lo scalogno in un po\' di olio, aggiungere in parte il melone tagliato a piccoli quadretti ed il prosciutto a listarelle. Far cuocere per una manciata di minuti e mettere il riso a tostare. Cuocere il riso allungandolo con il brodo, nel frattempo in una padella antiaderente mettere lo zucchero a sciogliere ed appena imbiondisce aggiungere il porto lasciandolo ridurre alla densità di uno sciroppo. A fine cottura del riso, mettere l\'erba cipollina il resto del melone e del prosciutto e far mantecare il tutto con una noce di burro. Servire caldo decorandolo con l\'aggiunta della riduzione.(Il Tempo) COCOMERO, IL FRUTTO DELL’ESTATE OTTIMO PER LA DIETA- Braille News 15.8.09 È davvero il simbolo per eccellenza dell’estate. Pochissime le calorie, ricco d’acqua e vitamine, il cocomero è davvero un ottimo spuntino nelle diete. Originario dell’Africa tropicale, precisamente della valle del Nilo, è chiamato anche anguria o melone d’acqua e cresce su una pianta strisciante annuale che predilige i climi caldi. Nella maggior parte dei casi ha forma tondeggiante sferica o allungata a seconda della varietà, il suo peso varia da pochi chili fino a quaranta chili circa. La scorza è spessa ma fragile, può essere macchiata o rigata; la polpa, solitamente di colore rosso, contiene dei semi lisci e piatti di colore nero, e si presenta zuccherina, friabile, croccante e dissetante. Non si riesce esattamente a datare quando il cocomero sia stato coltivato la prima volta, mentre la prima testimonianza scritta che ci parla di un raccolto di angurie risale a più di 5000 anni fa nell’Antico Egitto, come testimoniano alcuni geroglifici; questo frutto pare venisse messo nelle tombe dei faraoni, come simbolo di nutrimento per l’aldilà. Ancora oggi, nel nostro Paese, il frutto dell’estate viene chiamato in modi differenti da regione a regione. In alcune località meridionali lo si conosce solo come melone d’acqua, non diversamente da quanto accade in altre lingue come il francese, l’inglese e il tedesco. In Calabria il cocomero assume la particolarissima definizione di "zi parrucu" (zio parroco) per il suo aspetto rubicondo. È coltivato soprattutto nella pianura emiliana e lombarda, in Puglia e nel Lazio. La semina avviene in buche profonde 50 centimetri, nelle quali vengono fatti cadere i semi, di solito 5 o 6; il cocomero ha bisogno di molta acqua, molto calore e luce, e viene raccolto quando il peduncolo si stacca o appare secco. Esistono oltre 50 varietà di cocomero anche se le varietà commerciali sono pochissime. Il cocomero, è soprattutto un frutto difficile da scegliere, non essendo semplice stabilire se è saporito o meno. Esistono però alcuni indizi che possono aiutare: prediligere un esemplare sodo, pesante, dall’aspetto ceroso ma poco opaco. Bisogna cercare, sulla scorza, una zona chiara e giallastra, questa corrisponde al punto in cui il cocomero era appoggiato al suolo mentre il frutto stava maturando; se questo non è presente significa che il frutto è stato raccolto troppo presto, quindi non a maturazione completa. Battete inoltre il cocomero con il palmo della mano: il suono che ne esce dovrà essere sordo, infatti questo indicherà che il frutto è maturo e pieno d’acqua. L’anguria fresca si dovrà presentare, una volta aperta, con la polpa soda e succosa, di colore rosso brillante e senza striature bianche o macchie. Una volta acquistata, va riposta in un luogo fresco fino al suo taglio; appena tagliata, andrà invece conservata in frigorifero, coprendo adeguatamente la polpa con della pellicola trasparente, che la proteggerà dall’azione seccante del freddo e impedirà agli odori di penetrarvi. Nel tempo, si sono sperimentate tante forme e varietà di questo frutto. Da qualche anno si trova quella con la polpa gialla o quella completamente senza semi. In Giappone, per aumentare l’esportazione di questo frutto, hanno deciso di far crescere i cocomeri in contenitori di vetro temperato; i cocomeri crescendo prendono la forma del loro contenitore, cioè quadrata; in questo modo, possono essere trasportati e conservati in modo più semplice e pratico. In questi casi, però, occhio al prezzo! GIANCARLA RONDINELLI(Il Tempo) LE RICETTE BASTONCINI FRITTI DI COCOMERI E ZUCCHINE- Braille News 15.8.09 Ingredienti Zucchine, 300g Bianco di cocomero, 300g (parte che si trova tra la buccia e la polpa rossa) Uova, 3 Farina Pangrattato Olio per friggere Sale Preparazione: Mondate le zucchine lavate ed asciugate. Riducetele a bastoncini di circa 6cm di lunghezza. Riducete allo stesso modo il bianco del cocomero. Sbattete le uova e conditele con un pizzico di sale. Passate i bastoncini prima nella farina, poi nell\'uovo ed infine nel pangrattato. Friggeteli in abbondante olio ben caldo e rigirateli di tanto in tanto, fino a quando non saranno dorati del tutto. Scolateli su carta assorbente. Servite i bastoncini conditi con una spolverata di sale fino. (Il Tempo) SORBETTO SICILIANO CON COCOMERO E CIOCCOLATO- Braille News 15.8.09 Ingredienti 1000 G Cocomero 200 G Zucchero 80 G Amido Di Mais 50 G Pistacchi Tostati Non Salati 30 G Cioccolato Fondente Preparazione: Ricetta ottima per grandi e piccini. Per gustare il cocomero anche in versione dessert. Innanzitutto bisogna passare al setaccio la polpa di cocomero, in modo da renderla quasi una crema. Unire l\'amido di mais, lo zucchero e mescolare per bene. Mettere il composto in frigo per almeno 3 ore. Prima di servire unire i pistacchi e il cioccolato fondente a pezzetti. Un dessert fresco, ricco di sapore e anche di calorie: per ciascuna porzione sono circa 459 calorie. (Il Tempo)

 



ATTACCHI CARDIACI L’OSPEDALE È MEGLIO DI INTERNET– Braille News 8.8.09
 

In caso d’infarto la salvezza è l’Unità di Terapia Intensiva Coronarica (Utic). «Negli ospedali - ci dice il professor Franco Romeo dell’Università di Tor Vergata - si fa una intensa attività nelle Utic dotate di emodinamica, per contrastare le malattie coronariche, anche se c’è chi diffonde autentiche bufale su internet, come quella che basta tossire ripetutamente per superare un infarto, addirittura in fase terminale. Basterebbe, invece, capire che qualsiasi ritardo nella terapia degli infarti, costituisce un aumento del rischio. La maggior parte dei blocchi cardiaci avviene, infatti, nelle prime due ore. La validità delle terapie cardiologiche (la più efficiente è indubbiamente l’angioplastica primaria) è legata all’immediatezza dell’intervento del cardiologo ospedaliero. La rapidità può evitare l’insorgenza di lesioni nel cuore. Un dato molto sommario: i decessi dei pazienti infartuati, quasi nei due terzi dei casi, accadono prima dell’ingresso in ospedale. Non parliamo poi degli errori commessi nelle scelte nei primi minuti dell’infarto, quando l’imperativo assoluto è di trasportare immediatamente il malato in una Unità di Terapia Intensiva. Spesso il tempo perso nel prendere una decisione costituisce un colpevole indugio. Un dato ancora più preciso: i decessi fuori dall’ospedale rappresentano all’incirca il sessantuno per cento di tutti i casi mortali dovuti all’arresto ischemico, mentre la mortalità dentro l’ospedale si é ridotta notevolmente». Come si manifestano gli attacchi di cuore? «Occorre chiaramente dire che non tutti gli episodi sono eguali. Di solito si pensa a un dolore acuto precordiale dietro lo sterno a sinistra, il cosiddetto chest disconfort. Il paziente avverte la sensazione di morte imminente. La sofferenza può coinvolgere anche il collo, le spalle e le braccia. Alcune persone non avvertono malesseri, ma soprattutto una tensione oppure oppressione alla gabbia toracica, quasi ci fosse una massa che pesa all’interno del torace. Diversi pazienti lamentano nausea, vomito, respiro corto e affannoso, sudorazione profusa. Si può anche non avere l’intenso dolore e molti sintomi possono non essere presenti oppure sommarsi tra di loro. Quando il malessere persiste per più di trenta minuti, la possibilità che si tratti di un infarto è alta. In molti casi i sintomi possono essere attenuati. Si tratta dei cosiddetti infarti silenti, scoperti spesso casualmente». Qual è dunque il consiglio del cardiologo? «Se i sintomi sono evidenti e preoccupanti chiamare immediatamente il 118. Se si preferisce andare direttamente in un vicinissimo Pronto Soccorso, bisogna farsi accompagnare, e soprattutto non guidare. Solo in ospedale ci sono farmaci e cure molto efficaci, come appunto l’angioplastica primaria. A questo dobbiamo aggiungere un dato: nelle unità coronariche ospedaliere la percentuale degli eventi negativi è molto bassa. Ad esempio nella Utic dell’ospedale di Tor Vergata della quale sono responsabile,ci sono stati lo scorso anno 875 ricoveri e per tutte le sindromi coronariche acute soltanto il due per cento di decessi. Dati simili sono riscontrabili in tutti gli ospedali romani in linea con le migliori unità italiane. Le sopravvivenze che si verificano dopo le dimissioni sono buone, ma questo è soprattutto un compito dell’assistenza sul territorio. È difficile valutarla poiché i dati forniti dai vari municipi sono di difficile interpretazione. L’errore più grave sarebbe quello di elaborare i dati reali, decodificati spesso con algoritmi non appropriati e non validati dal punto di vista scientifico. Il dato inoppugnabile comunque è che negli ospedali si muore poco per malattie cardiache».(Il Tempo)


 



IL NUOVO FARMACO CONTRO LA DEPRESSIONE– Braille News 8.8.09
 

Spesso sottovalutati, i disturbi mentali sono destinati a divenire una delle principali fonti di disabilità e dolore nel mondo. Una persona su quattro in Europa soffre di una malattia psichiatrica (in Italia l’8% della popolazione), con alti costi sociali. Si stima che almeno una persona su cento, pari a circa cinque milioni d’individui in Europa, nel corso della vita sia colpita da una malattia mentale. Il meeting della World Psichiatric Association di Firenze ha dedicato attenzione al disturbo bipolare «una malattia che mina fortemente la qualità di vita dei pazienti, dei loro familiari e degli addetti alle cure – ha spiegato la dr.ssa Helen Millar psichiatra del Carseview Centre di Dundee, Scozia - Curare la patologia significa ripristinare la salute mentale ma anche massimizzare l’integrazione sociale dei malati. In pratica il migliore trattamento è rappresentato da un approccio olistico che combini farmaci e terapia psicologia, supporto sociale e familiare, dieta, esercizio fisico e programmi basati sugli stili di vita». Al congresso sono stati anche presentati i dati di uno studio con il farmaco aripiprazolo che, «per i pazienti con disordine bipolare – ha affermato il prof. Eduard Vieta, psichiatra dell’Università di Barcellona - costituisce un’opzione per il trattamento di combinazione coniugando i benefici di buona sicurezza e tollerabilità a lungo termine». Il disturbo bipolare è caratterizzato dal fatto che il paziente passa dalla mania alla depressione con diverse gradazioni. Nella forma grave il disturbo bipolare può causare, nel quindici per cento dei casi, il suicidio, la terza causa di decesso tra le persone tra i quindici e i ventiquattro anni. Purtroppo il disturbo bipolare è una malattia che dura tutta la vita con stati d’ansia parossistici, tensione estrema, indotta da sostanze stupefacenti, disturbi alimentari e iperattività sessuale. Tutto questo associato a emicrania, malattie della tiroide, obesità e diabete di tipo due, oltre che malattie cardiovascolari. Purtroppo il disturbo bipolare è spesso associato con anche con l’alcolismo, tossicodipendenza, iperattività, panico e gravi comportamenti antisociali. È assai difficile da parte dello psichiatra giungere a una diagnosi precisa di questa patologia. Sappiamo soltanto che il problema colpisce entrambi i sessi e che l’età media d’insorgenza è di ventuno anni. Spesso i pazienti con forme lievi sono soggetti a un giudizio assai severo da parte della società. Le donne sono classificate, quando il disturbo ovviamente ha forme limitate, come lunatiche e si attribuiscono tutti i sintomi alle particolari caratteristiche fisiche femminili. Per l’uomo nella migliore delle ipotesi c’è il giudizio d’instabilità emotiva. Il trattamento nei casi gravi prevede l’impiego del litio, della carbamazepina e dell’acido valproico in combinazione con farmaci antipsicotici. La ricerca medica ha dimostrato che il trattamento più efficace è una combinazione di psicoterapia di sostegno insieme a farmaci che stabilizzano l’umore. La difficoltà del terapeuta è soprattutto quella di modulare le terapie secondo l’aggressività della patologia. È certo comunque che il trattamento deve durare a lungo e non può essere interrotto in tempi brevi. I recuperi migliori si ottengono quando ci sono una diagnosi corretta e un trattamento completo che va dalla psicoterapia a una maggiore attenzione sociale a un cambiamento radicale dello stile di vita. Quest’attenzione globale può evitare le ricadute e permettere alla maggior parte dei pazienti di svolgere una vita più tranquilla e serena. GIANCARLO CALZOLARI(Il Tempo)



– Braille News 8.8.09
 

Con il grande caldo, a rischio, come sempre, sono soprattutto anziani e bambini: crampi, disidratazione, svenimenti, colpi di calore, bruschi cali di pressione sono in agguato. «Nel 2003 - ricorda Gualtiero Ricciardi, direttore dell’Istituto di Igiene dell’Università Cattolica di Roma - ci fu un’ondata di calore eccezionale che fece molte vittime, tanto da incidere sulle statistiche e abbassare l’aspettativa media di vita. E fu un’estate preannunciata da un maggio già torrido, come in questi giorni». Una differenza, fa notare l’igienista, per fortuna c’è, ed è proprio il sistema di allerta della Protezione Civile, che riesce con precisione millimetrica a comunicare per tempo quando e dove arriverà la temuta ondata di calore. «L’attuale afa - conferma Ricciardi - a noi l’hanno comunicata la settimana scorsa, eravamo preparati. Questo fa la differenza: non si tratta più di dire genericamente agli anziani di bere molto e di evitare di uscire dalle 12 alle 18, ma di invitarli a prendere queste precauzioni solo nei giorni indicati, e nelle località indicate». D’altra parte, i consigli sono sempre quelli: possono far sorridere (gli inviti a non indossare abiti di lana quando fuori fanno 35 gradi probabilmente sono superflui) ma, assicura l’igienista, «sono sempre necessari, perché non tutti conoscono alcuni particolari fondamentali per rimanere in buona salute». Le "regole d’oro", su cui il Ministero della Salute ha predisposto un decalogo, comprendono il "coprifuoco" nelle ore più calde, il bere almeno due litri di acqua al giorno, la rinuncia ai pasti abbondanti in favore di piccoli pasti a base di frutta e verdura, la ventilazione di case, uffici e automobili. Proprio su questo punto c’è un’antica querelle: condizionatore o ventilatore? Ricciardi non ha dubbi: «Io sostengo fermamente l’aria condizionata. Il ventilatore provoca movimentazioni d’aria che possono far male se viene puntato contro la persona, e fanno sudare e basta se puntato altrove. So che il ventilatore è preferito dagli ambientalisti perché inquina meno, ma i condizionatori hanno molti vantaggi: filtrano l’aria, la deumidificano, la rendono più fresca senza puntare getti d’aria addosso alle persone». Certo, non bisogna esagerare: il modello "all’americana", 40 gradi fuori e 18 negli uffici, non piace a Ricciardi. «Soprattutto se si è anziani, non si devono superare i 3 o 4 gradi in meno rispetto alla temperatura esterna, per evitare sbalzi eccessivi». E non è da scartare, come propose l’allora ministro Sirchia scatenando un vespaio di polemiche, l’ipotesi di invitare gli anziani a rifugiarsi nei supermercati nelle ore più calde. «Molti risero alla proposta - ricorda Ricciardi - invece io la trovai e la trovo anche ora un’ipotesi assolutamente ragionevole. Se nel 2003 gli anziani avessero avuto a disposizione aree per stare al fresco e per idratarsi, certamente molti non sarebbero morti. È fondamentale evitare in qualsiasi modo colpi di calore e disidratazione, e allora ben vengano anche i supermercati». Anche perché a rischio sono soprattutto le grandi aree metropolitane: l’asfalto moltiplica il calore, e lo smog fa il resto. E l’igiene? «I rischi di infezione - rassicura Ricciardi - ci sono solo in zone dove la raccolta dei rifiuti è carente, come è stato a Napoli fino a qualche mese fa. In quel caso i rifiuti fermentano con il caldo, arrivano mosche e batteri, e l’infezione è in agguato. Altrimenti rischi per l’igiene pubblica non ce ne sono, bisogna solo badare a stare quanto più possibile al fresco». PAOLO GIORGI(Il Tempo)



RESPONSABILE DEL SERVIZIO DI FISIOPATOLOGIA DELLA MENOPAUSA OSPEDALE GARIBALDI-NESIMA DI CATANIA I PEGGIORI DANNI DEL DOPING? INSOSPETTABILI – Braille News 8.8.09
 

Gli ormoni (il testosterone e gli altri steroidi androgeni anabolizzanti, l’ormone della crescita, i glucocorticoidi, le differenti eritropoietine e le insuline) sono tra le sostanze proibite maggiormente utilizzate a scopo non terapeutico dagli atleti. Gli ormoni, o sostanze spacciate come tali, sono ormai facilmente acquisibili soprattutto attraverso internet e costituiscono purtroppo una grande fonte di guadagno. L’uso non terapeutico è associato a numerosi effetti collaterali, ad alterazioni del sistema endocrino e a seri rischi per la salute e per la vita degli atleti che dipendono sia dalle caratteristiche dell’atleta sia dal tipo e dalle dosi di ormone, dal tempo di assunzione, e dalle possibili inimmaginabili associazioni farmacologiche effettuate. I disturbi della psiche, quali irritabilità, aggressività, comportamenti violenti e depressione interessano dal 20 al 60% degli atleti che assumono steroidi androgeni. L’apparato cardiovascolare poi è fortemente danneggiato, si va dall’aumento della pressione arteriosa, all’infarto, alla morte cardiaca improvvisa. I danni a carico dell’apparato riproduttivo e della funzione sessuale sono tra i più frequenti. La cute è un bersaglio di molti ormoni, manifestazioni quali acne, seborrea, eccessivo sviluppo pilifero e caduta dei capelli sono frequenti tra gli atleti "non corretti". A livello metabolico il doping ormonale può causare o favorire l’insorgenza di diabete e alterazioni dei lipidi nel sangue. Oltre alla utilizzazione di un valido passaporto biologico, che personalmente ritengo molto importante anche se di non semplice strutturazione, una adeguata e continuativa vigilanza clinica sulla popolazione atletica - con una attenzione particolare al rilievo dei primi sintomi endocrini e non correlabili a doping ormonale (alterazioni dell’umore, alterazioni della crescita nei giovani, rapido aumento delle masse muscolari, alterazioni cutanee, defemminilizzazione, disturbi mestruali, dolori articolari, “gonfiori”, sindrome del tunnel carpale, rotture dei tendini, apnee notturne, il “russare”, disturbi dell’erezione e della libido, ecc.) - potrebbe indurre il sospetto di uso non terapeutico di ormoni in molti atleti (doping), agonisti e non, e favorire un adeguato approccio diagnostico endocrinologico e, soprattutto, instaurare un adeguato programma di educazione sanitaria e di recupero etico-sportivo dell’atleta. La sempre maggiore collaborazione tra endocrinologi e specialisti in medicina dello sport - che devono per legge visitare periodicamente tutti gli atleti e certificarne l’idoneità all’attività sportiva – è fondamentale nella lotta al doping e costituisce un’altra delle eccellenze sanitarie del nostro Paese. LUIGI DI LUIGI(Il Tempo)



MENOPAUSA, ECCO COSA FARE SE È PRECOCE– Braille News 8.8.09  

L’età media della menopausa oscilla intorno ai 50 anni. Si parla di menopausa precoce quando si verifica prima dei 40. Causa disturbi come vampate di calore, sudorazioni improvvise, insonnia, cambiamenti di umore, secchezza vaginale, riduzione della libido, dolori durante i rapporti sessuali per l’esaurimento della funzione ovarica. Tali disturbi alterano la qualità di vita e la donna si sente psicologicamente e fisicamente invecchiata mentre il suo organismo è ancora giovane. A questi disturbi tipici della menopausa, si aggiungono due importanti conseguenze: l’osteoporosi e un rischio maggiore di malattie cardiache. Il deficit estrogenico, infatti, in queste donne accelera il processo di disfunzione endoteliale, precursore dell’aterosclerosi, ancora reversibile se opportunamente trattate. Infine il venir meno della possibilità di concepire: solo il 6-8% riesce ad avere una gravidanza. Le cause del fallimento ovarico precoce sono molteplici e alcune non ancora identificate; le più comuni sono: cromosomiche e genetiche, malattie autoimmuni, terapie radianti, chemioterapia, asportazione delle ovaie. Il trattamento prevede la terapia ormonale sostitutiva con estrogeni e progestinici, in genere ad una posologia più alta rispetto a quella prescritta per le donne in menopausa fisiologica; talvolta può includere il testosterone. L’intervento farmacologico, con ormoni estrogeni che sostituiscono gli ormoni che l’ovaio non produce più, è in grado di "annullare" la menopausa, prevenendo o mitigando tutti i disturbi a essa correlati. La terapia può essere assunta per bocca o per via trans-dermica (per es. cerotti) e deve essere "combinata" con i progestinici con il ripristino del ciclo mestruale. Questa terapia, se non ci sono controindicazioni, va continuata, almeno, fino all’età della menopausa fisiologica. Si raccomanda di adottare un regime dietetico salutare e seguire un programma di esercizio fisico, per ridurre i rischi di osteoporosi e affezioni a carico del cuore. Bisogna, inoltre, assicurare all’organismo la giusta quantità di calcio e vitamina D. Il controllo annuale prevede: visita specialistica, PAP test, ecografia utero-ovarica e mammaria. La valutazione della salute dell’osso invece prevede l’esecuzione della densitometria ossea (MOC) ogni 2-3 anni. In conclusione, nella menopausa precoce, la terapia ormonale sostitutiva evita i danni biologici da ipoestrogenismo prolungato, la sintomatologia neurovegetativa/distrofica e garantisce un’ottima qualità di vita, del tutto simile ad una donna con una funzionalità ovarica normale. Tutte le problematiche e le controversie dei media e della letteratura scientifica che riguardano i rischi della terapia ormonale sostitutiva non sono applicabili in queste giovani donne. GIUSEPPINA PADOVA (Il Tempo)



GUARITE O RIMBORSATE– Braille News 8.8.09
 

Straordinario balzo in avanti nella terapia del tumore al seno, il mostro dalle cento teste che terrorizza le donne. La Gsk e l’Agenzia italiana per il farmaco hanno raggiunto un accordo sulla nuova" terapia target". Lo Stato pagherà il nuovo farmaco lapatinib soltanto se dimostrerà di riuscire a bloccare la metastasi tumorale. In caso contrario il ciclo della terapia sarà per intero a carico dell’azienda produttrice. Gli americani chiamano questo sistema "pay for performance" vale a dire pago il rendimento. In effetti, una garanzia in più per tutti, visti i costi elevati dei nuovi farmaci "mirati", che risolve almeno in parte le limitazioni dei fondi a disposizione degli ospedali. «Il lapatinib - spiega il professor Pierfranco Conte dell’Università di Modena - è una piccola molecola ad azione intracellulare che viene somministrata per via orale e agisce contro i tumori caratterizzati dal recettore HER2 il quale scatena la proliferazione cellulare e la successiva progressione della malattia. «Normalmente il tumore o, meglio, i tumori della mammella - precisa Conte - tende a metastatizzare in organi ben definiti, come ossa, polmoni, fegato. Purtroppo esiste la possibilità che il tumore HER2 tenda a diffondersi soprattutto al cervello. Quasi una donna su tre sviluppa metastasi al sistema nervoso centrale. Questo nuovo farmaco "target" possiede una particolare struttura chimica che gli consente di superare la cosiddetta barriera ematoencefalica che blocca la diffusione dei medicinali dal corpo al cervello e quindi di agire laddove altri farmaci non hanno nessun effetto». Secondo il professor Conte il tumore della mammella colpisce ancora ogni anno nel nostro paese circa 40.000 donne e oltre un quarto di questi tumori possiede un’elevatissima aggressività. Il lapatinib, associato con un altro antitumorale la capecitabina, ha determinato già una riduzione del 43% del rischio di progressione della malattia. GIANCARLO CALZOLARI (Il Tempo)



PROBLEMI DI STITICHEZZA? ECCO LA SOLUZIONE– Braille News 8.8.09 2009-09-08 2:50:28 PM
 

Tre milioni di donne e un milione di uomini in Italia soffrono di stitichezza. Oggi c’è un intervento chirurgico rapido, poco doloroso e che pone fine a imbarazzi e lassativi per i quali spendiamo ogni anno oltre 500 milioni di euro. Si tratta di una tecnica ideata nel 1993 da un chirurgo italiano, uno dei tanti "cervelli" ad aver lasciato il Bel Paese: il 56enne Antonio Longo, che dal 1998 dirige il St Elisabeth di Vienna ed è presidente della Siucp, la Società Italiana Unitaria di Colonproctologia che dal 21 al 23 giugno tiene a Roma il terzo Congresso mondiale di coloproctologia. «Tornare in Italia? Ho avuto proposte da varie parti del mondo tranne che dall’Italia, dove sono costretto a esercitare solo attività privata», taglia corto Longo che ha messo a punto anche una innovativa tecnica chirurgica indolore per le emorroidi con la quale - tiene a sottolineare - in tutto il mondo sono stati eseguiti 2,5 milioni di interventi, specie in Usa, Giappone ed Europa, con il 95-98% di successo. Anche in Italia però è molto diffusa. «La tecnica chirurgica per la cura della stitichezza è la prima indirizzata specificamente verso una patologia - spiega - seria, stressante che incide negativamente sulla qualità della vita e sulla stessa attività lavorativa delle persone». Sul suo sito, www.antoniolongo.it, si scoprono aspetti interessanti di questa patologia che secondo Lei dovrebbe essere riconosciuta, come malattia sociale? «Non solo - risponde - ma dovrebbero essere resi più accessibili e prescritti alcuni esami come la defecografia per stabilirne le cause che spesso, quando non psicologiche o da errori alimentari, sono causate da un ostacolo all’espulsione per prolasso rettale e/o rettocele». Dilatazione abnorme del retto evidenziabile con rigonfiamento della parete posteriore della vagina. Insomma, un intervento chirurgico non particolarmente invasivo? «Per nulla, lo si può eseguire in anestesia epidurale, provoca poco dolore e dura mezzora - precisa il chirurgo - Si tratta il prolasso senza incisione cutanea: con una cucitrice automatica si asporta il retto ed il rettocele, contemporaneamente i margini vengono congiunti con clips di titanio, che saranno espulse spontaneamente dopo una ventina di giorni. Il paziente dopo 1-2 giorni esce dall’ospedale e in una settimana può riprendere una normale attività». La Siucp ha attivato il numero verde 800776662 per dare tutte le informazioni sui centri che trattano queste malattie: e stima che oltre 300mila donne e circa 100mila uomini potranno beneficiarne, emorroidi comprese. «Le gravi forme di stipsi si associano spesso a una fuoriuscita delle emorroidi - nota Longo - in questi casi i cuscinetti emorroidari vengono erroneamente asportati. Il risultato? Non si cura la stipsi che può aggravarsi e si eliminano strutture importanti per mantenere la continenza. Suggerisco ai pazienti, prima di sottoporsi a un intervento per emorroidi, di rivolgersi ai centri specializzati per una diagnosi ed una cura corretta». Per individuare le cause del disturbo, due esami: la risonanza magnetica pelvica e la cinedefecografia, un esame radiologico della durata di 10 minuti che permette di appurare eventuali anomalie anatomiche. Un ultimo consiglio? «Come prevenzione primaria la dieta mediterranea, ricca di fibre, frutta e verdura, si può ricorrere a integratori come lo psyllium, e molto moto. Soprattutto, senza una diagnosi della causa della stipsi, non assumere lassativi frequentemente perché hanno molti effetti collaterali»". CARLO PATRIGNANI (AGI SALUTE)(Il Tempo)



PESCI ROSSI ANTI-ZANZARE – Braille News 8.8.09 2009-09-08 2:47:42 PM
 

«Sei così brutto che ’e zanzare te pizzicheno co’ l’occhi chiusi». L’arguzia di questa classica battuta in romanesco, si arrende di fronte all’invasione di zanzare tigri che da vent’anni imperversano in Italia. Ne parliamo con il dottor Claudio Venturelli che fa parte di una task-force, molto apprezzata anche dall’Oms, creata in Romagna con sede a Cesena, per la lotta contro questi fastidiosissimi ditteri perché a Castiglione di Cervia e Castiglione di Ravenna, due piccole cittadine separate da un fiume, nei pressi di Ravenna, due anni fa, si sviluppò un’epidemia di una debilitante malattia asiatica, la chikungunya che colpì circa duecento persone. La causa, la zanzara Aedes Albopictus con livrea juventina, vettore di patologie virali, causate da arbovirus, tra cui appunto la chikungunya, la dengue, la febbre gialla e alcune encefaliti tipiche delle zone tropicali. «In Italia – dice Venturelli - la zanzara tigre è diventata un serio motivo di preoccupazione e per questo, insieme ad altri ricercatori europei, seguiamo con attenzione i cambiamenti climatici. L’estate in Italia è caratterizzata da un deciso aumento di piogge torrenziali. La zanzara tigre non prospera nelle paludi, ma, soprattutto, dove esistono ristagni di acqua. I siti più indiziati sono i tombini stradali che alternano periodi secchi, con altri umidi che facilitano la schiusura delle uova. La diffusione di questi insetti - continua il dottor Venturelli - avviene con andamento "a focolaio", cioè in modo non omogeneo. Anche la sola puntura della zanzara tigre rappresenta un problema. Si tratta, infatti, di un insetto molto aggressivo, che punge soprattutto nelle ore più fresche della giornata, al mattino presto e al tramonto, e riposa di notte sulla vegetazione. Le sue punture procurano irritazioni persistenti, pruriginose o emorragiche, e spesso anche dolorose. Nelle persone particolarmente sensibili, un elevato numero di punture può dare luogo a risposte allergiche che richiedono l’intervento di un medico". Come contrastare le zanzare tigri? «La strategia di lotta, in Emilia Romagna, ma anche altrove, si concentra soprattutto sull’individuazione e sulla distruzione dei focolai delle larve e sulle campagne di informazione al cittadino, per prevenire la deposizione delle uova. Per questo, è necessario monitorare tutte le zone in cui l’acqua ristagna, come i sottovasi di piante e fiori, le aiuole e le vasche e fontane ornamentali, qualsiasi contenitore lasciato all’aperto, e le grondaie. I comuni devono pulire i tombini e parallelamente eseguire trattamenti antilarve, ogni quindici giorni almeno, in tutte le zone di scolo con insetticidi di sintesi, i piretroidi, molto diversi dal Ddt. Di grande efficacia l’utilizzo di pesci rossi, grandi predatori delle larve di zanzara, nelle vasche e nelle fontane dei giardini. Interessante il Bacillus thuringiensis israelensis, derivato da un batterio capace di produrre una tossina ad azione molto specifica contro la zanzara tigre, che è naturale e non di sintesi chimica ed è capace di uccidere selettivamente solo le larve di Aedes albopictus e di pochissime altre specie, oltre a degradare velocemente». GIANCARLO CALZOLARI(Il Tempo)



EXTRA APPUNTI DI STILE- Braille News 1.8.09
 

Ci fosse mai un uomo che critica l’abbigliamento di una donna. A loro va sempre bene tutto. Siamo noi donne, capaci di qualsiasi cattiveria. Il più delle volte generata dall’invidia. L’ultimo capitolo è stato aperto sotto il titolo «Michelle Obama». Spesso fuori le righe, certo. Con quei colori azzardati. Si può essere più o meno d’accordo sulle scelte, però forse sarebbe il caso di chiudere, una volta per tutte, l’argomento braccia scoperte. Ok, prima di lei, nessuno ha osato nelle visite ufficiali indossare abiti a giro-manica. Ma anche Carla Bruni lo fa. E le due first lady sono sempre più imitate. La moda ha definitivamente sdoganato questa nuova tendenza più «intellettuale». Le gambe al vento sono capaci di metterle fuori tutte (e troppo spesso in maniera spropositata per misure ed età). Le braccia scoperte, invece, sono l’ultimo baluardo della giovinezza. È da lì che si calcola l’età di una signora. Quando ancora la forza di gravità non s’è spinta oltre il sopportabile, quando la ginnastica tiene tutto su, le braccia si mostrano orgogliose. Il tempo per le camicie con le maniche lunghe per Michelle è ancora ben lontano. KATIA PERRINI(Il Tempo)



EXTRA-APPUNTI DI STILE– Braille News 25.7.09
 

A Milano fanno la gara di velocità sui tacchi a spillo, noi a Roma, invece, facciamo il percorso a ostacoli tutti i giorni. Se ami i tacchi o se sei sotto il metro e sessanta di altezza, o ancora se il tuo fidanzato-marito-amante vuol vederti solo con almeno dieci centimetri posticci in più, a Roma sei finita, spacciata. Almeno un paio di «voli» l’anno non te li leva nessuno. Perché, noi, a Roma non abbiamo strade normali. Noi abbiamo una miriade di buche, buchette, dislivelli e (maledettissimi!) sanpietrini tra i quali si creano terribili fessure-killer dello stiletto. Così ogni giorno le romane hanno una missione: portare in salvo a casa le caviglie e le ginocchia nel caso (non remoto) si finisca lunghe sull’asfalto. Dura essere seducenti, così! Eppure noi ce la mettiamo tutta, camminiamo in equilibrio, percorriamo piccole distanze a minipassi lentissimamente, pregando gli accompagnatori di rallentare, per carità! Ma se ci distraiamo un attimo, zac, traumatologico! Il sindaco faccia qualcosa per salvare la nostra carica seduttiva: ci aggiusti per favore le strade. I concittadini gliene saranno grati. KATIA PERRINI (Il Tempo)

 



XIV PREMIO LOUIS BRAILLE ALL’AUDITORIUM UNA SERATA DEDICATA AL CUORE- Braille News 18.07.09
 

Una serata all\'insegna della musica, dell\'amore e dei buoni sentimenti per sensibilizzare l\'opinione pubblica sulle pari opportunità di cui dovrebbero godere i disabili visivi. Questo il senso della serata del Premio Braille, giunto alla sua XIV edizione, che si è tenuta lo scorso 8 luglio all\'Auditorium di Roma. Tanti gli artisti alternatisi sul palcoscenico. Ron, look chic con cappellino da viaggiatore, ha proposto al pubblico Jo Temerario e la sua Città per cantare, uno dei più bei classici della musica leggera italiana. Un romantico Michele Zarrillo, vestito di tutto punto con camicia e pantalone nero, ha instillato negli animi dei presenti emozioni indimenticabili con Cinque giorni, pezzo forte del suo repertorio; fuori programma ma graditissima la sua Rosa blu. Suadente la voce della cantante non vedente Silvia Mattia mentre il musicista Massimo Tagliata, del cast artistico di Biagio Antonacci, ha incantato tutti con la sua armonica dal ritmo gitano. L\'evento organizzato dal presidente dell\'Unione Ciechi Italiana, Tommaso Daniele, è stato ripreso da Rai Uno. Durante la serata sono stati premiati esponenti del mondo politico, economico e delle Forze dell\'Ordine che si sono distinte per il proprio impegno nel tentativo di migliorare la qualità della vita delle persone non vedenti ed ipoventi. Premiati il presidente della Camera, Gianfranco Fini, il presidente del Senato, Renato Schifani, il sottosegretario del Ministero delle Finanze e dell\'Economia, Paolo Cento, il capo della Polizia di Stato, Antonio Manganelli e la Vodafone Italia, L\'appuntamento è confermato al prossimo anno, Ron ha già dato la sua adesione. ANGELA FRANCESCA D’ATRI(Il Tempo)



APPUNTI DI STILE– Braille News 11.07.09  

Ore e ore a truccarsi. Manicure, pedicure, parrucchiere. Un abito mozzafiato e, soprattutto, la tortura finale: 12 centimetri di tacco. Bellissime e pronte per la serata. Poi arriva lui: bermuda e sneakers (ed è andata pure bene che il rischio dei sandali è sempre dietro l’angolo). Qualcuna storce il naso, le altre oramai ci hanno fatto l’abitudine a farsi vedere in giro con uomini che sembrano pronti per la spiaggia e invece ti stanno portando al ristorante. Il rito «preparatorio» per le donne è anche un momento di auto-coccole, oltre che di seduzione. Anticipato da summit telefonici con le amiche per scegliere la mise giusta. Gli uomini, invece, salvo casi del tutto eccezionali, s’infilano la prima cosa che trovano. A sentir loro, nel gioco della seduzione, ci mettono la testa... e poco importa quel che indossano. Ma se per una volta ci presentassimo pure noi in vestaglietta e infradito? Dite che lo capirebbero che davanti ad abito e tacco 12, non dico la cravatta ma almeno un paio di pantaloni lunghi non guasterebbero? KATIA PERRINI(Il Tempo)

 



DONNE IN CONFLITTO SULL’UOMO ATTRAENTE - Braille News 4.7.09

Agli uomini piacciono le donne simpatiche. Meglio se longilinee, con il sedere di Jennifer Lopez e una terza di reggiseno. Un gruppo di psicologi della Wake Forest University, nel North Carolina, crede di aver scoperto l’acqua calda. E per farlo ha scomodato 4mila cavie: donne e uomini, tra i 18 e i 70 anni. Il risultato ottenuto è stato appena pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology. Non c’è quasi nulla di nuovo sotto il solleone. A parte il fatto che spesso, come rilevato dai ricercatori, molte donne soffrono di disturbi alimentari per inseguire un modello fisico dettato da giornali e dalla televisione, impossibile da emulare. Ma non basta: al crescere dell’età, l’uomo oltre alla bellezza oggettiva ricerca anche la sicurezza nello sguardo della donna. Ecco perché i senior intervistati hanno prediletto, oltre al fisico statuario, anche le donne più solari e sorridenti. Comunque, se la partner perfetta ha il sense of humor di Emanuela Aureli e la sensualità di Monica Bellucci l’unione non naufraga. Il punto è che il partner ideale non è detto sia James Bond. L’è tutto da rifare: almeno per le donne, perché "la bellezza sta negli occhi di chi la guarda". «C’è una ragione», rassicura lo psichiatra Domenico Mazzullo. «Partendo dal presupposto che l’uomo è un animale, quello che conta nel maschio è l’istinto della procreazione: quindi la bellezza è la conseguenza di un aspetto di sanità che garantisce la ricerca dell’erede. Il discorso cambia al femminile, dove tutto ruota attorno alla potenza: se si cerca quella fisica, il “macho” piace a una donna-primitiva, impulsiva, che vuole essere dominata e protetta, simile a Wilma dei Flinstonee; se si cerca la potenza intellettuale allora “lei” darà la caccia al “micio”, essendo soprattutto una donna-mamma portata a proteggere, sofisticata e acculturata, con una particolare predilezione per le rotondità. Ma c’è anche un terzo identikit di donna, quella che predilige la figura maschile più fragile e spesso giovane, in cerca dell’uomo da sottomettere: è la donna-uomo». C’è da dire che la tecnologia adoperata per questa indagine è stata delle più sofisticate e all’avanguardia: al gruppo sono state consegnate una serie di fotografie di ragazzi e ragazze, giovani e molto seducenti. Fotografie, simili a quelle nell’album dei ricordi che avete in casa. Ritratti di persone qualsiasi, anche della porta accanto ma con espressioni radiose. E l’obiettivo è stato centrato: gli uomini tutti d’accordo nel rintracciare le foto più eccitanti; le donne quasi quasi finivano alle mani per giustificare i pareri agli antipodi anche sulla stessa fotografia. Uno solo il tratto comune che gli psicologi sono riusciti a rintracciare nelle motivazioni espresse dalle ragazze: la magrezza degli uomini scelti. Capace di offuscare i corpi più robusti e fuori forma. Ma solo per una questione di armonia dell’immagine e non per attrazione sessuale. «Siete fortunate, io devo scegliere anche per l’altezza! – esclama Ela Weber – Se devo abbassare il tacco per baciare è finita. Parlando del colpo d’occhio, l’uomo per me attraente è moro, con gli occhi scuri, non vanitoso e con le spalle larghe, che mi danno un senso di sicurezza». «Sinceramente me lo sono dimenticato - sorride l’attrice Anna Mazzamauro -, ma se faccio uno sforzo di memoria, vale quello che vale per me. La bellezza me la sono inventata. E, a meno che non abbia l’alluce al posto dell’ombelico, nell’uomo guardo che sappia parlare e bene comportarsi». «In fondo a noi donne piace l’uomo alla Obama. Un uomo in via d’estinzione: pieno di fascino, sincero, solare, carismatico e acculturato, capace di camminare a testa alta e non di nascondersi sotto la sabbia», conclude Pamela Prati.
Roberta Maresci (Il Tempo)


SAN PAOLO ESALTA ROMA - Braille News 4.7.09

 

Roma caput mundi. Roma che nel suo ventre ha tanta di quella storia da indignare di più quando la vediamo umiliata, ferita, sporcata, profanata. Un nuovo nucleo di emozione si raggruma, dopo l’annuncio di papa Ratzinger. Sono davvero i resti di Paolo, di quel Saulo di Tarso che percorse fino in fondo il cammino della redenzione, quelli che si venerano da duemila anni nel tempio "fuori le mura", prima una chiesetta voluta dall’imperatore Costantino per le spoglie di quel santo "cives romanus" venuto dall’Oriente, poi il tempio eretto da Teodosio e ampliato da Gregorio Magno, che attira ogni giorno torme di pellegrini. Dunque, l’apostolo delle genti che ispirò al Caravaggio quell’uomo che quasi si contorce su se stesso, folgorato sulla via di Damasco, dunque San Paolo è proprio sepolto dove è da venti secoli venerato. Lo dice la verifica tante volte messa sotto accusa (chi non ricorda le polemiche sulla Sacra Sindone?): l’analisi del carbonio 14. Un anno fa l’avvio della ricognizione, nella tomba mai aperta. Un minuscolo foro, l’introduzione di un sondino. Per guardare dentro la sepoltura. Ha visto tracce di lino colorato di porpora e laminato di oro zecchino, un tessuto azzurro, grani di incenso rosso. Materiali preziosi, la conferma che le spoglie erano di un importante personaggio. Poi sono stati prelevati frammenti ossei, sottoposti appunto al carbonio 14 da esperti che non ne conoscevano la provenienza. Sono risultati appartenere a una persona vissuta tra il primo e il secondo secolo, datazione compatibile con quanto narrano gli Atti degli Apostoli: Paolo fu decapitato, come avveniva appunto con i cittadini romani, intorno al 66-67 dopo Cristo. Ecco allora che si chiude il cerchio, proprio nella ricorrenza dei due Santi Patroni di Roma, su Pietro e Paolo: l’uno davvero nella tomba in San Pietro (come accertò clamorosamente negli anni ’90 l’archeologa ed epigrafista Margherita Guarducci), l’altro nella basilica sull’Ostiense, in quello che era dapprima un grande sepolcreto pagano di cinquemila tombe, poi trasformato in cimitero cristiano, infine coperto dall’abbazia. C’è un trait d’union di colori nelle due scoperte annunciate dal Vaticano a ridosso della festività di ieri. Il rosso e oro che incorniciano la più antica immagine di Saulo, trovata nelle catacombe di Santa Tecla, rimanda alla porpora e al lino a fili d’oro individuati dal sondino entrato nella tomba "fuori le mura", mai toccata da duemila anni. San Paolo è ancora di più con noi. E la scoperta dei suoi resti, ha detto il sindaco Alemanno assicurando più controlli e migliore accoglienza ai pellegrini della grande basilica, «conferma ancora una volta Roma capitale della spiritualità e scrigno di tesori archeologici unici».
Lidia Lombardi (Il Tempo)



JACKSON, GLI ANNI 80 FINISCONO SOLO ORA - Braille News 4.7.09


Quando l’ombra spegne il cono di luce, capisci che in quel buio non sparisce solo una stella, ma anche l’illusione di un tempo fermo, imbrigliato da chissà quanto nella nostra coscienza. A dispetto di ogni calendario, gli anni Ottanta sono finiti ufficialmente l’altra notte, nell’istante in cui la morte di Jackson ha trascinato in un improvviso buco nero il sogno di leggerezza degli adolescenti di due decenni fa. Sparita con lui l’antica euforia del "riflusso", quella voglia sottile di dimenticare le stagioni delle tensioni, degli scontri, della ribellione giovanile che prima di allora aveva bruciato il mondo, lasciando dietro di sé troppi sogni svaniti in insidiose nuvole di fumo. In Italia, per soprammercato, ci si metteva anche il sollievo per essere scampati alle bombe e alle barricate, alle P38 e alle molotov. Imperversavano i modelli protoberlusconiani dei "paninari", le "madonnare" coatte, i "nuovi romantici", i primi "rapper" da importazione, qualcuno si aggirava con gli occhi bistrati e lugubri ma innocui paramenti "dark" da figli della notte: era la rivincita del look, della confezione, dell’apparire. Dell’involucro del corpo sullo spirito ormai sovraccarico. Troppo schiacciate erano rimaste le coscienze dei fratelli maggiori nelle aspettative dell’hippysmo, nell’auto emarginazione beat, nelle contrapposizioni senza scopo. Così, chi oggi ha fra i trenta e i quarant’anni avverte la scomparsa di Michael come un lutto generazionale, la privazione di un diritto alla nostalgia, il compianto per un’icona effimera ma potentissima, nella quale (eccezion fatta per la vita privata dell’artista) riconoscersi per sempre. Chi ora attraversa l’età di mezzo sente il rumore dei dadi del destino che chiedono un altro tributo allo star-system, perché ogni decennio - anzi, ogni cultura pop - pretende il suo. James Dean incarnava l’oscura inquietudine degli anni Cinquanta, di quei ragazzi che non provavano gratitudine per i padri che, vincendo la guerra, avevano consegnato loro un mondo libero. Marilyn raccontava - prima delle battaglie femministe - la drammatica fragilità di una donna che soccombeva alle soperchierie del potere, non solo hollywoodiano. Elvis - quel cadavere mai visto da alcuno - sigillava la fine di un sensuale nuovo sogno americano. Jim Morrison dei Doors moriva (o forse no, chiedete a chi giura di averlo incontrato) portandosi nella tomba il gioco esaltato del poeta alla Rimbaud, che tutto bruciava nel fuoco della giovinezza. Il fantasma di Hendrix, il più talentuoso chitarrista della storia del rock, ammoniva i reduci di Woodstock, persi nell’Utopia, droga più letale di mille altre. E John Lennon: ecco, negli spari del suo assassino risuonava l’oltraggio a una fiaba universale, quella che ancora oggi, quasi trent’anni dopo in tanti continuano a cercare tra le aiuole dello Strawberry Fields, la piccola porzione di Central Park dedicata alla memoria dell’ex Beatle, proprio di fronte al marciapiede in cui fu ucciso. Suicidi, omicidi, misteri, inchieste mai convincenti, avvistamenti, percezioni paranormali: nessuno ha mai concesso agli eroi pop del Ventesimo Secolo il diritto di riposare in pace. Li si trattiene qui, con ogni mezzo. Li si invoca, finchè non ci si arrende. Finché non ne si elabora l’assenza. Chissà quando. Jackson si è autosacrificato davanti all’altare di quello che qualcuno definì "l’edonismo reaganiano". Mettendoci di suo un’ostinazione psichica nel sottrarsi, con una metamorfosi incessante, alla tirannia di un corpo odiato, rifiutato, del quale avvertiva pulsioni ingestibili. Lui che si sentiva avvolto in un sortilegio già più nero della sua pelle. Lui che si credeva un bambino cresciuto ma pretendeva di sposare Liz Taylor, mito di trent’anni prima. Lui che aveva scritto una canzone segretamente dedicata alla principessa del Galles, quella "Dirty Diana" che tiranneggiava nelle radio quasi un decennio prima dello schianto sotto il Ponte dell’Alma, quando gli anni Ottanta si frantumarono per la prima volta contro l’Ombra che l’altro ieri li ha portati definitivamente via.
Stefano Mannucci (Il Tempo)



EXTRA: APPUNTI DI STILE- Braille News 27.6.09
 Mi nascondo, quindi sono. È questo il motto dell’estate, dove per nascondersi si usano occhiali da sole grandi, grandissimi. La moda li vuole così, i nottambuli ringraziano. Così con le lenti che partono da metà fronte e arrivano a metà guancia, l’effetto sempre freschi e riposati è assicurato. Tutti gli stilisti hanno firmato i maxi-occhiali quindi c’è l’imbarazzo della scelta. Con le lenti scurissime, oppure sfumate nelle tonalità del grigio, del marrone, del rosa e del celeste. Le lenti tagliate rotonde, quadrate, a farfalla oppure anche a cuore. Coloratissimi, tartarugati, neri. Chi vuol farsi notare sceglie la montatura bianca che, in verità, ha un po’ stufato. Ma c’è anche l’altra faccia del mondo, quella che, nonostante gli occhiali grandi siano la massima espressione del modaiolo, non tradiscono il modello da sole per eccellenza quello che fa tanto "l’uomo o la donna che non deve chiedere mai". È l’esercito dei fan dei Ray-Ban che, soprattutto, non si piega alla logica del logo grande quanto l’occhiale stesso, ostentato. Se firma deve essere, che sia all’interno delle stanghette.
Katia Perrini(Il Tempo)


APPUNTI DI STILE - Braille News 20.06.09
Ne ho visti di tutti i colori. E di plastica, coccodrillati, di pelle scamosciata. Le vetrine di calzature maschili ne sono piene. E un brivido, come ogni anno d’estate, mi corre lungo la schiena. È più forte di me, il sandalo da uomo non mi va proprio giù. Mi pare la quintessenza dell’ineleganza. E non solo in città, ma anche al mare. Tra un uomo che arriva in spiaggia con il suo sandalo chiuso con lo strip e uno con le sue scarpe da ginnastica, magari con le stringhe slacciate (ma senza calzini, eh!) non ho dubbi: meglio il secondo. Più moderno, più easy, più cool. Non parliamo poi di coloro che li sfoggiano sotto l’abito con tanto di giacca e cravatta. Gli stilisti in passerella li presentano così, ma chi se ne frega! Che restino nelle sfilate, se proprio dobbiamo farli vedere, i «francescani». L’uomo di classe non si sognerebbe mai di mettere le dita al vento fuori dalle mura domestiche (e anche lì, credetemi, sarà dura vederli in ciabatte aperte sul davanti). Unica concessione sotto la doccia della palestra. Ma solo infradito, please. KATIA PERRINI (Il Tempo)

LA POESIA- LA NOBILTÀ CONFORTANTE DEL SILENZIO- Braille News 20.06.09
Vorrei ricondurre tutto, ora alla nobile pulizia dei gesti, delle parole e dei silenzi, dei saluti e delle confessioni, tra noi, senza più sprechi, né equivoci o falsi pudori, senza la noia delle circostanze o la sfiducia desolata nelle cose. Maurizio Cucchi da «Vite pulviscolari» Mondadori

A COLPI DI SPADA- Braille News 20.06.09
Henry Bernard - Levy in un lungo e articolato intervento, pieno di citazioni dotte, pubblicato sul Corsera argomenta che l'arte non deve cercare il bello. E che l'arte contemporanea è un esercizio dell'intelligenza che non deve avere a che fare con il Bello (perché opporre le due cose, Monsieur le Professeur però non lo spiega bene…). Lo fa per decantare la nuova raccolta a Venezia del mecenate Pinault a Punta della Dogana. Difende dunque e promuove una esperienza dell'arte che in linea con il pensiero dominante mostri come la vita è in fondo un muro contro cui si va a sbattere e dunque la vera arte di oggi è quella che mostra il volto nichilista dell'esistenza. Poiché HBL sa, però, che l\'arte vive di una specie di taciuta forma di speranza, si deve inventare la categoria di \"nichilismo attivo\". Che, conclude, è una specie di speranza. Di là dalle contraddizioni di questo spot pubblicitario, viene da ricordare quanto Montale diceva della \"voluttà\" con cui la maggior parte degli intellettuali si è buttata a scoprire il \"nulla\". Con una eccezione, diceva il poeta: le loro cattedre. DAVIDE RONDONI(Il Tempo)

EXTRA APPUNTI DI STILE- Braille News 30.5.09
Vietato usare lo shampo sotto la doccia. Vietato giocare a pallone, fare pic-nic, piantare tende, lasciare la spazzatura, sporcare il bagno. Tutto sacrosanto. Perché quando si arriva al mare pare sempre che si scatenino tutti gli istinti bestiali. E allora meglio seminare cartelli di divieto così magari uno legge e si ricorda che esistono delle semplici regole di educazione. Lasciando perdere il capitolo vestiario con orribili pance oversize all’aria, c’è un cartello che non è ancora comparso negli stabilimenti balneari. Lo trovi al cinema, dal medico e pure dall’estetista ma in spiaggia no: «I signori clienti sono pregati di spegnere il cellulare». Così te ne stai lì sdraiato sul lettino, la crema spalmata, il libro che ti sei scelto accuratamente e non vedi l’ora di immergerti nella lettura o semplicemente nei tuoi pensieri. E, invece, no. Invece ti tocca sapere tutto del fidanzato stronzo, della moglie rompiscatole, delle Noemi d’Italia e delle Angeline Jolie tradite dal marito figo. Ma a te dei cavoli del vicino di lettino non te ne frega nulla. E vorresti urlare: «Spegnete il cellulare. Per favore!» KATIA PERRINI(Il Tempo)

APPUNTI DI STILE– Braille News 23.5.09
Insalata a pranzo e pollo alla piastra a cena. Rischiando di perdere il fidanzato rocker che va avanti a botte di fritto, birra e panini al bacon. Ma Kate Moss a un certo punto ha dovuto prendere una decisione seria: mettersi a dieta per la prima volta nella sua vita. Anche se il compagno Jamie Hince la guarda storto. Sì, perché a una modella l’overdose di droghe è concessa, quella di cibo, no. La nostra, famosa per la sua magrezza quasi anoressica (e pure per le sue «sniffate» sbattute in prima pagina) pare sia ingrassata ben 5 chili per raggiungere un peso che forse nessuna comune mortale raggiungerà mai nella sua vita, soprattutto in questo periodo dell’anno con l’incubo bikini alle porte. Difficile che la divina Kate perda il fidanzato per questo e pure che non le diano più lavoro perché ha messo qualcosa tra la pelle e le ossa. A noi non resta che la «magra» consolazione che anche le modelle ingrassano e ci sentiremo un po’ meno sole davanti alle carotine quotidiane e al ricordo (lontano) di un bel piatto di pasta asciutta o di un cono gelato. Dura la vita per chi vuol entrare nel costume dell’anno passato. KATIA PERRINI(Il Tempo)

ANDREA CAMILLERI, ROMA MI HA INGOIATO– Braille News 23.5.09
Diciannove tra romanzi e racconti della saga del commissario Montalbano, un totale complessivo di circa 60 titoli, 35 traduzioni in altrettante diverse lingue straniere, 4 lauree honoris causa, oltre 21 milioni di copie vendute solo in Italia. Tante cifre per descrivere il numero uno nelle nostre librerie: Andrea Camilleri, da Porto Empedocle, Sicilia. In piacevole esilio lavorativo nella città eterna da ormai esattamente mezzo secolo. Lei vive a Roma da 50 anni, ma Montalbano nella Capitale non è mai a suo agio: al di là del gioco letterario, cosa le rende ancora un po’ estranea questa città? «Nulla. Montalbano fuori dal suo territorio è un cane perso, non io. Roma ormai è mia quanto il mio paese di nascita. D’altra parte quando sono arrivato, nel 1949, era una città disposta alla totale accoglienza verso chiunque e mi ha messo subito a mio agio.» Qual è «Il» problema di Roma: la cosa, per citare Montalbano, che più la fa «innirbusire»? «La stessa che inquieta, credo, il 99% dei romani: il traffico. Un problema che accomuna le amministrazioni di ogni colore. La città non è adatta a sopportarlo, non lo è mai stata: leggendo le satire di 2000 anni fa ci si rende conto dei problemi delle bighe nei vicoli. Il mio fastidio invece è progressivo: con l’età Roma mi sembra più caotica. Scendo a comprare il giornale ed è un’avventura; credo di mettermi in salvo sul marciapiede, ma trovo arrivi e partenze di decine di motorini e moto. Francamente penso sia un nodo irrisolvibile. A via Oslavia stanno costruendo un parcheggio sotterraneo, ma conoscendo i romani so che sceglieranno comunque la strada. Il romano ha un particolare senso della vita, che non sottintende egoismo, ma voler trarre il meglio dalle situazioni. Perché non lasciare l’auto in terza fila se sto via solo dieci minuti? Poi l’altro suona disperato. La verità è che siamo troppi. E dobbiamo compatirci a vicenda. Però, traffico a parte, tutti i sindaci si sono prodigati per fare Roma più bella. E anche la rovente polemica sull’Ara Pacis, che personalmente preferivo prima, indica una partecipazione importante degli abitanti alla città». E la caratteristica migliore di Roma? Ciò che, nel suo linguaggio, la fa «sentire nzemmula»? «Si potrebbe dire il cielo, o l’architettura, ma io preferisco pensare alla gente. I cittadini di Roma hanno nel Dna un’esperienza secolare fatta di tolleranza, che si traduce in capacità di ricevere e inglobare l’altro. Qui non rimani quel che eri: dopo qualche anno ti accorgi che sei diventato romano, che usi il dialetto, che il ponentino ormai per te è importantissimo. Questa città ti ingoia amorevolmente e ti armonizza a sé. La mia nostalgia per la Sicilia resta, ma Roma la stempera». Se fosse il sindaco per un giorno? «Premesso che preferirei la fucilazione, se accadesse non proverei nemmeno ad affrontare la questione traffico. Forse mi occuperei del fatto che la città patisce una pressione costante, come nessun’altra al mondo: contiene un altro Stato, con doppie ambasciate e doppio turismo, ed essendo il luogo dei ministeri accoglie tutte le dimostrazioni di protesta del Paese. Da sindaco farei in modo che qualsiasi corteo avvenisse fuori dalle mura. Si va a Trigoria, dove si manda un rappresentante del Governo. Intanto noi possiamo passeggiare e gli autobus non vengono deviati». Sono in uscita due suoi libri: «Il cielo rubato» (Skira) e «La danza del gabbiano» (Sellerio), può parlarcene? «Il primo riguarda un ipotetico viaggio a Girgenti, oggi Agrigento, del maestro impressionista Pierre-Auguste Renoir. A proposito del quale la biografia scritta dal figlio Jean, il regista, non sembrava collimare con la realtà. Mancavano riscontri di date ed epistolari, ma soprattutto, visto che dovunque andasse Renoir dipingeva, i suoi quadri della Sicilia. Risolti i primi enigmi, l’assenza dei dipinti mi ha dato lo spunto definitivo per scrivere questo divertissment. Il secondo, in uscita a luglio, è invece \"un Montalbano\", in cui il commissario - che, chiarisco subito, non muore - subisce un’ulteriore maturazione. Che lui stima invecchiamento, ma per me è stanchezza fisica: non ce la fa più. Per la cronaca l’ultimo libro di Montalbano è pronto da 4 anni: uscirà quando mi annoierò di lui. Intanto, il 23 maggio a Porto Empedocle, Montalbano \"viene inaugurato\" come statua. Come quella di Sciasia a Racalmuto, quest’opera dello scultore Giuseppe Agnello sarà posizionata in mezzo alla strada, appoggiata a un lampione. E con l’occasione il Comune di Porto Empedocle istituirà una Fondazione Letteraria Camilleri». MARCO PISCITELLO(Il Tempo)

APPUNTI DI STILE- Braille News 16.05.09
Potete immaginare che a cinquant’anni una porti le corna così bene in testa? Ancora una volta, Madonna si dimostra non solo campionessa di ironia ma anche di glamour. Sul tappeto rosso del Met Costume Institute Gala al Metropolian Museum di New York, i flash erano tutti per lei, griffata Louis Vuitton. Altro che quarantenni, trentenni, ventenni! Miss Ciccone, fresca di divorzio (e non certo per corna subìte...) s’è presentata con un vestito mini mini blu petrolio con gonna sbuffante, stivaloni neri lucidi quasi inguinali e un’acconciatura che in poche avrebbero osato con tanta naturalezza. Ancora una volta è riuscita a stupire più di qualunque altra. Anche di Kate Moss, ben più giovane di lei, che in testa s’è messa un simil-turbante. Ciliegina sulla torta la pronta risposta che Madonna ha dato a chi, a bordo red carpet, le ha chiesto il segreto del suo stile: «Tenere la pancia in dentro». Che altro aggiungere? KATIA PERRINI(Il Tempo)

IN LIBRERIA MUSSOLINI E IL GENERALE, IL RITRATTO DI PIETRO GAZZERA, UN CAPITOLO DEL LIBRO DI NOVERA- Braille News 16.05.09
Nei cinque anni in cui fu alla guida del dicastero della guerra, due volte la settimana l’auto di rappresentanza con le insegne del Ministero varcava il portone di Palazzo Venezia, sede della Presidenza del Consiglio, sul lato della piazza dominata dall’Altare della Patria, a Roma. Un valletto prontamente si accostava alla vettura, affrettandosi ad aprire la porta e dal veicolo, con uno scatto repentino, scendeva il ministro della Guerra. Il generale Pietro Gazzera portava con sé una cartella scura. Saliva, quasi di corsa, la scalinata che conduce al piano nobile del palazzo romano. Poi, nell’anticamera dello studio di Mussolini, riordinava le idee, ripercorreva nella propria mente la scaletta dell’imminente incontro con il capo del Governo. Tra il settembre del 1929 e il luglio 1933 questa scena si ripetè innumerevoli volte. Percorso il non breve tratto che separava la scrivania di Mussolini dalla porta d’ingresso il generale si trovava di fronte il Duce che, quando era la lavoro, preferiva indossare uno stazzonato completo al posto dell’uniforme ufficiale. All’arrivo del visitatore Mussolini si toglieva gli occhiali. Non amava farsi vedere con le lenti da presbite e, in barba alle indicazioni di Starace che aveva disposto l’utilizzo del saluto romano, accoglieva spesso l’ospite con una più prosaica stretta di mano. Consumati i convenevoli di rito, il generale si sedeva. La scrivania di Mussolini colpiva l’ospite per la totale assenza di disordine. Incombeva sul colloquio il ticchettio di un orologio collocato in bella vista con il compito di sollecitare gli ospiti a essere brevi. Le udienze private duravano, in media, quindici minuti (...). Aperta la cartella, il ministro estraeva un foglio di carta di quelli che si usavano una volta per gli atti pubblici, uno di quelli dove si applicava la «marca da bollo». Sul foglio aveva segnato il tema e i problemi da sottoporre al Presidente del Consiglio dei Ministri. La scena si ripeteva (...): ma dopo qualche mese dall’inizio degli incontri Mussolini invitò il suo ministro a non prendere più appunti. Fu allora che cominciò a lasciarsi andare a giudizi e commenti che talvolta uscivano dall’ufficialità dei linguaggi di Governo e lambivano con il pettegolezzo i gerarchi, esprimevano lo sconforto per le difficoltà che il regime incontrava nella politica internazionale, traboccavano retorica sui destini dell’impero e sulle glorie del fascismo. Gazzera, uscito dai colloqui, si fermava nell’anticamera della sala del Mappamondo, riapriva la sua cartellina per annotare sui fogli di carta uso bollo quello che, di fronte al Duce, non aveva potuto fare. E se nell’anticamera sostava qualcun altro, allora scendeva nella sua auto di servizio e diceva al suo autista, il fedele Oreste, di non partire finché non avesse terminato di scrivere sul contenuto dell’udienza. Emerge da questi appunti, richiamati dal figlio Romano nel libro di memorie La rosa di Clarissa, il quadro di un Mussolini che alterna lucidità politica e giudizi sferzanti, ironia e assoluta mancanza di scrupoli, fiuto politico e cecità diplomatica. GIUSEPPE NOVERO(Il Tempo)

ALLARME, SI SNIFFA IL CIBO PER RESTARE MAGRE- Braille News 9.05.09
Va di moda sniffare. No, non la cocaina, che neanche sarebbe una novità. Né qualche nuova droga arrivata dall’altra parte del mondo. Ora si «sniffano» i dolci. O meglio, per il momento, a praticare il «cake sniffing» sembrerebbero solo le modelle. Sempre in lotta con la bilancia, perché se non entrano in una 38, al massimo una 40, automaticamente escono dal giro, le indossatrici d’Oltremanica per appagare un po’ lo spirito si sono messe ad annusare cheesecake, muffin, cookies, crumble, applepie. L’olfatto trova la sua soddisfazione ma nella pancia non entra nulla così mantengono la linea. De gustibus... Questa singolare tendenza pare abbia anche una variazione sul tema: prendi una caramella, neanche il tempo di addentarla e la sputi subito. In questo stadio più avanzato di «sniffing», viene coinvolto anche il senso del gusto ma il risultato è lo stesso: zero calorie, zero chili di troppo. Ma via libera a meccanismi mentali che facilmente porteranno ad anoressia e bulimia. La «talpa» che ha rivelato la nuova folle pratica è un’ex dipendente di un’agenzia di modelle che sta scriverndo un diario a puntate sul «Daily mail» e vuole restare anonima. Sulla rubrica dal titolo «Confessions of a fashionist», spiega d’aver lavorato per otto anni fianco a fianco con sniffatrici di dolci. Altro che «Il diavolo veste Prada», qui è molto molto peggio. Mentre la «talpa» con il suo metabolismo veloce mangiava gelati, le «cake sniffers» chiudevano gli occhi e annusavano. Oppure i dolci li compravano per tenerli in ufficio e sentirne solo l’odore. Guai ad assaggiarli. «Quando ho posto il problema - scrive la nostra insider - il loro manager mi ha squadrato dalla testa ai piedi e mi ha risposto: \"Sei tu che hai un problema\"». Tra le anoressiche in fieri, dice ancora l’autrice del diario, una giovane modella ha perso sei taglie in due mesi andando a pranzo senza ordinare nulla. Vabbè che l’icona britannica è Kate Moss (che oltre una 38 è andata forse solo quando era incinta), ma a rovinarsi la salute pare siano sempre di più. E ben oltre l’Inghilterra. La modella romana Margherita Praticò, nell’intervista qui a fianco, conferma: anche a Parigi le indossatrici sniffano o sputano. I nutrizionisti la definiscono una forma di anoressia «deviata». Questa nuova moda che pare innocua sarebbe invece subdola e pericolosissima. «È lo stesso meccanismo che utilizzano le persone anoressiche o bulimiche mettendosi le dita in gola per vomitare dopo aver mangiato - spiega Carlo Cannella, presidente dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran) - dimostra una mancanza di controllo rispetto al cibo. È l’anticamera di altri comportamenti. Se non si riesce a fermarsi all’odore, cosa si fa? Dopo aver mangiato il cibo calorico, considerato nemico, si dovrà vomitare». «C’è maggiore controllo in chi rinuncia totalmente a un alimento amato - continua Cannella - È più sano decidere di evitare un cibo piuttosto che ricorrere a mezzi malati che possono aprire le porte a circoli viziosi». Le immagini shock della modella francese Isabelle Caro, ritratta da Oliviero Toscani per la campagna contro l’anoressia del marchio di moda Nolita, sono ancora impresse nel nostro sguardo: lei nuda, solo pelle o ossa, uno scheletro con le lentiggini. Immagini terribili, che avevano dentro una storia di sofferenze incredibili. Storia che è poi diventata un libro: «La ragazza che non voleva crescere. La mia battaglia contro l’anoressia». Non sono bastati quei cartelloni pubblicitari che trasudavano richiesta d’aiuto. Le ragazze, in cerca di un’assurdo ideale di magrezza, continuano a farsi del male. «Per mantenere il peso giusto - conclude il nutrizionista - basterebbe essere più semplici. Mangiare le cose giuste, riducendo le porzioni, se serve. Meglio qualche briciola di dolce, vera, di tanto in tanto, rispetto a una fetta di torta che può essere solo sniffata e che diventa un pensiero fisso da cui non ci si riesce a staccare cancellando così anche la propria capacità di autocontrollo». KATIA PERRINI (Il Tempo)

LA POLEMICA- LE FAVOLE HANNO UNA MORALE- Braille News 9.05.09
Non diciamo sciocchezze. E ci si sono messi in parecchi, a dirne, a proposito dell'esternazione del sindaco Alemanno sulla violenza in tv. Per qualcuno sono violente pure le fiabe: se «Romanzo criminale» insegna ad accoltellare, Haensel e Gretel insegnano ad abbandonare i figlioletti. E magari, perché non le tragedie? L\'Edipo Re insegna a uccidere il padre e ad andare a letto con la madre: quel che sosteneva più o meno Freud. Allora proibiamo anche le storie di eroi e di cavalieri, ha aggiunto un altro acuto educatore: non c\'è violenza anche lì? E se le fiction violente insegnano ad ammazzare e i ragazzi ammazzano, si è chiesto un altro fine umanista, perché quelle sulla vita di Padre Pio non generano vocazioni? Appunto. Non diciamo sciocchezze. Non sappiamo se le fiction su padre Pio abbiano generato vocazioni. Che quando germogliano non fanno rumore. E notizia, come invece la fa una coltellata. E poi perché il linguaggio della fiaba, della tragedia, dell’epica - che non a caso ha scarsissimo spazio negli spettacoli proposti oggi - è tradizionale, formalizzato, catartico: appartiene a mondi nei quali bene e male erano ben distinti, si onorava il primo e si condannava il secondo. La violenza che passa oggi nel grande e nel piccolo schermo non ha alcuno di questi caratteri. È squadernata, nihilista, oscena: fa del trasgressore e del malfattore altrettanti eroi, esalta esplicitamente o implicitamente la forza e la violenza. Non propone esempi che insegnino virtù morali; mette in scena modelli nei quali il sangue è vicino al sesso e l\'uccidere dà un\'ebbrezza vicina all\'orgasmo. Eros kài thanatos: e ci risiamo con Freud. Quindi, Alemanno, hai ragione tu: e torto i tuoi detrattori. Certo, è evidente che moralizzare spettacoli e modelli antropici non basta: ci vogliono anche i servizi e gli spazi di aggregazione eccetera. E ci vuole un ritorno all\'insegnamento morale, un impegno che veda famiglie e scuola tornare ai loro doveri. E magari che i partiti politici riscoprano il sacrosanto discorso gramsciano secondo il quale chi fa politica ha il dovere di accettarne anche il ruolo etico e didattico, di cercar di migliorare la società in cui vive. Sarebbe bello se la Tv ci aiutasse. A me, le vicende di Francesco d\'Assisi, o di Tiziano Terzani, sembrano più affascinanti delle storie \"de cortello\" della Magliana. Per non parlare del Grande Fratello. FRANCO CARDINI(Il Tempo)

APPUNTI DI STILE– Braille News 2. 05.09
Son diventati i pakistani agli angoli delle strade la nuova cartina tornasole di ciò che va di moda. Anche se, una volta che sono arrivati sulle bancarelle, gli oggetti di culto diventano troppo alla portata di tutti. Stavolta la tendenza che si prepara a spopolare è quella che vede il ritorno della kefiah. «Ancora?», potrà obiettare qualcuno. Sì, ma stavolta il simbolo delle contestazioni studentesche e della lotta palestinese dismette qualsiasi connotazione politica e si veste di colore. Il bianco, troppo scontato, lascia il posto al colore della stagione, il viola. Gettonatissimo, come abbiamo già ampiamente detto nelle settimane passate. E poi tutte le nuances possibili e immaginabili: dal rosso al verde sino al giallo, al fuxia e al turchese. Per averne una per ogni diversa mise. In negozio si trova in vendita dai trenta euro in su. In strada la kefiah modaiola riesci a portartela a casa anche solo con 5 euro. A metterle vicine sembrano quasi uguali. KATIA PERRINI(Il Tempo)

I SEGRETI DELLO SBARCO MALEDETTO– Braille News 2. 05.09
«Contro i 1.800 moderni cannoni nemici, schieravamo 500 bocche da fuoco, per due terzi residuati della Prima guerra mondiale. Contro i 600 carri armati anglo-americani si contano circa 155 carri tedeschi e un’ottantina di carri leggeri italiani, 50 dei quali Renault 35». Eppure il giovane tenente dei carristi Angelo Navari sul suo Renault 35, una scatola di latta con i cingoli, dalle foto in bianco e nero sembra sorridere. Alle 2 nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943 in Sicilia gli Alleati hanno dato il via alla più imponente operazione di sbarco che si sia mia vista nella storia fino a quel momento, sulla spiaggia tra Licata e Gela e tra Pachino e Siracusa. Alle 8 del 10 luglio il tenente Angelo Navari alla testa di 12 carri Renault contrattacca. Punta verso l’abitato di Gela, affiancato solo da una compagnia di bersaglieri. Vengono massacrati dal diluvio di fuoco che arriva dal mare. Restano solo due carri italiani. Il tenente Navari avanza da solo. Travolge le difese americane fuori dal paese, lungo la ferrovia. I ranger se lo vedono passare davanti all’ex Hotel Trinacria, sembra invulnerabile. Semina il vuoto, è a 300 metri dalla spiaggia. Ha tagliato in due la testa da sbarco della più potente armata. Perde il pilota. Alla fine un colpo di bazooka blocca i cingoli. Angelo Navari esce dalla torretta con la pistola in pugno. Un proiettile lo centra in fronte. Ma il suo sacrificio è servito a dimostrare quanto il dispositivo americano sia fragile, nonostante che dalla notte prima, sotto un cielo di pece, il mare sia letteralmente ricoperto di cannoniere e mezzi da sbarco, a ondate piovano bombe dalle fortezze volanti. Strano libro quello scritto da Andrea Augello, senatore del Pdl. Un libro che ha il merito di far rivivere dall’oblio questi eroi non per caso. E dove i liberatori sparano sui civili, massacrano i prigionieri. \"Uccidi gli italiani\" è edito da Mursia, è stato presentato all’auditorium dell’Ara Pacis; e ha una postfazione, preziosa, scritta da Anna Finocchiaro che al Senato siede nel versante opposto, capogruppo del Pd. Il titolo viene dalla parola d’ordine dei parà britannici che presero parte allo sbarco, in codice \"operazione Husky\", quando gli Alleati non avevano ancora deciso - osserva Andrea Augello - di descrivere la campagna di Sicilia come una \"missione umanitaria\". Soprattutto il saggio, che spesso ha il ritmo incalzante di una sceneggiatura cinematografica, ma ricco di documentazione e di testimonianze, ha un altro merito. La strage di Biscari (furono fucilati oltre 70 soldati italiani dopo che si erano arresi) - rivelata qualche anno fa da Gianluca di Feo del Corriere della Sera, e probabilmente non l’unico crimine di guerra americano in Sicilia - resta sullo sfondo. La ricostruzione di Andrea Augello rovescia la vulgata secondo la quale sull’isola le nostre forze armate si sciolsero come burro, un anticipo dell’8 settembre. E invece gli italiani combatterono una battaglia feroce. Durissima. Tra gli errori incredibili - semmai - dei tedeschi e la violenza spesso brutale delle truppe alleate. Si combatté per giorni intorno a Gela, nel centro del paese: dalla piazza del Duomo fu prima tolta metà dal mucchio di corpi, quella dei soldati americani uccisi, e poi i fotoreporter di Life fotografarono solo i cadaveri degli italiani. Per almeno due volte gli Alleati rischiarono, nonostante l’enorme superiorità di mezzi, di essere ributtati in mare da quell’esercito di \"straccioni\". «È questa la Storia che restituisce alla città di Gela l’identità di tanti cittadini valorosi che non trovarono neppure l’onore di una sepoltura ufficiale», scrive Anna Finocchiaro. Dal 10 al 12 luglio caddero sul fronte di Gela 3.300 soldati italiani (molti i ragazzi della Divisione Livorno). Si conosce il luogo di sepoltura per 600 di loro: all’appello ne mancano 2.700. Giacciono sotto i campi, nelle fosse comuni. Oltre che si faccia chiarezza sui crimini di guerra, che si restituiscano le medaglie \"rubate\" a chi si comportò da eroe, l’augurio di Andrea Augello è che nasca un \"luogo della memoria dello sbarco\" riconoscendo finalmente \"ai combattenti, italiani, tedeschi, americani, nulla di meno dei loro meriti e dei loro limiti in momento spaventoso\" in cui migliaia di giovani si misurarono con l’orrore della guerra. PIERANGELO MAURIZIO (Il Tempo)

APPUNTI DI STILE- Braille News 25.04.09
«Sono due anni che vi ostinate a portare ’sto viola e da due anni nel mondo sta succedendo di tutto. Ma perché non vi vestite tutte di arancione?». Il mio vicino di scrivania, sempre attento alle questioni di moda, stavolta m’ha bacchettato. Il fatto è che pure io mi sono fatta contagiare dal colore della Quaresima odiato da molti (teatranti in primis). Ma che in altrettanti amano. È il colore del momento, è vero. Sta bene a more e bionde e poi nonostante dicano che porti sfiga, con l’arrivo della primavera ti fa venir voglia di allegria e spensieratezza. Altro che roba negativa. C’è il glicine che dà l’idea di freschezza, il viola-vinaccia passionale che sostituisce il più impegnativo (e più estivo) rosso-lacca e il viola carico da osare anche la sera al posto del troppo serioso nero. Altro che arancione! Forse un po’ più in là quando la primavera sarà andata via e il colorito avrà assunto toni più caldi. Ma non sarà la stessa cosa. Perché il viola è charme, mentre l’arancio la vera eleganza se la può scordare. KATIA PERRINI

L’ALTRA FACCIA DI «HUSKY»- Braille News 25.04.09
«Operazione Husky» fu chiamata la prima invasione alleata del suolo italiano che durante la seconda guerra mondiale permise, con l'utilizzo di sette divisioni di fanteria (tre britanniche, tre statunitensi e una canadese) l'inizio della campagna d'Italia. Cominciò con lo sbarco in Sicilia, nel luglio 1943. Gli alleati furono generalmente accolti da noi come liberatori. Ma erano comunque nemici e in guerra. Lo storico Fabrizio Carloni è il primo a rivelare uno degli episodi più oscuri dello sbarco, l’eccidio a Vittoria, nel Ragusano. Il saggio è contenuto nel numero di «Nuova storia contemporanea», Ne pubblichiamo uno stralcio. Nel corso delle ricerche e dei sopralluoghi propedeutici al mio saggio per Mursia sull'utilizzo delle truppe maghrebine nella Campagna d'Italia, incappai in due verità di cui una quasi sconosciuta anche ai cultori di storia e l'altra ignota all'epoca anche agli specialisti della materia. Parlo, nel primo caso, dell'utilizzo in Sicilia del 4° Tabor marocchino nell'ambito dell'operazione Husky; nel secondo, degli assassinii perpetrati dalle truppe statunitensi a danno della popolazione civile italiana già nelle prime fasi successive allo sbarco. Mi sfuggì la strage perpetrata a Vittoria nel Ragusano, nel pomeriggio del 10 luglio 1943, che, contrariamente a quanto anche da me sostenuto, fu la prima uccisione in massa di cittadini da parte di un esercito straniero, sul territorio dello Stato italiano. C'è da fare un distinguo tra quelle che in occasione dei combattimenti in Sicilia nel corso di Husky furono le morti di civili procurate a caldo per cause legate alla situazione e gli assassinii perpetrati a freddo a danno della popolazione in assenza di contingenze e non nella prossimità di truppe avversarie che costituissero un pericolo grave incombente. È in questa seconda ipotesi che va inquadrata la strage di Vittoria. Fu secondo noi un equivoco e la superficialità unita alla paura e a un addestramento basato su un pregiudizio (la sindrome di Guadalcanal) che determinarono a Vittoria l'uccisione da parte di militari statunitensi del podestà di Acate Giuseppe Mangano, del fratello, del figliolo e di altri italiani disarmati rimasti per ora sconosciuti. Ma veniamo ai fatti. I Mangano abitavano al centro del paesino. La famiglia era composta da Giuseppe, del 1900, dalla moglie Carmela Albani, detta Melina, nata nel 1896, dal figlio Salvatore Valerio, nato nel 1926. L'abitazione era sviluppata su un piano terra e un primo piano ed era divisa con la sorella della signora Melina, chiamata Sarina, separata dal marito, che conviveva con una ragazza che provvedeva alle faccende di casa. Con i Mangano viveva una signorina sfollata da un paesino del Messinese devastato dal terremoto del 1908, dove non vi erano scuole, che svolgeva ad Acate l'attività di maestra; anche lei sarà coinvolta nella tragedia di sabato 10 luglio. Una ragazza del popolo, anche nella famiglia di Melina, si occupava di accudire alla casa. Il giovane della famiglia, Valerio, studiava a Vittoria presso il locale ginnasio; Nelle prossimità della casa dei Mangano vivevano i due anziani genitori di Giuseppe: Salvatore e Concetta Rovillo, entrambi maestri elementari pensionati; ospitavano un ragazzo proveniente da una famiglia poverissima di Modica, composta da cinque ragazzi e dalla madre vedova. Nella notte tra il 9 e il 10 Giuseppe Mangano si trovò, come tutti i cittadini da lui amministrati, in una situazione di grande confusione e di terrore: nel primo pomeriggio del 9 Acate era stata duramente colpita da un bombardamento aereo americano che aveva ucciso molte donne e bambini. Ora che la notte incombeva e lo shock della strage non era ancora superato, erano subentrate le artiglierie. Non c\'erano in paese rifugi antiaerei che potessero offrire riparo e il podestà pensò di trovare con i suoi cari e la \"Signorina Maestra\" un provvisorio ristoro in una proprietà della famiglia che era a un chilometro. Si decise al sorgere del sole di tornare a piedi alla vicina e familiare Acate per organizzare il trasferimento a Modica dove viveva il fratello di Giuseppe, Gaetano, che avrebbe potuto procurare un riparo sicuro dalle bombe in una delle tante grotte che caratterizzavano il territorio di quella cittadina. Arrivati in paese, era cominciata per la famiglia di Giuseppe l'alacre e febbrile preparativo della partenza per Modica; questa sarebbe stata propiziata dalla recente acquisizione da parte del podestà di una autovettura nuova di fabbrica, una Lancia Augusta che era stata vinta per una fortunata estrazione della lotteria nazionale solo dieci giorni prima. La difficoltà che avrebbe potuto salvare i Mangano dalla morte fu costituita dalla batteria inopinatamente scarica che impedì alla macchina di partire; fu Giorgio, che non se lo sarebbe più perdonato, ad avere l'idea di farla partire a spinta, cosa che riuscì con una certa facilità. I Mangano, arrivati all'incrocio tra via Cavour e via Cacciatori delle Alpi, furono intercettati verso le 10 di mattina con le armi puntate da un gruppo di militari americani. I tre maschi furono fatti scendere dalla macchina e fatti disporre da un lato e separati dalle donne che furono spinte all'interno di casa Scuderi, la cui porta fu sfondata dai soldati stranieri a spallate; subito dopo urlando e sotto minaccia delle armi i tre acatesi furono fatti stendere a terra. Sembra che dopo poco si sentissero Giuseppe ed Ernesto Mangano interloquire con i militari ad altissima voce e che il tenente parlasse con gli spazientiti interlocutori in una lingua straniera che sembrava russo. I modi spicci degli americani divennero perentori e i tre vennero invitati con le punte delle baionette a precedere la pattuglia e a incamminarsi. Donna Melina incominciò a urlare perché intuì che si stava consumando l'irreparabile; a far capire ai prigionieri che si sarebbe proceduto per le vie brevi in caso di resistenza, la raffica sparata pochi momenti prima verso la finestra di casa Scuderi. Prima di svoltare l'angolo, Valerio si girò e salutò la mamma con un gesto impercettibile ad altri che non avessero avuto la loro confidenza. Melina, per l'evolversi della vicenda, chiese al comandante dei soldati rimasti a via Cavour di potersi allontanare e, avuto il permesso, si diresse verso l'abitazione di Rosario Migliorisi, lontano parente, per cercare di azionare tutte le misure ipotizzabili per salvare i suoi cari. Fu don Sariddu a trovare i cadaveri di Giuseppe e di Valerio, quest'ultimo con una profonda ferita da arma bianca che andava dall'orecchio alla gola. Tra i morti tra cui, ci riferiscono, circa 18 militi in divisa, non fu capace di trovare il cadavere di Ernesto; se ci fosse stato un uomo morto di quasi due metri con i pantaloni militari, la giacca di un pigiama e un aspetto familiare, non sarebbe potuto sfuggire anche all\'occhio stressato di Saro Migliorisi. Rimase un mistero la genesi della reazione degli statunitensi. Si può ipotizzare di tutto, anche che gli americani avessero sospettato, perquisendo Ernesto e sentendolo parlare in russo o tedesco, e vedendolo con i pantaloni militari e la giacca del pigiama, che fosse un franco tiratore (...) e avessero deciso di portarlo per l\'interrogatorio alla sezione reggimentale e che questa decisione avesse determinato la reazione del fratello Giuseppe, che si sentiva responsabile per averlo coinvolto nel trasferimento a Modica. Chi con molta probabilità fermò la Lancia dei Mangano e si rese responsabile della strage di Vittoria furono i paracadutisti della 82a; a metà giornata sessanta suoi uomini appartenenti alla Compagnia G del 3° Battaglione del 505° Reggimento con la collaborazione di tre pezzi della Batteria C del 456° Battaglione artiglieria paracadutista entrarono a Vittoria precedendo gli uomini della 45a sbarcati sulla vicina costa. Essi catturarono molti prigionieri. Sembra che i Mangano siano stati uccisi nel secondo pomeriggio. Questa eventualità renderebbe ancora più atroce il loro destino perché vorrebbe dire che l\'omicidio non fu consumato a caldo, considerato che erano stati catturati a metà mattinata da truppe infiltrate e a combattimenti ancora in corso, ma nel pomeriggio, quando tutto poteva apparire più chiaro e il nucleo familiare preso per quello che era: un gruppo di civili in cerca di scampo di fronte agli orrori della guerra a bordo di una Lancia vinta in una lotteria e con la batteria scarica e con all\'interno un pacchetto contenente poco oro ma tante pietre pregiate. FABRIZIO CARLONI

EXTRA APPUNTI DI STILE– Braille News 18.4.09
Belen è una donna fortunata. Lo pensano in tante. Ma non perché s’è fidanzata con Fabrizio Corona (semmai ciò che le è stato invidiato in passato è l’ex Marco Borriello). È fortunata perché lei sì che può permettersi quegli shorts ridottissimi e strappati ad arte che sono all’ultima moda. Non c’è donna che non vorrebbe poterli indossare non solo al mare ma pure in città. Con l’arrivo della primavera il desiderio diventa incontenibile assieme alla delusione. Lo shorts sfilacciato è roba da poche, pochissime. E non sempre sedute quasi quotidiane ed estenuanti in palestra con esercizi mirati su gambe e glutei, risolvono il problema. Come se non fosse abbastanza, le pubblicità sui giornali non fanno altro che propinarci modelle più o meno famose (Gisele Bundchen in testa) con chilometriche gambe perfette in bella mostra. Non è umano, è sadico. Con la prova costume che incombe sempre più. Ma chi se le inventa le campagne pubblicitarie? Vorremmo potergli dire, noi donne, una parolina... KATIA PERRINI

LA FORZA DI NON ARRENDERSI CONVERSAZIONE CON DACIA MARAINI– Braille News 11.4.09
Dacia Maraini, la scrittrice che l’Abruzzo ha scelto come musa e cantore delle sue canzoni più intime e della sua forza più sconosciuta. A quest’amore, l’intellettuale a cui la dolcezza non impedisce d’essere rude paroliera, risponde dedicando il suo tempo alla direzione artistica del Teatro, del Festival e della Scuola di Drammaturgia di Gioia dei Marsi (L’Aquila) di cui è cittadina onoraria. La scrittrice è appena tornata dall’America quando apprende ciò che è accaduto. Una tragedia che si ripete. «L’Abruzzo, una regione tormentata dai terremoti. Ne ha vissuti tanti, il più terribile nel 1915 ancora vivo nei ricordi di molti, nei ricordi delle famiglie che tramandano un dolore grande. Quel terremoto, che ebbe l’epicentro ad Avezzano, costò la vita a 30.000 persone. Intere città furono cancellate». Oggi il bilancio appare più clemente ma non meno inesorabile. «Il sisma dell’altra notte sembra, per fortuna, più leggero. Oggi si sta più attenti a come si costruiscono le case. Prima quest’attenzione non c’era e non c’era nemmeno l’idea che ci si potesse proteggere dai terremoti costruendo case più elastiche, resistenti. Del resto prima il cemento armato non esisteva. L’Abruzzo è una zona sismica ad alto rischio, in tutta l’Italia i terremoti rappresentano un pericolo. Ed è questo uno dei motivi per i quali sono contraria alla costruzione di centrali nucleari. L’idea di tornare al nucleare è sbagliata, anche per quello che può succedere come è successo e il pericolo che ne deriverebbe». Dov’era quando c’è stata la prima scossa? «Ho sentito tremare la mia camera. Mi sono spaventata. Mai avrei pensato che il terremoto arrivasse dall’Abruzzo. Mai avrei pensato che in Abruzzo il terremoto sarebbe stato così grave. Ascoltando la radio ho saputo quello che i primi testimoni cominciavano a raccontare. È un dolore. Ci sono morti, feriti, case buttate giù. Persone che hanno perduto tutto. Persone che non hanno più un tetto, il loro tetto». Ha visto più rassegnazione o voglia di reagire? «Ho guardato gli abruzzesi intervistati in tv. Vedo che hanno preso la situazione in mano, stanno reagendo con molta energia e generosità. E questo mi consola. Sono bravi gli abruzzesi. C’è, forte, la solidarietà. Si moltiplicano le dimostrazioni di affetto e le iniziative di aiuto. Molti amici mi hanno chiamato per dirmi che cosa avrebbero fatto e che cosa faranno per sentirsi accanto a chi è stato colpito da questa ennesima tragedia. A chi soffre e sta male». Che cosa si augura che accada ora? «Oggi mi posso augurare e augurare agli abruzzesi che un’occasione luttuosa come questa, di dolore e di tragedia, diventi il momento per ritrovare un sentimento per troppo tempo trascurato e dimenticato, la solidarietà». ANNA FIORINO(Il Tempo)

IN BRICIOLE UN ALTRO PO’ DI BEL PAESE– Braille News 11.4.09
L’Aquila vede sferzati le chiese, i dipinti, i libri, i documenti. «750 di storia cancellati in 20 secondi», dice Bruno Vespa sorvolando in elicottero per «Porta e Porta» la sua terra. E da Roma il Ministero per i Beni Culturali si trova ad affrontare l’ennesima emergenza di un’Italia antica e fragile. Dalle quattro dell’altra notte, pochi minuti dopo il boato, Giuseppe Proietti, Segretario Generale del Collegio Romano, è incollato al telefono. Rivive l’emergenza che ha dovuto sbrogliare in Irpinia, quattro anni dopo il terremoto del 1980, allorché toccò a lui decidere come ridare vita a quello spicchio del Bel Paese. Il sottosegretario Giro ha riferito che il ministro nominerà un commmissario per i Beni Culturali. E ha fatto il suo nome. Dottor Proietti, che cosa emerge dal monitoraggio? «Possiamo parlare della città dell’Aquila. Solo qui abbiamo potuto effettuare finora sopralluoghi diretti. I nostri tecnici non sono ancora riusciti ad arrivare nei comuni della Provincia». Che cosa si è perso nella città capoluogo? «Le chiese sono le più martoriate. Crollato il campanile di San Bernardino, dov’è sepolto il frante di Siena. La seicentesca chiesa delle Anime Sante o del Suffragio, in piazza Duomo, non ha più la cupola. Giù il transetto della Cattedrale e il cupolino di Sant’Agostino. Nulla rimane del palazzo della Prefettura, che ospita l’Archivio di Stato. Rovine anche nel Castello cinquecentesco. Ospita il Museo Nazionale d’Abruzzo e due Soprintendenze, dei beni architettonici e paesaggistici e del patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico». Dunque, oltre agli edifici rovinati documenti storici e opere d’arte? «All’Archivio le carte sono sepolte sotto cumuli di macerie. Il Museo è stato dichiarato inagibile fino alla verifica dei vigili del fuoco, ora impegnati nei soccorsi alla popolazione. All’ingresso però vigilano i nostri custodi». Il simbolo dell’Aquila, la basilica di S. Maria di Collemaggio, fondata nel XII secolo dal futuro papa Celestino V, colui che \"fece il gran rifiuto\", è stato toccato? L’Italia intera è tornata con la mente alla trina del rosone, al gioco lieve delle tarsie bicolori. «Ci sono stati danni al transetto e alla parete di fondo. Ma la facciata è integra. Salvata del ponteggio issato per i lavori di restauro». Che cosa fate in queste ore? «Presidiamo i luoghi insieme con la Protezione Civile, ma senza potervi entrare. I vigili del fuoco sono impegnati a recuperare i superstiti. Non si dimentichi quanto successe nella Basilica di Assisi, dopo il terremoto in Umbria. Nostri uomini entrarono subito dopo la scossa e morirono per altri improvvisi crolli. Da allora ci è inibito di operare prima della messa in sicurezza dei siti». Lei ha guidato l’organismo per la ricostruzione dei beni culturali dell’Irpinia. Che cosa prova uno storico dell’arte, un archeologo, appena mette piede nei monumenti devastati? «Ovvio lo sgomento, ma subito, e più forte, la voglia di fare, di recuperare il patrimonio artistico». Qual è il protocollo dei vostri interventi? «Appena abbiamo il via libera di operare senza pericolo effettuiamo la verifica e la documentazione dello stato dei beni. Poi è il momento dei presìdi e della messa in sicurezza, quindi le opere vengono recuperate e sistemate in depositi. Ne abbiamo già individuato uno per quanto toglieremo dalle chiese pericolanti». Esiste una task force dei Beni Culturali? «Fondamentale è agire con razionalità. In questo caso le squadre di pronto intervento, coordinate da Roma, verranno anche dall’Umbria, dove il sisma del ’97 ha purtroppo fatto scuola. Saranno di supporto ai funzionari locali. I gruppi si inseriscono a rotazione. Hanno una operatività consolidata in campo internazionale. Siamo arrivati ovunque ci siano patrimoni d’arte danneggiati. Anche in Iran». LIDIA LOMBARDI(Il Tempo)

CARRIGLIO, PROVOCATORE FRA IL TEATRO E LA VISIONE– Braille News 28.3.09
Ci sono uomini per cui il teatro è un mestierùcolo. E altri per i quali è il destino del mondo, e dunque un grande mestiere anche quando è un mestieraccio. Pietro Carriglio, vulcanico viaggiatore di lungo corso del Teatro italiano, in trent'anni passati tra Roma, la Sicilia e i maggiori palchi italiani, sembra sempre in scena. Ma non a causa di quelle malattie di esibizionismo che spesso rendono grotteschi o patetici tanti mattatori o, peggio, tante mezze tacche. Semmai Carriglio - che porta ora a Roma all'Eliseo un suo Amleto di grandi consensi in tutta la tournée - è affetto da una speciale timidezza. Che lo rende quasi infantile spettatore prima che espertissimo regista. Sta nelle sue stanze o sulle assi del proscenio, da dove i collaboratori lo sentono pure sbraitare o, al contrario, cercare le parole più delicate per rivolgersi a qualcuno, come uno che sia capitato al centro di un palco dove va in scena qualcosa di immenso e qualcosa che passa. La vita come uno spettacolo che, facendo venire magone e sorriso, lascia intravedere un\'altra scena. Il suo autore, ne sono certo, è il laicissimo e vertiginosamente religioso Paolo di Tarso. In questo non più giovanissimo signore, amico e collaboratore di tutti i maggiori uomini di teatro e poeti italiani degli ultimi decenni, e a cui son stati dedicati volumi di studio da critici di primo ordine e dai migliori scrittori, sorprendono a volte le occhiate bambinesche. La ingenuità che si conquista con gli anni. E il nitore dello sguardo del soldato semplice nelle trincee. Perché la scena dove si trova questo geniale creatore di scene, amante della pittura contemporanea e degli scrittori antichi, devoto ai segni dell\'arte remota e conversatore con gli scrittori recenti, è preda di tempeste e di crolli, abitata da presenze angeliche e da gentilezze infinite. Carriglio ha navigato come tanti teatranti in acque mosse e difficili. In anni in cui il teatro ha spesso fatto pasto di se stesso, divorando i propri tesori per smanie di protagonismo, per malanni ideologici e per diffuse irresponsabilità. Anni in cui il teatro ha provato a reinventarsi in molte direzioni, alcune delle quali mortali, come quelle che seguono le sirene della \"fama\" acquisita altrove e buttata in scena (fino alle odierne imbarazzanti prove teatrali di giornalisti, soubrettes, mezzi scienziati...). Altre strade, più occulte ai dispensatori di fondi pubblici o ai detentori di rubriche giornalistiche, hanno invece continuato a rendere il teatro luogo vitale per i singoli, se non per una società che non a caso sembra aver perso linfe e riferimenti. E mentre il teatro italiano, tra polemiche sui tagli e ansie di vario genere, sembra in affanno, ecco arriva a Roma Carriglio con il suo Amleto. Al di là della volontà del regista, sembra quasi una provocazione. Come di uno che appende in casa un quadro bellissimo là dove altri san vedere solo macerie, o si aggirano lamentandosi. Carriglio sa bene la necessità finora evasa di mettere mano a una riforma che rompa con coraggio certi metodi propri solo del nostro teatro, tra privilegi e sprechi. Ma non per questo si ferma. Non solo grandi rivisitazioni dei classici antichi e moderni, ma s\'è spinto là dove pochissimi osano, a commissionare testi ai poeti contemporanei (Luzi, Raboni, il sottoscritto) e a lavorare su autori o testi \"off\" o marginali rispetto ai sentieri più battuti. Ora arriva a Roma con il suo Amleto, l\'opera che è \"il\" teatro. Sarà una boccata d\'ossigeno. E un gesto di teatro come grande mestiere, cioè come visione. DAVIDE RONDONI(Il Tempo)

APPUNTI DI STILE – Braille News 21.03.09
Sarà comodo il gel, che dura anche 3 settimane e ti dimentichi di fare la manicure. Ma le unghie lunghe sono definitivamente andate, out, roba da museo, da soffitta, da baule della nonna. In questa coda di inverno è già stato decretato il funerale dell’antica mano da maliarda (che solo Valeria Marini continua a sfoggiare incurante delle mode e del gusto comune). La prossima estate sarà il trionfo dell’unghia cortissima e coloratissima. Viva l’allegria e l’ironia (basti ricordare le mani della vincitrice dell’ultimo Sanremo-categoria Giovani, la fumettosa Arisa). Il rosso fuoco che ha già debuttato la scorsa stagione, sarà affiancato e surclassato dal rosa-fuxia. L’ha già fatto suo Simona Ventura e l’ha esibito anche la nuova «Dolcenera», sempre sul palco dell’Ariston. E si inizia a vedere anche sulle unghie delle ragazze e delle donne «comuni». Un tocco di colore, di buonumore e la voglia di non prendersi mai troppo sul serio. Una manicure choc, un bel sorriso e via! È il nostro antidoto a tutte le crisi. KATIA PERRINI(Il Tempo)

LO SCELLERATO A CACCIA DELLA VERA ANIMA DI ROMA – Braille News 21.03.09
Tra i capitelli e le colonne, sotto gli archi, accanto ai templi, cresceva l'erba da secoli, a Roma. Si pascolavano le greggi, ci si abitava: i pittori fiamminghi si erano divertiti a descrivere quella vita che si nascondeva tra le rovine, i mendicanti, gli stracci stesi al sole. Quando Giovan Battista Piranesi arriva a Roma, nell\'ottobre del 1740, è un giovane ambizioso, intelligente, curioso. Innamorato di Borromini, vuol fare l'architetto. Ma è sceso, al seguito del corteo del nuovo ambasciatore veneziano Francesco Venier, con l'incarico di "disegnatore". Ha vent'anni. \"Roma quanta fuit…\": il veneziano Piranesi, che parla e scrive l\'italiano, sa un po\' di latino e conosce l\'agrimensura, comincia subito. Scava, disegna, misura, copia. È un lavoratore infaticabile e s\'impossessa di Roma palmo a palmo, strisciando sulle rovine o innalzandosi sopra le colonne, carponi o sospeso. Roma ritorna, memoria perduta e rovina insigne, magistra eterna nelle arti che stanno per cedere lo scettro del primato alla Grecia riscoperta da Johann Joachim Winckelmann. Roma ritorna, immenso patrimonio che sembra reclamare e implorare proprio quella nostalgia, malinconica e scura, che, sola, può far rinascere l\'istinto della grandezza. La solidità e la forza, l\'orgoglio anche. Piranesi è di Venezia, a casa lo chiamano Zuanne, ma lui diventa Gio. Batta, come si usa in città. Vuol diventare cavaliere, e ci riesce, vuol diventare architetto, e ci riesce. Riuscirà a interpretare la grandezza perduta sotto la protezione dei cavalieri della terra santa, Santa Maria del Priorato. Lascerà un sogno di chiesa, che non è chiesa ma tempio, di Roma romana e di Roma cristiana, sempre grattando, come l\'ultimo dei garzoni, dilaniandosi le unghie per scoprire i segreti dell\'eternità. Disegna e incide. Nascono le Visioni di architetture e prospettive, le Opere varie di architetture, Grotteschi o Capricci, le Vedute di Roma. Poi le Carceri d\'invenzione. Rinasce Roma, assetata di gloria e di riscatto. Resuscita dentro la grandezza grottesca delle architetture immaginate, incubo barocco e novecentesca fantasia, di scale e pertugi, chiarezza e oscuro, e labirinti, e biografia. La Vita scellerata di Giovan Battista Piranesi non è un racconto semplice, stretto com\'è tra le ambizioni di un veneziano, carico del bagaglio dell\'antica nobiltà della Repubblica che lasciava, e l\'incognita della Roma \"moderna\" a cui ambiva. La \"croce e la sfinge\", come dice il titolo dell\'appassionata biografia che Pierluigi Panza dedica all\'artista (La croce e la sfinge - Vita scellerata di Giovan Battista Piranesi, Bompiani, pp. 220, 18 euro) restituisce scenari e persone, protagonisti e operai di quell\'impresa, la vita di Piranesi, che fa saltare cariche e onori, ordini e classi, per il solo amore di Roma. Vita concentrata e disordinata, mangiata e bevuta tra gli operai, gli inglesi e i cardinali (\"canirandagi lavorate\"). Uno scrigno di simboli, gettato al futuro con la scellerata ambizione che animò l\'uomo. Padre di un rivoluzionario fallito, Francesco; ma rivoluzionario lui, veneziano alla scoperta di Roma, dei romani antichi e dei cavalieri, della immensa grandezza, rimpianta, disegnata, incisa, resuscitata, onorata, ma viva, eterna, tra prostitute e rocchi disfatti. Roma. BEATRICE BUSCAROLI(Il Tempo)

MAXISPALLE, MINIGONNE E STIVALI INGUINALI- Braille News 7.03.09
Vestiremo anni Ottanta. L’hanno deciso gli stilisti sulle passerelle del pret a porter milanese. Spalle grandi per tener botta alla crisi che si fa sempre più nera, minigonne che più mini non si può. E poi tanta pelliccia di tutti i tipi e colori, mixata ai tessuti, applicata dappertutto. Così vestiremo il prossimo autunno-inverno 2009-2010. Maxispalle. A palloncino, a punta, a farfalla, a prosciutto, quadrate. Purché siano oversize. L’imbottitura diventa spaziale. Una manosanta per chi ha i fianchi abbondanti: così si camuffano. Le spalline, poi, a volte neanche si nascondono. Qualche stilista, di pelliccia, le sostituisce al coprispalle. Gonne. Non c’è verso di farle allungare un po’. Sono sempre più corte, sino a trasformarsi in poco di più di una cintura. Non resta che iscriversi al più presto in palestra... Pelliccia. Preziosissima, con prezzi stellari. Poche le concessioni all’ecologico. Per il resto gli animalisti avranno di che lamentarsi. Ce n’è su gonne, tasche, giacche, borse. E poi sulla testa, sulle spalle, ai piedi. Un’invasione in piena regola. Pantaloni. Senza mezze misure: o strettissimi-seconda pelle, oppure da cavallerizza, larghi sui fianchi proprio come andavano negli anni Ottanta. Luccichii. Tutto risplende. Il tessuto è lamè. Oro, argento e bronzo si insinuano in tutte le trame e dilagano. Spesso in abbinamento a un altro must di stagione: la vernice. Stivali o sandali. Volevate mezze misure? Difficile. Gli stivali si allungano sino all’inguine. Oramai si chiamano stivali-guepiere. Ma ci sono anche quelli alla pescatora, sempre con i laccetti per fissarli a bustier o cinture che siano. I tacchi, come per i sandali sono chilometrici (con buona pace dei piedi). Raggiungono anche i 18 centimetri di acciaio, legno o vetro. Ghette e gambaletti. Variazioni moderne sul tema stivale. Le prime si portano con decollete o sandali, i secondi son da consigliare alle più giovani. Comunque sia dedicate a chi il freddo lo sente solo con temperature polari. KATIA PERRINI(Il Tempo)

L’ITALIA UNITA FA BENE AL PIL- Braille News 28.02.09
L’Italia che non c’era, quella che si fece e l’Europa di ieri e di oggi. C’era una volta un conte che aveva un sogno, diventare re. Non parlava d’altro. E la voglia era così forte che figli, nipoti e pronipoti vissero quasi solo per farsi chiamare Sua Maestà. Fino a quando il desiderio si avverò. Erano passati quasi tre secoli durante i quali, intrighi, matrimoni, alleanze e tradimenti avevano unito l’Europa in una primitiva, ribelle, costante divisione. Quel nobile era Amedeo VIII, il primo duca (1416), il regno era quello dei Savoia nato nel 1713 con Vittorio Amedeo II. La mostra da Van Dyck a Bellotto, appena inaugurata a Bruxelles nell’allestimento della soprintendente ai Beni artistici del Piemonte, Carla Enrica Spantigati, racconta il sogno di Corte, la passione per gli artisti europei, l’attenzione alle scuole e ai maestri italiani. Le cento opere provengono dalle collezioni dei Savoia documentate negli inventari. Questo vuol dire che non tutte stanno a Torino e nella Galleria Sabauda (che presto sarà trasferita nel restaurato Palazzo Reale), ma che, secondo l’ideatrice, la dinastia riteneva l’arte e il collezionismo roba propedeutica al regno. In attesa di salire al trono i principi mettevano da parte quadri, ma soprattutto, l’idea più cara alla Soprintendente, puntavano sui pittori giusti, quelli poi passati alla storia (fra gli altri Mantegna, i Ferrari, il Mocalvo, Vignon, Rubens, il Guercino) ricordati nel centralissimo Palazzo delle Belle Arti del Bozar di Bruxelles fino al 24 maggio con un omaggio ai fiamminghi mai visti in patria. Torino e Bruxelles celebrano con la mostra, organizzata grazie al supporto dell’Associazione Civita e al contributo di Regione, Fondazioni e Compagnia San Paolo (spesa totale di 40 milioni) il primo di una serie assai articolata di eventi. Organizzati dal Comitato Italia 150 (www.italia150.it) per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia del 2011. Una festa che il Piemonte ha animato in occasione del cinquantenario e del centenario e che, nel 1961 fece salire il pil regionale del 9% e quello italiano dello 0,2%. Traguardo mai superato da nessun altro evento, a cui il governatore della Regione, Mercedes Bresso, guarda promettendo che il Piemonte, «anche stavolta» saprà dare il suo contributo per la ripresa economica del Paese. Il direttore del Comitato, Paolo Verri, quantifica in 350 milioni il movimento complessivo dell’operazione, benedetta al Parlamento europeo di Bruxelles dal vice presidente della Commissione europea Antonio Tajani e dal deputato Jas Gawronski. In attesa dei fondi governativi, (50 milioni non ancora erogati) si andrà avanti con le opere strutturali fondamentali. L’obiettivo è di conquistare un bacino di 150 milioni di visitatori e di portarli nel 2011 in Piemonte per 250 giorni di eventi, bel vedere e bel mangiare dal 17 marzo, il giorno del compleanno italiano. ANNA FIORINO(Il Tempo)

I SEGRETI DI UN MASSACRO- Braille News 21.02.09
È appena arrivato in libreria «Uccidere ancora», romanzo di Yari Selvetella liberamente ispirato alla storia del massacro del Circeo, avvenuto il 29 settembre del 1975. Del libro, edito da Newton Compton, 233 pagine, euro 12,90, pubblichiamo un capitolo. Davanti alla casa c\'erano quattro automobili posteggiate disordinatamente. Due dei carabinieri e due no. Il cancelletto era aperto e le finestre sbarrate. Il nano da giardino era ricoperto di gocce. Il volpino era accucciato sotto il pergolato, affranto. Ecco finalmente un elemento partecipe del disastro, un\'intelligenza capace di commozione. Un tale in jeans e giaccone di pelle fumava parlando a bassa voce al cellulare. Antonio entrò senza che nessuno lo fermasse. Salì le scale lentamente e senza far rumore. Dall\'appartamento proveniva un parlottio indecifrabile, ma ad ogni gradino il volume aumentava e le voci sembravano proliferare, viaggiavano per la tromba delle scale e risalivano in casa, improvvisamente chiare, prima di riconfondersi in un borbottio. Poi il silenzio. Pura assenza di suoni esterni o interiori. La porta era socchiusa. L\'ingresso era buio. Dalla cucina proveniva una luce gialla. I sacchi di plastica erano stati aperti, un lenzuolo nero. Erano due. Non c\'era sangue. C\'erano due corpi che giacevano sulle maioliche fredde, inutile la gomma dei bustoni. Le babbucce da vecchia di Marisa, i piedi nudi di Monica. Di chi era il palmo di mano, docile sul gelo, Antonio non riusciva a vederlo. Si fermò dopo un passo. Gli uomini, in piedi e accovacciati che ronzavano attorno ai cadaveri, si accorsero di lui. Uno uscì chiudendosi dietro la porta. Indossava copriscarpe di carta bianca e non aveva volto. D\'improvviso si avvertì lo stridio di una motosega in lontananza. L\'uomo si avvicinava, Antonio lo percepiva appena, un volto tondo, i copriscarpe. E la voce. \"Esca immediatamente. Chi le ha permesso di entrare?\" \"Sono entrato e basta. Io vivo qui\". L\'uomo ritornò in cucina. Ne uscì un altro. Passando accese la luce dell\'ingresso. Aveva i baffi folti, era in borghese. \"Andiamo, venga giù\". Scesero. Sostarono sotto il pergolato. L\'altro che parlava al telefono continuò a non far caso a loro. Il cagnolino riconobbe Antonio. Gli concesse una mezza occhiata, non di più. Antonio lo accarezzò dietro le orecchie, ma la bestia rimase immobile. \"Vuole restare un attimo da solo? Si sente di vomitare?\". Sì, forse doveva vomitare. O forse no. \"Deve venire con noi in procura. Sicuramente il giudice vorrà ascoltarla\". \"D\'accordo\". Salirono su un\'automobile, una Fiat Croma ultimo modello. Con loro andò anche una giovane donna che si mise al posto di guida e subito iniziò a correre. Lasciavano Vallecupa allo splendore di una luce rarefatta. In direzione contraria giungevano un paio di furgoni attrezzati con antenne satellitari e qualche automobile piena di cronisti e operatori già con la telecamera in grembo. In una delle macchine gli sembrò di scorgere un viso noto. Lo aveva già visto, in redazione forse. \"Si fermi, per favore\". Ma non gli diedero retta. \"Accosti. Solo un momento\". L\'autista continuava invece a premere sull\'acceleratore, assecondando tutte le curve e dando al mezzo un assetto perennemente obliquo. Gli venne in mente chi era quello che aveva intravisto in macchina. Il giovane cronista leccaculo, quello che si veste sempre in modo consono al personaggio e saluta tutti con cortesia. Gli sembrò di averlo colto, al suo passaggio, in una posa rapita mentre senza guardare il taccuino già prende appunti, alla ricerca di un incipit efficace. Così si sarebbe dovuto conservare per sempre in un museo: mentre guarda il nulla e non si accorge di quel che scrive. Per la prima volta Antonio si chiese dove avrebbe piazzato se stesso in questa fiera campionaria dell\'umanità. Tirò su col naso e gli parve di essere ingombro di liquidi. Le due guardie in borghese lo controllavano dallo specchietto retrovisore, ma intanto la Fiat Croma correva, sebbene la donna che guidava non sembrasse per niente soddisfatta della ripresa del motore. Provò più volte a liberarlo, scalando fino alla terza ed eseguendo sorpassi al millimetro. Alla fine si stancò e si mise in fila come gli altri. Chissà dove andavano tutti quanti, senza fretta, indifferenti al tempo che corre. YARI SELVETELLA(Il Tempo)

EXTRA APPUNTI DI STILE– Braille News 14.02.09
Ogni anno, puntualmente, è il momento di quelli che «San Valentino è tutti i giorni, mi rifiuto di fare il regalo il 14 febbraio perché qualcuno ha deciso che deve essere così...». Ok, ma proviamo ad andare oltre. Piacerebbe sapere se questi uomini così romantici da fare carinerie 365 giorni l’anno alla propria amata sono gli stessi che se li incontri in ascensore o davanti a una porta praticamente ti calpestano in entrata e in uscita. Trovarne uno che ti lasci il passo, da vero galante, è come fare un 6 da 80 milioni al Superenalotto. E invece sei lì, con pacchi e carrozzina al seguito, e pure la porta a vetri sbattuta in faccia perché chi ti sta davanti è talmente preso da se stesso che manco s’accorge che esisti. Son sicura che le donne vorrebbero davvero meno cuori, cuoricini, cioccolatini, fiori e gadget sanvalentiniani e più galanteria, vera, quotidiana. Per sentirsi principesse meglio un uomo galante e non proprio perfetto negli abbinamenti che uno impeccabile che ti sbatte la porta in faccia. KATIA PERRINI(Il Tempo)

MONSIGNOR RAVASI: LA CHIESA FACCIA I CONTI CON L’EVOLUZIONISMO– Braille News 14.02.09 «L'evoluzionismo da questione scientifica si è trasformato in sistema di pensiero con cui si deve fare i conti». Parla mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, presentando la Conferenza che si terrà a Roma (3-7 marzo), organizzata dalla Pontificia Università Gregoriana. Nel trapasso da teoria dell'evoluzione ad evoluzionismo, nota Ravasi, le idee di Darwin «si sono trasformate in un sistema ideologico» dando così luogo «all'assurdità del darwinismo sociale». «La vera alternativa non è tra evoluzionismo e creazionismo», ma tra la volontà di «sistemi di pensiero» di affrontare confronti, non scontri.(Il Tempo)


DARWIN CI INSEGNA ANCORA– Braille News 14.02.09
Ricorre il 200° anniversario della nascita di Charles Darwin, lo scienziato che ha posto i fondamenti della biologia moderna. L\'assioma fondamentale della sua teoria è che tutti gli organismi viventi generano più individui di quanti ne possano sopravvivere e che la probabilità di sopravvivenza e riproduzione è maggiore in quegli individui che presentano caratteristiche vantaggiose. Se queste caratteristiche sono ereditarie, esse si diffonderanno nella popolazione, mentre tenderanno a scomparire le caratteristiche meno vantaggiose o sfavorevoli. La conservazione di caratteristiche vantaggiose e l\'eliminazione di quelle sfavorevoli viene indicata come selezione naturale. Il darwinismo ha cambiato la nostra concezione della biologia e della storia della vita sulla terra ed è stato giustamente definito la più grande teoria unificatrice della biologia. Nella concezione darwiniana, tutto in natura, inclusa l'origine dei viventi, è il risultato di processi naturali governati da leggi naturali. La teoria fu resa nota nel 1858 con la pubblicazione di «On the origin of species by meams of natural selection» ed ebbe subito consensi in campo scientifico perché suffragata da un’enorme quantità di acquisizioni dell'anatomia comparata, dell'embriologia e della paleontologia. Darwin fu l'iniziatore di una rivoluzione scientifica che continua tutt'oggi a dare splendide conferme, estensioni e approfondimenti della sua teoria. La moderna biochimica e la biologia molecolare hanno fornito nuove prove dell\'evoluzione rivelando l\'universalità del codice genetico e chiarendo le relazioni evolutive tra i grandi gruppi zoologici. Moderne branche della biologia quali la genomica e la biologia evoluzionistica dello sviluppo hanno permesso la comprensione dei meccanismi molecolari dei processi biologici e la scoperta di gran parte dei geni che presiedono alla costruzione degli organismi animali. Essi sono condivisi da specie evolutivamente molto lontane dimostrando così la comune origine dei viventi. La moderna ricerca ispirata dal darwinismo ha portato a chiarire le modalità del graduale processo di speciazione per cui singole popolazioni raggiungono lo status di specie distinte, mentre gli studi sul comportamento, ed in particolare l\'ecologia comportamentale e la sociobiologia, indagano il ruolo dei fattori ambientali nel modellare l\'evoluzione di particolari comportamenti. In questo campo è stato chiarito il ruolo dei cosiddetti comportamenti altruistici che, come già visto da Darwin, sembravano in contrasto con la teoria dell\'evoluzione per selezione naturale. Come è noto Darwin fu a lungo esitante prima di render note le sue idee sull’evoluzione biologica perché si rendeva conto del carattere rivoluzionario della sua teoria, dell’influenza che avrebbe avuto sul pensiero scientifico e filosofico, dell’ostilità con cui sarebbe stata accolta dalle chiese. Egli quasi evitò di parlare della derivazione dell\'uomo da scimmie antropomorfe nella sua opera fondamentale «L\'origine delle specie», ma poi si dedicò espressamente all\'argomento individuando molti temi che al centro dell\'interesse della moderna paleoantropologia. In tempi recenti è stato possibile stimare tra 5 e 8 milioni di anni fa l\'epoca in cui il ramo che ha condotto alla specie umana si è separato da quello che ha condotto alla comparsa dei due scimpanzè con i quali condividiamo il 98% del patrimonio genetico. Alla ricerca sull\'evoluzione dei caratteri morfologici e biochimici della nostra specie si è infine affiancato lo studio dell\'evoluzione culturale intesa come differenziamento e diffusione del linguaggio e della trasmissione del sapere. Ciò ha portato a riconoscere nel sistema mente-cervello la più straordinaria innovazione del mondo naturale, cioè un sistema capace di interagire e comunicare con i conspecifici per risolvere problemi dapprima materiali, poi culturali, morali ed estetici. FLORIANO PAPI(Il Tempo)

TEMPO E GUSTO-COUS COUS-PIATTO ECLETTICO CHE ESPORTA I PROFUMI D’AFRICA– Braille News 7.2.09
Sarà il gusto per la «contaminazione» che domina sempre di più nella nostra cucina. O sarà la riscoperta di sapori e cibi antichi — e poveri — capaci di restituirci sensazioni che avevamo dimenticato. O forse saranno entrambe le cose a determinare il successo — nelle ricette degli chef ma anche nelle cene a casa tra amici — del cous cous, alimento antico di origini nordafricane, emigrato in Sicilia e da qui esportato addirittura negli Stati Uniti, ma abbondantemente diffuso in tutta l’area dei paesi del mediterraneo. Un cibo «eclettico» che sa adattarsi indifferentemente a carne e pesce, accompagnato da verdure, e che per la sua «morbidezza» è capace di esaltare le spezie tipiche della cucina araba. L’origine del cous cous è antichissima: i Cartaginesi ne facevano grande uso, con aggiunta di formaggio e miele. Diventato poi piatto tipico delle popolazioni berbere, oggi è l’alimento tradizionale di tutto il maghreb ma è diffuso anche nell’Africa occidentale, in Francia e in Israele, mentre in Giordania, Libano e Palestina viene chiamato Maftul (ritorto). Con il termine cous cous si intende sia la semola lavorata a granelli sia il piatto unico con carne e verdure. La semola si ottiene lavorando un impasto di acqua e farina di grano duro fino ad a ottenere dei granelli di dimensione differente a seconda della finezza della lavorazione. Ma il cous cous, nel mondo arabo, è anche un piatto dalla marcata valenza sociale, intorno al quale si riunisce una famiglia o una comunità: tutti attingono a un grande recipiente, sedendo in cerchio, e spesso pregando prima della consumazione. In genere non si utilizzano posate per servirsi ma pane non lievitato. Trasferito nel mondo occidentale ha perso il suo significato «sociale» ma ha mantenuto la sua ecletticità. Ed diventato anche più semplice da preparare. Quello che si trova in vendita nei nostri supermercati è solitamente passato al vapore una prima volta e poi essiccato. Per prepararlo basta metterlo in una ciotola e versarvi sopra l\'acqua o il brodo bollente, coprendo poi la ciotola con un foglio di plastica. Per chi invece vuole «sfiziarsi» con la preparazione originale può seguire il metodo tradizionale del Nordafrica. Acquistando però il recipiente per la cottura a vapore, la «cuscussiera», taseksut in berbero, kiska:s in arabo. La base è una pentola di metallo allungata a forma bombata in cui si cuociono le verdure e la carne in umido. Sopra questa base viene collocato il recipiente dal fondo forato in cui il cous cous si cuoce a vapore assorbendo i sapori del brodo sottostante. Se l\'incastro tra il il bordo della pentola inferiore e il recipiente superiore non è ermetico, spesso viene posto uno strofinaccio umido per non far fuoriuscire il vapore dai lati. Ma il cous cous si presta anche a piatti «freschi» per l’estate, come il tabulè libanese, con menta, cipolla, pomodori, cipolla e limoni (www.cucinaitaliana.info). In Marocco a volte il cous cous viene servito anche alla fine del pasto o da solo, come prelibatezza chiamata «Seffa». Il cous cous viene cotto più volte, e poi lavorato con carne e verdure, fino a farlo diventare molto morbido e di colore pallido. A questo punto ci si spargono sopra mandorle, cannella e zucchero e poi viene accompagnato con latte aromatizzato con acqua di fiori d\'arancio. PAOLO ZAPPITELLI(Il Tempo)

MA CI VUOLE LA PAZIENZA. DEL POETA- Braille News 31.1.09
Mi ci vuol pazienza / mi ci vuol una scienza / che, avuta da bambino,/ se invecchio l\'avvicino / di nuovo; questa debilità / che non so che sarà / di me che sempre sono / una creatura, un uomo, / un grido! / Un grido...e un\'allegria / da ciarpame di nido / che i piovaschi han conciato / eppure è qui, rinato, / forse risorto...un misero / grido di felicità, /un grido di bisogno / che non cerca ritorno, / che col mio giorno va. CARLO BETOCCHI DA «L’ESTATE DI SAN MARTINO»(Il Tempo)

QUESTA ITALIA VOLGARE PERFINO DAVANTI ALLA MORTE- Braille News 31.1.09
Si pensa che almeno di fronte alla morte, ultimo istante che ci domanda chi siamo e verso dove andiamo, il gran circo della Cultura si elevi. Falso. E forse è inevitabile così. Perché davanti al nostro comune destino, viene fuori quello che siamo. E se è meschinità, quella appare. Si è visto nel modo in cui un grande quotidiano, espressione dell\'establishment, ha trattato la morte di Carlo Caracciolo, principe dell\'editoria, patron del gruppo che tanto ha contato nel nostro Paese, ispirando con La Repubblica e L\'Espresso la linea culturale (autori, idee etc) che rappresenterebbero, il condizionale è d\'obbligo, la vita dell\'Italia. Il Corriere della Sera, oltre a ospitare una lettera del figlio del grande editore, ha ripreso un brano dell\'intervista a Giuseppe Ciarrapico uscita sul Sole 24 ore il giorno prima. Lungo colloquio, ricco di fatti e aneddoti. Ma quello che ha colpito l\'attenzione del principale quotidiano italiano (peraltro in calo spaventoso di copie e qualche ragione, forse, c\'è) era proprio alla fine dell\'intervista. Quando, cioè, l\'industriale romano racconta che Caracciolo non solo «aveva preso una sbandata per Ségolène Royal» tanto da comprare un giornale solo per farle piacere (!), ma «ha esercitato fino all\'ultimo, non esitando a servirsi dei moderni ritrovati della farmacologia». Segue ricordo dell\'infarto avuto da Caracciolo per aver preso troppe pastiglie di Viagra. Con il Ciarra che domanda all\'amico quante pastiglie e al segno fatto con la mano dal degente lo apostrofa con un «Tu sei pazzo». Il quotidiano di via Solferino, evidentemente avendo ritenuto quella memoria, su tutte, meritevole di nota, ne fa un articolo. E titola: «Salvò le mie cliniche. E amò fino all\'ultimo». Ora. A parte il verbo «amare» riferito all\'assunzione di un farmaco, perché consegnare la memoria di un uomo, rispettabile o criticabile quanto si vuole, a questo genere di ritratto? Ognuno, naturalmente, è libero di amare come gli pare e di prendere il Viagra fino a cent\'anni. Ma perché, nel ricordare la lunga vita di un uomo che tanto ha significato per questo Paese, il quotidiano dei salotti buoni decide di riprendere l\'episodio del Viagra, da commedietta all\'italiana? Le spiegazioni possibili sono due. Perché - pensano - queste cose fanno vendere. Ma allora chi dirige il Corsera dovrebbe chiedersi come mai vende sempre meno. Oppure perché tutti, il principale quotidiano italiano come i media in generale e chi vuole raccontare la vita, si è diventati mediocri. Di una mediocrità che si contenta di se stessa, svuotata di tensione. La medesima che tracima da trasmissioni cosiddette popolari che costringono il \"popolo\" (termine così impoverito, usato ormai solo per indicare il successo di pubblico) a vedersi come lo vedono gli autori e i conduttori di quelle mediocri performances. La medesima che trascina al disimpegno nei campi vitali della educazione, a scuola, nelle università. Persino di fronte al destino ultimo di un uomo, fosse pure un rivale, si sta scegliendo questa strada. Così uccidendo l\'Italia, quel poco di grandezza che ci resta, e che soli ormai cantano i poeti. DAVIDE RONDONI(Il Tempo)

TORNANO I RIMEDI DELLA NONNA DA FARE IN CASA A COSTO ZERO- Braille News 24.1.09
Rimedi della nonna e nozioni tecnico-pratiche di economia domestica. C’è tutto questo nella prima raccolta presentata dalle imprenditrici agricole di Coldiretti riunite a Roma per eleggere Adriana Bucco, responsabile nazionale del coordinamento Donne Impresa. Di fronte alla crisi o più semplicemente per la voglia di recuperare uno stile più naturale, le donne di Coldiretti hanno pubblicato per beneficenza, questi preziosi segreti custoditi da secoli nelle campagne che consentono di ridurre gli sprechi, risparmiare denaro e combattere l’inquinamento. Una formula vincente, visto che nel 2008 la cosmetica fai da te risulta vincente a fronte di una sostanziale stabilità di quella industriale, il cui fatturato, secondo l’Unipro (associazione italiana delle imprese cosmetiche) è di 8,3 miliardi di euro. Del resto, fa notare la Coldiretti, le virtù cosmetiche e salutari dei prodotti della terra sono ben note all’industria del benessere, che rifornisce sempre di più scaffali di profumerie, beauty-center e farmacie. Al bando dunque la chimica in creme, medicamenti e detersivi, perché arrivano maschere contro i punti neri a base di zucca gialla e panna, impacchi per l’acne a base di succo di arancia e limone, ma anche detergenti con latte e foglie di menta. Per quanto riguarda la pulizia della casa, l’aceto, suggeriscono le imprenditrici, rimuove il calcare sui sanitari e attorno ai rubinetti, ma è utile anche per pulire la piastra del ferro da stiro, mentre i vetri si lavano con un panno imbevuto di acqua calda e limone. Ci sono poi consigli antispreco come quello di usare latte ormai guasto (cagliato) per pulire l’argento o dello yogurt scaduto da spalmare su un oggetto di ottone per farlo splendere come nuovo. Il segreto, sottolineano le imprenditrici, è conoscere le diverse combinazioni dei prodotti naturali; lo yogurt ad esempio, è un addensante naturale dalle proprietà emollienti, il miele è idratante, cicatrizzante e nutriente, tutta la frutta di stagione è ottima per rendere la pelle luminosa e l’olio extravergine d’oliva, invece, è una fonte inesauribile di salute per la pelle perché, grazie ad una acidità compatibile con quella dell’epidermide, svolge una funzione emolliente e protettiva, costituendo tra l’altro un ottimo antiossidante e anti radicali liberi.(il Tempo)

IMPOSSIBILE DA REPLICARE- Braille News 24.1.09
Carmelo Bene (1937-2002) è stato uno dei grandi artisti del secondo Novecento. Il suo cinema, il suo teatro, la sua scrittura sono ai vertici di una sorta di Avanguardia Personale tra le più dirompenti del secolo. Fiero, collerico, presuntuoso, visionario, eccentrico, bizzarro, dissacrante, luciferino, ha riletto e rivisitato la tradizione poetica, teatrale e cinematografica a partire dal suo talento, dal suo fuoco. Tutto sembra terminare con lui, in una specie di ultima fiammata. Ha continuamente rovesciato le tradizioni e i canoni; ha depistato i suoi \"lettori\" con oscurantismi dotti o visionari; ha ribaltato, con la \"scrittura di scena\", il professionismo e il servilismo del teatro borghese. Bene è stato un Artista Assoluto. Tutto ciò che lui ha fatto non costituisce un \"repertorio\", perché senza Bene la sua opera è morta, è inerte, è \"inconsumabile\". È una sorta di damnatio memoriae che il salentino ha lanciato alla posterità; anzi, finché è stato in vita ha giocato più volte a fare il morto, il postumo per eccellenza, l\'assente. Il mondo, per Bene, sarebbe finito con la sua morte; e, così issato al centro dell\'Arte, Bene non si è mai periferizzato rispetto alla tradizione o ad altro; addirittura, scrisse, fu lui ad apparire alla Madonna. Fu anche un tenebroso romantico hegeliano, ma tutto percorso da interferenze comiche, grottesche, buffonesche, che mai però lo portarono nei territori dell\'ironia, ovvero della \"fredda\" pratica del distanziamento. Tutto doveva sembrargli decadenza, se non la sua grandezza, ultimo bagliore prima della notte eterna dell\'Arte. La parola di Bene è violentata, ubriacata, estremizzata; il suo corpo è la sintesi di tutte le convulsioni. La sorella dice che suo fratello non morì di cancro al fegato, ma per mano altrui. Quello che non si accetta davvero, però, a nostro avviso, è la sua assenza, che ha reso assente anche la sua opera, la sua possibile memoria. La complessità di Bene ha reso impossibile la sua memoria, obbligatoria la sua smemoratezza. Chiunque tentasse di decifrarlo, è come se venisse travolto dalla sua risata isterica postuma, prepotente finanche nell\'Averno. Ha usato certamente le parole, le tradizioni e i \"repertori\" culturali che noi tutti usiamo, e gli spazi che noi tutti calpestiamo, ma riducendo tutto a sé, al suo sublime e diavolesco disegno. Sappia la sorella ferita che Carmelo Bene è l\'artista più morto dell\'Arte universale; uno dei pochi che abbia portato nella tomba la propria opera, senza pensare agli altri e senza pensare al dopo, al dopo del mondo. Carmelo Bene è l\'assolutamente morto per eccellenza. È inutilizzabile, se non sotto forma di precaria replica video. Che sia morto per cancro o altro, rimane il fatto che Carmelo Bene non voleva sopravvivere a se stesso, avendo provato in vita l\'ebbrezza di essere postumo, ovvero di essere il più grande morto della stirpe dei vivi. A quel tempo, perciò, secondo noi, bisognava piangere e disperarsi. ANDREA DI CONSOLI(il Tempo)

L’APPUNTAMENTO- Braille News 24.1.09
Parte il «Circolo dell’Orlando Curioso». Appuntamento con il direttore de Il Tempo, Roberto Arditti e Davide Rondoni per una pagina di cultura contro i luoghi comuni giovedì 12 febbraio ore 21, libreria Enoarcano, via delle Paste 106, Roma CARMELO BENE, UN ARTISTA(il Tempo)

EXTRA APPUNTI DI STILE – Braille News 17.01.09
Lo porta il bambino sulla copertina de «Il cacciatore di aquiloni», il libro campione di vendita di Khaled Hosseini. Lo portano gli uomini delle tribù pashtun in Afghanistan. In giro per le nostre strade se ne vedono ancora pochissimi. In testa a qualcuno che non vuol proprio passare inosservato. È il pakol l’ultimo oggetto del desiderio, il copricapo afghano in lana di capra quasi introvabile. Meno che su e-bay, il negozio virtuale dove trovi davvero di tutto. Lì costa 19 euro più 5 di spedizione ed è nero. Ne esistono però altri due colori: l’ocra e il bianco. E la versione da «ricchi signori» in astrakan nero. A Kabul, però, si trova solo a un dollaro ma, dati i tempi, è difficile da rimediare a meno che non si abbia un amico nelle forze armate o giornalista di guerra o pazzo avventuriero. Testato sulle montagne dell’Afghanistan, luogo dove fa un discreto freddo, il pakol è garanzia per chi soffre di mal di testa, sinusiti & C. da freddo. E poi fa tanto glam. KATIA PERRINI(Il Tempo)

INTERVISTA ESCLUSIVA PARLA IL PENTITO SCHIAVONE ECCO LA VERA GOMORRA– Braille News 17.01.09
«Ve la racconto io la vera Gomorra. Roberto Saviano ha scritto la verità, ma è una briciola. Io quelle cose le ho raccontate dieci anni prima». Magro, un maglione addosso, unghie rose dal nervosismo, occhi chiari e vispi, capelli bianchi: per la prima volta parla il super pentito di camorra Carmine Schiavone, 66 anni, accusato di concorso nell’omicidio di oltre 50 persone, condannato a 8 anni di arresti domiciliari scaduti nel 2001 grazie ai benefici riconosciuti ai pentiti, e pilastro del processo anticamorra Spartacus. Quando racconta è nel suo ultimo covo in provincia di Viterbo. Finora ne ha cambiati otto. Poi partirà per l’estero. Da quando nel ’93 ha cominciato la sua seconda vita di collaboratore di giustizia ha vissuto nel segreto, illuminato solo dai riflettori delle aule di tribunale dove ha testimoniato, incastrando capi e gregari dei clan, facendoli condannare alla prigione a vita. Carmine Schiavone è un fiume in piena. «Voglio parlare - dice - Da tre mesi è scaduto il mio \"contratto\" col Servizio centrale di protezione. Sono sotto scorta solo quando devo essere presente in qualche processo». Perché ha deciso di rilasciare questa intervista? «Sono deluso, non dai magistrati ma da altri dello Stato. Le cose sono andate bene quando il Servizio lo dirigeva l’attuale capo della Polizia, Antonio Manganelli. Poi sono cominciati i guai. Io parlavo alla Direzione distrettuale antimafia di Napoli e il giorno dopo i clan avevano i miei verbali. Nel ’96 un maresciallo dei carabinieri ha cercato di avvelenarmi. A Vasto hanno tentato di sequestrare mia moglie e uno dei miei figli. Ogni volta che trovo un nascondiglio escono fuori informazioni che lo bruciano. L’ultimo caso è il mio arresto nel Viterbese». Cioè? «La sera del 22 dicembre arrivano i carabinieri, fanno una perquisizione e trovano un fucile e una pistola di proprietà di uno dei miei figli (ne ha sette, due femmine e cinque maschi, ndr). Mi portano al carcere di Mammagialla dove non ci sono zone protette per i pentiti. Dormo vicino alla polizia penitenziaria, per sicurezza mangio i pasti della loro mensa. Poche ore dopo arriva il Gip di Viterbo: il giorno dopo sono fuori. L’arresto non viene convalidato. Mi ha denunciato mio figlio Vincenzo, 35 anni. È impazzito per una romena divorziata e con due figlie. Lui vuole i soldi della mia eredità. Vincenzo però è schizofrenico. Stava per uccidere sua madre con un cuscino in faccia. L’altro mio figlio, Federico, lo voleva affogare. Gli ho detto: i soldi non li avrai mai». Qual è la sua paura? «Ho fatto 84 processi, ne devo fare 36 in Corte d’assise. Ho fatto condannare 1.200 persone. Altri 25 processi per 60 omicidi sono in fase istruttoria. Ai magistrati che imbastirono le indagini con le mie rivelazioni dissi: attenzione a battezzare il fascicolo col nome di Spartacus. Spartaco lo misero in croce. Nel Servizio ci sono tante persone oneste, ma anche altre di cui non mi fido affatto». La camorra la sta braccando? «Certo, se mi trovano mi ammazzano. Vogliono togliere di mezzo me e il giudice Federico Cafiero de Raho (del processo Spartacus, ndr). Se li vedo li uccido, sono pronto a difendermi. Ma con queste fughe di notizie i killer vengono portati per mano fino a me». Perché è diventato camorrista? «Per combattere Raffaele Cutolo, poi avevo la capa \"vuoto a perdere\". Oggi lo capisco, era arroganza giovanile. Cutolo cercò di arrivare nella provincia di Caserta coi capizona che furono eliminati o assorbiti. Eravamo gente di campagna, più decisa, sapevamo che nell’urto con noi Cutolo sarebbe stato distrutto. Ee infatti è stato distrutto. Di questo ne approfittò Nuvoletta. Ma la guerra contro Cutolo la vinse Bardellino». Come è arrivato al pentimento? «Ho creduto nella giustizia, a volte però dico che non lo rifarei più. E poi mi sono pentito per il mio ultimo figlio, tenuto a battesimo da mio cugino Francesco Schiavone, detto Sandokan, come io ho tenuto a battesimo suo figlio Carmine. Loro dovevano essere i due futuri capi. Io fui \"venduto\" da mio cugino Walter, da mio nipote Sebastiano, dai miei figli Mattia e Vincenzo e da mio genero Nicola Panara: misero delle armi da guerra nella calcestruzzo di mia proprietà, chiamarono i carabinieri e fecero arrestare me e mio figlio Maurizio. Poi, mentre ero in carcere sottoposto al 41 bis, ho mandato ambasciate al clan con un infermiere da me corrotto e loro all’infermiere hanno detto: \"Avvelenalo\"». Il motivo della condanna a morte? «Perché nel ’91 mi volevo ritirare: mio cugino Sandokan era in carcere, Marione (Iovine, ndr) era stato ammazzato, c’era la guerra coi De Falco, i Bardellino, i Nuvoletta, i Venosa. Mio cugino Walter stava costruendo un castello come Scarface. La gente si rivolgeva a me, chiedeva aiuto. Io dovetti togliere i soldi per pagare gli affiliati, gli avvocati. E poi ero assolutamente contrario al traffico di fanghi radioattivi provenienti da Germania, Francia, Gran Bretagna e Cecoslovacchia. Ci sono 5 milioni di persone che moriranno per lo sversamento di quei rifiuti in Campania, Sicilia, Basilicata e Puglia. Bidognetti e mio cugino Sandokan prendevano 600 milioni al mese, ma nelle casse del clan ne mettevano solo 100. Dissi: \"Voi siete scemi, avete avvelenato la terra di Casale, San Cipriano, Casa Luce\". Quei quattro cafoni non si rendevano conto che quella roba uccideva anche noi. Rispondevano: \"Tanto noi beviamo l’acqua minerale\"». Chi comanda tra i Casalesi? «Mio cugino Sandokan, anche se è in carcere. Poi ci Antonio Iovine, Michele Zagaria, Giuseppe Setola. Ma senza il nulla osta di Sandokan non muoverebbero una mano, un piede». Nel Lazio, a parte la zona a sud, dove fa affari il clan? «A Viterbo, a Roma, attraverso prestanomi gestiscono le sale gioco. A Latina ho fatto sequestrare nostri beni». Ristoranti e pizzerie? «Dietro c’è Iovine, ma gestisce anche forniture di bufala e boutique». La banda della Magliana? «È sparita, è spezzettata. Fino al ’93 è stata il braccio armato di politici, servizi segreti e mafia, era un esercito irregolare che però si faceva i fatti suoi con droga e usura». È cambiata la camorra? «Oggi i soldi non sono più come una volta. Io insegnavo ai miei che il popolo deve sostenerci per amore e non per terrore. In qualunque casa andassero non dovevano fare schifezze. Oggi il popolo si è spaccato: una parte è compromesso. I più onesti scappano. Ma anche fuori si paga il pizzo. All’epoca dicevo che il clan doveva creare degli insospettabili, i ragazzi dovevano laurearsi, fare gli avvocati, i magistrati. Per tenere buona la gente davamo case, facevamo favori. Però in campagna elettorale le persone dovevano votare come volevamo noi. Chi non lo faceva era avvertito: fa come diciamo o bruciamo dove lavori con te dentro. I nostri uomini non dovevano prendere i vestiti dai negozi, altrimenti gli toglievamo l’equivalente dalla paga mensile e venivano pure mazziati. Le case dovevano rimanere aperte senza problemi. A Casal di Principe avevamo bisogno della complicità di tutti, la gente doveva parlare bene di noi. I latitanti trovavano ospitalità ovunque, per mangiare e dormire. Era vietato nel modo più assoluto guardare le donne degli altri. Davamo sicurezza. Nel 1983 due zingare vennero fermate vicino all’acquedotto di Casale. Andammo io e Sandokan. Gli zingari avevano cominciato a rubare. Entrai nel campo e chiesi: \"Dov’è il capo?\". Guardai l’orologio e gli dissi: \"Avete un quarto d’ora di tempo per smontare l’accampamento e sparire da questa zona, se no vi ammazziamo tutti\". Gliel’ho detto dolcemente». È stato affiliato a Cosa nostra? «Sì, col gruppo dirigente, sin dagli anni ’70». Si sente un \"uomo d’onore\"? «Non come mafioso, ma coi miei principi, che però cercano di soffocare in tutti i modi». Chi? «Al Servizio centrale non interessa la persona onesta. Vogliono lo schiavo da poter giostrare. Il Servizio è inutile, perché ciascuno di noi si costituisce dai carabinieri, dalla polizia o alla Finanza». Ai magistrati ha detto tutto quello che sapeva? «L’ho detto ai giudici: ho ancora un 10 per cento di cose da dire, ho altri 40 ergastoli da far prendere. Ho consegnato un dossier a un notaio, un ex ufficiale di Marina. Gli ho detto che se mi uccidono deve mandare tutto alla Bild, in Germania, e a ufficiali della polizia tedesca». Perché un giornale tedesco? «In Italia non lo pubblicherebbero. Da me i politici facevano anticamera. In carcere mi venivano a trovare. Li ho creati. Li benedivamo sotto le piante di limone». Ora dove stanno? «Parecchi sono portaborse a Roma, sono di tutti i partiti». Si può debellare la camorra? «Ho fatto 20 anni di scuola, 30 anni di alta mafia, 16 anni di servizio permanente effettivo in mezzo alle forze dell’ordine. Nel ’94 i magistrati avrebbero potuto fare piazza pulita ma andarono troppo lenti. Fu buttato un virus nei computer della Dia per cancellare le mie deposizioni. Dovette intervenire la Cia. C’è un floppy sulle banche, non è mai uscito. Fu dato in custodia a un maresciallo che aveva l’ordine di sparare a vista a chiunque avesse tantato di impadronirsene». Ora chi ce l’ha? «Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Quel dischetto non lo tireranno mai fuori. I camorristi, quei quattro cani napoletani, si possono portare di nuovo alle origini. La politica però si serve della criminalità, perché nei momenti opportuni le scarica le colpe addosso. Ma senza appoggi dello Stato come potrebbe sopravvivere un’organizzazione criminale? Come potrebbe sfuggire alla cattura per 14 anni un Michele Zagaria, che ha la quinta elementare, ha faticato sempre sopra il camion e la pala meccanica? Senza lo Stato la camorra non sarebbe potuta esistere». FABIO DI CHIO DARIO MARTINI(Il Tempo)

GIORGIO GABER, L’ARTISTA SENZA TEMPO CHE SAPEVA PREVEDERE IL FUTURO- Braille News 10.01.09
È bastato un inedito per scatenare un nuovo e profondo interesse per Giorgio Gaber, prematuramente scomparso il primo gennaio del 2003. Un interesse motivato e dettato dal contenuto del brano rimasto nel cassetto, «Io quella volta avevo 25 anni», ovvero il monologo di un uomo perennemente venticinquenne che rievoca avvenimenti immaginari vissuti dal 1940 al 2000. Un brano scritto con Sandro Luporini che l’artista milanese non fece in tempo a portare in teatro. A portarlo invece in scena per la prima volta ci ha pensato Claudio Bisio, il 12 dicembre al Piccolo Teatro Strehler e il 13 dicembre al Teatro Dell’Archivolto di Genova. Il pezzo è stato interpretato da Bisio, accompagnato al pianoforte dal maestro Carlo Boccadoro, con la regia di Giorgio Gallione. Un inedito di Gaber è sempre una notizia, anche se stavolta, al di là dell’ironia sempre presente nei suoi lavori, sembra prevalere quel mini-filone malinconico che attiene al reinventare la propria coscienza. Gaber sembra suggerire di togliere la maschera che si indossa quando si è soli con se stessi e vedendo il proprio volto segreto a volte si rimane sorpresi. Mario Capanna, Gad Lerner, persino il filosofo Salvatore Veca, esaltano le proprie passioni trasversali, anche se nel nuovo brano viene sbertucciato il mito del partigiano. Gaber sosteneva che la ricerca della perfezione spesso distrae. È molto più utile avere il coraggio di sperimentare liberamente soluzioni che non necessariamente daranno buoni risultati. Anche in questo improvviso inedito - che sembra tanto accumunarlo al destino di altri artisti della sua generazione prematuramente scomparsi - forse non così memorabile, Gaber si pone come il cantore lucido e stralunato al tempo stesso dell’immaginario collettivo della sinistra. Ancora una volta, compatibilmente, senza riuscire a risolvere la questione fra la positività del suo ruolo di autore-cantante-attore e la negatività di quanto scrive, canta e afferma. Contraddizioni che comunque non impedirono lo straordinario successo dei suoi spettacoli. Mentre si moltiplicano le iniziative che lo riguardano - alcune colte e di taglio alto, altre molto commerciali che certamente lo avrebbero fatto rabbrividire - ci si chiede quale sia il vero Gaber: quello degli anni Sessanta dei grandi successi discografici («Non arrossire», «Porta Romana», «Trani a go-gò», «La ballata del Cerutti» o quello teatral-social-politico a partire dal 1970. Intellettuali e impegnati sono tutti per il secondo periodo, i «non so», come direbbe lui, per il primo. Una valutazione troppo rigida forse, all’interno della quale si ci dimentica spesso che Gaber nei «superficiali» anni Sessanta, riuscì a condurre trasmissioni televisive quali «Le nostre serate», «Il canzoniere minimo», «Diamoci del tu», tutt’altro che frivole e soprattutto in un regime televisivo monocolore Dc non proprio confortante. In realtà un artista del genere, per rinnovarsi, aveva bisogno di quel pizzico di narcisismo, quasi di misantropia, indispensabili per il nuovo corso. Ben vengano convegni, inediti e persino commemorazioni nei confronti di un artista del genere, ma che almeno non si sia troppo ossequiosi, soprattutto da parte di fans dell’ultima ora. Infine una proposta. Perché non rivalutare il Giorgio Gaber essenziale chitarrista ritmico di rock and roll? Fu proprio lui a fondare i Rocky Mountains, la prima formazione che già nel 1957 coniugava country & western e rock and roll. Quelli si che sarebbero inediti esplosivi. DARIO SALVATORI(Il Tempo)

LEONE VITTIMA DELLA SUA UMANITÀ- Braille News 3.1.09
Finalmente. Dopo il servizio dal Corriere della Sera alle «memorie riservate» di Giovanni Leone, del quale si è celebrato il 3 novembre il centenario della nascita, non siamo più soli a collegare anche sul piano politico, e non soltanto cronologico, l\'interruzione del suo mandato al Quirinale con la tragedia di Aldo Moro. Del povero Leone i comunisti reclamarono le dimissioni, ottenendole grazie all\'aiuto dei democristiani, suoi amici di partito, non solo e non tanto per soddisfare una feroce campagna scandalistica poi smentita nelle aule giudiziarie con la condanna di chi lo aveva calunniato. Leone dovette scontare la colpa di avere dissentito dalla cosiddetta linea della fermezza durante il drammatico sequestro di Moro. Anzi, di avere generosamente tentato di evitarne l\'uccisione predisponendo la grazia per Paola Besuschio, da lui scelta autonomamente fra i tredici detenuti indicati dai brigatisti rossi per uno scambio collettivo con il presidente della Dc sequestrato il 16 marzo dopo lo sterminio della scorta. Una cinica ragione politica volle che il povero Leone fosse allontanato dal Quirinale con ignominia per togliergli ogni credibilità, se mai fosse venuta a lui o a qualche suo amico la voglia di partecipare al lacerante dibattito su ciò che si poteva fare e non fu invece fatto per strappare Moro vivo ai suoi aguzzini. Non a caso a Leone quella voglia di parlare, riproponendo inquietanti interrogativi sul sequestro del leader democristiano, venne solo venti anni dopo, quando già i radicali, con encomiabile ravvedimento, avevano riconosciuto l\'errore di avere partecipato alla campagna contro di lui nel 1978 ed avevano avviato la rivalutazione della sua figura. Ebbi il piacere e l\'onore di raccogliere quella volontà con un\'intervista pubblicata sul Foglio del 20 marzo 1998 e raccolta il giorno prima nella sua villa all\'Olgiata, le famose «Rughe», alla presenza della gentilissima signora Vittoria. Che può ora smentirmi o correggermi, visto che mi accingo a rivelare di quell\'incontro particolari ancora inediti. Ricordo ancora lo stupore di Leone quando gli attribuii una rinuncia a graziare la Besuschio per via del rifiuto oppostogli dal presidente del Consiglio in carica durante il sequestro Moro, che era Giulio Andreotti, e del suo guardasigilli, che era Francesco Paolo Bonifacio. «Conoscevo - mi spiegò - le condizioni politiche in cui si muoveva Andreotti, per cui non mi passò neppure per la testa l\'idea di consultarlo. La grazia era di mia competenza. Quanto a Bonifacio, era stato mio allievo. Mi era devoto. Tanto bastava per fidarmene. Le difficoltà incontrate furono di altro tipo, inquietanti e incredibili». Leone mi raccontò che, individuata la posizione della Besuschio come quella più idonea ad una grazia sia perchè non aveva materialmente ammazzato nessuno sia perchè era malata, per alcuni giorni non fu stranamente possibile conoscerne il luogo di detenzione. Quando finalmente si riuscì a saperlo e a contattare l\'interessata, si scoprì che qualcuno l\'aveva già raggiunta e convinta a rifiutare la firma alla richiesta di grazia. Il ministro della Giustizia, leggi alla mano, si mostrò sconsolato. Ma Leone lo rianimò rapidamente dicendo che, pur in mancanza di un\'apposita norma, destinata ad essere proposta e approvata molti anni dopo, egli si sarebbe assunto ugualmente la responsabilità di concedere la grazia. Vuol dire - confidò pressappoco a Bonifacio - che creeremo noi il precedente che manca. E così la pratica non fu per niente abbandonata. Fu semplicemente aggiornata, per la firma, a mezzogiorno del 9 maggio, che era il giorno in cui risultava convocata la direzione nazionale della Dc. Dalla quale Leone era stato esortato da qualche amico ad aspettarsi un segnale di incoraggiamento o copertura politica. Gli era stata preannunciata, in particolare, un\'apertura di Amintore Fanfani, che oltre ad essere un leader autorevole del partito di maggioranza ricopriva, come presidente del Senato, la seconda carica dello Stato. Un suo assenso avrebbe potuto quindi risultare di aiuto a fronteggiare anche il rischio di una crisi di governo, minacciata dai comunisti con il ritiro della fiducia ad Andreotti se fosse risultata violata la linea della fermezza. Ma proprio la mattina di quel giorno, prima che la direzione della Dc si riunisse, e che Leone potesse firmare una grazia capace quanto meno di riaprire tra i terroristi una discussione sulla sorte dell\'ostaggio, Moro venne barbaramente ucciso. «A delitto consumato - mi dettò Leone perchè fosse ben pubblicato nell\'intervista, come in effetti avvenne - mi convinsi che i brigatisti fossero al corrente di quel che stava maturando e, non volendo la liberazione di Moro, avessero affrettato quella mattina l\'assassinio». Chi poteva aver messo «al corrente» i brigatisti rossi di quel che andava «maturando» al Quirinale e dintorni? Ecco la domanda che Leone, dimettendosi sei mesi prima della scadenza del suo mandato, fu condannato a portarsi dentro. E che, una volta posta dieci anni fa, fu fatta cadere ugualmente nel vuoto. Essa meriterebbe finalmente una risposta, anche per rendere a Leone ciò che gli è ancora dovuto, oltre all\'onore che per fortuna gli fu restituito prima della morte e ne permetterà il 12 novembre una solenne celebrazione al Senato alla presenza del conterraneo Giorgio Napolitano. FRANCESCO DAMATO(Il Tempo)

INTERVISTA AL PRELATO DELL'OPUS DEI SE è UN CRISTIANO VERO TI MIGLIORA LA VITA- Braille News 3.1.09
Ottanta anni fa un grande evento di fede e di vita: la nascita dell'Opus Dei. Con Monsignor Javier Echevarría, Prelato dell'Opus Dei, entriamo nel senso profondo del grande evento. Monsignor Javier Echevarría, il 2 ottobre 1928, 80 anni fa, Josemaria Escrivà, fonda l\'Opus Dei. Il cristiano «contemplativo itinerante»: fra tutte, questa ci sembra la forza, il carisma che ha permesso all\'Opera di entrare di slancio nel terzo millennio. «Quel giorno di 80 anni fa, San Josemaría ebbe dal Signore un\'illuminazione intellettuale su cosa sarebbe stata l\'Opus Dei: una moltitudine di persone comuni, di ogni razza, professione e condizione sociale che si sforza di vivere pienamente il cristianesimo. Fedeli che cercano di trasformare le cose di tutti i giorni in occasioni per incontrare Dio. è questo il senso del \"contemplativo in mezzo al mondo\": colui che, con l\'aiuto di Dio e nonostante le sue debolezze, cerca di scoprire Gesù Cristo in ogni evento della sua esistenza». «Che la tua - si legge nel libro del fondatore \"Cammino\" - non sia una vita sterile». I membri dell\'Opera sono considerati mistici «con la cravatta giusta». Negli anni scorsi, siete stati oggetto di una campagna stampa, a livello internazionale, di una inusitata violenza e giudicati «elite laica del cattolicesimo», «fanatici da deprogrammare». Che cosa è rimasto di quelle critiche velenose? «Non si deve dare importanza alle falsità. Si risponde con la carità e con la coerenza della propria vita. In molti casi, poi, le informazioni non corrette o calunniose sono l\'occasione per dare informazioni giuste». Si può fare una lettura «civile» della proposta di Josemaria Escrivà? «Il lavoro, inteso come l\'insieme delle opere quotidiane, è luogo in cui ciascuno può incontrare Dio. Tutte le attività oneste possono essere santificate; tutto ciò che è umano può - direi, deve - rientrare nel rapporto con Dio. Questa intuizione, proclamata solennemente dal Concilio Vaticano II, è una rivoluzione silenziosa: una moltitudine di persone, fatta di studenti responsabili, professionisti e operai laboriosi, mariti e mogli fedeli, cittadini impegnati per il bene di tutti. Ciò ha certamente una \"lettura civile\", perchè la vita cristiana contribuisce a umanizzare la società e renderla un posto migliore». Poi c\'è la Pontificia Università della Santa Croce. E da poco il Campus Bio-Medico. Educazione e biotecnologie, sembrano essere le vostre nuove frontiere. «La prima frontiera del lavoro dell\'Opera è l\'apostolato personale; ma San Josemaría ha spronato i fedeli dell\'Opera a far nascere iniziative educative e assistenziali che si prendessero sulle spalle problemi concreti della società. Questo è ciò che cercano di fare al Campus Bio-Medico: un\'università e un ospedale in cui la competenza dei medici possa essere accompagnata da una grande umanità, così come al Centro Elis a Roma si cerca di insegnare ai ragazzi a essere bravi professionisti e uomini completi. Infine l\'Università della Santa Croce che forma molti sacerdoti, religiosi e laici alla teologia, al diritto canonico, alla filosofia e alla comunicazione istituzionale. Un piccolo esempio di come sarebbe la società se fosse permeata dai valori cristiani». Giovanni Paolo II vi ha aiutato, erigendo l\'Opera a «Prelatura». In voi si è rispecchiata l\'idea del grande papa scomparso di una Chiesa Cattolica solidale con tutti, maestra indiscussa di verità. Questo «feeling» continua anche con papa Benedetto XVI? «L\'unione dei fedeli con il Romano Pontefice è una caratteristica essenziale della Chiesa e, pertanto, dell\'Opera. Quando San Josemaría arrivò a Roma passò l\'intera notte in orazione guardando la finestra degli appartamenti del Papa. Anche a noi ha insegnato ad avere una devozione filiale per il Papa. Benedetto XVI, in piena continuità con Giovanni Paolo II è un pastore esemplare». ANNA FIORINO- ROBERTO ARDITTI(Il Tempo)

SANDRO BONDI MINISTRO DEI BENI CULTURALI LA CRISI FINANZIARIA RILANCIA IL CAPITALE- Braille News 3.1.09
Da qualche settimana uno spettro è tornato ad aggirarsi sull'Europa, complice anche il crollo delle borse e il disordine finanziario globale. Secondo Joern Schuetrumpf, che dirige le edizioni Karl-Dietz e pubblica le opere di Karl Marx in tedesco, le vendite del primo volume del \"Capitale\" si sarebbero triplicate rispetto al 2005. La cosa si spiega facilmente perchè se è vero, come tutti ripetono, che il capitalismo sta entrando in crisi, è normale che torni interesse per il suo nemico principale. D\'altra parte, il socialismo non è mai veramente uscito di scena. Da Yale a Princeton, le più elitarie università americane sono da sempre infeudate da studiosi marxisti e non è un caso se Toni Negri ha pubblicato il suo \"Impero\", scritto a quattro mani con Michael Hardt, nel catalogo della prestigiosa Harvard University Press. Lo stesso si può dire per l\'Italia, dove la tradizione comunista rimane fortissima. Oltre a Negri, si riconoscono tuttora nel marxismo un poeta come Edoardo Sanguineti, un grecista come Luciano Canfora, uno storico delle idee come Domenico Losurdo. Nel corso del dopoguerra il partito comunista ha lungamente egemonizzato la cultura italiana, perseguendo un progetto gramsciano di egemonia, e se certo molti intellettuali marxisti si sono variamente riformulati nella destra berlusconiana o nella sinistra moderata, è pur vero che altri sono rimasti fedeli alle loro convinzioni. Rivitalizzare la teoria del \"Capitale\" non è semplice, dato che a partire dal 1870 la cosiddetta rivoluzione marginalista ha dissolto la teoria del valore-lavoro. Eppure il marxismo non ha mai smesso di affascinare gli intellettuali occidentali, perchè se paragonato con le quattro ideuzze messe insieme dalle sinistre \"blairiane\", quello di Marx continua ad essere un pensiero certo luciferino, ma comunque solido e capace di ammaliare. Si tratta per giunta di una teoria che conferisce un ruolo fondamentale agli uomini politici: e questo spiega l\'attrazione che continua ad esercitare su di loro, anche quando si collocano a destra. Non c\'è nulla di strano, allora, se a dispetto della lunga scia di sangue che ha lasciato dietro di sè, il marxismo suscita di nuovo interesse. E questo può anche spiegare perchè il regista Alexander Kluge abbia annunciato di voler tradurre in film i tre tomi del \"Capitale\", realizzando un\'opera colossale che durerà 420 minuti e a cui contribuiranno anche il poeta Durs Gruenbein e il filosofo Peter Sloterdijk. Una cosa è chiara. A dispetto delle violenze che ha ispirato in ogni parte del mondo - in Russia come in Romania, in Cina come in Cambogia - il marxismo continua a godere di un enorme prestigio. Nessuno metterebbe sullo stesso piano comunismo e nazismo, i morti di Auschwitz e quelli della Kolyma; ed è questo perenne strabismo della cultura occidentale che oggi permette questo, pur superficiale, \"ritorno a Marx\". CARLO LOTTIERI(Il Tempo)

QUELL'AMBIGUO RAPPORTO TRA CINEMA E POLITICA- Braille News 3.1.09
Giulio Andreotti ha ammesso che la Democrazia Cristiana sbagliò a lasciare dal dopoguerra in poi il cinema nelle mani della sinistra. In questi ultimi mesi, sulle colonne di molti quotidiani, si è acceso un lungo e interessante dibattito sulla «opinione pubblica». Sarebbe complicato ripercorrerne il senso, ma se volessimo riassumere in breve, potremmo dire che secondo molti autorevoli intellettuali di sinistra, oggi in Italia l\'opinione pubblica è venuta meno, intendendo l\'opinione pubblica come l\'opinione critica che deve svolgere - a parer loro - un lavoro di opposizione al governo. In questo senso, inducendoci a credere che esiste un consenso popolare e democratico che sempre deve essere limitato e «guidato» da un gruppo avvertito di persone (intellettuali, giornalisti, professori, registi...) le quali formano «l\'opinione pubblica critica» di cui sopra. Questo dibattito è frutto della persistenza di un certo elitismo nella sinistra italiana che, sulla celebre «questione morale», ha fondato una propria eccezionalità, una propria presunta superiorità che appare però arma spuntata nel dibattito politico contemporaneo. La sinistra crede infatti, sbagliando, che oggi il consenso di Berlusconi sia frutto di diaboliche strategie di comunicazioni e non di una libera scelta dei cittadini, e così evita, sbagliando una seconda volta, di capire i problemi veri degli italiani, la crisi che sta colpendo la nazione, e dunque di contrapposto le speranze e la voglia di cambiamento che alimentano quel consenso così vasto. è soprattutto a partire dal Novecento che il tema dell\'opinione pubblica è diventato centrale. L\'irrompere dei mass media sulla scena ha modificato definitivamente il modo di concepire il rapporto tra i cittadini e la politica. Non più e non solo i partiti hanno continuato a formare l\'opinione, semmai è diventata imprescindibile la «mediazione» che altri gruppi, soprattutto i gruppi editoriali, hanno condotto nel rapporto cittadini/politica. Nel mondo anglosassone, questa mediazione si è rivelata virtuosa perchè i gruppi editoriali sono assurti a quarto potere, cioè a potere ulteriore rispetto ai tre individuati come essenziali dalla scienza politica, potere ulteriore in grado di fungere da controllore e cuscinetto. In Italia invece i media sono stati storicamente, salvo alcune eccezioni, frutto di una emanazione della politica, non un arbitro tra le parti, bensì un supporter, un tifoso, spesso un giocatore in campo. E così si è precluso quella terzietà che concede autorevolezza, e in definitiva migliora le istituzioni di un Paese, rendendole più forti e resistenti agli sbandamenti leciti e normali dell\'opinione pubblica. La causa sta, a mio parere, nell\'essenza dei due partiti maggiori che si sono affrontati nel Dopoguerra: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista. Entrambi monolitiche espressioni di una ideologia (anche la fede spesso può esserlo quando si declina male in politica), entrambi con intenti pedagocizzanti sul proprio elettorato, entrambi poco inclini a quel sano individualismo liberale che pone al centro la libertà della persona. Ed è scontato che in un campo di battaglia di questo genere, gli strumenti di consenso furono piegati a scopi ulteriori rispetto a quelli naturali. Così i giornali, così la radio e la televisione, così il cinema che è stato, soprattutto nel primissimo Dopoguerra, un potentissimo e popolare mezzo per costruire l\'identità nazionale e di conseguenza determinare l\'opinione pubblica. Nel cinema, a mio parere, sono avvenute due cose: 1) da un lato, la politica e i partiti, attraverso la censura o il finanziamento pubblico, hanno contribuito a fortificare un sistema di controllo e di propaganda soft; 2) dall\'altro, i registi e gli autori cosiddetti «impegnati» hanno combattuto battaglie, spesso sbagliate, sedimentando mitologie anti-identitarie, oppure solo falsamente identitarie, che si sono dimostrate in seguito fallaci e controproducenti. Con il risultato che, a parte l\'eccezionale stagione del neorealismo, in Italia non abbiamo mai avuto un cinema patriottico, come quello americano, bensì un cinema comunque di opposizione, finanziato per paradosso dalla politica, per raccontare una antistoria, una contro-storia d\'Italia alla fine deleteria e dirompente sia per gli uni che per gli altri. Un vizio che purtroppo resiste per colpa di schiere di registi rimasti fermi al cosiddetto «impegno», incapaci di notare e registrare i cambiamenti di una società post-ideologica. Con ciò non voglio dire che non sono stati prodotti qui da noi capolavori assoluti della cinematografia mondiale; più semplicemente far notare come il rapporto tra cinema e politica, e il tentativo della politica di comunicare attraverso il cinema, sia stato per un verso determinante, perfino ingombrante e dall\'altro spesso sbagliato e poco efficace.(Il Tempo)

IL CORAGGIO DI DIVENTARE AMICI- Braille News 3.1.09
I valori morali sono riferiti alle varie culture ed epoche. Hanno significati ideali espressi in norme simboliche, in senso generale, sono orientamenti che dovrebbero guidare le azioni di tutti, verso mete comuni di comportamento. I valori della nostra cultura sono: i diritti alla libertà, all'uguaglianza, alla solidarietà, al lavoro come meta comune di sviluppo personale e al progresso materiale e spirituale della società. Coincidono con quelli umani, di espressione dei sentimenti, di socializzazione, di creatività, di amicizia. L\'\"Educazione morale\" ha inizio dalle prime relazioni dei bambini con i genitori. Se il rapporto con loro è positivo e felice, i bambini piccoli si identificano con i propri genitori e ne acquisiscono modelli di comportamento e regole che, in seguito, diventeranno una vera e propria \"voce interiore\". La fermezza, la costanza educativa dei genitori e soprattutto la coerenza tra loro, favoriranno l\'autodisciplina, i comportamenti socievoli, il gioco rilassato e appagante, sia da soli che con gli altri bambini, il rispetto di sè e degli altri, l\'amicizia. Oggi si tende a definire \"valore\" il raggiungimento di un bisogno materiale. Cercando l\'appagamento, soprattutto in questa direzione, si creano veri e propri \"autoinganni\" verso la profondità dei bisogni umani, espressi nel valore dei sentimenti. Oggi, sempre più frequentemente, si tende a considerare \"amico importante\", l\'amico \"utile\" che può servire al raggiungimento di scopi sociali. Le relazioni profondamente umane dell\'amicizia e della simpatia sono, invece, quelle di darsi valore reciprocamente. La vera amicizia percorre le stesse vie dell\'amore. Nasce con la stima e la fiducia reciproca, con il piacere di stare insieme, con l\'accettazione incondizionata e il non giudizio. Possiamo riscoprirla, insieme al senso del vivere gli affetti semplici della simpatia, quelli dell\'evasione dal quotidiano, della partecipazione, della condivisione, anche attraverso la \"confidenza\" del nostro mondo interiore. L\'amicizia, come la simpatia (anche essa sentimento dello scambio affettivo), si forma su esperienze tanto originarie da non averne più il ricordo. Tali esperienze fanno, ormai, parte della nostra \"memoria implicita\" e ci permettono di provare sentimenti di benessere e di intimità affettiva con qualcuno, senza sapersi spiegare il perchè. A volte è un legame che avviene nel tempo, a volte è un incontro dell\'ultima ora, non per questo, meno importante ed esclusivo. Esperimenti, sul comportamento umano, hanno rivelato che, le persone malate contornate da amici, guariscono prima di quelle che vivono in modo isolato. Non lasciamoci bloccare da esperienze precedenti dove ci si è sentiti \"traditi\". Troviamo il coraggio, come nell\'amore, di continuare a cercare gli amici giusti per noi. Sarebbe una buona opportunità per scoprire la gioia di approdare, finalmente, nella favolosa \"Isola del tesoro\". ENZA FERRI(Il Tempo)